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Giovedì, 14 Marzo 2019 05:25

E LA CHIESA DISSE “NO” ALLA PENA DI MORTE

Written by Roberto Fantini
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                                       Papa Francesco non ha certo perso tempo. Nei confronti della pena di morte, infatti, fin dall’inizio del suo pontificato, e in più circostanze, ha assunto una ferma posizione di condanna. Ne costituisce un esempio particolarmente significativo la corposa Lettera rivolta al Presidente della Commissione internazionale contro la pena di morte (20 marzo 2015), in cui vengono formulate numerose tesi che, a parte qualche riferimento dottrinale, risultano in palese sintonia con i punti cardine su cui, da qualche secolo, si incentrano i discorsi e le battaglie del movimento abolizionista mondiale.

Eccole:

- Soltanto Dio è Signore della vita umana e nessun criminale, anche il più spietato, potrà perdere del tutto la sua dignità personale (di cui Dio stesso è garante).

-          A favore della pena di morte non può essere invocata la legittima difesa, in quanto tale pena viene applicata per danni commessi nel passato (a volte molto lontano), a persone già totalmente neutralizzate, private della propria libertà.

-          Per quanto, quindi, possano essere gravi i delitti del condannato, la pena di morte risulta essere un’offesa all’inviolabilità della vita e alla dignità della persona umana.

-          Non solo la pena di morte è incapace di rendere giustizia alle vittime, ma finisce per fomentare mentalità e comportamenti vendicativi.

-          La pena di morte, costringendo lo Stato di diritto ad uccidere “in nome della giustizia”, rappresenta un suo tragico fallimento, non potendosi mai raggiungere vera giustizia sopprimendo vite umane.

-          L’innegabile e ineliminabile “difettosa selettività del sistema penale” implica l’impossibilità di escludere con certezza il verificarsi di errori giudiziari. L’irrazionale rifiuto di prendere atto di ciò potrebbe sempre trasformare l’imperfetta giustizia umana in fonte di ingiustizie.

-          Con l’applicazione della pena capitale si viene a negare irrimediabilmente al condannato la possibilità di portare avanti un percorso di riparazione del danno prodotto, nonché di esperire un processo di conversione interiore e di “contrizione, portico del pentimento e dell’espiazione”.

-          La pena di morte è risultata essere uno strumento tristemente efficace nelle mani dei regimi totalitari per l’eliminazionedi dissidenti politici, di minoranze, e di ogni soggetto etichettato come «pericoloso»”.

-          La pena di morte, implicando un trattamento crudele, disumano e degradante “è contraria al significato dell’humanitas e alla misericordia divina, che devono essere modello per la giustizia degli uomini.” Essa, infatti, oltre alla sofferenza che viene inflitta al condannato al momento dell’esecuzione, comporta un’incalcolabile “angoscia previa al momento dell’esecuzione e la terribile attesa tra l’emissione della sentenza e l’applicazione della pena, una «tortura» che, in nome del dovuto processo, suole durare molti anni, e che nell’anticamera della morte non poche volte porta alla malattia e alla follia”.

-          I vari tentativi portati avanti, nel corso della storia, per rendere (o far apparire) meno doloroso e meno disumano il meccanismo di morte sono decisamente fallimentari, in quanto non esiste e non potrà mai esistere “una forma umana di uccidere un’altra persona” .

-          Nel tempo attuale, è necessario tenere presente che, oltre all’esistenza di mezzi idonei alla repressione del crimine “ senza privare definitivamente della possibilità di redimersi chi lo ha commesso (cfr. Evangelium vitae, n. 27)”, si va affermando sempre più una sensibilità morale che, in nome del valore della vita, esprime crescente dissenso verso la pena di morte e crescente sostegno verso chi si batte contro di essa.

La Lettera, poi, dopo aver messo in luce come la pena dell’ergastolo, implicando, per il condannato, non soltanto la perdita della libertà, ma anche quella della speranza, meriti di essere considerata una sorta di “pena di morte occulta”, si conclude con l’affermare che la pena capitale verrebbe ad implicare “la negazione dell’amore per i nemici, predicata nel Vangelo”, e con l’incitare (attraverso una citazione del precedente discorso del 23 ottobre) tutti i credenti a battersi a favore dell’abolizione:

«Tutti i cristiani e gli uomini di buona volontà sono dunque chiamati oggi a lottare non solo per l’abolizione della pena di morte, legale o illegale che sia, e in tutte le sue forme, ma anche al fine di migliorare le condizioni carcerarie, nel rispetto della dignità umana delle persone private della libertà».

Ma il fatto più rilevante e, per certi versi, più clamoroso, della predicazione abolizionista condotta da Francesco è l’essersi tradotta nella richiesta di revisione di quanto asserito nel Catechismo cattolico. Il quale, nella prima edizione del 1992, ribadiva che “l’insegnamento tradizionale della Chiesa ha riconosciuto fondato il diritto e il dovere della legittima autorità pubblica di infliggere pene proporzionate alla gravità del delitto, senza escludere, in casi di estrema gravità, la pena di morte”. Formulazione che, in seguito alle non poche critiche suscitate, era stata successivamente modificata, nel 1997, in modo da arrivare a ritenere la pena capitale (pur non ancora del tutto esclusa a livello teorico) oramai anacronistica, non ponendosi praticamente mai (o quasi mai) “casi di assoluta necessità di soppressione del reo”.

Ora, la nuova versione approvata da papa Francesco ha l’enorme pregio di abbandonare qualsiasi incertezza ed ambiguità, esprimendo finalmente un rifiuto radicale ed assoluto della pena di morte.

Il nuovo paragrafo 2267, dopo aver ricordato che “per molto tempo il ricorso alla pena di morte da parte della legittima autorità, dopo un processo regolare, fu ritenuta una risposta adeguata alla gravità di alcuni delitti e un mezzo accettabile, anche se estremo, per la tutela del bene comune”, asserisce che, nel mondo di oggi, “è sempre più viva la consapevolezza che la dignità della persona non viene perduta neanche dopo aver commesso crimini gravissimi”, nonché “una nuova comprensione del senso delle sanzioni penali da parte dello Stato”.

E, dopo aver sottolineato che sono oramai “stati messi a punto sistemi di detenzione più efficaci, che garantiscono la doverosa difesa dei cittadini, ma, allo stesso tempo, non tolgono al reo in modo definitivo la possibilità di redimersi”, si arriva solennemente ad affermare (citando sempre il discorso di Francesco dell’ottobre del 2017) che

la Chiesa insegna, alla luce del Vangelo, che ‘la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona’, e si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo.

Secondo monsignor Fisichella (Rino Fisichella, La pena di morte è inammissibile, Osservatore Romano del 2 agosto 2018), la riformulazione del pensiero della Chiesa in merito alla pena di morte (giustificata e praticata per lunghi, terribili secoli) è una evidente oggettivazione di “un vero progresso nella comprensione dell’insegnamento sulla dignità della persona”. Ci troveremmo dinanzi, infatti, ad “un vero progresso dogmatico con il quale si esplicita un contenuto della fede che progressivamente è maturato fino a far comprendere l’insostenibilità della pena di morte ai nostri giorni.”

Prosegue Fisichella, nel sovrumano tentativo di riuscire ad occultare l’abissale contraddizione di quanto si afferma oggi con quanto si è detto (e fatto!) in passato, che l’aver assunto posizione abolizionista non rappresenterebbe un radicale cambiamento di rotta, bensì soltanto “uno sviluppo” e “un progresso nella comprensione del Vangelo che apre orizzonti rimasti in ombra”.

Insomma, per parlare chiaramente e onestamente, la Chiesa cattolica, che da qualche millennio si arroga il diritto di essere la vera ed unica depositaria e interprete della parola rivelata, finalmente riconosce che le incalcolabili vittime delle esecuzioni capitali verificatesi nel corso del tempo col suo beneplacito (o, addirittura, per sua volontà) non sono che l’effetto di una sua errata comprensione del Vangelo!

Ma non sarebbe, allora, più corretto parlare di palese e dolorosa conseguenza di una vergognosa dimenticanza del Vangelo, o, meglio, di un ancor più vergognoso tradimento dei fondamentali valori del Vangelo?!

E sarebbe eccessivo a questo punto, mi domando, pretendere che la stessa Chiesa, dopo aver riconosciuto (per dirla con le parole di papa Francesco) di non essere stata in grado, fino ad ora, di percepire la “luce del Vangelo” in merito all’”inviolabilità e dignità della persona”, si senta perlomeno in dovere di chiedere perdono alle innumerevoli vittime e a tutti coloro che, per aver tentato di aiutarla a scorgere un po’ di quella luce, sono stati da lei vessati, perseguitati e spesso soppressi in qualità di “eretici”? … nonché, infine, a tutta l’umanità che dal suo magistero ha ricevuto non luce ma tenebra?!

 

 

Roberto Fantini

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