QUELLO CHE NON SAPPIAMO SUI TRAPIANTI DI ORGANI.
Written by Roberto Fantini   
Wednesday, 21 July 2010
 

QUELLO CHE NON SAPPIAMO (E CHE NON VOGLIONO FARCI SAPERE) SUI TRAPIANTI DI ORGANI.

 

 


Un libro prezioso di Rita Pennarola: "Ultimi. Inchiesta sui confini della vita".

 

 

Fra le non poche importanti questioni affrontate, a livello mediatico, in maniera schiacciantemente unilaterale e in un’ottica sgradevolmente propagandistica, va collocata, sicuramente ai primi posti, quella dei trapianti di organi.

Quando se ne parla, infatti, se ne parla quasi esclusivamente o per lamentare la carenza di organi a disposizione (e della consequenziale, logorante attesa da parte dei tanti malati), o per celebrare la “generosità” di genitori che hanno effettuato la scelta di “donare” il corpicino del proprio figlioletto, o, infine, per magnificare l’abilità tecnica messa in luce da qualche équipe chirurgica, nell’ambito di  interventi particolarmente arditi e innovativi.

Quasi mai se ne parla in maniera problematica, in modo tale da consentire  di mettere a confronto posizioni teoriche divergenti. Tant’è vero che, ad eccezione di una circoscritta sfera di individui, personalmente interessati a “vederci chiaro”, la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica non è neppure consapevole della stessa esistenza di aspetti critici e di opinioni scientifiche e/o filosofiche differenti da quelle imperanti, secondo cui il trapianto di organi sarebbe una straordinaria conquista della medicina e la “donazione di organi” un atto di solidarietà encomiabile da incoraggiare in ogni modo.

 Tant’è vero che le rare voci che hanno osato sollevare qualche dubbio all’interno di quello che possiamo ben definire la “dottrina del trapianto” (da Adriano Celentano alla prof.ssa Lucetta Scaraffia sull’Osservatore Romano) sono state accolte con grande fastidio, come pericolosi e azzardati interventi da zittire con fermezza, al fine di non diffondere scetticismo e “infondati” timori nell’opinione pubblica e, quindi, nei potenziali donatori.

E’ proprio per questo che libri come quello di Rita Pennarola (Ultimi. Inchiesta sui confini della vita, Tullio Pironti Editore, Napoli 2010), in grado di affrontare una questione tanto complessa in maniera seria e immune da posizioni preconcette, non possono che meritare plauso e, soprattutto, massima attenzione.

 

La prima questione esaminata dall’autrice è quella del concetto di “morte cerebrale”, vera pietra angolare su cui poggia l’edificio teorico-pratico del trapianto. Concetto che ha operato (nella distrazione quasi generale) una vera e propria “rivoluzione copernicana” nel modo di intendere i confini fra vita e morte, e verso cui, nell’ambito della comunità scientifica, sarebbe in atto “un dissenso muto, oscurato, crescente”, e, cosa assai allarmante, “quasi sempre avvolto nel profondo silenzio dei media” (p.84).

Il problema vero è tutto lì, in quella dicitura apparsa, per la prima volta (ad opera della Harvard Medical School) “sulla scena americana nel 1968, dopo il primo trapianto di cuore effettuato da Christian Barnard a Città del Capo”. Dicitura, tra l’altro, inesistente in Italia, nelle leggi in materia di espianto. Dicitura che, apparentemente, sembra far riferimento a qualcosa di molto oggettivo, e che non lascia minimamente supporre che, al contrario, “i criteri legali per la diagnosi di morte cerebrale variano da paese a paese” e che, di conseguenza, “un paziente può essere dichiarato clinicamente morto in una nazione, ma non in un’altra.” (p.85)

I morti cerebrali, infatti, sono morti “solo in parte”, ovverosia, non sono veri morti.

E questo perché il corpo del donatore, affinché “il trapianto possa riuscire, deve possedere (…) un cuore pulsante e una temperatura corporea simile in tutto a quella dell’uomo sano. Se tale precondizione viene a mancare, anche solo per pochi minuti, il rapidissimo deperimento degli organi ne renderà impossibile il riutilizzo. Per questo risultano centrali tutti gli interrogativi che riguardano non la morte come tradizionalmente era stata intesa, ma la cosiddetta “morte cerebrale”: un cervello “morto” in un corpo vivo. E qui il confine, finora labilissimo, diventa quasi invisibile.” (pp.84-85)

E come non concordare con quanto asserisce il prof.Bondì, il quale, partendo dall’innegabile presupposto secondo cui si conoscerebbe soltanto il 10% delle funzioni cerebrali, reputa impossibile pretendere di fare ricorso ad espressioni come quella di “cessazione irreversibile” di tutte le funzioni dell’encefalo?

Partendo da queste fondamentali constatazioni e considerazioni (ignorate da buona parte dell’opinione pubblica) la Pennarola prosegue la sua trattazione, facendo una lucida rassegna degli aspetti problematici e inquietanti insiti nella questione-trapianti.

Ci ricorda o ci rivela che si sono verificati casi di donne che, pur dichiarate cerebralmente morte, hanno portato a termine la gravidanza, e che l’espianto degli organi viene “eseguito su un paziente che reagisce istantaneamente all’incisione chirurgica con movimenti degli arti e del tronco, aumento della frequenza del polso e della pressione arteriosa”, rendendo necessario l’impiego di farmaci paralizzanti o di anestetici, e che, quindi, “è solo con l’espianto degli organi che interviene la morte, così come l’umanità l’aveva sempre intesa”. (p.97)

Ci ricorda o ci rivela che si sono verificati casi (ben documentati dalla Lega nazionale contro la predazione di organi e la morte a cuore battente di Bergamo: www.antipredazione.org) di pazienti che, dalla condizione di morte cerebrale, sono “ritornati” (!) alla vita.

Di estremo interesse, poi, sono le informazioni che Rita Pennarola ci dà in merito a quello che viene definito il “Trapiantificio Italia”, un sistema che, in un’ottica sempre più aziendalistica, prevede “quote di produttività” e che consiste in “una macchina gigantesca che si alimenta di carriere, fatturati, giri d’affari farmacologici da milioni e milioni di euro.” (p.127) Una macchina che aspira con grande determinazione ed efficacia ad occultare ogni aspetto critico e ad impedire dubbi e dibattiti, ad osannare il “dono fraterno” e a celare in tutti i modi le esigenze di benchmarking (sempre più la vera parola d’ordine di quanti si occupano di espianti).

Davvero sconvolgente, poi, quanto riferito in merito ad un problema ancora troppo sottovalutato e troppo poco indagato quale quello del traffico clandestino degli organi, che non riguarderebbe soltanto l’orribile ingranaggio delle esecuzioni capitali in Cina, ma anche “tutte le regioni del mondo epicentri di guerra o di catastrofi naturali”. “Dove l’anagrafe sparisce”- scrive infatti la Pennarola – “quando è impossibile tenere il conto dei vivi e dei morti, accorrono subito loro, i professionisti della valigetta-frigorifero.” (p.147)

Degno di nota, infine, anche quanto scritto a proposito delle incoraggianti aperture verificatesi di recente in Italia, da parte di sostenitori storici della pratica dei trapianti, come Ignazio Marino, espresse nel documento di Viareggio del 2009. Con esso, secondo l’autrice, si sarebbe verificato un “ vero e proprio dietro front”. Dopo decenni di “espianti a cuore battente, spacciati per “prelievo da cadavere” fin dalle ingannevoli parole della legge, la comunità scientifica italiana, costretta ad allinearsi ad una certa parte di quella internazionale, ora fa marcia indietro: la morte cerebrale è stata solo una convenzione”. (p.158)

Nulla di meglio, per concludere questa presentazione dell’opera di Rita Pennarola, delle parole della bella prefazione scritta da Ferdinando Imposimato, con cui le si attribuisce il merito di aver coraggiosamente richiamato l’attenzione dei cittadini “su problemi di estrema attualità che riguardano i diritti inviolabili dell’uomo; problemi che non hanno trovato ancora soluzione nella legislazione internazionale e interna, né nella giurisprudenza oscillante della corte Europea. Ammonendo che l’incertezza e la non chiarezza delle leggi sono la causa prima degli abusi gravissimi e delle degenerazioni da  parte di potenti lobby, di ricchi nababbi pronti a sopravvivere a scapito dei più deboli, di organizzazioni  criminali decise ad arricchirsi con le pratiche più abiette e di scienziati senza scrupoli pronti a salvaguardare solo i propri interessi e non il diritto alla vita, specialmente quella degli ultimi.” (p.14)

Il lavoro di Rita Pennarola è un lavoro scomodo e duro da leggere (anche nella sua prima parte, non certo meno interessante, dedicata alle questioni di inizio-vita), un lavoro che squarcia veli e pseudo verità ben confezionate. Un lavoro scritto con intelligenza, ma anche con la passione autentica di chi sceglie di stare dalla parte dei veri “ultimi”.