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Mercoledì 01 Febbraio 2012 20:19

SCIENZA E DIRITTI UMANI (3)

Scritto da  Roberto Fantini
Marco Mamone Capria Marco Mamone Capria


Scientismo reazionario e fideismo tecnologico

Prosegue la conversazione con Marco Mamone Capria sui pericoli di una scienza e di una tecnologia al di fuori delle regole democratiche.

Nella prima parte (http://www.flipnews.org/flipnews/index.php?option=com_k2&view=item&id=5018:scienza-e-diritti-umani&Itemid=76), trattando della medicina omeopatica, ci si è soffermati soprattutto sull'emblematico caso di Luc Montagnier (premio Nobel per la Fisiologia e la Medicina del 2008); nella seconda parte (http://www.flipnews.org/flipnews/index.php?option=com_k2&view=item&id=5030:scienza-e-diritti-umani-2&Itemid=76), invece, è stato affrontato il tema inquietante delle vaccinazioni.

- Nei suoi scritti, spesso parla di “fideismo tecnologico”. In cosa consisterebbe tale fenomeno e perché costituirebbe un problema di grande rilievo per la nostra intera società?

Il fideismo tecnologico è una componente di quello che ho chiamato scientismo reazionario. Parlando in generale, lo scientismo è l’idolatria del sapere scientifico, considerato come il solo valido. Nel Settecento e nell’Ottocento, varietà di scientismo erano impiegate in chiave antireligiosa e quindi tendenzialmente progressista, dato il ruolo di religioni come quella cattolica nel consolidamento di un sistema di potere oppressivo. Lo scientismo reazionario è invece l’ideologia che utilizza la scienza e i suoi progressi -- reali, fittizi o immaginati in un futuro indefinito -- per reprimere le istanze di cambiamento politico. Il fideismo tecnologico è l’opinione che la tecnologia, se le si dà abbastanza credito (incluso ovviamente e principalmente quello finanziario), risolverà i principali problemi dell’umanità -- compresi quelli in cui è implicata la tecnologia stessa (inquinamento, squilibri climatici ecc.). Lo scientista reazionario riesce, grazie al fideismo tecnologico, a cancellare nel bilancio dei costi e dei benefici i costi imposti dalla tecnologia, che quindi, miracolosamente, è contata sempre come una voce in “attivo”.

- Può farci degli esempi?

Aumentano i casi di malattie respiratorie tra i bambini in conseguenza dell’aumento del particolato sottile nelle aree urbane? Bene, gli scienziati sono all’opera per sviluppare nuovi farmaci che risolveranno il problema.  Aumentano i casi di tumore provocati dall’esposizione dei cittadini  a una serie di agenti cancerogeni connessi alle attuali tecnologie dei trasporti, dell’alimentazione e delle comunicazioni? Bene, gli scienziati stanno cercando nuove terapie per quei tumori o almeno nuovi test per la diagnosi precoce. Sempre più persone sono vittime di ricordi tormentosi connessi a drammi vissuti in uno dei tanti teatri di guerra che non hanno cessato di aprirsi a partire dalla seconda guerra mondiale? Bene, gli scienziati sono al lavoro per trovare una pillola che cancelli i ricordi dolorosi. Aumenta la temperatura globale anche a causa dei gas serra prodotti dall’industria e dai trasporti? Bene, gli scienziati sono all’opera per creare strutture da mettere in orbita in modo da schermare i raggi del Sole. Le centrali nucleari producono scorie radioattive? Bene, gli scienziati stanno escogitando sistemi di stoccaggio sicuri. Le famiglie si formano sempre più tardi perché il lavoro manca o è precario, e il futuro economico delle coppie è incerto? Bene, gli scienziati stanno lavorando per permettere di procreare anche alle sessantenni. E così via.  Sono tutti esempi reali, che potrei sostanziare con abbondanti riferimenti.

- E, secondo Lei, dove sarebbe l’errore?

L’errore di impostazione è triplice.

Primo, prospettare un possibile sviluppo tecnologico che rimedierebbe a un male attuale è come somministrare oppio ai cittadini, inducendoli a sopportare e ad aspettare invece di premere perché si intervenga all’origine del problema. Così i veri responsabili possono continuare a far danni, e anzi, spesso riescono pure ad influenzare i governi nel senso dell’approvazione di indebolimenti dei vincoli ambientali e sanitari.

Secondo, si dà come reale ed efficace uno sviluppo tecnologico  che è solo allo stadio di ipotesi, un’ipotesi che potrebbe benissimo non materializzarsi mai, o avere effetti avversi superiori ai benefici, come, per esempio, è il caso di migliaia e migliaia di farmaci ritirati dal commercio. È chiaro che la logica in atto in questo tipo di propaganda è quella delle religioni, non quella delle aspettative razionali. Invece io credo che la scienza dovrebbe incoraggiare un atteggiamento razionale e non, appunto, fideistico nei riguardi del futuro. E vorrei che chi trasforma la scienza in una religione fosse considerato per quello che è: non un sostenitore, ma un traditore della scienza.

Terzo, concentrandosi su certi fattori di rischio per i quali si ipotizzano rimedi, di regola agenti a livello di comportamenti individuali, si coprono i fattori di rischio che fanno entrare in causa la struttura dell’organizzazione sociale. Per esempio, che in una società gerarchica e diseguale ci debba essere un elevato tasso di malattie, per esempio cardiovascolari, negli individui in posizioni di soggezione e precarietà di status, mi sembra un’ipotesi intrinsecamente plausibile; e, per chi ne avesse bisogno, ci sono anche studi approfonditi che la confermano. Ma il ricercatore scientista reazionario si guarderà dal fare il minimo riferimento a questi fattori, di gran lunga più importanti, per peso e numeri di persone colpite, di quelli investigati da lui. In particolare, non esibirà alcuna consapevolezza del fatto che gli onori tributati ai suoi modesti risultati sono in realtà dovuti alla sua autocensura, oppure ottusità, in materia politico-sanitaria, almeno tanto quanto alla sua abilità tecnica.

-- Ma cosa spingerebbe tanti a farsi propagandisti dello scientismo reazionario?

Ci sono varie motivazioni. Innanzitutto, credo che la perdita dei credi religiosi ordinari ha creato un bisogno di surrogati della religione in molte persone (compresi scienziati e giornalisti) che magari si illudono di essere perfettamente atee o irreligiose. A molti è difficile vivere senza un quadro di riferimento protettivo e consolatorio. Per esempio, per molti la comunità scientifica è, emotivamente, il sostituto della chiesa, e quindi appare loro irriverente e inaccettabile avanzare dubbi sulla limpidezza delle procedure comunitarie che portano alla definizione della linea ortodossa su qualsiasi problema scientifico. Chi non è mai entrato nei dettagli di una seria ricostruzione storica di episodi scientifici (e la maggior parte degli scienziati ha della storia della scienza un’idea molto vaga e imprecisa, anche a proposito dei suoi principali sviluppi) può facilmente illudersi che a ispirare tali scelte sia una specie di Spirito Santo in versione secolarizzata. Lo scientismo reazionario, come ho detto, è una religione, e di questa condivide le attrattive per certe psicologie. A parte questa motivazione di carattere ideologico, ci sono poi vantaggi più concreti.

-- Quali?

Ci sono autori più o meno noti che non perdono tempo ad approfondire certe questioni oltre lo stretto necessario per individuare quale sia la versione che potranno impunemente ripetere e citare. Dico “impunemente” perché a chi sostiene tesi ortodosse non accade praticamente mai che sui principali media si chieda conto delle ragioni con cui le giustifica. Pensi a qualcuno che dica in televisione che le vaccinazioni sono utili e sicure: la probabilità che un interlocutore gli chieda su quali dati fondi tale convinzione è infima, e se pure una tale domanda viene fatta, si accetta come risposta anche una mera riaffermazione di quanto dichiarato. Invece a chi sostiene tesi eterodosse viene fatta pagar cara la minima imprecisione, anche se irrilevante rispetto al suo scopo, e, di regola, anche personaggi privi di qualsiasi competenza scientifica sono autorizzati a irriderlo. È ovvio che in queste condizioni la tentazione di abbracciare le tesi ortodosse è molto forte, soprattutto in chi si guadagna uno stipendio lavorando nel mondo dei media e, diciamo così, non è in cerca di guai.

Poi ci sono anche persone pagate per difendere l’ortodossia, ma il pagamento non è necessariamente in denaro. Una ricompensa molto ambita è la visibilità. Per esempio, non credo che certi anziani scienziati si facciano portavoce dell’ortodossia perché hanno bisogno di soldi. Ciò che nel loro intimo desiderano, e umanamente è ben comprensibile, è sottrarsi alla legge spietata con cui la nostra società tratta gli anziani, condannandone la gran massa all’invisibilità e all’irrilevanza. Invece, poniamo che uno scienziato ottantenne si metta a parlare a favore delle centrali nucleari: ecco che i giornali lo intervistano, gli si chiedono in televisione pareri su certe notizie, lo si invita a manifestazioni culturali, si pubblicano, presentano e recensiscono favorevolmente i suoi libri... È come una nuova gioventù. Bisogna evidentemente avere una fibra morale molto forte per resistere a queste lusinghe dell’amor proprio.

Ciò detto, è risaputo che certi gruppi di pressione, che oggi agiscono in misura crescente attraverso internet, spesso nascondendosi sotto l’anonimato, sono organizzazioni di facciata (front organization, in inglese) messe in piedi e foraggiate da poteri economici che vogliono simulare l’esistenza di associazioni di cittadini che spontaneamente parteggiano per loro. È un trucco ormai ampiamente collaudato e sfruttato, con cui si riesce a interferire efficacemente con il corretto andamento del confronto delle idee in molti contesti e in molti siti internet -- ovviamente nell’interesse della disinformazione. Il mio consiglio, in questi casi, è semplicemente di ignorare chi non ha abbastanza coraggio civile da firmare con il suo vero nome le sue dichiarazioni – che poi sono spesso poco più che interiezioni, con finalità di intimidazione.

-- Ammetterà, comunque, che di intellettuali e filosofi che mettono “sotto processo” la scienza ce ne sono...

Sì, ma vede, per lo più la loro critica è del tipo generale: criticano la Scienza e la Tecnica con le maiuscole, cioè viste come astrazioni che dominerebbero la nostra epoca e a cui in ogni caso non ci si potrebbe sottrarre. Ma mai che entrino in una critica di dettaglio di qualche tecnologia o teoria scientifica che sia attualmente in auge! Le loro considerazioni, per quel tanto che non si riducono a esercizi retorici, possono al massimo alimentare emozioni pessimistiche e sensi di impotenza nei disgraziati lettori. Certamente non stimolano ad azioni correttive, ed è precisamente per questo che tali scrittori, nonostante l'apparente “disfattismo”, sono benvenuti nelle pagine culturali dei giornali e nei cataloghi delle maggiori case editrici.

Quanto alla filosofia della scienza, essa è diventata prevalentemente l’ancella della scienza ortodossa, sviluppandosi come settore accademico con tecnicismi propri, peraltro largamente irrilevanti alla comprensione di come procede veramente la scienza. Paul Feyerabend aveva denunciato questa svolta conformistica in alcuni scritti degli anni Settanta, quando era al culmine del suo prestigio accademico: sarebbero da rileggere e meditare (ad esempio “Filosofia della scienza: una materia con un grande passato”, del 1970).  Del resto ciò si può vedere come un caso particolare della sterilizzazione della filosofia nella nostra cultura, il che si esprime anche in un insegnamento che spesso degrada  la filosofia a curiosità storico-erudita o a gioco retorico.

-- E della bioetica che cosa pensa?

Sono d’accordo con un grande biochimico, Erwin Chargaff, il quale, nel 2001, ha detto in un’intervista: «La bioetica entrò in scena per la prima volta quando l’etica fu violata. La bioetica è una scappatoia, un modo di permettere tutto quello che non è eticamente permesso». In pratica, il bioeticista è il nuovo tecnico a cui oggi si dà il compito di neutralizzare lo scandalo di certe decisioni prese in nome della scienza, ma in realtà in accordo con l’agenda disegnata dal sistema di potere. Ed egli svolge il suo compito contribuendo alla finzione che in materia di morale il laico debba sistematicamente diffidare delle proprie intuizioni e che faccia invece bene a rimettersi agli “esperti”. Chiaramente, nel parlare in contesti pubblici non insisterà troppo sul fatto che questi “esperti”, a livello fondamentale, sono in disaccordo praticamente su tutto. L’unità si limita al progetto condiviso di espropriare i cittadini di un’altra porzione di spazio decisionale, e conquistarsi così un posto, se non nell’élite di potere, almeno nella sua corte -- aspirazione, questa, condivisa peraltro anche da molti altri intellettuali che imperversano sui principali media.

RIFERIMENTI

[1] http://en.wikipedia.org/wiki/The_Spirit_Level:_Why_More_Equal_Societies_Almost_Always_Do_Better

[2] http://www.mcps.umn.edu/assets/pdf/5.8_Feyerabend.pdf

[3] http://www.dmi.unipg.it/mamone/sems/filtutti.pdf

[4] http://plato.stanford.edu/entries/theory-bioethics/#ProBioConAppHigThe

Ultima modifica Giovedì 02 Febbraio 2012 17:45

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