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Elena Sidoni

Elena Sidoni

Presentato presso la Sala Stampa della Santa Sede, il padiglione del Vaticano alla 55° edizione della Biennale di Venezia, 1 giugno – 24 novembre 2013.


Il Cardinale Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, ha paragonato ad un germoglio, questa prima presenza. Il germoglio di una pianta che stenta un po’ a crescere, ma che ha radici solide in profondità. Si tratta del dialogo tra religione e arte contemporanea. Dialogo ricucito da Paolo VI e approdato alla fondazione della collezione di arte contemporanea in Vaticano nel 1973. Continuato con Benedetto XVI il 21 novembre 2009 con l’incontro in Cappella Sistina con gli artisti e con le sessanta opere ricevute in dono, in occasione del sessantesimo del sacerdozio nel 2012. Proseguirà, forse, anche con Papa Francesco con la partecipazione all’Expo Milano 2015, del resto, la Santa Sede ha sempre preso parte alle esposizioni universali, come ha sottolineato sempre il Cardinale Ravasi.

La premessa di rito in apertura del discorso è la distinzione tra arte religiosa e arte liturgica. La prima si può prestare ad un intento catechetico con un approccio più generalista e razionale. Anche l’artista vi è coinvolto in modo più esteriore. La seconda invece riguarda il singolo e, specificatamente, la religione cristiana, è un dialogo personale con Dio. C’è un coinvolgimento diretto e non astratto. L’artista che realizza icone, prega prima di mettersi all’opera e anche la sua vita, dovrebbe essere quanto di più simile a quella monastica. L’icona realizzata non è un semplice manufatto, ma la vera immagine, il simbolo e la testimonianza di ciò che raffigura.

Agli artisti partecipanti è stato affidato un tema tripartito: dato che si tratta di una prima partecipazione, di un inizio, quale miglior scelta dei primi undici capitoli della Genesi? Questi comprendono: la Creazione; la De-creazione con l’ingresso del male nel mondo e l’uccisione di Abele; la Ri-creazione, la Nuova Umanità dopo il Diluvio.

All’ingresso del padiglione si troverà il trittico parte della serie Michelangelo according to Tano Festa, in cui l’artista contemporaneo ha rivisitato la figura di Adamo dalla volta della Sistina. Il Direttore dei Musei Vaticani, Prof. Antonio Paolucci, ha evidenziato la continuità della tradizione, evocata dall’opera di Festa. Il trittico ricorda la Pop Art, Andy Warhol ha celebrato i barattoli della Campbell Soup, elevando ad arte un oggetto comune. Tano Festa fa in qualche modo il processo opposto, porta l’arte con la A maiuscola nella vita di tutti i giorni, la replica, la moltiplica, la rende comune, la diffonde. L’opera, in corso di conferenza, è stata donata ai Musei Vaticani dal collezionista Ovidio Jacorossi.

Micol Forti, direttrice della collezione di arte contemporanea dei Musei Vaticani, ha presentato gli artisti e le opere che si troveranno nel padiglione. Anche qui, una premessa, o meglio due: alla Biennale si partecipa, si viene coinvolti; l’arte contemporanea è multimediale, interattiva, va quindi vista e vissuta dal vivo.

Studio Azzurro che basa la sua ricerca sull’immagine immateriale, sulla luce e sullo stimolo sonoro e sensoriale, si è occupato del tema della Creazione.

Al fotografo Josef Koudelka spetta l’immagine della De-creazione.

Alla pittura polimaterica di Lawrence Carroll è stata affidata la Ri-creazione.

Non resta che andare a vedere la Biennale: una curiosità, il padiglione del Vaticano all’Arsenale si trova vicino a quello dell’Argentina, alla sua prima partecipazione e patria di Papa Francesco.

 

Presentata a Perugia la mostra Raffaello e Perugino. Modelli nobili per Sassoferrato a Perugia, che si terrà dal 22 giugno al 20 ottobre 2013 al Nobile Collegio del Cambio.

La corporazione dei cambiavalute a metà del ‘500 stabilì la propria sede all’interno del Palazzo dei Priori, nell’ala che si affaccia su Corso Vannucci nel cuore di Perugia. Tre e interamente decorati, sono gli ambienti che competono all’arte. Il vestibolo o sala dei Legisti è occupato ai lati dai banconi barocchi intagliati da Giampietro Zuccari e aiuti tra il 1615 e il 1621, mentre sul fondo si trova il banco del Collegio dei legisti del Cambio. La sala dell’Udienza presenta anch’essa bancali lignei su tre lati, compreso il Tribunale con la Giustizia in terracotta attribuita a Benedetto da Maiano, nella nicchia. Le pareti, affrescate dal Perugino tra il 1498 e il 1500, rappresentano il capolavoro del maestro umbro, che, conscio dell’impresa compiuta, vi si è ritratto su un pilastro.

Al pittore oltre all’iscrizione celebrativa è stata dedicata, in seguito, anche l’intestazione della strada principale della città, Corso Vannucci, appunto, da Pietro Vannucci detto il Perugino. Il programma iconografico, ideato dall’umanista Francesco Maturanzio, guida l’uomo alla conquista della perfezione attraverso le antiche e laiche virtù cardinali e le cristiane virtù teologali. Esempi pratici di applicazione delle virtù sono i personaggi dell’antichità classica che le accompagnano. Nella parete di fondo le scene della Trasfigurazione e della Natività. Sull’altra parete lunga sei Profeti e sei Sibille con l’Eterno benedicente, fronteggiano gli eroi classici. Nella volta le figure allegoriche dei pianeti si alternano a grottesche. Questo tipo di decorazioni desunte dal mondo antico, sono così chiamate, perché viste per la prima volta negli ambienti sopravvissuti della Domus Aurea di Nerone, che, ormai interrati, erano stati scambiati per grotte. La Cappella di S. Giovanni Battista, realizzata sull’antica chiesa di S. Giovanni della Piazza, fu affrescata da Giannicola di Paolo tra il 1515 e il 1518. Nella volta il Padre Eterno accompagnato da Apostoli, Evangelisti, Dottori della Chiesa e Patroni di Perugia. Sulle pareti scene della vita del Battista e Sibille. All’altare Battesimo di Gesù e Annunciazione.

Nella sala dell’Udienza saranno alloggiati, tutti provenienti dagli Uffizi, i ritratti di Raffaello e di Giovan Battista Salvi detto il Sassoferrato, nonché quello del Perugino, in dialogo con l’altro sè stesso sul pilastro.

Nella Cappella di S. Giovanni troveranno posto le sette opere del Sassoferrato, pittore marchigiano barocco, che ha desunto i suoi modelli dai dipinti dei due maestri rinascimentali. La scusa del trasferimento dei lavori del Sassoferrato, che si trovano sempre a Perugia, ma nella basilica di S. Pietro, è quella di un confronto diretto con i prototipi ispiratori.

Comunque, poco si comprende questa concentrazione di opere in uno spazio ristretto e già capolavoro in sè stesso, oltre tutto adiacente alla Galleria Nazionale dell’Umbria, parte anch’essa del Palazzo dei Priori. La mostra si giustifica con il confronto diretto e col fatto che “rappresenta la prima importante estensione fuori Toscana del progetto La città degli Uffizi”.

 

 

Sono state presentate a Roma, alla presenza del Ministro (uscente) dei Beni Culturali Ornaghi, tre mostre che avranno luogo a Venezia.

Gli eventi vedono la collaborazione della Soprintendenza per il Polo Museale Veneziano con i privati.

La conferenza è stata anche occasione per un aggiornamento sullo stato dei restauri, riguardanti questa sorta di museo a cielo aperto, costituito dall’intera città di Venezia, così si giustifica la presentazione a livello istituzionale e ministeriale.

Alla Ca’ d’Oro, la mostra Da Giorgio Franchetti a Giorgio Franchetti, si svolgerà dal 30 maggio al 24 novembre 2013, in contemporanea con la Biennale. Attraverso i due collezionisti, nonno e nipote, si propone il dialogo tra arte antica e contemporanea. La sede, tardogotica “casa-fondaco”, realizzata tra il 1442 e il 1440 dal mercante Marino Contarini, è uno degli edifici più suggestivi, tra quelli che si affacciano sul Canal Grande. Acquistata da Giorgio Franchetti senior nel 1894, è donata nel 1916 allo stato. Quest’ultimo ne continua la destinazione museale con l’acquisto di Palazzo Duodo e aprendo al pubblico la Galleria nel 1927. Il cuore della collezione,

in tutti i sensi, è rappresentato dalla cosiddetta Cappella del Mantegna, spazio ideato da Franchetti stesso, per accogliere il S. Sebastiano, capolavoro di Andrea Mantegna.

I locali del portego e della Loggia del primo piano ospitano, invece, le opere di arte contemporanea collezionate da Giorgio Franchetti junior. E’ soprattutto la Roma degli anni ’50 e ’60 del Novecento ad essere rappresentata. Giacomo Balla, Tano Festa, Cy Twombly, Alighiero Boetti, Mimmo Rotella, Mario Schifano sono alcuni degli artisti in collezione.

Alle Gallerie dell’Accademia, dal 1 settembre al 1 dicembre 2013, si terrà la mostra dedicata ai disegni, Leonardo da Vinci. L’uomo, la natura, la scienza. Nel nostro paese siamo meno avvezzi che all’estero alle mostre di disegno, rare e molto diluite nel tempo anche e soprattutto per motivi conservativi. L’esposizione veneziana è incentrata sull’Uomo vitruviano, fiore all’occhiello del Gabinetto dei Disegni e Stampe delle Gallerie stesse. Lo accompagnano il corpus leonardiano di proprietà statale veneziana, nonché prestiti dalla Biblioteca Reale di Torino, dal Gabinetto dei Disegni e delle Stampe degli Uffizi, dalle collezioni Reali di Windsor Castle, dal British Museum, dall’Ashmolean Museum, dal Louvre.

Infine il Museo di Palazzo Grimani, dal 12 settembre all’8 dicembre 2013, riceverà la Bella di Tiziano, restaurata e già presente alla mostra dedicata al maestro veneto alle Scuderie del Quirinale a Roma.

Le tre iniziative, sono solo alcune di quelle che accompagneranno la 55° Biennale di Arti Visive.

Venerdì 26 Aprile 2013 14:36

Fotografi per i Musei Vaticani

 

Per molti il museo è un posto noioso, statico, vecchio. Un contenitore di oggetti che tagliati fuori dai loro mondi d'origine non siamo più in grado di comprendere.

In realtà l'istituzione museo nasce come luogo di conservazione e di raccolta. Proprio la funzione educativa stimola la necessità di continui aggiornamenti delle collezioni.

I Musei Vaticani sono famosi soprattutto per i capolavori di arte antica e rinascimentale che contengono.

Fu papa Paolo VI a riannodare il dialogo, ormai interrotto, con l'arte contemporanea, nel 1973 con l'istituzione della collezione di arte religiosa moderna.

Questa, non comprende un fondo fotografico. Eppure nella Galleria dei Candelabri, sulla volta decorata a fine '800 per volere di papa Leone XIII, dove sono rappresentate tutte le arti, compare anche la fotografia. Nata ufficialmente a Parigi nel 1839, una cinquantina di anni dopo ai Musei Vaticani, già compare nell'acquisita veste di nuova arte.

L'istituzione pontificia ha deciso di ovviare alla mancanza di una collezione fotografica, non con delle acquisizioni, ma commissionando ad un gruppo scelto di fotografi, opere che coinvolgessero i Musei stessi, riprendendo così una tradizione di committenza.

Il progetto è stato presentato in occasione di uno degli incontri del ciclo Il giovedi dei Musei, conferenze scientifiche ai Musei Vaticani dal titolo Screening. Dentro al Museo. Ispirazione e osservazione fotografica nei Musei. Gli artisti Mimmo Jodice e Alain Fleischer, hanno presentato alcune delle loro opere precedenti dedicate ai musei e al dialogo tra fotografia e arte.

Mimmo Jodice nel lavoro Mediterraneo, dedicato all'arte antica (e non solo), ha sottolineato la modernità delle espressioni dei volti senza tempo delle statue. Nel lavoro Les yeux du Louvre invece, ai volti dei dipinti, si associano quelli dei contemporanei, entrambi guardano lo spettatore che viene coinvolto. Il museo diventa cosi un organismo vivente.

Alain Fleischer artista francese, ha improntato la sua opera sull’aspetto socio-culturale. Nel film L’art d’exposer dedicato al Museo Condè a Chantilly, la cultura francese e la italiana si fronteggiano come su un campo di battaglia da opposte pareti, evidenziando il legame tra la scelta museografica e la vita del collezionista. Invece nel film Centre Pompidou, l’espace d’une Odyssee viene evidenziato il rapporto dell’avveniristico edificio di Renzo Piano con la città di Parigi.


In occasione dei 1700 anni dell'emanazione dell'editto di Milano, che conferiva libertà di culto ai cristiani dopo dieci grandi persecuzioni, arriva al Colosseo, dopo la tappa milanese, la mostra dedicata a Costantino.

La prima sezione ricostruisce la biografia dell'imperatore, le sculture ci restituiscono i volti dei protagonisti. E' la madre Elena, imperatrice e santa, che accoglie i visitatori, seduta in trono, con le gambe distese in avanti, rilassata, serena e, allo stesso tempo, regale e sicura.

L'aspetto religioso si dipana in diverse sezioni. Una è dedicata al Chrismon, il simbolo adottato da Costantino dopo il sogno premonitore e la conseguente vittoria su Massenzio nel segno della croce. Le due lettere iniziali del nome di Cristo in greco, la chi e la rho sono sovrapposte ed inscritte in un cerchio. Anche le armi e il Labarum, lo stendardo dell’esercito, recavano il “segno salvifico”.

Sono poi alcuni sarcofagi paleocristiani a rendere conto dello sviluppo del pensiero teologico, trasponendo in figura episodi biblici. Tra gli oggetti testimoni della tolleranza verso gli altri culti contemporanei, spicca il rilievo mitraico dal Museo Nazionale Romano con ampie tracce di policromia, il volto del dio Mitra è completamente dorato.

Una sezione è dedicata agli edifici religiosi eretti da Costantino, è presente in mostra il modello della basilica di S. Sebastiano sull’Appia. Oltre alle basiliche cimiteriali dedicate agli Apostoli Pietro e Paolo e ai martiri sulle vie consolari, al di fuori della città, l’imperatore stabilisce la cattedrale e la sede del vescovo di Roma a San Giovanni in Laterano, all’interno, su suoi possedimenti.

Uno schermo proietta la ricostruzione virtuale della basilica di Aquileia con le sue decorazioni.

Un altro illustra i fregi presenti sull’arco di Costantino che sorge accanto al Colosseo. E’ stato eretto dal Senato nel 315 d.C. per celebrare il decennale dell’imperatore e la vittoria sull’usurpatore Massenzio, avvenuta presso il ponte Milvio nel 312. Paul Zanker nel suo intervento in catalogo, dedicato all’iconologia dei rilievi costantiniani nell’arco, conclude che erano soprattutto tre le speranze del Senato: che il Dio cristiano fosse interpretato come una manifestazione del dio Sole pagano; che Costantino adottasse il modello dei “buoni” imperatori suoi predecessori, da qui i tondi adrianei e i rilievi di Marco Aurelio inseriti nel monumento; che condividesse il potere col co-reggente Licinio. Tuttavia l’iscrizione dedicatoria nell’attico così recita: “All’imperatore Cesare Flavio Costantino Massimo, Pio, Felice, Augusto, il Senato e il popolo romano, poiché per ispirazione della divinità e per la grandezza del suo spirito con il suo esercito vendicò a un tempo lo Stato su un tiranno e su tutta la sua fazione con giuste armi, dedicarono questo arco insigne per trionfi”. C’è chi vede in Costantino il primo imperatore cristiano. C’è chi è più dubbioso sulla sua conversione e il suo battesimo (avvenuto oppure no). C’è chi vede in lui il fondatore del potere istituzionale della Chiesa in senso positivo oppure no. C’è chi vede colui che ha spostato la capitale a Costantinopoli e ha decretato la fine di Roma e dell’arte classica. A chiunque decidiate di appartenere, credo siano molto suggestive le parole del Senato: “per ispirazione della divinità” e credo non ci siano grandi dubbi, guardando il Chrismon esibito ovunque e le basiliche, su chi possa essere questa divinità.

 

Costantino 313 d.C.

11 aprile – 15 settembre 2013

Roma, Colosseo

Orario: da lunedì a domenica 8.30-19.15

Ingresso: intero € 12,00 ridotto € 7,50

Info: 06 39967700

www.coopculture.it

www.mostracostantino.it

www.archeoroma.beniculturali.it

Cataloghi Electa per Milano focalizzato sulle opera €.29,00, per Roma sul territorio e bilingue €18,00

 

Sabato 16 Marzo 2013 22:54

Il Caravaggio indagato

Il quarto centenario della morte ha legittimamente dato libero sfogo alla Caravaggio-mania.

Le celebrazioni sono state occasione di indagini a tutto campo sugli aspetti che, da subito, tra i suoi stessi contemporanei, sono entrati a far parte del mito del “pittore maledetto”. Tra questi il suo modo di dipingere: diverso anche nella tecnica.

A tre anni di distanza le indagini continuano. E’ vero che Caravaggio non disegnava? Cioè non eseguiva disegni preparatori per realizzare le sue opere?

Prima dell’estate un volume a cura della Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e del Polo Museale della Città di Roma, porterà delle risposte basate sulle ricerche scientifiche. In quest’ambito, sono stati presentati, giovedì 14 marzo, i risultati delle analisi scientifiche sulla Deposizione del Caravaggio dei Musei Vaticani. Quest’ultimi, assolvendo alla funzione didattica costitutiva delle istituzioni museali in genere, aprono al pubblico le conferenze scientifiche con l’iniziativa Il giovedì dei Musei. Il programma degli incontri è pubblicato sul sito ufficiale.

Il dipinto è conservato nella Pinacoteca Vaticana. La documentazione è scarsa. La committenza si deve alla famiglia Vittrice, proprietaria della cappella all’interno della Chiesa Nuova a Roma, sede originaria del quadro. Considerata “la miglior opera di lui” dal Baglione, biografo contemporaneo del Caravaggio, fu eseguita tra il 1602 e il 1604, nel 1797 fu requisita e portata a Parigi per entrare a far parte del Musee Napoleon. Recuperata nel 1815, dal 1820 è esposta ai Musei Vaticani.

Il corpo esanime di Cristo è sorretto dal discepolo più giovane, Giovanni, che lo stringe in un ultimo abbraccio e da Nicodemo o Giuseppe d’Arimatea. Quest’ultimo volge lo sguardo verso lo spettatore, coinvolgendolo nella scena, mentre il suo gomito sembra bucare la tela e sporgere nella terza dimensione, quella della realtà. Nella figura di Nicodemo è probabilmente ritratto Pietro Vittrice, Guardarobiere di Gregorio XIII e amico di San Filippo Neri. Santo fondatore dell’ordine degli Oratoriani o Filippini, a cui appartiene la Chiesa Nuova o Santa Maria in Vallicella.

Il corpo di Cristo è ispirato a quello scolpito da Michelangelo nella sua prima Pietà, quella del 1499, conservata nella Basilica di San Pietro. Sotto la suggestione di questo confronto, la critica è più propensa ad identificare con Nicodemo la figura dell’uomo che regge le gambe di Cristo. Il volto rappresentato, sarebbe addirittura quello di Michelangelo, che nelle sue tormentate riflessioni e nelle ultime Pietà realizzate, si identificava nella figura di Nicodemo.

Alle spalle di Giovanni, il volto della Vergine guarda senza parole e senza lacrime il volto del figlio. Alle spalle di Nicodemo la Maddalena “piange tutte le sue lacrime”, mentre Maria di Cleofa alza le braccia e gli occhi al cielo. Quest’ultima figura forse ispirata da un sarcofago romano con compianto sul corpo di Meleagro o dalle figure di orante nelle catacombe. Molte le ipotesi e le interpretazioni della scena. Tra queste anche quella che vede descritto un arco emotivo che, partendo dalla mano di Cristo, di cui sono evidenti tre dita, probabile allusione ai tre giorni nel sepolcro, passando per il dolore muto di Giovanni e di Maria, attraverso la disperazione della Maddalena, arriva a Maria di Cleofa, premonizione della meraviglia del sepolcro vuoto e della resurrezione.

Le indagini svolte dal Laboratorio di Diagnostica per la Conservazione e il Restauro dei Musei Vaticani si sono svolte come uno scavo archeologico. Le analisi per immagini, svolte con la fluorescenza ultravioletta indotta; gli infrarossi in falsi colori; la riflettografia infrarossa a varie lunghezze d’onda e la radiografia, dagli strati più esterni del dipinto sono arrivate fino alla tela di supporto. Tutte tecniche senza prelievo di materiali e quindi assolutamente non distruttive.

Gli esami, oltre a svelare gli interventi di restauro e la condizione conservativa dell’opera, hanno riservato delle sorprese.

Dal punto di vista del colore, è stata confermata ed evidenziata la presenza e l’alta qualità del blu lapislazzuli nel manto della Vergine. Una lacca organica è stata impiegata nelle velature che danno vita all’incarnato delle figure, tranne che nel corpo esangue del Cristo morto.

L’angolazione delle mani sollevate di Maria di Cleofa è stata più volte modificata.

Riguardo la questione “disegno” sono stati trovati dei tratti, non vero e proprio disegno. La studiosa Silvia Danesi Squarzina, presente in conferenza, ha prospettato l’ipotesi di un’esecuzione a memoria di determinate figure, replicate in dipinti differenti o in differenti redazioni della stessa opera.

Ma le sorprese inaspettate riguardano lo sfondo, attualmente scuro e uniforme. All’estrema sinistra si è rivelata la presenza della porta del sepolcro, rettangolare, con ben visibili sull’architrave le componenti architettoniche. Sulla destra invece una pianta di fico. Tutto intorno alla testa di Cristo una bellissima capigliatura finemente definita.

Martedì 05 Marzo 2013 17:42

Roma - Tiziano al Quirinale

Vermeer cede il posto a Tiziano alle Scuderie del Quirinale. In realtà la mostra antologica dedicata al maestro veneto, conclude un programma che propone la pittura veneziana come base del rinnovamento della cultura italiana ed europea. Il percorso, apertosi con le mostre dedicate ad Antonello da Messina e Giovanni Bellini, passando per Lorenzo Lotto e Tintoretto, approda ora a Tiziano, che apre il programma iniziale alla prospettiva europea.

Il programma espositivo parte dal dato acquisito della creazione veneziana della pittura tonale. L’assunto divulgato dal Vasari della partizione tra scuola veneta, legata alla costruzione dell’immagine col colore, opposta alla scuola fiorentina, legata invece al disegno, è stato accolto dalla storia dell’arte.

L’attuale mostra monografica, attraverso la selezione delle opere scelte, illustra l’intera lunga carriera di Tiziano.

L’esposizione si apre con l’Autoritratto del Museo Nacional del Prado. L’artista, ormai anziano, si presenta di profilo, solo il volto emerge dall’ombra attraverso sapienti colpi di luce, lo sguardo puntato verso un futuro che lo celebra tra i più grandi artisti di tutti i tempi.

Segue poi il Martirio di San Lorenzo, dalla chiesa di Santa Maria Assunta a Venezia. La luce delle torce, illumina particolari dello sfondo architettonico e si riflette sulle armature dei persecutori. Il corpo del santo, giace disteso sulla grata arroventata dal fuoco sottostante. Il suo volto è rivolto verso lo squarcio di cielo aperto tra le nuvole dalla luce lunare-grazia divina. Questa, bagna il palmo della mano del martire rivolta al cielo e di rimbalzo il suo viso.

La luce, i colori, i sentimenti della pittura di Tiziano emergono dall’allestimento delle opere, basato sui colori violacei delle pareti e sulla illuminazione.

Le esposizioni, oltre che occasione di studio attraverso i restauri, lo sono anche di sperimentazione di nuove tecnologie, in particolare della luce LED per l’illuminazione delle opere d’arte. Il bassissimo consumo e l’assenza di emissione di raggi ultravioletti infrarossi, dannosi per le superfici pittoriche, ne fanno un buon metodo per l’illuminazione anche nelle chiese ospitanti dipinti.

La selezione delle opere in mostra, offre spunti a confronti iconografici, grazie al raccoglimento delle stesse, in uno spazio relativamente ristretto.

Al piano superiore si trovano i ritratti: l’indimenticabile Uomo con il guanto dal Louvre, ma anche i due artisti e letterati intervenuti nel dibattito sulla lingua italiana, Benedetto Varchi e Pietro Bembo, autore delle Prose della volgar lingua.

L’esposizione si chiude con l’Autoritratto di Berlino e La punizione di Marsia del Castello arcivescovile di Kromeriz.

Nell’Autoritratto, lo sguardo è sempre rivolto sull’altrove, come nell’altro presente in mostra, ma, a differenza del primo, è ancora un uomo pienamente reale e presente quello ritratto. Il successo, è qui ed ora, testimoniato dai materiali preziosi che formano il suo abito.  

La punizione di Marsia è emblematica dell’ultima produzione dell’artista con il “dissolvimento della materia cromatica in una luminosità magica” (Pallucchini 1969), ma allo stesso tempo l’impasto del colore è steso con colpi di pennello e con le dita stesse, a impartire direttamente il movimento, a testimoniare il gesto, il tutto enfatizzato dal “non-finito”.

Sull’approfondimento della tecnica pittorica puntano le iniziative dedicate alla scuola e gli incontri rivolti al pubblico.

 

Tiziano

5 marzo – 16 giugno 2013

Roma, Scuderie del Quirinale

Orari: da domenica a giovedì dalle 10.00 alle 20.00,

         venerdì e sabato dalle 10.00 alle 22.30

Ingresso: intero € 12,00, ridotto € 9,50

Info: 06 39967500

       www.scuderiequirinale.it

Catalogo: Silvana Editoriale € 34,00

 

 

La Sala di Raffaello della Pinacoteca Vaticana ha ospitato la conferenza dell’architetto spagnolo Dal segno alla costruzione. La genesi dell’opera architettonica. Organizzata dall’Ufficio di Sovrintendenza ai Beni Architettonici dei Musei Vaticani all’interno del programma di conferenze scientifiche riguardo il “restauro” e al suo significato più ampio di trasformazione, modifica, cambiamento, è stata anche una sorta di anteprima, sempre in Vaticano, al Braccio di Carlomagno, si terrà, a breve una mostra di Calatrava.

Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani, ha presentato Calatrava come un artista classico, per questo l’evento si è tenuto al cospetto di Raffaello. Come i grandi artisti del passato a cui si ispira, oltre che architetto, è pittore e scultore. Proprio parlando della Trasfigurazione di Raffaello, Calatrava ha definito la figura dell’artista in ogni tempo: testimone dell’epoca in cui vive, a stretto contatto con la realtà e con i materiali con cui si trova ad operare, allo stesso tempo è capace di sublimare, trasfigurare la materia e la tecnica e trasportare verso il trascendente. Nella realizzazione di opere pubbliche, la funzione è anche quella di aiutare a sviluppare zone urbane degradate e accogliere le persone, gli utenti.

Come ingegnere, l’archistar spagnola ricerca e sfrutta le possibilità dei nuovi materiali, ma pur riconoscendo l’utilità del computer, per spiegare e spiegarsi i pensieri, le idee, i progetti, sceglie, anche durante la conferenza, l’acquarello: trasparente, veloce, istantaneo, non correggibile.

L’ispirazione per la forma nasce dalla natura, umana o paesaggistica che sia. Con la natura il progetto si deve integrare e interagire, adattare fisicamente. Gli edifici spesso, se non sempre, hanno coperture apribili per lasciar entrare luce ed aria. Come in natura niente è fermo, ci sono strutture mobili.

Oltre l’aspetto affascinante dell’opera e dell’artista Calatrava, certamente ci sono anche le critiche. L’impressione è che le strutture museali, problema comune e diffuso nell’architettura contemporanea, abbiano perso la capacità di contenere opere d’arte, perché non si presentano più come contenitori, ma come opera esse stesse. Ci sono poi polemiche riguardo la conservazione dei materiali e la mancanza di fondi per il compimento di progetti, ma non è questo il luogo di un’indagine in tal senso.

Roma non ha un rapporto facile con il contemporaneo, è un fatto, solo in parte imputabile all’ingombrante meraviglioso passato.

Sporadici e discussi sono gli interventi degli architetti contemporanei: l’Auditorium di Renzo Piano, il Museo dell’Ara Pacis e la chiesa di Dio Padre Misericordioso di Richard Meier, il MAXXI Museo delle arti del XXI secolo di Zaha Hadid, l’ampliamento del MACRO Museo d’arte contemporanea Roma di Odile Decq, il Ponte della Musica e l’incompiuta Città dello Sport dello stesso Calatrava.

Se l’aspetto delle città statunitensi o australiane è spiccatamente moderno e contemporaneo e se, allo stesso tempo, in qualche modo appare più legato alla natura, ai grandi spazi e al paesaggio, ciò non toglie che città europee come Berlino, Parigi, Barcellona, mostrino una maggiore attitudine all’architettura contemporanea, rispetto alla Città Eterna.

La stessa problematica rispetto al contemporaneo è vissuta dalla Città del Vaticano, che è tornata a dialogare con l’arte contemporanea, soprattutto nella volontà di far rinascere un’arte religiosa contemporanea, con la fondazione della Collezione di arte religiosa moderna da parte di papa Paolo VI nel 1973.

Ma lasciamo parlare l’artista stesso.

ES: Una provocazione, oltre alla conferenza, magari c’è anche un progetto per un nuovo padiglione dei Musei Vaticani?

SC: Non ne so niente. Devo dire che è già una grande soddisfazione venire qua. Secondo è un grande onore tenere una conferenza qui e avere quest’audience. Terzo essere presentato dal professor Paolucci, con la sua autorevolezza, alla presenza dell’arte italiana. Qui ho la sindrome di Stendhal! E’ un momento felicissimo.

ES: La parola pontefice originariamente significava costruttore di ponti, ha poi assunto un significato religioso-liturgico. C’è un aspetto religioso nelle sue opere?

SC: La parola religioso viene da religo, legare, i ponti hanno questa funzione primigenia, quella di collegare delle rive separate, culture separate, hanno una forza enorme. Quando ho cominciato a lavorare con i ponti, ero ancora studente, mi sono reso conto che questo pragmatismo, con cui venivano trattati i ponti, come oggetti puramente utilitari, era una cosa nuova. Si giustificava dagli anni ’50 in poi, perché i ponti che sono stati costruiti prima della guerra erano ponti magnifici con sponde di pietra e ringhiere, distrutti con la guerra, negli anni ’50 si è voluto ricostruirli, c’è stata una specie di industria, in cui il contesto urbano e paesaggistico è andato perduto, viene visto solo l’aspetto utilitario, come se fossero fognature o canali, si è perso l’aspetto simbolico. Lo stesso accade con i musei, negli anni ’50 erano poco visitati, oggi è diverso, accolgono tutti i giorni migliaia di giovani e scuole. Questo perché i musei sono stati valorizzati, per i ponti c’è tanto da fare, da recuperare, se si pensa cosa sono i ponti nel paesaggio urbano di Parigi o Roma. Come il ponte Flaminio che ha sopportato anche gli attacchi americani, facendo la sua funzione per duemila anni. C’è quindi tanto da fare per il recupero simbolico, estetico e paesaggistico del ponte, che è fondamentale.

ES: Ho letto che è stato ispirato da Le Corbusier in particolare dalla Cappella di Notre Dame du Haut. Torno a chiedere c’è un aspetto religioso nel suo lavoro?

SC: Parliamo invece dello scultore Auguste Rodin, per lui l’artista è religioso per definizione, perché ricerca il punto limite che fa trascendere la materia in emozione. Al di là della purezza e della chiarezza con cui il problema materiale viene risolto, per me è importante, questa trascendenza, far trasparire l’emozione. La trascendenza si realizza solo quando uno è capace di emozione.

ES: Lei ha parlato anche dell’importanza della natura e dell’accoglienza.

SC: Si, la natura come fonte da cui ricavare non soltanto esperienze, ma anche ispirazione formale. Tutto il lavoro di un architetto, di un ingegnere viene investito da un senso umano, di approccio agli uomini, di capire e apprezzare l’uomo e di amarlo tramite l’oggetto da fruire.

ES: C’è una differenza quando lei lavora in città più aperte verso il paesaggio e la natura, più strettamente contemporanee come sono quelle statunitensi o australiane e città invece più condizionate dal loro passato storico, glorioso, ma anche ingombrante come Venezia o Roma?

SC: Guardi, in realtà i principi portanti del ponte, richiamano una grande chiarezza di pensiero e anche una grande semplicità. Sono o degli archi o dei travi, sono principi molto precisi, non ci sono molte varianti o risorse. Le risorse sono molto limitate e spesso condizionate da rapporti tecnico-economici. Però è sempre possibile condizionare queste cose e creare variazioni che rendano il ponte, se possibile, sempre diverso. Dovunque si lavori. Qui c’è un contesto storico-artistico che non si può aggirare. Se si lavora a Venezia bisogna confrontarsi col ponte di Rialto, tra le opere maggiori parlando di ponti. Se si lavora qui a Roma, il confronto è con le cupole, col lavoro di Michelangelo. E’ una grande sfida, allo stesso tempo una grande lezione, che si può ricavare studiando le opere dei grandi. C’è una cosa però comune a tutte le città e sono le zone periferiche, che hanno seguito un processo molto simile a quello dei ponti. Diciamo che Roma è cresciuta in questo XX secolo, più di quanto abbia fatto nei secoli precedenti. E’ diventata cinque volte maggiore, c’è bisogno di consolidare le periferie, dare un progetto per i prossimi cinquanta anni, come abbiamo cercato di fare a Tor Vergata. Creare non soltanto un segno valido e forte nel territorio, ma anche creare una spazio per grandi manifestazioni. Pur lavorando a Roma ci vogliono interventi del nostro tempo, pur confrontandosi con l’opera dei grandi maestri e con l’impiego dei nuovi materiali come acciaio e vetro.

E’ dedicata alla famiglia di pittori che, per più di 150 anni, sono stati tra i protagonisti dell’arte fiamminga tra XVI e XVII secolo, la mostra Brueghel. Meraviglie dell’arte fiamminga, in corso a Roma, al Chiostro del Bramante fino al 2 giugno 2013.

Tutto ha inizio con Pieter il Vecchio in pieno ‘500 ad Anversa, sempre più importante centro del commercio, dove la fiorente borghesia protestante è l’acquirente delle opere del cosiddetto “Manierismo di Anversa”. La città ha soppiantato Bruges in tutti i sensi, i pittori, liberi dalla sudditanza nei confronti dei grandi maestri del ‘400, i “Primitivi Fiamminghi”, quali Jan Van Eyck o Rogier Van der Weiden, si danno alla sperimentazione e all’eclettismo.

Pieter il Vecchio era genero, e forse con lui si era formato, di uno degli artisti più importanti, quel Pieter Coeck van Aelst che ha realizzato gli arazzi per la Cappella Sistina su cartoni di Raffaello. Tuttavia Brueghel rimane fedele a se stesso, narratore di storie reali e contadine che sono il suo marchio e l’eredità della famiglia-bottega di generazione in generazione.

La mostra si apre con l’opera Il ciarlatano della scuola di Hieronymus Bosch, considerato il maestro spirituale di Pieter il Vecchio, che cala nella realtà le visioni oniriche e surreali del maestro.

Oltre al mondo contadino sono presenti anche i generi del paesaggio e della natura morta.

La Riforma protestante e le teorie calviniste spostano sempre più l’attenzione verso la natura.

I colori ocra, verde acqua e l’azzurro che vira al grigio caratterizzano le scene di paesaggio, numerose eseguite su rame, che ne rende ancora più particolari le atmosfere e le sfumature.

I fiori, nello splendore della loro varietà e nei colori sgargianti, sono simbolo della caducità della vita.

Piccoli animali e insetti sono descritti nelle molteplici varietà e simbologie, tra gli altri, notevoli sono gli studi di farfalle dipinti su marmo.

Come sempre nella pittura fiamminga grande attenzione è prestata ai particolari, alle curiosità e ai materiali.

Presenti in mostra anche numerosi disegni, dove i particolari sono indagati ed espressi nella sottigliezza calligrafica delle linee tracciate con l’inchiostro.

Nel ‘600 i Brueghel partecipano al periodo d’oro della pittura fiamminga.

Alle Scuderie del Quirinale è in corso la mostra dedicata a Vermeer, sono la città, gli interni di case borghesi e chiese, i ritratti, i protagonisti dell’esposizione, contrapposti alla natura, al paesaggio, al mondo contadino con i suoi proverbi, in mostra invece al Chiostro del Bramante. Interessante confrontare i due eventi che in qualche modo si completano l’un l’altro tra similitudini e differenze.

 

Brueghel

Meraviglie dell’arte fiamminga

18 dicembre 2012 – 2 giugno 2013

Roma, Chiostro del Bramante

Ingresso: intero euro 12,00 ridotto 10,00

Orari: tutti i giorni dalle 10.00 alle 20.00

         Sabato e domenica dalle 10.00 alle 21.00

Info: tel. 06 68809036

       www.chiostrodelbramante.it

Catalogo: Silvana Editoriale euro 25,00

 

 

È in corso fino al 14 ottobre a Palazzo Venezia, l'ottava edizione della Biennale Internazionale di Antiquariato di Roma.

Il prototipo dei palazzi rinascimentali romani si presenta ai visitatori con addobbi floreali e un atmosfera ovattata e patinata, di cui è curato anche l'effetto olfattivo. Però, nonostante l'impatto glamour, sembra perso, nel susseguirsi degli stand, il fascino dei negozi antiquari.

Forse per questo e per la predilezione personale per Napoli e Spoleto, chi scrive, ha particolarmente apprezzato gli espositori provenienti da tali città. I primi per la varietà e peculiarità di alcuni oggetti, i secondi per la fedeltà alla tradizione. Presente in modo rimarchevole il contemporaneo - contemporaneo, non si parla degli ormai storicizzati De Chirico, Fontana o Burri, ma di produzioni e artisti giovani.

Qualche incursione anche nelle arti orientali.

Tra gli eventi collaterali, ancora per predilezione personale, si sottolinea la presenza di Art&libri Firenze Roma Parigi con presentazioni di libri.

Uno spazio è dedicato alle restaurate tele della chiesa di   Santa   Maria in Aquiro a Roma.

Presenti anche i Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Artistico.

Un piccolo momento, infine, è riservato a La donnesca mano, donne artiste tra XVI e XVIII secolo.

 

Biennale Internazionale di Antiquariato di Roma
Palazzo Venezia

5-14 ottobre 2012

Ingresso: intero euro 10,00; ridotto euro 8,00
Orari: tutti i giorni 11,00 – 20,00
     Giovedì 11,00 – 23,00
Info: www.biennale-antiquariato.roma.it

 

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