“La decisione che è ormai davanti all’uomo è…se dedicarsi allo sviluppo della sua più profonda umanità o arrendersi alle forze ormai quasi automatiche che lui stesso ha messo in moto” (Lewis Mumford)
Ogni libro ha il suo tempo. Capita che giace nello scaffale per mesi, addirittura per anni, e poi arriva il suo momento, quello che ci spinge ad aprirlo, ad affondarci i pensieri, a leggerlo.È il tempo dei Diari di Pratale, de “i racconti di una vita diversa”.
Non è esattamente un romanzo, né un saggio, ma scorre parallelo tra i due realizzando uno scatto di coscienza.
Sono pagine che ci portano in un posto che è allo stesso momento lontano e vicinissimo a noi, scorrendo i mesi del calendario come se fossero stagioni. E alle stagioni sono legati i capitoli dei diari di Pratale.
Pratale è in Umbria, nei pressi di Gubbio, in una valle che porta il nome di Vallingegno. È il luogo che Etain, fuggendo dai meccanismi della città, dove ogni cosa è confezionata e pronta all’uso, ha scelto di vivere e di re-imparare attività e mestieri che in molti hanno perso, come la tosatura delle pecore, il formaggio fatto in casa, la raccolta delle bacche, la vendemmia, la raccolta della legna invernale…È il reale posto dell’incontro, e lavare i panni al fiume piuttosto che affidarli ad una lavatrice diventa occasione di confronto, di dialogo con gli altri o con sestessi. È attraverso i ritmi della campagna che si scoprono gioie e concezioni di tempo totalmente nuove, una serenità faticosa ma inaspettata.
“lo stile di vita occidentale non è una strada inevitabile (…) possiamo anche rivolgere lo sguardo indietro e chiederci se ci sono stati dei bivi storici, dove abbiamo preso direzioni sbagliate”…(Lewis Mumford).
Ogni pagina è un canto alla terra, un ritorno ai cicli naturali che oggi si sta facendo strada attraverso la realtà degli ecovillaggi: persone che decidono di riprendersi vecchi casali e ristrutturali e vivere insieme condividendo il lavoro dei campi, la necessità del biologico, l’incontro, la formazione, le biotecnologie, l’ospitalità attraverso lo scambio lavoro. È quella possibilità che ci affascina perché ci riporta ad accogliere, a compartire saperi e bisogni con gli altri, a donarci un tempo totalmente umano.
Una possibilità che si trasforma in esigenza interiore nata dalla mancanza di una tradizione viva di luogo: “il mondo selvatico ci offre questa possibilità, mettendo, in ogni istante della vita, ognuno di noi, nelle condizioni perfette per l’incontro con il grande mistero”…mistero che le favole popolari d’ogni parte del mondo hanno tentato di trasfondere letterariamente, tanto da avere un “Cappuccetto Rosso” in Europa come tra i nativi americani, archetipi dell’umana condizione del bisogno, della raccolta, dell’inglobamento della nostra sfera psichica da parte della bellezza di un luogo: “il luogo stesso divora la persona, la fa diventare parte della comunità di tutti gli esseri, proprio perché finalmente colui che raccoglie si è liberato della corazza umana”.
I rimandi letterari evocano i versi Gary Snyder, poeta della Beat Generation che dopo essersi immerso nel buddismo zen in Giappone si è ritirato nella Sierra Nevada,di Nanao Sakaki e Gary Lawless i cui versi sono un omaggio alla vita naturale e ai suoi cicli.
“la natura non rivela la sua interiorità a chi si limita ad ammirarla, ma solo a chi è disposto ad andarle incontro, prendendo poco e perdendo se stesso per strada”, un perdersi che istinto panico addormentato da tempo, forse, per chi vive nel cemento, ma ancora così fortemente vivo.