Dagli inglesi, inoltre, gli fu conferita la più alta onorificenza militare britannica, la “Victoria Cross”, per aver liberato dai campi di prigionia italiani e condotto, a più riprese, al di là delle linee tedesche almeno 3.700 soldati alleati, tra cui anche il figlio del generale Montgomery. Già nell’ottobre del 1943, gl’inglesi ebbero subito fiducia in questa sorta di prete ribelle, più propenso all’uniforme che non alla tonaca, tanto che lo addestrarono e lo utilizzarono come agente del loro servizio d’intelligence.
Nei due anni successivi “Don Carlo”, come ormai tutti lo chiamavano, fu anche il loro referente circa i lanci di materiale bellico e logistico sull’Appennino reggiano, sempre a stretto contatto di agenti inglesi che operavano dietro le linee, nell’Emilia ancora oppressa e massacrata dalle divisioni nazi-fasciste.
Erano i mesi e gli anni della mattanza. Ai massacri si rispondeva con i massacri. Al sangue col sangue. Le vittime innocenti si aggiungevano ad altre vittime innocenti. All’orrore si sommava altro orrore.
E Il comandante don Carlo, con le sue Fiamme Verdi, fu uno di quelli che spesso inceppò quella macchina generatrice di morte che fu la guerra civile dentro un conflitto mondiale non ancora spento. Salvare vite umane, senza curarsi di quale divisa indossassero, al di là dei meriti o delle colpe, fu una delle sue costanti. Sappiamo che tremila settecento furono i soldati alleati, ma nessuno saprà mai quanti furono i ragazzi di Salò, in fuga dai massacri commessi, che salvò dai mitra comunisti che sparavano su tutto ciò che rappresentava il passato. Come non sapremo mai quanti furono quei civili che salvò da una giustizia sommaria, solo perché familiari o amici, di gente che aveva collaborato col passato regime fascista. Salvò anche partigiani dalla mannaia di altri partigiani. O preti che durante le loro omelie avevano criticato le emergenti ideologie staliniste o bolsceviche.
Durante la lotta partigiana, fu in contatto coi fratelli Dossetti, Marconi, Togliatti e tanti altri che si prodigarono per liberare l’Italia dalle catene nazi-fasciste
Si dice che chi salva un uomo, salva tutta l’umanità, e don Carlo di gente ne ha salvata davvero tanta. Peccato che nessuno abbia salvato lui dal grigio anonimato dentro cui scomparve nei decenni successivi. Partigiano e sacerdote schietto, diretto, scaltro, dallo spirito troppo libero per farsi irretire nei giochetti dei politici del dopoguerra, si mosse forse negli ambienti ecclesiastici ed in quelli dei partiti nati dalla Resistenza, come un elefante dentro un negozio di porcellane. E i cocci li pagò col suo isolamento.
Nei trent’anni successivi, fu spedito a fare il parroco nelle sperdute chiesuole dell’Appennino reggiano, dove ancora tutti lo ricordano come prete allegro e spregiudicato, ma capace di portare a Dio gente che senza di lui in chiesa non ci sarebbe mai entrata.
Morì nel 1977 nella casa canonica di Pianzano, dove riposa nel vicino cimitero, a strapiombo su una vallata che evoca volteggi di aquile e vagabondare di lupi.
Il suo memoriale, scritto dallo stesso don Domenico Orlandini, attorno al 1948, è stato per la prima volta dato alle stampe e divulgato, dalle EDIZIONI DEL NOCE col titolo di “Memoriale di don Carlo, l’ eroe sconosciuto” .
Speriamo che renda giustizia e notorietà a un grande partigiano, a un grande sacerdote e, soprattutto, a un grande italiano.
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