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Martedì 13 Dicembre 2011 16:57

LETTERA DI GIACOMO alle Dodici Tribù nella Diaspora: un testo sapienziale da scoprire o riscoprire

Scritto da  Roberto Fantini
Nei confronti della Lettera di Giacomo, da frequentatore curioso delle Scritture, ho sempre avvertito una particolare attrazione, per via delle sue parole che sanno di freschezza interiore e di autenticità nel sentire, come per via della sua straordinaria capacità di dire cose essenziali, di grande concretezza e di grande pregnanza etica. Nelle sue parole, infatti, si percepisce l’atteggiamento sobrio e austero del vero pastore di anime che si preoccupa di orientare e correggere, di istruire e guidare con dolce fermezza e con limpidità di mente e di cuore.

Credo che, se si volesse raccogliere in un’antologia letteraria le gemme migliori delle principali esperienze religiose di tutti i tempi, non sarebbe possibile non destinare alla Lettera di Giacomo un posto di tutto rispetto. Questo perché la semplicità del linguaggio si accompagna ad una  penetrante capacità di analisi psicologica, ad un corposo spessore morale, ad una solida autorevolezza.

E sempre mi sono chiesto come mai un simile gioiello sapienziale abbia ricevuto scarsa attenzione all’interno del mondo cristiano (cattolico e non).

Cosa può aver disturbato le varie chiese? L’insistenza di Giacomo sulla centralità delle opere (con relativa condanna di ogni astratto fideismo e di ogni comportamento ipocrita ed incoerente)? L’ ingombrante identità dell’autore, fratello di Gesù, il Messia? Il suo ruolo di indiscusso primato nell’ambito del cristianesimo delle origini, in quanto vescovo di Gerusalemme? Gli elementi polemici nei confronti di Paolo di Tarso? I legami (fortissimi quanto ignorati/dimenticati) con la tradizione giudaica così presenti nella persona e nell’insegnamento di Giacomo e nell’identità culturale tutta della Chiesa di Gerusalemme (e, quindi, del primo cristianesimo)?

Probabilmente, un po’ tutti questi fattori strettamente combinati insieme … Ma, comunque siano andate le cose, scoprire o riscoprire questo testo denso di saggezza non può che rappresentare una grande opportunità. E benissimo hanno fatto Marco Cassuto Morselli e Gabriella Maestri (dando prova di competenze di raro livello) a regalarcene una nuova accurata e originale traduzione, uscita in ottobre nella collana de I Rombi, della casa editrice Marietti.

Dicono i due ricercatori, concludendo la robustissima introduzione, che

“Leggere la Lettera che dal trono di Yerushalayim Yaaqov il fratello dell’Adon invia alle Dodici Shevatìm, Tribù, che si trovano nella Galùt, nella Diaspora, quasi duemila anni dopo la sua scrittura, significa ascoltare la voce originaria dell’ebraismo messianico del I secolo. Per coloro che sono alla ricerca di un ebraismo che dopo il lungo esilio di Roma sappia ritrovare il suo posto al cuore della Redenzione universale e per coloro che sono alla ricerca di un cristianesimo liberato dalla teologia della sostituzione e dall’insegnamento del disprezzo è una lettura salutare, per non dire salvifica.” (p.73-4)

Che la lettura di questo testo possa esercitare influssi “salvifici” non sono certo in grado di poterlo prevedere. Sicuramente, però, credo che saprà esercitare un effetto “salutare” sui credenti (di ogni fede) e sui non-credenti che siano animati e sostenuti da sincera volontà di indagine spirituale e di esplorazione dell’anima.

Ci potrà, fra le tante cose, infatti, ricordare che “siamo vapore che per poco tempo appare e subito dopo si dissolve” (4.14), e che la sapienza “che proviene dall’alto” è “pura, poi pacifica, benevola, capace di persuadere, piena di misericordia e di buoni frutti, senza doppiezza, senza ipocrisia”. Assicurandoci, pertanto, che “Un frutto di giustizia è seminato nella pace per coloro che operano la pace” (3.17-18).

Marco Cassuto Morselli

Gabriella Maestri

LETTERA DI YAAQOV/GIACOMO alle Dodici Tribù nella Diaspora

MARIETTI, 2011

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