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Domenica, 25 Novembre 2018 19:54

SETTANTA ANNI FA: LA DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI

Written by Roberto Fantini
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Fra le tante ricorrenze e i tanti anniversari di questo oramai stanco e moribondo 2018, non merita certo di essere trascurata né tantomeno ignorata la data del 10 dicembre 1948, giorno in cui l’Assemblea delle Nazioni Unite proclamò la Dichiarazione Universale dei diritti umani. Si tratta, infatti, di una di quelle date che hanno lasciato un segno particolarmente profondo sul corso degli eventi storici, una di quelle date che hanno comportato cambiamenti positivi dalle valenze straordinarie e di incalcolabile entità.

Per la prima volta, infatti, nella storia dell’umanità, veniva adottato un documento riguardante tutte le singole persone, senza distinzione di sorta, semplicemente in quanto parti della “famiglia umana”, riconosciute come depositarie di pari e inviolabile dignità. Per la prima volta, dai rappresentanti delle nazioni mondiali veniva riconosciuto che esistono diritti inalienabili, immanenti ad ogni essere umano, il quale deve poterne godere per la sola ragione di essere venuto alla vita in questo nostro mondo.

               “A partire dal 1948, - ci spiega Antonio Cassese - dall’approvazione della Dichiarazione Universale, in tutto il mondo disponiamo di un codice internazionale che non solo contiene una serie di precetti, e così serve a farci decidere come comportarci, ma ci consente anche di valutare i comportamenti delle autorità governative. Disponiamo ora di parametri che valgono sia per gli Stati che per gli individui: i principi internazionali sui diritti umani impongono linee di comportamento, esigono dai governi azioni di un certo tipo e nello stesso tempo legittimano gli individui a levare alta la loro voce se quei diritti non vengono rispettati.” (Voci contro la barbarie, Feltrinelli, Milano 2008, p.10)

   Eppure, la Dichiarazione è tutt’oggi ancora troppo poco conosciuta, spesso disattesa e anche brutalmente e dolorosamente violata e calpestata. Anche se tante cose sono cambiate o hanno cominciato a cambiare, il cammino è sicuramente ancora molto lungo e il rischio di passi falsi e anche di passi indietro è sempre altissimo. Ciò implica, inevitabilmente, che l’attenzione nei confronti dei diritti umani non venga mai ad abbassarsi e che, soprattutto, quanto affermato nella Dichiarazione Universale non venga inteso come qualcosa di troppo astratto e irrealistico, bensì come una rosa di obiettivi meritevoli di essere raggiunti o, almeno, ricercati con la massima caparbietà da parte di tutti noi, nessuno escluso.

La Dichiarazione Universale è scaturita (come si evince limpidamente dal suo stesso Preambolo) dalla ferma convinzione che le immense tragedie che hanno colpito la nostra storia lontana e vicina, provocando persecuzioni, guerre e genocidi, non siano figlie del caso o della volontà di divinità invidiose e malvagie, né tantomeno di un’indole innata maligna e ineliminabile che caratterizzerebbe la natura umana. E’ scaturita dalla convinzione (o, se si preferisce, dalla appassionata speranza) che il mondo come è stato finora sia stato un mondo sbagliato e malato, ma anche un mondo che è possibile correggere e curare. E’ scaturita dalla chiara coscienza del fatto che tutti gli errori commessi siano derivati dalla mancanza di consapevolezza della vera sostanza dei diritti umani, del loro vero significato e, soprattutto, della loro assoluta e irrinunciabile indispensabilità all’interno delle nostre concrete esistenze, per poter rendere possibile la riduzione progressiva e l’eliminazione definitiva di tutti i germi di conflittualità esistenti e potenziali, con le loro fin troppo facilmente prevedibili conseguenze.

Come scrive sempre Antonio Cassese (ibidem, p.355)

   “Il tentativo di far valere la dignità della persona umana, ovunque nel mondo, è un’opera quotidiana che bisogna ricominciare ogni giorno daccapo. E’ una fatica di Sisifo di cui non ci si deve stancare. Ogni mattina, quando ci alziamo, dobbiamo affrontare gli stessi problemi, magari in un’altra parte del mondo, o venire a capo di nuove tragedie.”

E lo dobbiamo fare, purtroppo, senza confidare troppo ingenuamente nei governi, sempre portati a mediare tra interessi compositi e troppo spesso troppo facilmente disposti ad accantonare i diritti umani per dare valore centrale ad altre motivazioni ed esigenze.

Dobbiamo farlo pensando che ognuno di noi, con le sole proprie forze e debolezze, è chiamato a partecipare ad un’opera grandiosa che sola potrà dare a noi e ai nostri figli un mondo più felice, ma solamente a condizione che saremo sempre più numerosi e sempre più animosamente e coerentemente pronti ad impegnarci e a cooperare.

Non nasce, forse, una grande pioggia, dall’insieme di tante piccole singole gocce?

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