Le cronache non sempre sono riferite a fatti recenti, ad episodi dell’ultima ora. Talvolta è opportuno porre in evidenza eventi tragici avvenuti secoli or sono…
Le cronache sulle mirabolanti gesta di Fra Dolcino prendono le mosse alla fine del XIII secolo, nell’Italia settentrionale, in Piemonte. Dolcino l’eretico degli eretici, uno dei primi ad opporsi alle angherie del clero. Egli fu condottiero di un manipolo di uomini che videro in lui il profeta dell’avvento di una nuova Chiesa, senz’altro più morigerata, lontana dalla sfarzose stanze romane, e sensibile alle richieste della gente comune. Nel suo vagabondare, grazie ad una forte personalità e un’oratoria comunicativa, riuscì a radunare attorno a sé un cospicuo numero di persone. Esseri umani senza arte né parte che abbandonarono le loro povere cose per “sposare” la causa dolciniana. Il riottoso monaco ben presto divenne una leggenda vivente, iniziando ad esser un’insidiosa minaccia per le curie di Novara e Vercelli. Dapprima aderì al movimento degli Apostolici fondato alla fine del ‘200 da Gherardo Segarelli, e in seguito ne assunse addirittura “le redini”. Segarelli fu, infatti, arso vivo dall’Inquisizione nel luglio del 1300, a Parma. Dolcino, nel giro di breve tempo, fu bollato come “extra”, vale a dire fuori dal verbo della chiesa e dai suoi indiscutibili dogmi. “Dolcino e i suoi adepti sono eretici pericolosi e come tali vanno perseguiti…” affermavano preoccupati gli alti prelati del Piemonte. Il cardine delle vicende degli apostolici si svolsero nella Val Sesia e in alcune contrade della Lombardia Occidentale. Purtroppo per i ribelli il destino non fu magnanimo. Gli intenti e le attese degli eretici dolciniani si conclusero amaramente sul monte Ribello, nel Triverese. La località fu assediata dalle truppe del vescovo di Vercelli durante il rigidissimo inverno del 1307. Gli eretici furono falcidiati dal freddo e, soprattutto dalla fame tremenda. Cercarono di campare cibandosi di radici strappate al gelo, di cani, di topi e, secondo la leggenda,
persino di cadaveri. Il loro martirio è ben documentato nelle pagine più drammatiche del libro di Gerardo Serravalle “Fra Dolcino eretico armato” edito da Tullio Pironti. Il 23 marzo del 1307 l’offensiva finale dei vescovi annientò gli Apostolici seppur dopo una loro coraggiosa resistenza. Il primo giugno del 1307 Dolcino, la compagna Margherita e un suo fedele comandante furono avviati al rogo. La storia di Dolcino è quella di un ribelle ante litteram. Il frate, sprezzante dei moniti del clero e sdegnato per l’irrefrenabile ondata di immoralità, decise di opporsi combattendo con la sola forza delle idee. La storia, a quanto pare, è destinata a ripetersi. Sin dall’inizio il frate eretico, è consapevole che tosto o tardi dovrà capitolare, nondimeno non si fa intimidire o rapire dalla paura, ed inizia la sua leggendaria battaglia in nome della giustizia. I sogni degli Apostolici non erano delle vane utopie né smania di danaro o sete di potere, bensì la brama di una Chiesa vicina agli umili. Dolcino, se fosse vissuto nel ‘900, sarebbe stato un fervente sostenitore di Anna Kuliscioff. Un socialista desideroso di uguaglianza, assettato di giustizia e fraternità terrena. E invece morì bruciato vivo in una cupa giornata di giugno del 1307 immolandosi per la libertà dell’uomo e delle sue idee. Ecco cosa scrisse un fortuito cronista presente all’esecuzione di Dolcino e dei suoi prodi: “Dolcino è legato mani e piedi e posto su un carro, in un luogo elevato, in modo che tutti lo possano vedere; vengono posti davanti al suo sguardo vasi pieni di fuoco destinati a scaldare le teglie per bruciargli le membra. I carnefici, afferrate le tenaglie di ferro incandescente, straziavano la sua carne e pezzo per pezzo la ponevano nel fuoco, conducendolo in tanto lungo diverse strade”.




