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Mercoledì 05 Giugno 2013 06:54

A colloquio con Antonio Marchesi, il nuovo (ma non troppo) presidente di Amnesty International Italia.

Scritto da  Roberto Fantini
Antonio Marchesi Antonio Marchesi


Antonio, tu sei stato alla guida della sezione italiana di Amnesty International già per due mandati all'inizio degli anni Novanta. Cosa ti ha spinto a riproporti nel ricoprire una carica così impegnativa?

Dopo un lungo periodo di pausa - durante il quale ho cercato sempre di dare un contributo ad Amnesty ma non ho fatto parte degli organismi dirigenti della sezione italiana, nell'ultimo biennio ero rientrato nel Comitato direttivo, e quindi avevo acquisito nuovamente familiarità con i problemi e le opportunità. Al momento dell'individuazione di candidati per la Presidenza nel ciclo successivo, alcuni fra coloro che avrebbero potuto ricoprire il ruolo hanno avuto esitazioni e dubbi legati a motivi personali. Mi sono detto allora che, in fondo, facendo un lavoro impegnativo ma piuttosto flessibile come quello del professore universitario, avrei potuto farcela per un biennio. E mi sono proposto.

In questi ultimi anni, AI ha compiuto dei grandi cambiamenti. In cosa, soprattutto, il movimento si differenzia oggi rispetto a quello delle tue precedenti presidenze?

In realtà mi trovo di fronte a una sfida completamente nuova. E' cambiato il mondo, dalla prima metà degli anni novanta, ed è - come dici tu - cambiata anche Amnesty. Aggiungo che anche i compiti del Presidente non sono più gli stessi. Ora c'è una maggiore attenzione ai diversi ruoli nonché alla pianificazione a medio termine delle attività - non più l'intercambiabilità e l'improvvisazione di un tempo. Con il Comitato direttivo e la direttrice ho la responsabilità del buon funzionamento (sostenibilità economica compresa) di una "macchina" piuttosto complessa e dei risultati a cui questa perviene. Del resto, fare lavorare bene assieme volontari e professionisti; fare bene allo stesso tempo attività di ricerca, comunicazione, mobilitazione della società, lobby nei confronti delle istituzioni, educazione ai diritti, e altro ancora; essere parte di un movimento internazionale senza perdere di vista la cd "rilevanza locale", è una sfida che richiede molta organizzazione. La buona organizzazione è una delle chiavi del successo di Amnesty.

Quali sono, a tuo avviso, le problematiche su cui il movimento dovrebbe maggiormente impegnarsi nei prossimi anni?

Fermo restando che tutte le sezioni nazionali del mondo devono contribuire al successo di alcune campagne globali, pianificate dal Segretariato internazionale - come è stata di recente la campagna "Io pretendo dignità"1) sui diritti economici e sociali, e possibilmente anche di campagne europee - come quella contro la discriminazione delle popolazioni Rom 2) - io penso che sia importante in questa fase ricordare che esiste un problema di diritti umani anche in Italia, e fare proposte per migliorare il rispetto dei diritti umani nel nostro paese. Questo è il senso della nostra "Agenda in 10 punti sui diritti umani in Italia" e della campagna rivolta alle istituzioni italiane a cui abbiamo dato il nome di "Ricordati che devi rispondere" 3). I problemi, del resto, sono tanti e dobbiamo fare scelte "strategiche" se vogliamo fare la differenza, se vogliamo avere un impatto, e non solo sentirci a posto con le nostre coscienze. Nel fare queste scelte è importante coniugare il nostro essere parte della società italiana con la vocazione internazionalistica caratteristica di Amnesty.

Molto spesso, un pò tutti noi finiamo per scivolare su posizioni caratterizzate da grande amarezza e sfiducia. La storia di AI può ancora aiutarci a credere/sperare in un "mondo migliore"?

E' difficile non attraversare momenti o periodi di scoraggiamento. Ricordiamoci sempre, però, che Amnesty International, con la sua proposta utopistica e pragmatica al tempo stesso, con la sua visione di un mondo migliore, in cui i diritti umani di tutti siano rispettati, e la messa a disposizione di modalità, di tecniche, per avvicinarci, passo dopo passo, a quell'obiettivo, rappresenta una via d'uscita credibile a fronte di difficoltà che a volte ci sembrano soverchianti. E' uno strumento formidabile di cui invito tutti a fare uso.

Parli di Amnesty come una "via d'uscita credibile". Potresti indicarmi qualche successo significativo conseguito da Amnesty International in questi ultimi anni capace di giustificare la tua fiducia?

Abbiamo collezionato sia successi che, ovviamente, battute di arresto. Per quanto riguarda i primi voglio segnalare un dato. Da quando Amnesty International è nata, nel 1961, abbiamo contribuito a far tornare in libertà oltre 50.000 prigionieri di coscienza. Ai successi nei casi singoli si aggiungono alcuni importanti successi sistemici. Nel 1998, Amnesty International ha dato un contributo decisivo alla nascita della Corte penale Internazionale 4), un importantissimo strumento di giustizia, che consente di arrestare e processare i responsabili di genocidio, crimini di guerra, crimini contro l'umanità. Lo stesso è avvenuto lo scorso anno quando abbiamo spinto l'Assemblea generale delle Nazioni Unite ad adottare un Trattato internazionale sul commercio di armi 5), che pone un freno ai trasferimenti di armi convenzionali verso governi o gruppi armati che le usano per compiere violazioni dei diritti umani. Infine, se oggi possiamo, con qualche fondamento, chiederci quando la pena di morte 6) sarà abolita in tutto il mondo - e non più se sarà mai abolita - è anche grazie agli sforzi di Amnesty.

 

  1. 1.http://www.iopretendodignita.it/
  2. 2.http://www.amnesty.it/diritti-rom-italia
  3. 3.http://www.ricordatichedevirispondere.it/i-punti
  4. 4.http://lepersoneeladignita.corriere.it/2012/07/01/la-corte-penale-internazionale-compie-10-anni/
  5. 5.http://www.amnesty.it/News/nazioni-unite-mettono-i-diritti-umani-al-centro-dello-storico-trattato-sul-commercio-di-armi
  6. 6.http://www.amnesty.it/pena-di-morte
 

*Antonio Marchesi è nato a Roma nel 1958, è sposato e ha tre figli. È iscritto ad Amnesty International Italia dal 1977 e ne è stato presidente dal 1990 al 1994. È stato consulente del Segretariato internazionale di Amnesty International (soprattutto sulla pena di morte e la giustizia penale internazionale), del Consiglio d'Europa (in qualità di esperto del Comitato europeo per la prevenzione della tortura), del Parlamento europeo (come consulente della prima relatrice sul tema della pena di morte, Adelaide Aglietta), della Commissione europea (come valutatore di progetti sulla pena di morte) e di diverse Organizzazioni non governative. Per Amnesty International ha svolto missioni negli Stati Uniti, in Uganda, in Algeria e in Tunisia e, nel 1998, ha fatto parte della delegazione alla Conferenza istitutiva della Corte penale internazionale.

Laureato in Giurisprudenza, dottore di ricerca dell'Istituto universitario europeo, Antonio Marchesi insegna Diritto internazionale nella Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Teramo. Ha insegnato anche nella Facoltà di Filosofia dell'Università di Roma La Sapienza e nella John Cabot University. Svolge attività di formazione sui diritti umani nell'ambito di diversi master. Tiene corsi di Protezione internazionale dei diritti umani per la Società italiana per l'organizzazione internazionale (SIOI). Ha scritto oltre 50 tra saggi e articoli scientifici e diversi libri fra cui "La pena di morte. Una questione di principio" (2004) e "La protezione internazionale dei diritti umani. Nazioni Unite e organizzazioni regionali" (2011).

 

 
Ultima modifica Mercoledì 05 Giugno 2013 07:13

 

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