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Lunedì 23 Agosto 2010 12:51

Un bagno nell'oro..nero.

Scritto da  Matteo Barale
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Fotografia di Steven Meisel
Dal servizio fotografico Water & Oil

Un bagno nell'oro..nero.



Tre mesi e dodici giorni dopo, si è riusciti ad arginare il flusso di petrolio, che, dal 22 Aprile, fuoriusciva dal pozzo in fondo al Golfo del Messico a causa dell'esplosione e del successivo
Normal 0 14 false false false IT X-NONE X-NONE MicrosoftInternetExplorer4 affondamento della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon. Il più grande sversamento di petrolio della storia, con 500 milioni di litri dispersi nel mare, che hanno coperto una superficie di circa 4600 chilometri quadrati, potrebbe rischiare di diventare solo uno di una lunga serie di episodi che, protagonista il petrolio, dopo aver sconvolto interi ecosistemi, hanno finito troppo in fretta per essere dimenticati.

Il 3 giugno 1979, la piattaforma petrolifera messicana Ixtoc I è impegnata in alcune operazioni di esplorazione nel Golfo del Messico, a 600 miglia dalla costa del Texas, nella Baia di Campeche. Per un errore nelle manovre, la piattaforma prende fuoco e comincia a disperdere petrolio in mare: la perdita, che va avanti per ben 9 mesi, fino al 23 marzo del 1980, si attesta tra le 454.000 e le 480.000 tonnellate.

Il 6 agosto del 1983, la petroliera spagnola Castillo de Beliver prende fuoco mentre è in navigazione al largo del Sudafrica. All’incendio segue una violentissima esplosione che causa l’affondamento dell’imbarcazione. L’incidente provoca lo sversamento in mare di circa 227mila tonnellate di greggio.

Il 21 gennaio del 1991, nel corso della prima Guerra del Golfo, si verifica una gravissima fuoriuscita di petrolio nel Golfo Persico: ben presto si scoprirà che l’esercito iracheno ha aperto deliberatamente le valvole delle condutture di petrolio in Kuwait, allo scopo di impedire o, quantomeno, di ostacolare lo sbarco dei soldati americani. La marea nera colpisce le coste di Kuwait, Arabia Saudita e Iran, causando danni pesantissimi agli ecosistemi di quelle regioni. Stando alle stime di analisti e ricercatori, la quantità di petrolio disperso nell’ambiente in questa occasione si attesterebbe tra 1.360.000 e 1.500.000 tonnellate.

Nell’aprile del 1991, la nave cisterna cipriota Amoco Milford Haven, nota anche come M/C Haven, affonda nel Golfo di Genova, probabilmente a causa di un’esplosione verificatasi durante una procedura di routine. L’incidente provoca la morte di alcuni membri dell’equipaggio e lo sversamento in mare di circa 144.000 tonnellate di greggio. Oggi, il relitto della M/C Haven giace a circa 80 metri di profondità nelle acque antistanti il Comune di Arenzano e rappresenta il più grande relitto “visitabile” di tutto il mare Mediterraneo.

Nel maggio del 1991, si verifica una violenta esplosione a bordo della nave cisterna liberiana Abt Summer, in navigazione al largo dell’Angola. Lo scoppio uccide anche alcuni membri dell’equipaggio e provoca un terribile incendio: l’imbarcazione arde per tre giorni prima di colare a picco e disperde nell’Oceano Atlantico circa 260.000 tonnellate di petrolio.

A questa breve lista di eventi, che potrebbe certamente essere prolungata, dobbiamo aggiungere il ben più recente sversamento che ha colpito la Cina nella scorse settimane. L'esplosione di due oleodotti ha provocato una macchia di greggio di 180 chilometri quadrati nel Mar Giallo. Le scarse informazioni a riguardo sono accuratamente tenute sotto controllo dal governo cinese.

Gli ambientalisti di Greenpeace Cina hanno scattato alcune fotografie dell’area, prima di essere cacciati, in cui si vedono spiagge nere per il petrolio, ed operai al lavoro per risolvere l'emergenza in gravi difficoltà e un uomo imprigionato dalla marea nera salvato dai colleghi interamente coperto dal greggio.

In questi casi è sempre difficile dare delle stime esatte sulla quantità delle dispersioni di petrolio e sugli impatti ambientali. Difficoltà in parte dovute ad oggettivi impedimenti, ma anche ai comunicati da parte di società e governi sempre meno allarmistici della reale situazione.

Sappiamo che BP, in merito alla piattaforma Deepwater Horizon, ha mentito quando ha dichiarato una stima di circa 1.000 barili al giorno (circa 135 tonnellate). Già dopo i primi sopralluoghi la NOAA (National Oceanographic and Atmospheric Adminis- tration) ha portato la stima a 5.000 barili/giorno (circa 675 tonnellate) e i media riferiscono di stime assai maggiori: il 2 maggio il Wall Street Journal parlava di 25.000 barili al giorno (ovvero 3.375 tonnellate!) e la stessa BP ha dichiarato per la Deepwater Horizon una produzione potenziale di 150.000 barili al giorno (20.250 tonnellate).

Gli effetti di disastri come questo sono difficili sia da valutare che da monitorare. In particolare, gli effetti sull’ecosistema pelagico sono particolarmente complessi. Le sostanze tossiche rilasciate dalle migliaia di tonnellate di petrolio potrebbero avere effetti notevoli sia sulle comunità del plancton (organismi che vivono nella colonna d’acqua) che su altre specie.

Infatti, la scorsa settimana il governo statunitense ha dichiarato che i tre quarti del petrolio fuoriuscito che non sono stati rimossi si sono dispersi naturalmente nell'acqua. Ma la scoperta di macchie di petrolio nelle larve di granchio è segno che il greggio si è già infiltrato nella vasta rete alimentare del Golfo, e potrebbe danneggiare l'intero ecosistema negli anni a venire. "Questa situazione fa pensare che l'olio abbia già raggiunto una posizione tale da poter iniziare a muoversi lungo la catena alimentare, e non solo quella marina", ha dichiarato Bob Thomas, biologo alla Loyola University di New Orleans.

A ciò bisogna aggiungere gli effetti tossici dei disperdenti (ne sono stati usati almeno 400.000 litri) tra cui è confermato l’uso del Corexit (butossietanolo), vietato in California perché causa infertilità e malformazioni o morte dei feti.

L’uso di disperdenti ha ridotto l’impatto sugli uccelli che vengono soffocati dal catrame, ma aumenta quello sulla fauna e flora marina. Ad esempio, da metà aprile a metà giugno, nell’area è in corso la riproduzione del tonno rosso, una specie già decimata dalla pesca eccessiva di cui è stato anche proposto (col sostegno degli USA) il bando del commercio internazionale. Nella stessa area sono presenti tartarughe marine e cetacei (come le focene, varie specie di delfini, balenottere, capodoglio e capodoglio pigmeo o cogia).

Adesso che l’immondizia è stata nascosta sotto il tappeto, non si parla più in toni allarmistici sui grandi canali di comunicazione della reale situazione, visto che l’effetto sui pesci è poco visibile.

Sui media si legge che BP, dopo essersi assunta, senza altre possibilità, tutte le responsabilità, pagherà tutti i danni. La verità, come fa notare Greenpeace, è che BP ha dichiarato di pagare tutte le perdite economiche accertate e quantificabili, come i danni ai pescatori o al settore turistico nonché le già terminate, o quasi, operazioni di recupero del greggio. Probabilmente non è poca cosa, tuttavia, i precedenti ci dicono che difficilmente BP pagherà i danni ambientali che sta causando.

Dopo il disastro della Exxon Valdes (Prince William Sound, Alaska 1989), la Exxon Mobil era stata inizialmente condannata a pagare 287 milioni di dollari di danni e 5 miliardi di dollari come ammenda anche per risarcire i danni ambientali. Dopo anni di appelli e perizie in tribunale, il 25 giugno 2008, la Corte d’Appello ha deciso che Exxon doveva pagare solo 507,5 milioni di dollari di danni. In altre parole, le compagnie petrolifere e le loro assicurazioni, difficilmente pagano per tutti i danni ambientali collegati alle “maree nere”, danni che, d’altra parte, sono spesso difficili da quantificare.

Il 9 Agosto, Barack Obama ha dichiarato che la battaglia è stata quasi vinta e che la lotta contro la fuoriuscita di petrolio che ha causato la marea nera nel Golfo del Messico è quasi terminata.

Una vera e propria battaglia: soldati schierati, armi chimiche dal cielo, centinaia di mezzi navali, ma soprattutto vittime, un numero incalcolabile, come in tutte le guerre. Questa volta le atroci fotografie raffiguranti bambini mutilati si sono trasformate in crude rappresentazioni dell'agonia di migliaia di animali uccisi dal petrolio. Forse il pozzo è stato chiuso, ma la battaglia è davvero “quasi” terminata?

Ultima modifica Giovedì 23 Settembre 2010 14:42

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