Nelle scorse settimane ci ha lasciato un calciatore italiano che sicuramente ha dato più che fastidio al mondo del doping nel pallone, al quale ha rivolto pesanti accuse.
A soli 64 anni Carlo Petrini (nativo di Monticiano nel senese), dopo aver perso l'uso della vista a causa dell'aggravarsi di un glaucoma, si è infatti spento in toscana nell'Ospedale di Lucca in seguito ad una forma tumorale che aveva ormai profondamente intaccato il suo corpo (cervello, polmone, rene e colon).
Da calciatore Petrini, dopo le giovanili trascorse nel Genoa, aveva giocato a livello professionistico per circa vent'anni (dal 1964 al 1985, compreso uno stop di 2 anni per doping quando giocava nel Bologna, dopo la riduzione della squalifica dagli iniziali 3 anni e 6 mesi concessa dalla Federazione Italiana Giuoco Calcio nel 1982 dopo la vittoria dell'Italia ai Campionati mondiali in Spagna, n.d.r.), collezionando tra serie A e serie B 60 reti in quasi 300 partite giocate. L'apice della propria carriera da calciatore professionista lo raggiunse al Milan, guidato da Nereo Rocco, che in campo aveva sulla linea mediana Gianni Rivera come capitano e Giovanni Trapattoni con i quali vinse la Coppa dei Campioni nella stagione 1968-1969 battendo l'Ajax di Johann Crujff a Madrid e successivamente con maglia del Torino si aggiudicò la Coppa Italia nel 1971. Ebbe poi una breve esperienza come allenatore: la stagione 1985-1986 disputata in Interregionale in Liguria al Rapallo Ruentes (sua ultima società in cui militò come calciatore).
Dopo la fine della carriera calcistica, lavorò per una finanziaria con la quale dopo un iniziale successo maturò debiti nei confronti di usurai e fu anche coinvolto in un giro di malavita; per sfuggire ai propri creditori, dovette rifugiarsi oltralpe nella vicina Francia. Non ritornò in Italia - «ho troppi conti in sospeso in Italia: se rientro, mi ammazzano...» - neanche quando nel 1995 il figlio 19enne Diego (malato terminale con un tumore al cervello ricoverato all'Ospedale Galliera di Genova), richiese tramite i media di poter rivedere, prima di morire, il padre di cui non aveva più notizie da oramai 6 lunghi anni.
Nell'arco di 12 anni (tra il 2000 ed il 2012) ha pubblicato una decina di libri (tutti editi dalla KAOS Edizioni, casa editrice milanese specializzata in libri di inchiesta, critica sociale e controinformazione) in cui ha parlato in prima persona di fatti e trascorsi nel mondo del pallone, con un particolare approfondimento riservato al tema del doping nel calcio.
Nel primo che uscì nel 2000 dal titolo Nel fango del dio pallone (KAOS Edizioni), Petrini denunciò la pratica del doping che già negli anni '60-'70 era dilagante: l'ex calciatore scrisse di esservi ricorso più volte con la complicità dei medici sportivi, ma è l'intero sistema-calcio che nel libro viene messo sotto accusa, con le partite già decise in anticipo dalle stesse società, i pagamenti in nero, l'estrema bassezza morale del calciatore tipo. Successivamente Petrini ne Il calciatore suicidato (2001, KAOS Edizioni) scrisse in maniera approfondita della morte misteriosa del calciatore calabrese Donato Bergamini: secondo lui vittima della criminalità locale, mentre la giustizia ordinaria chiuse il caso archiviandolo come suicidio.
Durante i suoi ultimi anni di vita, Carlo Petrini si è battuto molto soprattutto per dare larga eco ad informare sulla larga diffusione a suo dire della pratica del doping anche a livello giovanile nel calcio; dal 2006 faceva parte dell'Associazione per le Vittime del Doping (di cui fanno parte tra gli altri anche gli ex calciatori Ferruccio Mazzola ed Aldo Agroppi, nonché il cantante Gianni Morandi tra i fondatori della Nazionale italiana cantanti finalizzata al finanziamento di progetti di aiuto.
Questo un estrapolato dell'ultima intervista rilasciata da Carlo Petrini alla trasmissione televisiva di Italia 1 Le Iene, alcuni mesi prima della sua morte avvenuta il 16 aprile scorso - «Ho un tumore maligno... Mi sono ammalato per tutta la robaccia che ho preso mentre giocavo, che ci permettevano di andare a mille allora in qualsiasi momento, che assumevamo generalmente prima della partita... Le reazioni che avevi sul campo erano straordinari. Volavi, avevi una forza in corpo che non era naturale... Come sintomi avevo bava dalla bocca nei momenti di maggiori sforzo. Noi abbiamo fatto anche da cavie in quel periodo... Sapevano tutto anche allenatori e presidenti...».
Ai tempi del Genoa, la prima volta della somministrazione di sostanze contenute in flaconi portate, come da lui stesso dichiarato, da parte di medici sportivi (parte estrapolata dall'intervista rilasciata da Carlo Petrini nel dicembre del 2011 all'emittente della Radiotelevisione Svizzera Rete Due alla trasmissione Laser) - «Quel giorno quando entrarono nello spogliatoio quel giorno il massaggiatore, il dottore e l'allenatore, scelsero cinque di noi... Quel giorno potevo morire sul campo. Correvo avanti e indietro, saltavo e dribblavo. Non riuscivi a stare fermo. La fatica non c'era, oltre la stanchezza fisica non c'era neanche quella mentale. Verso le tre, le quattro di notte quando la stanchezza arrivava ti addormentavi dove capitava».
Una storia sulla quale riflettere. Perché Zdeněk Zeman, allenatore boemo del Pescara in serie B, non è l'unica voce fuori dal coro. Calcio e doping, un binomio purtroppo ancora presente nella realtà sportiva in Italia.








