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Martedì 06 Settembre 2011 11:43

Conversazione con Tito Barbini, autore de IL CACCIATORE DI OMBRE-IN VIAGGIO CON DON PATAGONIA

Scritto da  Roberto Fantini
Don Patagonia Don Patagonia

Uno splendido viaggio dell’anima, fra gli ultimi paradisi incontaminati e le memorie vicine e lontane di popolazioni sterminate e diritti violati

L’ultimo libro di Tito Barbini (Il cacciatore di ombre-In viaggio con Don Patagonia, Vallecchi 2011) è un libro fatto di viaggi, ma soprattutto di viaggiatori, in cui il respiro di chi scrive si immerge nel respiro delle tante storie narrate, e il suo sguardo si allarga ad abbracciare mari e montagne, praterie immense e ghiacciai. Ma il respiro e lo sguardo di Tito Barbini , in un continuo oscillare e vagabondare nel tempo e nello spazio, riescono ad abbracciare soprattutto tante persone vere, con i loro sogni e le loro tragedie. Il suo, quindi, è un libro che, seppur incentrato sull’affascinante figura di padre Alberto Maria De Agostini (felicemente definito “scalatore di anime e di montagne”), è  spesso attraversato da sussulti di indignazione e da salutare  voglia di verità e di giustizia, parlandoci di terre ai confini del mondo e di popoli cancellati anche dalla memoria.

Per meglio comprendere  alcuni aspetti dell’opera, abbiamo avuto la possibilità di rivolgere a Tito Barbini alcune domande.

-        Nelle numerose pagine che dedichi all’Argentina dei desaparecidos, ti soffermi nel sottolineare come la “Chiesa della vergogna” si sia resa colpevolmente complice della dittatura e, al contempo, però, metti in rilievo con cura l’opera coraggiosa  svolta da alcuni religiosi a favore dei perseguitati. Come è possibile spiegare, a tuo avviso, una così netta diversità di comportamento (e di valori) all’interno dell’istituzione cattolica?

R. Grandi sono state le responsabilità delle gerarchie cattoliche e molti sono i religiosi che hanno collaborato con i militari. Ma, in Argentina, ci sono stati anche religiosi coraggiosi. La Chiesa non fu tutta dalla parte dei carnefici: si divise in due. La parte maggioritaria con i dittatori e i torturatori, ma c’era anche chi aiutò la resistenza senza timore per la propria vita. Perché questa diversità di comportamento? E’ difficile rispondere a una domanda così precisa. Provo a risponderti con un episodio. Durante il mio soggiorno in Argentina sulle tracce di Don Alberto De Agostini, mi sono soffermato un giorno nella chiesa di Santa Cruz nella periferia operaia e popolare di Buenos Aires.

Mi colpisce l’interno della chiesa con  un grande manifesto che ricorda i profeti della Chiesa latino-americana. I profeti scomodi, quelli assassinati dal potere e non difesi dalle gerarchie cattoliche. In particolare monsignor Romero, assassinato dai fascisti davanti alla porta della sua chiesa di San Salvador.

Hanno coraggio questi padri passionisti. Santa Cruz è opera loro. Per la precisione, opera dei missionari passionisti di San Paolo della Croce, quelli che possiedono la casa madre sul monte Argentario.

Ebbene, è  a Santa Cruz che cominciarono a radunarsi le madri che poi si sarebbero chiamate “di Plaza de Mayo”. All’inizio erano solo delle povere donne alla ricerca dei loro figli scomparsi. In questo caso,  furono aiutate molto dai padri passionisti. Insomma, penso che la diversità dei valori e dei comportamenti dipenda dalla vicinanza o meno dal potere.

-Inoltre, metti anche in luce come il governo italiano abbia fatto in modo di sbarrare le porte dell’Ambasciata, negando a tanti disperati (nel disinteresse quasi generale) la pur minima protezione. Come interpreti una simile scelta nell’Italia non soltanto di Andreotti e della P2, ma anche di Aldo Moro ed Enrico Berlinguer?

R. Erano gli anni del “compromesso storico” e dell’unità nazionale. Un impegno comune nel rispondere all’attacco delle Brigate Rosse, ma una disattenzione grave rispetto a quanto accadeva in Argentina.  Un atteggiamento diverso c’era stato per il golpe militare in Cile. Allora, la condanna era stata unanime. Nel caso dell’Argentina c’è stato un colpevole silenzio da parte del Governo italiano e una voce molto flebile da parte dell’opposizione.

Grandi  sono le responsabilità degli italiani che ricoprivano cariche e posti autorevoli. Politici, diplomatici, gerarchie cattoliche non hanno fatto nulla per impedire quella che è stata la più grande strage di italiani dopo la seconda guerra mondiale.

Poi, nello stesso modo con cui hanno insabbiato le vicende scomode di questi anni, si è chiusa la questione. E, invece, sarebbe molto importante continuare i processi e riaprirne di nuovi se necessario, anche in Italia.

Anche noi dobbiamo chiarire una parte della nostra storia nazionale che riguarda quel periodo.

Bisogna fare i nomi e i cognomi di chi ha avuto le sue responsabilità in questa vicenda. Bisogna ricordare il nunzio apostolico a Buenos Aires, che benediceva e faceva benedire generali e torturatori. Ma bisogna anche ricordare tutte le aziende italiane che lavoravano in Argentina, come la Fiat, aziende con capitoli oscuri da riaprire e da verificare. Bisogna ricordare che l’ambasciatore italiano dell’epoca chiuse le porte dell’ambasciata italiana la mattina dopo il golpe militare. Non per impedire ai militari di entrare, ma per negare agli italiani perseguitati e inseguiti di salvarsi dalla mattanza. Si parla poco della dittatura argentina, e la mia impressione è che se ne parli sempre meno. In Italia, anche per la complicità del governo dell’epoca. 

-        Nell’inseguire le orme di Padre De Agostini, ti trovi spesso a puntare i riflettori sulle terribili quanto ignorate-dimenticate vicende dei vari genocidi che si sono abbattuti sull’America meridionale. Che spiegazioni ti sei dato in merito agli innumerevoli crimini commessi dalle “civilissime” e “cristianissime” nazioni europee ai danni delle popolazioni indigene?

R. Intanto, ho voluto riabilitare il lavoro dei Salesiani in Patagonia e nella Terra del Fuoco. Da diverse parti sono venuti degli attacchi al ruolo delle Missioni Salesiane in Terra del Fuoco. L’ultimo è stato quello che troviamo in un vecchio libro di Lucas Bridges ma tradotto in italiano e pubblicato proprio ora da Einaudi. (“Ultimo confine del mondo”). Lucas Bridges è stato il terzo figlio del reverendo anglicano Thomas il primo missionario anglicano che ha messo piede nella Terra del Fuoco. Ebbene, Lucas Bridges esprime un giudizio gravissimo sull’opera dei missionari salesiani accusandoli di avere favorito il genocidio degli indios nelle loro Missioni.  Nel mio libro” Il Cacciatore di Ombre”,  ho cercato di smentire questa tesi e restituire la verità sul lavoro missionario dei Salesiani. Mi aspetto che anche le autorità salesiane smentiscano quelle pagine ingiuriose, cosa che non è ancora avvenuta. Da parte mia, ho potuto constatare e documentare che il ruolo dei Salesiani e di De Agostini fu di grande sostegno e aiuto alle popolazioni indigene. Anche di coraggiose prese di posizioni nei confronti del potere.  In generale, credo che la storia sul genocidio degli indios sia ancora una volta sopruso e arroganza della civiltà europea.

Si dava loro la caccia, nemmeno fossero bestie feroci. I bianchi iniettavano la stricnina nelle carni della selvaggina da loro cacciata per avvelenare intere tribù. Tanto l’unica cosa che contava era fare spazio ai grandi allevamenti di ovini per la produzione di carne e lana, finanziati grazie ai capitali stranieri, specialmente britannici.

I Salesiani di don Bosco, come, più a nord, i Gesuiti delle missiones, si schierarono dalla parte degli indios contro i proprietari terrieri e i governi che li sostenevano. Non riuscirono a fare molto, purtroppo, anche perché la Chiesa argentina e quella cilena non vedevano di buon occhio quell’impegno sociale che distoglieva energie dai compiti evangelici.

I Salesiani, però, ce l’avevano messa tutta fin dal 1875, guidati da Giuseppe Fagnano. Avevano fatto il possibile per proteggere, curare, nutrire e istruire gli ultimi indigeni, ma non ce l’avevano fatta a fermare il genocidio. 

-        In alcuni momenti del tuo libro, ti sfuggono parole di grande sconforto a proposito del sempre più degradato clima politico-culturale italiano, fino a dichiarare di non riuscire più nemmeno a chiederti cosa sia diventato il nostro Paese. Pensi che siamo entrati in un vicolo cieco?

R. Penso che in questi anni vi sia stato un vero e proprio mutamento antropologico.

Insomma, siamo in presenza di una assuefazione ai fenomeni degenerativi di questi anni che ci coinvolge tutti. Non mi diffondo a indicare tutti i segnali d’allarme che mi vengono dalla memoria e dalla quotidianità. Sono tanti, piccoli e grandi. Metto solo a verbale una cosa:  che il clima e l’era berlusconiana hanno ormai generato un personale politico inquietante. Ormai non mi preoccupo per me, ma i miei figli e nipoti in quale paese vivranno? Ecco perché il fragile organismo della democrazia italiana ha bisogno di una grande opposizione democratica e,  se non reagisce, vuol dire che ha perso gli anticorpi e può morirne nel sonno.

-        Nel portare a termine il tuo lavoro, riferendoti all’estremo Sud del continente americano, dichiari di voler “diventare un testimone e un guerriero di questo ultimo paradiso” (p. 255). Ti vedremo presto arruolato fra i “guerrieri dell’arcobaleno” di Greenpeace?

R. Ormai è chiaro: sono caduto vittima dell’incantesimo del continente ai confini del mondo. Per questo, prima di allontanarmi, ho sentito il bisogno di lasciare qui un mio personale dono. Un impegno e una promessa.

Ho preso coscienza che qui si trovano le ultime risorse naturali della terra. Cercherò anch’io di diventare un testimone attivo a difesa di questo ambiente incontaminato.

L’Antartide e la Terra del Fuoco  vivono oggi il momento più difficile della loro esistenza.

Il riscaldamento del pianeta e lo scioglimento dei ghiacci, da una parte, l’assalto dell’ uomo con la ricerca del profitto, dall’altra,  possono rompere l’incantesimo. La sfida che abbiamo davanti è enorme, ma ognuno di noi che ha amato e ama quest’ambiente così estremo può fare qualcosa. L’obiettivo su cui stanno lavorando scienziati ed esploratori è quello di creare il più grande parco del mondo.

Un parco di ghiaccio per l’Antartide grande come un continente  e un parco naturale per la Terra del Fuoco.

Tito Barbini

Il cacciatore di ombre-In viaggio con Don Patagonia

Vallecchi, 2011

 

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