| Gary Snyder: la grana delle cose |
| Written by Silvia Pietrovanni | |||||
| Friday, 16 January 2009 | |||||
Tra la beat generation la figura di Gary Snyder è la meno conosciuta, nonostante Kerouac si sia ispirato proprio a lui per tratteggiare il protagonista de “I vagabondi del Dharma”. La verità è che chiudere Snyder dentro ad una definizione o ad un movimento è arduo per non dire artificioso.
Lawrence Ferlinghetti disse che Snyder era il “Thoreau” della Beat Generation. Forte sperimentatore sia in campo poetico che umano la sua biografia si caratterizza per l’impegno ambientalista che si associa alla tradizione zen e buddista. Nell’intervista compare subito un particolare punto di vista in relazione alle religioni: nel saggio del 1961 “Buddhist Anarchism” l’autore vede come la funzione d’ogni religione “è più o meno quella di rinforzare e sostenere l’ordine sociale di cui fanno parte”; nell’opera di “infantilizzazione” che ha preso piede proprio col progresso (infantilizzazione intesa come mancanza di rigore in se stessi, di autosufficienza e di fiducia attiva) la lezione buddista si offre come uno spiraglio di consapevolezza, ponendo l’accento sull’individuo e le sue potenzialità. A tal proposito, è l’intera civiltà tecnologico-industriale ad essere sulla via sbagliata per via delle tensioni meccaniche intrinseche e finalizzate all’autodistruzione. Snyder offe un’alternativa che si misura col “prezzo spirituale” ovvero col tempo: tempo per la casa, gli affetti, per camminare a piedi…i tre tesori sono Buddha, Dharma e Sangha, ovvero comunità: “ciò che dobbiamo creare sono reti di comunità (…) quando la gente, in modo modesto, riesce a definire un’unità elementare di convivenza, allora può cominciare a rettificare il proprio uso dell’energia e trovare un modo di impegnarsi reciprocamente”. Un messaggio che torna attuale e si associa al concetto di decrescita serena di Maurizio Pallante. Il suo interesse antropologico si riflette nella superiorità accordata all’uomo primitivo sia in termini di volume celebrale sia per la gestione del tempo lavorativo per dare ampio spazio e tempo alle attività culturali. Un ritorno al primitivo? Nel senso però di attaccamento e radicamento alla terra, ciò che nello zen viene definito come “meditare e pulire il giardino”. Snyder parla della fine del modello evoluzionistico darwiniano a favore di un modello ecologico, caratterizzato da una visione della vita reciproca e interattiva anziché competitiva. E la poesia che sempre l’ha accompagnato nel suo percorso orientale, ecologico, meditativo, come si colloca? La poesia è luogo di lavoro e per Snyder il lavoro da fare è imparare ad essere nel mondo. . BIBLIOGRAFIA |
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