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Martedì 18 Marzo 2014 22:42

Roma - teatro - UNA STELLA BIANCA NEL TRAM CHE SI CHIAMA DESIDERIO

Scritto da  Giuseppe Lorin
Chiara Pavoni e Luca Proietti Chiara Pavoni e Luca Proietti

 DAL FARA NUME, TEATRO DI OSTIA, AL TEATRO AGORÀ DI TRASTEVERE

 

Thomas Lanier Williams (Columbus, Mississippi, 1911 - New York 1983) meglio conosciuto come Tennessee Williams, dopo l'esordio nel 1940 con The battle of the angels e The long goodbye ottenne il suo primo successo con il dramma The glass managerie, Zoo di vetro, nel 1944 e tre anni dopo con A street car named desire, Un tram chiamato desiderio. Seguì il clamore della stampa ed il successo di pubblico che entrambi presero coscienza della vita segreta della vasta America più di quanto avessero mai immaginato. Queste storie inquietano, commuovono e ampliano la tragica visione del mondo di Tennessee Williams.

A questi suoi primi drammi seguì Cat on a hot tin roof, La gatta sul tetto che scotta; vinse per ben due volte il Pulitzer Prize for Drama. Tennessee Williams aveva il pregio dell’esplorazione psicologica dei personaggi, protagonisti dei suoi drammi. Così parlava di lui, criticandolo, un altro grande drammaturgo, Arthur Miller: “…i suoi drammi sono imperniati sul motivo del conflitto tra aspirazioni e realtà, sul disfacimento dei valori, sugli aspetti morbosi della sessualità…”. Non dimentichiamo che Alfred Kinsey in quegli anni pubblica i risultati del sondaggio sul comportamento sessuale dei maschi americani, dal titolo originario “Sexual Behavior in the Human Male”, più conosciuto come “Il rapporto Kinsey”, dove si evidenzia che un terzo dei maschi americani ha un rapporto omosessuale. Nell'America puritana degli anni Quaranta tutto questo crea un grande scandalo ed influisce anche sui componimenti letterari e sull’arte in genere.

È da questi presupposti che l’ispirazione alla stesura di Un tram chiamato desiderio, di Tennessee Williams, prende forma.

Nonostante l’interpretazione con successo di Marlon Brando, nel ruolo di Stanley Kowalsky, il dramma è costruito attorno a una solitaria figura femminile, Blanche, sullo sfondo di una New Orleans volgare e violenta. Il personaggio Blanche è il risultato delle esperienze di vita, subite da questa donna ormai oltre i trenta. Non a caso l’autore la chiama Bianca, candida, e vergine di segno zodiacale. Sposata giovanissima, a sedici anni, con un bellissimo ragazzo, Allan, che solo dopo il matrimonio, si rivelerà omosessuale, “pervertito”, come scrive Tennessee Williams, e che si sparerà un colpo di pistola in bocca, troverà conforto psicologico in giovani maschi e nell’alcool creandosi un suo mondo poetico e romantico dove la sessualità ninfomane assume l’àncora del suo impegno quotidiano fino alla demenza, che la costringerà in una clinica per disagiati mentali. I personaggi di Williams sono i giovani inquieti e malati, le sue donne perdute, che tentano di ritrovare se stesse attraverso un disperato ritorno ad uno stato materno, sono figure-simbolo di una tragedia che non è solo dell’America d’oggi. La drammaturgia di Tennessee Williams non ignora la lezione di Freud e della psicoanalisi ma più che nell’ideare situazioni o personaggi eccezionali e sensazionali, più che nel compiacimento veristico sulle ossessioni personali di questa o quella figura, è nel tono di amara elegia del decadimento umano che questo drammaturgo ha dato il meglio di sé: in pagine disperate e avvincenti, percorse da un sentore di precoce autunno, che sfiora la degradazione morale, con pennellate ad acquarello di colori lievi, celesti, dove si intravede il chiarore solare. Il drammaturgo ha tratto ispirazione dalle tristi vicende personali che hanno coinvolto la sorella Rose.

Nella messa in scena di Bruno Bonifazi, non nuovo ai testi teatrali di Tennessee Williams, si ricorda la sua regia di “American blues”, sempre al Fara Nume di Ostia. In questa sua nuova realizzazione è interessante la ripartizione dei tre atti presentati, a sipario chiuso, da tre prologhi-attori che introducono all’azione scenica. Nelle tre ore di spettacolo teatrale, che non si avvertono grazie alla bravura degli attori stessi, si nota la professionalità e la maturità artistica di Chiara Pavoni nel ruolo di Blanche. Applausi a scena aperta lodano la bravura di quest’attrice, che ritengo non sia stata valorizzata adeguatamente, nel rispetto della sua malleabilità artistica. Nella pièce, al Fara Nume di Ostia, è “in parte” il bravo Luca Proietti, che nell’arduo ruolo di Mitch caratterizza professionalmente il personaggio passando dalla ingenuità alla timidezza nei riguardi di Blanche, per arrivare alla sfrontatezza irrispettosa all’apprendimento del passato della donna per merito del suo amico di poker che riesce a rovinare l’idillio nascente, poiché è Stanley (Umberto Guttoriello) a scavare nella vita della cognata e a riferire i torbidi dettagli al suo amico Mitch.

Stella (Marilina Marino) e Blanche, le due sorelle, hanno lo stesso infelice destino: Blanche ha perso il suo lavoro di insegnante ed è stata costretta ad abbandonare la vita agiata a cui era abituata, Stella vive un difficile rapporto con il marito, polacco, che ama nonostante sia un violento. Il loro rapporto è reso più complicato dalla differenza di estrazione sociale esistente tra i due. Blanche piomba nella casa della sorella senza rendersi neanche conto del percorso che ha compiuto. È partita, infatti, dalla tenuta di famiglia “Belle Reve” nel Mississipi, vestita e ingioiellata come se dovesse recarsi a un party, ha preso il tram chiamato Desiderio ed è arrivata a Elysian Field, dove la coppia vive in due squallide stanze, ed Eunice (Letizia Spata) è la loro vicina che abita al piano di sopra. Poeti, attori, donne che attendono e uomini che si perdono, giovani squattrinati e affittacamere, donne di strada e gigolò. Eccola l’America di Tennessee Williams, una terra generosa e traditrice dove l’umanità più varia gioca le sue carte al tavolo di un destino baro e beffardo. Sono anime perse, derelitte, destinate a gettarsi nel ventre e nelle strade di un’America che li ignora, perché non è per tutti che nascono le opportunità.

In Un tram chiamato desiderio, si ritrova tutta l’abilità, il senso del dramma, le atmosfere e lo stile di uno degli autori più raffinati di sempre. Il ritratto di un’America dolente e spietata che ancora oggi conserva intatta tutta la sua forza.

Il 30 marzo 2014, Un tram chiamato desiderio, sarà in scena al Teatro Agorà, in via della Penitenza, traversa di via della Lungara a Trastevere, con Germano Germani nel ruolo che fu di Marlon Brando e che, almeno, ci mostrerà la fisicità di Stanley Kowalsky, nel rispetto del pubblico in sala, senza rutti ed altro, mal sopportati nella “recita” dell’altro attore ad Ostia, che ha svilito in questo modo l’organicità della regia.

L’ottima Chiara Pavoni, apprezzata nell’interpretazione di Blanche, ha lavorato in tantissime opere teatrali e cinematografiche, soprattutto di genere thriller e horror, diventando una vera e propria icona del made in Italy. In questi giorni è sul set di Azzurro Oltremare diretto da Giuseppe Andreozzi, un film drammatico scritto da Lucio Garofalo, maestro della pittura contemporanea.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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