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Mercoledì 22 Giugno 2011 19:15

LE PAROLE DELLA FOTOGRAFIA SOCIALE - A colloquio con Ico Gasparri In evidenza

Scritto da  Roberto Fantini
La copertina di "antichissimo fiore" La copertina di "antichissimo fiore"

 

Ico Gasparri, nato a Cava de’ Tirreni (SA) nel 1959, fotografo sociale dal 1977, ha sviluppato numerose ricerche artistiche per indagare i temi della contemporaneità. Tra queste spicca “Chi è il maestro del lupo cattivo?”, raccolta di fotografie incentrata sull’impatto devastante della pubblicità nel contesto urbano ed in particolare sull’utilizzazione dell’immagine femminile in pubblicità per le strade di Milano, dal 1990 al 2010. Il ricco archivio, che contiene circa 4000 scatti in pellicola bianco e nero e a colori, ha dato vita all’omonima mostra giunta ormai alla 15ma edizione e a numerosi seminari, conferenze e laboratori teatrali in tutta Italia. Nel 2010, ha fondato “IChOme” a Milano, dove espone e vende i suoi lavori in base ad una filosofia sostenibile, del tutto fuori dalle regole del mercato ufficiale, e promuove progetti solidali e sostenibili, creati soprattutto da poetesse, artiste, artigiane donne.

A luglio 2010 ha vinto il premio come miglior artista italiano occupatosi dei problemi dei diritti delle donne e delle discriminazioni di genere, con il suo lavoro “Chi è il maestro del lupo cattivo?” Il premio è stato decretato dalla commissione Pari e Dispare e consegnato dalla vice presidente del Senato, Emma Bonino.

Ho conosciuto Ico qualche mese fa, in un convegno accademico sui diritti delle bambine, e subito ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte ad una persona dal forte temperamento e dalla grande autenticità, trovando estremamente originale la sua attività di denuncia e di difesa dei diritti delle categorie umane più deboli.

Dal nostro incontro e dalla nostra amicizia, è nata la voglia di capire meglio la complessa sfera dei suoi interessi, e, di conseguenza, anche la seguente conversazione.

Da molti anni, ti vai occupando di pubblicità sessista, da te definita vera e propria “spazzatura” carica di messaggi pericolosi soprattutto per le giovani generazioni. Cosa risponderesti a coloro che sostengono che il fenomeno della pubblicità non fa altro che riflettere fedelmente la società in cui viviamo, rimodellandosi continuamente in rapporto alle sue trasformazioni etiche ed estetiche?

Che hanno perfettamente ragione! La pubblicità rilancia, amplifica, divulga, rende sempre più forti modelli e contenuti che sono già ben saldi nel corpo sociale cui si riferisce. E non potrebbe essere diversamente. Il suo fine è la necessità di essere comprensibile e riconoscibile per far vendere un prodotto e produrre profitto nelle mani di pochi. Ne consegue, sul piano culturale, che ogni nazione, in un determinato momento storico, ha la pubblicità che si merita.

La tua battaglia non rischia di apparire come un tentativo di resuscitare atteggiamenti vetero-femministi ormai datati, mescolati, per giunta, a moralismi di stampo quasi puritano?

Ho sempre considerato il femminismo una grande lotta per la civiltà del genere umano, una delle più importanti dei tempi moderni e certamente una delle più scomode, difficili e faticose. Mi sono sempre definito femminista, dall’età di 18 anni, anche se in Italia il concetto di uomo femminista è sempre stato tabù e addirittura oggetto di scherno da parte sia delle femministe stesse sia delle persone comuni. Ma questo non mi ha mai scoraggiato. Al limite, ho evitato di usare questa espressione pubblicamente e sono rimasto a svolgere il mio lavoro in silenzio. Quando un bel giorno del 2010 è venuta da Parigi un’intellettuale del calibro di Florance Montreynaud per farmi un’intervista di 5 ore, per un suo libro che si intitola appunto “Gli uomini femministi”, sono rimasto come un imbecille davanti alla naturalezza con cui lei aveva deciso di inserirmi nelle sue pagine. Cosa sicuramente negativa ritengo sia offrire diritto di cittadinanza ad un’espressione come vetero-femminista che non fa altro che ricalcare la politica di umiliazione e di schiaffeggiamento da parte dei poteri dominanti maschilisti verso una disciplina personale che tantissime donne e alcuni uomini ancora difendono con i denti e portano avanti per il bene comune. Quando qualcuno, mi è successo solo due o tre volte in 22 anni, avanza questa ipotesi, vedendo in me un possibile moralista perché non ha ascoltato con attenzione le mie parole o non le ha ascoltate affatto, gli chiedo di sedersi ad un tavolo con me e cominciare a rispondere contemporaneamente (lui – in genere sono maschi – ed io) ad una lunghissima serie di domande che pongo e che ruotano attorno alla morale contemporanea. Dal matrimonio omosessuale al nudismo sulle spiagge, dai rapporti prematrimoniali di mia figlia o di sua figlia alla pillola del giorno dopo, dalle casalinghe picchiate nel silenzio dei vicini alle migliaia di uomini sposati che vanno con le prostitute, ecc. ecc. Ho sempre sospeso il confronto davanti al ritiro dell’interlocutore! Il moralismo e il puritanesimo qui non c’entrano niente. La mia è una difficile lotta per l’affermazione del diritto delle donne di vedersi rispettate e rappresentate fuori da stereotipi violenti e mortificanti, portatori di veri e propri comandamenti destinati al pubblico delle giovani donne e dei giovani uomini italiani. È una lotta anche per il diritto degli uomini a non vedersi tutti trattati come dei porci bavosi e perennemente arrapati.

Perché, secondo te, il mondo femminile non sembra, attualmente, ribellarsi  granché all’orrendo uso commerciale che viene fatto della figura femminile?

Ribellarsi rispetto a fenomeni pubblici e sociali, anche devastanti come la pubblicità sessista, è molto, molto difficile e faticoso. Non puoi dire basta ai cartelloni che fanno uso violento dell’immagine della donna se prima non hai detto basta a tuo marito che ti manca di rispetto, ai tuoi figli maschi che ti trattano come la colf, ai colleghi di lavoro che ti apprezzano il sedere senza nemmeno farlo di nascosto. La lotta per i diritti si fa sporcandosi le mani e i piedi, scendendo su terreni scivolosi, infidi e profondamente personali. Quando lottiamo contro la pubblicità sessista dobbiamo avere il cuore limpido, il pensiero sereno, altrimenti lo facciamo una volta e poi torniamo a nasconderci. Le donne italiane, in particolare, e penso soprattutto a quelle “progressiste, di sinistra" hanno sopportato per decenni le televisioni sculettanti, la dominazione di gerarchie maschiliste in azienda, le ministre sbagliate al posto sbagliato, ecc ecc. Altre hanno disinvoltamente adottato stili di vita e comportamenti pertinenti al mondo maschile e maschilista, prestandosi a sostenere il gioco, contro milioni di altre donne che, invece, non avevano la forza e gli strumenti per imporre proprio nulla. Ecco perché non possono lottare contro la pubblicità sessista, ci sono altre lotte collocate ai gradini inferiori che non sono state ancora combattute. Neanche davanti all’esplosione pornografica del vertice istituzionale del nostro paese c’è stata una risposta vincente. Non si poteva. Ancora. La sera del 12 febbraio 2011 le donne non dovevano tornare a casa. Dovevano restare lì, nelle piazze di “Se non ora quando?” Ma forse non era ancora “ora”. Succederà e sarà solo grazie a loro. Forse la valutazione quantitativa dell’impegno è sbagliata, anche grazie all’appiattimento delle capacità critiche individuali dettato dai moderni media. Forse dobbiamo cominciare a pensare che si stanno ribellando già moltissimo, visti i punti di partenza e il fango in cui tutte e tutti nuotiamo a stento.

Quale successo e quali sviluppi ha avuto la tua iniziativa di dare vita ad una Associazione Protocollo contro la Pubblicità Sessista?

Nessun successo e nessuno sviluppo. Era troppo presto e io sono un uomo. Se fossi stata una donna (e il caso straordinario di Lorella Zanardo lo dimostra, al di là dell’effettivo merito suo personale) sarebbe andata senz’altro meglio. Ho commesso l’”errore” di condividere l’idea troppo presto, prima di cominciare a praticarla. La mia azione doveva essere principalmente militante, fatta di imbrattamento di manifesti, di messaggi scritti sopra, di dimostrazioni davanti ai negozi, come accade da decenni in altre nazioni. Averla condivisa troppo presto ha fatto sì che mi sfuggisse di mano l’idea primigenia e prevalesse l’aspetto associazionistico rispetto a quello militante. E questo non ha funzionato. In questi giorni ho visto  nascere un’iniziativa analoga da parte di una donna, Lara Perego di Milano, che ha fatto circolare alcuni foglietti in rete con gli slogan da attaccare. Sembra funzionare: anch’io ho stampato i miei foglietti e li andrò ad attaccare.

Di quali altre tematiche ti sei occupato in tanti anni di battaglie civili?

Del viaggio intimo e solitario dell’uomo contemporaneo / delle migrazioni / dei giovani siciliani che combattono la mafia, dedicando l’opera "Antichissimo fiore" a Peppino Impastato / del riciclo della spazzatura differenziata a Napoli già dal 2005 / dell’abbandono delle metropoli / della mancanza del verde pubblico / della perdita dello spazio del gioco per i bambini in guerra.

Puoi dirmi qualcosa di più sul progetto "Antichissimo fiore"?

Nell’aprile del 2007 ero andato in Sicilia, dopo vari mesi di preparativi e permessi ufficiali, per fotografare le tracce lasciate dai migranti sulle barche sequestrate dalle varie capitanerie. A Portopalo, Marzamemi e Pozzallo,  ho scattato circa 250 fotografie che mi resteranno per sempre nel cuore e che vanno sotto il titolo “Mare clandestino”. La ricerca sarà poi pubblicata gratuitamente da Diario e Peace Reporter. Di lì sono andato a Selinunte per rendere omaggio ancora una volta al genio dei coloni greci e alla grandezza di quella civiltà che ha influenzato così profondamente le mie radici. Una volta nell’area archeologica, mi sono letteralmente perso con la mia macchina fotografica nelle immense rovine del tempo G, il quarto più grande costruito nell’antichità occidentale, e ho cominciato a fotografare qualcosa che mi veniva inconsciamente dal profondo. Rapito. Non sapevo cosa significasse, ma quello spettacolo involontario mi commuoveva al punto di non riuscire più a staccarmene: centinaia di piccoli fiori bianchi spuntavano dalle rotture delle pietre secolari, apparentemente senza terra e senza radici. Scattai un centinaio di foto in bianco e nero su pellicola in tre ore tra le più intense della mia vita artistica. Nacque così il lavoro che solo in un secondo momento, dopo i primi sei mesi di esposizione delle opere ad Acireale, ho capito di aver dedicato ai giovani siciliani – i fiori bianchi appunto – che lottano contro la mafia. Quel lavoro prese subito il titolo “Antichissimo fiore” e, nella seconda edizione del 2009, è stato ufficialmente dedicato a Peppino Impastato. Ho detto “i giovani siciliani che lottano la mafia” non “i siciliani”.

Tu, proprio tu che sei un artista profondamente impegnato sul piano sociale, perché sostieni che gli artisti non dovrebbero fare politica?

Per risponderti ti riporto il pezzo del mio blog del 21 aprile 2010: “Gli artisti (e qui intendo il mio modo di fare l'artista e di farlo con la macchina fotografica) non devono fare politica. Gli artisti devono stare più avanti della politica. Cominciare a fare politica significherebbe fermarsi, essere impantanati, dover spiegare quello che hanno visto a persone che non hanno voluto vederlo. È giusto che essi si dedichino alla propria politica migliore che è l'invenzione. La visione della contemporaneità un minuto prima che accada compiutamente. Per poi raccontarla agli altri. E continuare da soli. Altrimenti finiscono per essere contaminati da fattori come il tempo, il compromesso, il calcolo, la necessaria convenienza che distruggono la loro poesia e l'emozione e, quindi, anche la politica”. Fin qui il pezzo che scrissi un anno fa. Ora, però, le cose mi sembrano cambiate e, senza accorgermene, mi sono ritrovato a fare politica “attiva” di nuovo, dopo tanti anni, in occasione delle elezioni di Giuliano Pisapia a Sindaco di Milano. Dieci mesi passati gomito a gomito con compagne e compagni, convinti che non avremmo più potuto aspettare per cambiare il luogo della nostra vita. Certo, in questa militanza ho scattato poche foto e distribuito moltissimi volantini… ma, si sa, ci sono momenti in cui le priorità sono altre rispetto a quelle della nostra vita personale e, nel mio caso, all’arte. Ora, a campagna finita, ho imbracciato di nuovo la mia Pentax 6 x 7 per ricominciare a scrivere immagini, ma non vorrei perdere tutte queste magnifiche persone. Forse, non sarò più da solo: la politica attiva ora è più vicina all’arte. Tuttavia, so che sarà importante ritornare a lavorare da solo, ascoltando solo le mie voci di dentro, prima di tornare a condividere il pensiero con gli altri.

Quali ti sembrano, al momento presente, le questioni su cui ritieni che occorrerebbe puntare maggiormente i riflettori?

Non so rispondere per tutti e nemmeno per la società e forse nemmeno per me stesso. Ci provo, comunque. Schematicamente, ogni artista fa una sintesi dentro di sé sul tempo contemporaneo e poi crea delle opere che rappresentino questo pensiero. A me piacerebbe ora cominciare – per la prima volta nella mia vita – a scattare delle foto sui volti di donna, cui darei il titolo “La mia faccia di donna”, proprio per aprire una pista senza asfalto sul cammino della adelfitudine, cioè dell’essere contemporaneamente fratelli e sorelle, lontani dalla lontananza, cioè finalmente vicini.

Forse, dopo lunghi anni di stasi, in tutto il mondo, oltre che in Italia, sembra si stia facendo strada una grande voglia di partecipazione democratica. Come valuti questo fenomeno? Sarà soltanto un fuoco fatuo o l’inizio di un cambiamento globale di vasta portata?

Come ho già detto, da circa un anno, ho partecipato molto attivamente alla campagna elettorale e poi alla vittoria di Giuliano Pisapia Sindaco di Milano. L’ho fatto senza doverci pensare su, perché la sua decisione di cambiare questa città coincideva con la decennale battaglia solitaria che io ho combattuto e con quelle che migliaia di donne e di uomini stavano combattendo nel silenzio totale. Non ne potevamo più di essere schiacciati dal silenzio. Avevano un altoparlante, finalmente, e non ce lo siamo fatti strappare di mano. Niente è stato però ancora conquistato. Sarebbe un grande errore dimenticarci da dove veniamo. Abbiamo attraversato il periodo forse più buio della nostra storia contemporanea e non ce ne siamo resi conto. Il risveglio non è facile, i meccanismi etici e morali sono inceppati e non lubrificati. Ci hanno convinto e ci siamo convinti che la ricchezza è meglio della povertà, che i belli sono meglio dei brutti, che i potenti sono meglio dei cittadini. Tutto questo è profondamente ingiusto, lo sappiamo, ma lo sapevamo anche prima. Occorre dunque che questa magnifica onda di voce levatasi dall’altoparlante diventi la voce di tutte le persone democratiche e per bene d’Italia, perché il cambiamento non è mai stato così vicino, ma nelle mani non abbiamo ancora la nostra nuova bandiera.

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Ultima modifica Mercoledì 22 Giugno 2011 19:29

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