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I. WALLERSTEIN: La retorica del potere- fazi 2007 PDF Print E-mail
Written by silvia pietrovanni   
Friday, 22 June 2007

Ho cercato di dimostrare in che modo, nel sistema-mondo moderno, le realtà del potere abbiano dato forma, nel corso degli ultimi 500 anni, a una serie di concetti legittimanti, che hanno permesso a chi deteneva il potere di conservarlo.

Nessuna distanza temporale tra il 1545 ed oggi: è la storia monocorde dell’universalismo europeo, che nasce dall’incontro con l’altro, da quando i conquistadores spagnoli, sulla scia di Colombo distrussero le strutture sociali e politiche dei due grandi imperi delle Americhe.

Wallerstein azzera la cronologia attraverso la ripresa delle tesi di Bartolomè de Las Casas, sacerdote inviato in Chiapas con una missione civilizzatrice ma che non tardò a riconoscere le ingiustizie e la violenza che il sistema imposto stava causando. Le sue tesi trovarono consenso in una bolla papale del 1537 e nelle leggi di CarloV: l’evangelizzazione poteva avvenire solo con mezzi pacifici, per scelta, senza rendere schiavi gli amerindi. Ma – e i “ma” della storia sono sempre dolenti - la battaglia di Las Casas aveva come avversario Juan Ginés de Sepulveda, che, ponendo l’accento sul carattere di barbarie degli autoctoni e soprattutto sul sacrificio umano e l’idolatria da loro praticate, rivendicava la necessità del ruolo civilizzatore degli europei. I principi di Las Casas sono attualizzabili :1. Ma i paesi e i popoli che intervengono non sono a loro volta colpevoli di atti barbarici?: la comparazione frena la superbia o almeno così dovrebbe. 2. chi definisce le azioni come crimini e chi dispone dell’autorità per punirle? 3. la minimizzazione del danno: se le accuse fossero fondate, era possibile che la punizione arrecasse danni maggiori di quelli che impediva?

A rafforzare le tesi di Sepulveda, nel XVIII secolo ci sono stati gli orientalisti: l’orientalismo fu la forma di ipocrisia che il vizio era costretto a pagare alla virtù. Deificare l’altro, renderlo studiabile, ridurlo a stereotipi, a stampi di civiltà, indurlo attraverso moine culturali ad assomigliarci nella via della modernità.

E la tesi più interessante di Wallerstein che sancisce la stabilità incatenante dell’universalismo è stato l’emergere nell’ultimo secolo dell’universalismo scientifico: la scienza come unica modalità di comprensione del mondo, una scienza che si pone sopra la stessa cultura. è da questo principio che si è screditata la cultura umanista, dividendosi in delta e affluenti: scienze umane, scienze sociali…

Non solo, lo scientismo ha posto l’accento sul carattere neutrale dell’universalismo giustificando la meritocrazia: chi ha competenze scientifiche ha il potere e ha potere per diritto morale…

Le tesi di Wallerstein aprono un punto interrogativo che come un amo rovesciato squarcia concetti che il nostro stesso universalismo aveva portato a definire “naturali”, smascherandone la logica di potere che ne sta dietro. Apre un percorso di riflessione e di lotta, a partire dalle strutture culturali e linguistiche, alla ricerca di uno spazio d’ incontro che sia, alla fine, autentico.

Ma può esservi al giorno d’oggi un incontro del dare e del ricevere?

 
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