Conversazione con Marco Mamone Capria* sui pericoli di una scienza e di una tecnologia al di fuori delle regole democratiche
Norberto Bobbio, uno dei pensatori del XX secolo che con maggiore attenzione e con maggiore acutezza si è dedicato alla riflessione filosofica in merito alla natura, alla genesi e al futuro dei diritti umani, l’aveva capito benissimo: dopo aver lottato per difendere l’integrità, la sicurezza, la libertà, la dignità della persona umana dal potere ecclesiastico prima, da quello politico dopo e, successivamente, da quello economico, ci saremmo trovati sempre più ad affrontare l’invadenza e l’arroganza crescenti del potere scientifico-tecnologico.
In una intervista del 1991 (I diritti dell’uomo oggi, 14/6/1991, http://www.emsf.rai.it/scripts/interviste.asp?d=529), così, infatti, ebbe ad esprimersi:
“L'età post-moderna è caratterizzata dalla trasformazione tecnologica e tecnocratica del mondo. Dal giorno in cui Bacone disse che la scienza è potere, l'uomo ha fatto molta strada. Mai come oggi, vale il tema di Bacone secondo cui chi più sa più ha potere; oggi però l'uomo sa molto di più di quello che si sapeva ai tempi di Bacone. La conoscenza è diventata la principale causa e la condizione, se non sufficiente, necessaria, del dominio dell'uomo sulla natura e sugli altri uomini. Dopo i diritti tradizionali, quelli alla vita, alla libertà ed alla sicurezza, su cui si incontrano le tre correnti principali del nostro tempo, vengono i diritti che nascono tutti dalle minacce alla vita, alla libertà, e alla sicurezza provenienti dall'accrescimento del progresso tecnologico.”
Sta di fatto, però, che sono pochi, anche nel campo degli “addetti ai lavori”, coloro che hanno una adeguata percezione della complessità e della problematicità della nuova stagione di lotte che attende tutti coloro che hanno a cuore il destino dei diritti umani, ovvero quello dell’intera umanità. L’informazione adeguata scarseggia, le competenze necessarie per comprendere la giusta dimensione delle questioni e delle loro implicazioni non può certamente essere alla portata di tutti, e, nello stesso tempo, il mito positivista di scienza e tecnica come forze benefiche e salvatrici, ancora fortemente radicato nel nostro immaginario collettivo, ci induce ad una fiducia che, troppo spesso, sfocia nel fideismo.
Proprio per questo, abbiamo ritenuto di fare cosa utile nel cercare di contribuire ad avviare un dibattito aperto e senza pregiudizi in merito a simili tematiche, servendoci dell’ autorevole disponibilità del prof. Marco Mamone Capria, docente universitario, ricercatore ed epistemologo, con cui abbiamo avuto la fortuna di poter intavolare una ampia discussione su tutta una serie di questioni (quali, ad esempio, il rapporto tra scienza e democrazia, tra scienza e industria bellica, l’efficacia dei vaccini, la legittimità dei trapianti e della vivisezione) in merito a cui, a nostro avviso, occorre che l’opinione pubblica sia informata nella maniera più libera e accurata possibile.
Se è vero, come affermava il già menzionato Bobbio, che “ La conoscenza è diventata la principale causa e la condizione, se non sufficiente, necessaria, del dominio dell'uomo sulla natura e sugli altri uomini” , è altrettanto vero che, per sottrarci al dominio sempre più occultamente tirannico di alcuni pochi uomini su tutti noi (e sulle generazioni che verranno), è più che mai necessario che si difenda e si diffonda una conoscenza vera, non filtrata, non manipolata, non censurata.
In questa prima parte della conversazione, ci si soffermerà sul problema della cosiddetta “ortodossia scientifica”, con particolare riferimento al caso dell’omeopatia.
PARTE PRIMA
Il progetto “Science and Democracy / Scienza e Democrazia”
Ortodossia scientifica
Omeopatia
Il progetto “Scienza e Democrazia / Science and Democracy”
- Professore, prima di ogni altra cosa, penso che sarebbe opportuno fornire alcune informazioni in merito a cosa sia Science and Democracy e a come e quando essa sia nata.
L’idea di organizzare un convegno internazionale sul nesso tra scienza e democrazia è nata nel 2000 da conversazioni tra me e alcuni miei amici, in particolare Ermenegildo Caccese, un fisico matematico dell’università della Basilicata. Ne parlammo allora con l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, che ci appoggiò, con quella generosità intellettuale e quello spirito di promozione culturale che sono tipici di questa prestigiosa istituzione. Il risultato sono stati 5 convegni, tutti tenuti a Napoli nella sede dell’Istituto: nel 2001, nel 2003, nel 2005, nel 2008 e nel 2011. Vi hanno preso parte studiosi provenienti da paesi di tutto il mondo: Argentina, Brasile, Canada, Francia, Germania, Gran Bretagna, Nuova Zelanda, Stati Uniti, Sud Africa, Zambia -- oltre che italiani, naturalmente. C’erano però stati due eventi precedenti, pure appoggiati dall’Istituto, che mi avevano indotto a riflettere sulla questione di quanto sia libero il dibattito all’interno delle discipline scientifiche e sui rapporti tra scienziati e cittadini.
Uno di questi si era verificato nel 1996, quando avevo organizzato, insieme a due matematici dell’Università di Perugia, un convegno internazionale intitolato Cartesio e la scienza. Lo scopo era di celebrare il quarto centenario della nascita di Cartesio in modo da resuscitare lo spirito del Discorso del Metodo, piuttosto che per imbalsamarlo con l’approccio “storicizzante” di cui gli accademici sono maestri. Avevamo invitato alcuni notissimi storici della scienza e della filosofia, ma, insieme a loro, sia scienziati attivi con idee “non allineate”, sia quelli che, in seguito, ho deciso di chiamare “laici”: cioè studiosi non professionisti che, però, spesso avanzano argomenti e critiche che meritano di essere presi sul serio, al contrario di come per lo più li si tratta. A prenderli sul serio, in effetti, si è costretti a mettersi nei panni di chi guarda a una certa teoria dall’esterno, piuttosto che in quelli dello scienziato praticante: e questo, per uno scienziato, significa al tempo stesso scendere da un piedistallo e uscire da una gabbia concettuale -- esercizi entrambi molto salutari ma poco praticati.
Mi è spesso capitato, sia prima che dopo, di incontrare scienziati di un certo prestigio che non si erano mai posti i problemi che un laico appassionato della scienza trova naturale porsi a proposito di certe teorie, e che non sapevano come trarsi d’impaccio di fronte a una sua domanda. È vero che l’esercizio mentale di mettersi nei panni di chi non conosce argomenti e nozioni che a noi sono invece familiari dovrebbe essere abituale per chi di una certa disciplina è anche insegnante, ma, in effetti, la capacità didattica -- questa sintesi di competenza, intuizione psicologica e generosità -- è una virtù piuttosto rara tra gli accademici.
- Come la presero gli ospiti accademici a trovarsi in quell’insolita compagnia?
Be’, alcuni non la presero molto bene a vedersi accostati in uno stesso programma a perfetti sconosciuti, e arrivarono fino a rifiutare di concedere il proprio contributo per la pubblicazione nel volume degli atti. Ricevemmo dalla stampa anche due recensioni estremamente negative, una scritta da un professore, oggi molto più noto di allora, che aveva tenuto una relazione su invito, e un’altra di un giornalista “marxista” che ci accusò niente meno che di... fascismo, o qualcosa del genere. Retrospettivamente questi episodi mi fanno sorridere, seppure non senza amarezza, ma all’epoca mi sconcertarono, anche se risposi pubblicamente per le rime a entrambi i “critici”. Il secondo caso mi sembrò e tuttora mi sembra surreale, perché avrebbe dovuto essere evidente che la nostra operazione culturale si situava inequivocabilmente a “sinistra”, almeno per quel tanto che le si poteva attribuire una coloritura politica in senso tradizionale. Ma chiaramente già allora una certa “sinistra” aveva perso la bussola.
- Ma non è forse vero che, per trattare certi problemi, sono necessarie competenze specialistiche?
Certamente, anche se non per ogni problema il massimo livello di profondità oggi accessibile agli specialisti è quello necessario per trattarne significativamente. Per esempio, nei manuali di scuola secondaria superiore si trovano esposte teorie e fatti scientifici a un livello che permette di parlarne sensatamente, di capire una buona parte dei discorsi degli specialisti, e di porre loro domande valide. Inoltre, ci sono molti temi che non richiedono, per essere trattati e compresi, nozioni tecniche particolarmente ardue, e che pure sono di grande interesse per la collettività. Spesso, un’analisi di tipo storico, o nello stile del giornalismo investigativo, del conflitto tra opinioni su una certa questione scientifica, è in grado di scoprire i condizionamenti in atto e quindi individuare l’opinione più probabile, per così dire “al netto dei conflitti di interesse”. “Report”, la trasmissione di Rai 3 a cura di Milena Gabanelli, ha, nel corso degli anni, fornito numerosi ottimi esempi di tali indagini. È estremamente importante che su questioni scientifiche con ricadute sociali ci sia un confronto il più possibile schietto e paritetico tra specialisti e laici, almeno se si vuole dare alla nozione di democrazia un significato sostanziale e non fittizio.
- Può elaborare questo punto?
Il cittadino vive immerso in una realtà sociale fissata in larga misura da decisioni prese sulla base di pareri di scienziati: che senso avrebbe dire che la “sovranità” gli appartiene se si assumesse che su queste decisioni non abbia vera voce in capitolo? I tentativi di convincere i cittadini che non hanno le “competenze” per pronunciarsi su energia nucleare, grandi opere (come la TAV o il ponte sullo stretto di Messina), sanità ecc. sono frequentissimi, anche se oggi sempre meno creduti -- e sempre meno credibili, dato che vediamo, si può dire ogni giorno, che movimenti di cittadini riescono a impadronirsi di competenze sufficienti per contrastare opinioni ufficiali con importanti componenti scientifiche.
Del resto, la formazione scientifica permanente dovrebbe essere un obiettivo in qualsiasi società in cui la tecnoscienza entra in maniera così rilevante come nella nostra. Se si finisce in un ospedale per qualcosa di serio, è probabile che ci venga chiesto, prima o poi, di sottoscrivere una dichiarazione di “consenso informato”: ma che valore può mai avere una tale dichiarazione se l’informazione su cui si basa è quella frettolosamente sciorinata al capezzale di un malato? Il contesto socio-culturale che rende il consenso informato un atto di reale partecipazione alle scelte mediche va creato prima, non quando anche i più razionali tra di noi avranno difficilmente il sangue freddo per assorbire, con il necessario senso critico, nozioni del tutto nuove sulle proposte terapeutiche e i rischi connessi...
Ortodossia scientifica
- Lei prima diceva che c’è anche un problema rispetto a quanto sia libero il dibattito all’interno delle discipline: che cosa intendeva?
Sì, il problema non è solo quello di aprire e proteggere un canale di comunicazione tra scienziati e laici, ma anche di liberare il dibattito all’interno della comunità scientifica. Uno dei meriti dello storico ed epistemologo Thomas Kuhn è stato appunto di divulgare, introducendo i concetti di “paradigma” e “scienza normale”, ciò che chi lavora nella comunità scientifica impara molto presto: e cioè che, se vuole fare carriera o conservare la propria rispettabilità scientifica, è bene che eviti di assumere una posizione troppo critica nei riguardi dei dogmi vigenti nel suo settore. Peggio ancora se queste critiche le presenta in contesti non “protetti”, per esempio su un giornale destinato al grande pubblico o in una conferenza stampa. E badi che non sto pensando solo a scienziati di prestigio medio o basso, ma anche di quelli ai vertici di tale classifica -- un premio Nobel, poniamo. Anche loro, se deviano dall’ortodossia, possono ritrovarsi coperti di contumelie dall’oggi al domani, e anche persone nemmeno lontanamente al loro livello sono libere di insultarli -- con tutte le conseguenze professionali, tutt’altro che insignificanti, che ciò comporta.
- Può farci qualche esempio?
Qui ne farò uno, e riguarda proprio un “premio Nobel”.1 Luc Montagnier, premio Nobel per la fisiologia e medicina nel 2008, ha, da un paio d’anni, cominciato una rivalutazione degli esperimenti di Jacques Benveniste sulla supposta “memoria dell’acqua”, che erano stati oggetto di una pubblicazione su Nature nel 1988. A lui, sembra che questi esperimenti, che sono stati ferocemente ridicolizzati fino al punto di costare a Benveniste prestigio e finanziamenti, abbiano colto proprietà dell’acqua meritevoli di ulteriore approfondimento. In particolare, secondo gli esperimenti di Montagnier stesso, in acqua estremamente diluita precedentemente entrata in contatto con DNA virale o batterico, sono presenti modifiche strutturali che producono segnali elettromagnetici misurabili. Ebbene, Montagnier è stato fatto segno di attacchi personali, è stato costretto, lui francese, a stabilire il suo laboratorio per queste ricerche a Shanghai -- sì, in Cina --, e mi è stato raccontato da persona informata che quest’anno una sua conferenza prevista in una certa università italiana è stata disdetta perché alcuni professori avevano protestato contro l’“assurdo” nuovo indirizzo delle sue ricerche. Non so quanti di questi professori potessero paragonarsi scientificamente con Montagnier, ma, come sono solito dire, a chi voleva portare legna al rogo di un eretico non si chiedeva certo di esibire una laurea in teologia.
Omeopatia
- A che si deve, a suo parere, la particolare virulenza di questa reazione?
In effetti, nel caso di Montagnier, come anche in quello di Benveniste, l’acredine delle critiche non si potrebbe spiegare invocando esclusivamente il dogmatismo della formazione degli scienziati (dogmatismo, beninteso, sulla cui esistenza non c’è alcun dubbio, come Kuhn ha sottolineato). In più ci sono due circostanze.
La prima e più ovvia è che gli esperimenti di Benveniste furono interpretati come una specie di riscatto scientifico della medicina omeopatica. Quindi, oggi il prenderli sul serio significa rifiutare l’argomento chimico-fisico tradizionale contro l’efficacia delle diluizioni omeopatiche. È un argomento a priori che permette una delegittimazione dell’omeopatia senza bisogno nemmeno che se ne discutano le credenziali empiriche. Per capirci: se è certo che i maiali non possono volare, non vale la pena perdere tempo ad esaminare le fotografie di sagome suine in mezzo alle nuvole... Naturalmente la differenza con la questione delle proprietà aerodinamiche dei maiali sta nel fatto che qui non è vero l’assunto, e cioè che dell’acqua sappiamo abbastanza da poter escludere a priori effetti come quelli che Montagnier ritiene di aver confermato. In apparente contrasto con il suo essere il composto più comune sulla superficie terrestre, l’acqua è in realtà una sostanza enormemente complicata.
Del resto, se un Montagnier riesce a convivere intellettualmente con l’ipotesi che gli effetti da lui esaminati siano reali, sarebbe come minimo arrogante supporre che gli manchino le conoscenze di base per capire la pretesa assurdità di quell’ipotesi -- assurdità che, invece, sarebbe evidente a chiunque abbia seguito appena un corso elementare di chimica... Invece, è perfettamente chiaro che chi prospera sulla vendita di farmaci non omeopatici -- un’industria, come è ben noto, dai fatturati multimiliardari -- tema lo sdoganamento scientifico dell’omeopatia, e induca i propri rappresentanti nel mondo scientifico a fare terra bruciata attorno a chiunque avanzi argomenti che potrebbero toglierle una grossa fetta di mercato. Questo è un buon esempio di come la scienza, soprattutto in campi come quello medico-sanitario, sia attualmente ostaggio di interessi che con la ricerca della verità hanno davvero molto poco a che fare.
- Ma, secondo Lei, l’omeopatia funziona?
Non ho un’opinione perfettamente definita al riguardo, anche se alcuni esperimenti, come quelli di Vittorio Elia, dell’università di Napoli, sembrano indicare proprietà chimico-fisiche dell’acqua omeopatica che si differenziano nettamente da quelle dell’acqua “normale”. Direi, quindi, che da un punto di vista chimico-fisico le tradizionali obiezioni alla possibilità che le alte diluizioni si comportino in maniera nettamente distinta dalla semplice acqua distillata abbiano ricevuto una confutazione sperimentale abbastanza convincente. È anche il caso di notare quello che non molti sanno, e cioè che merceologicamente è definito “medicinale omeopatico” anche un prodotto, come ad esempio la pomata all’arnica, che contiene una dose non infinitesimale di principio attivo; per inciso, quando alcuni anni fa la comprai per la prima volta e feci notare la stranezza al farmacista che me la vendeva, anche lui apparve sorpreso. Questa pomata, almeno nel mio caso e di alcuni conoscenti, sembra funzionare abbastanza bene contro le contusioni e vari tipi di dolori articolari. Di qui all’efficacia clinica in senso scientifico ce ne corre, ovviamente, ma se, sulla base della mia personale esperienza, ho verificato che un certo rimedio funziona, non darei prova di razionalità se ci rinunciassi perché ne manca una validazione scientifica.
In generale, non credo probabile che un’analisi rigorosa riscatterebbe l’omeopatia, in tutte le sue applicazioni (e, del resto, anche la medicina convenzionale non è tutta raccomandabile). Tuttavia, se ci sono, come ci sono, milioni di persone che utilizzano con soddisfazione prodotti omeopatici, allora sarebbe opportuno che la ricerca su quanto di valido possa esserci in questa pratica fosse lasciata il più possibile libera da divieti aprioristici. Un’affermazione scientifica vale né più né meno delle sue credenziali, e queste includono, in maniera cruciale anche se troppi scienziati fanno finta di non capirlo, il grado di libertà da condizionamenti esterni con cui sono state fatte le ricerche volte a stabilirla o a infirmarla. Ora, se anche un Montagnier diventa “persona non grata” per il fatto di avvicinarsi all’omeopatia, è evidente che scienziati di minor prestigio si guarderanno bene dal prendere anche remotamente in considerazione, nel loro lavoro di ricerca, la possibilità che, per certi aspetti, l’omeopatia sia valida (ciò che pensano o fanno nel loro privato è un’altra questione, e spesso ben diversa). A me sembra chiaro che, dal punto di vista della ricerca scientifica, come di quello della tutela della salute dei cittadini, ciò crea un’atmosfera malsana.
- Aveva detto che, nel caso di Montagnier, c’erano due circostanze...
Sì, l’altra è che Montagnier ha infranto un secondo tabù, e cioè ha ipotizzato che l’autismo (e anche malattie degenerative come il Parkinson, l’Alzheimer e la sclerosi multipla) potrebbe essere legato a una infezione le cui tracce elettromagnetiche nel sangue egli si dice in grado di rilevare. Così molti bambini autistici, nel cui sangue ha rilevato l’“impronta” di DNA batterico, potrebbero, secondo la sua ipotesi, essere curati con cicli ripetuti di antibiotici. E che questa terapia funzioni intende dimostrarlo, con una prova clinica su una trentina di bambini autistici. Probabilmente, molti stanno tremando al pensiero che, se fosse stabilita la correttezza dell’ipotesi di Montagnier, ci si chiederebbe se l’incremento dei casi di autismo negli ultimi decenni in tutti i paesi occidentali non possa essere legato a una causa diffusa di infezione: e quale candidato migliore si potrebbe immaginare se non le campagne di vaccinazioni infantili?
1D. Butler, “Trial draws fire -- Nobel laureate to test link between autism and infection”, Nature, vol. 468. p. 743; M. Enserink.: http://www.newvistashealthcare.com/docs/Luc%20Montagnier.pdf , Science, vol. 330, p. 1732.
*Marco Mamone Capria (www.dmi.unipg.it/mamone), dottore di ricerca in
matematica, è ricercatore presso l’Università di Perugia. Insegna Meccanica
Superiore per il Corso di Laurea in Matematica, dove ha anche insegnato
Epistemologia, e ha insegnato Storia ed Epistemologia della Matematica e delle
Scienze per tutti e 9 i cicli della SSIS (Scuola di Specializzazione
all’Insegnamento Secondario) dell’Università di Perugia. Ha fatto parte per due
trienni del Comitato Etico di questa università. Ha organizzato diversi convegni
internazionali.
È autore di studi su questioni di fondamenti della fisica, di metodologia e
applicazioni delle scienze biomediche, di epistemologia e di storia della
scienza; su questi temi ha tenuto numerose conferenze. Coordina il progetto
“Scienza e democrazia” ed è dal 2007 presidente della Fondazione Hans Ruesch
per una Medicina senza Vivisezione.
Tra i libri usciti a sua cura:
Scienza e democrazia, Napoli, Liguori (2003)
Scienza, poteri e democrazia, Roma, Editori Riuniti (2005)
Physics Before and After Einstein (Amsterdam, IOS)
Hans Ruesch, La medicina smascherata, Roma, Editori Riuniti (2005)
Hans Ruesch, La figlia dell’imperatrice, Viterbo, Stampa Alternativa (2006)




