Il senso della storia e del destino alla luce della tragedia che ha colpito l'isola di Haiti
Fermo immagine: un cumulo di macerie, distruzione, morte, un'irrevocabile apocalisse abbattutasi su un'isola bellissima e povera, una terra ad un tempo benedetta e maledetta dagli dei. Haiti.
Mi sono domandata spesso il motivo per il quale i fotografi privilegino gli occhi nelle loro inquadrature, che cosa, in realtà cerchino nello sguardo di chi è sopravvissuto alla morte ma non al dolore. Mi viene da pensare che indaghino la forza dell' Uomo a dispetto della disperazione, l'istinto di sopravvivenza che lo accomuna alle altre specie viventi, l'istinto di una fiera che lotta contro la Natura e che soccombe solo a Thanathos.
Ci sono popoli, come quello haitiano, il cui mare inebria molti sognatori, il cui destino è segnatogeograficamente, laddove zolle sotterranee e correnti perverse preparano annosamente la loro vendetta, aspettando per secoli il momento esatto in cui distruggere e annientare, un momento di vita quotidiana al quale non segue il momento successivo, o meglio, il momento successivo comprende uno scenario totalmente diverso, l'esserci o non esserci più.
Il confine debolissimo tra la vita e la morte è tracciato dalla sorte, che disegna le sue mappe e sposta le sue pedine, spinge, ritira, decide chi deve partire e chi deve restare. Seppellisce bambini che stanno ascoltando i loro maestri in classe, funzionari Onu nella loro sede, negozianti, donne nelle loro abitazioni. Chi resta vive il miracolo dell'essere stato graziato, per un'intuizione, un caso, perchè ancora non era il tempo.
Laddove si posi lo sguardo di chi ancora può vedere quella che era il suo paese, la sua città, restano solo le macerie di un passato che si conta in termine di ore, e poi giorni, al quale la mente stenta a credere. Ecco l'incredulità di chi fissa il vuoto davanti a sé ma sopratutto dentro di sé, una voragine ancora più profonda ma sopratutto senza speranza apparente di ricostruzione.
Ci sono dolori ai quali l'uomo può sopravvivere, scempi agli arti che riesce ad accettare in cambio della propria salvezza, ferite fisiche e malattie per le quali l'organismo si mobilita e risponde, contrattacca e spesso riesce a guarire. Si riesce a sopravvivere quattro giorni sotto un tetto di lamiere e cemento, anche se la morte sembrerebbe la soluzione migliore. Ma questa non è una scelta.
Ci sono dolori ai quali pensiamo non sia umanamente pensabile sopravvivere, il dolore di chi ha perduto in un istante la sua famiglia, gli amici, la sua casa, la sua città. Tutto.
L'immagine che l'uomo rappresenta in sé è sempre, in ogni momento, proiettata al domani: l'oggi ha senso solo se vincolato al passato e sospinto al futuro.
L'oggi, in una situazione devastata, è legato alle necessità primarie dell'uomo. Riuscire a nutrirsi, a sanare le ferite, a non morire in un ospedale da campo, non consentono di pensare. Non consentono ad un bambino orfano della sua vita di domandarsiil motivo di quanto è accaduto. Il meccanismo di adattamento degli esseri viventi si autoinnesca, come un salvagente, stravolgendo il pensiero, ribaltando subitaneamente il vissuto in ricordo, lo strazio in un istinto di attualità.
Ci sono tragedie lontane che divengono improvvisamente vicine perché accomunano l'umanità nella percezione della propria fragilità, che costringono a rivedere pensieri e convinzioni, per cui tutto diviene relativo, e molto di quello che ritenevamo importante o urgente, inutile e privo di senso.
Per cui le nostre stradegià disegnate si ridisegnano, tracciamo nuove linee e nuove direzioni ai nostri pensieri. E così il destino di un popolo si intreccia al destino del Mondo.