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Domenica, 06 Gennaio 2019 21:40

Siria: sul carro del vincitore

Written by Carlotta Caldonazzo
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Mentre gli USA si ritirano “gradualmente” dalla Siria, da metà dicembre diversi governi arabi si avviano verso il disgelo nelle relazioni con Damasco; Mosca conquista un ruolo chiave in Medio Oriente, Tehran cerca di uscire dall'isolamento internazionale con un espansionismo difensivo, Ankara punta all'egemonia

 

 

Nonostante l'annuncio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di un ritiro graduale dalla Siria, dalla fine di dicembre l'aviazione statunitense ha intensificato i bombardamenti su alcune aree lungo il fiume Eufrate, vicino al confine con l'Iraq. Zone ancora parzialmente controllate dai cartelli del jihad del cosiddetto Stato Islamico (IS), dove i raid USA hanno ufficialmente funzione di supporto alle offensive di terra delle Forze democratiche siriane (SDF), guidate dai Gruppi di difesa popolare curdi (YPG). Tra tutti gli attori del conflitto siriano, sono le SDF, impegnate anche contro gruppi affiliati ad al-Qaeda in prossimità di Aleppo, a temere maggiormente le ripercussioni dell'uscita di scena di Washington. Sebbene i comandi militari USA stiano approntando una lista di precise indicazioni sul ritiro, tra le quali la garanzia che i combattenti delle SDF possano conservare le armi ricevute da Washington, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha espresso l'intenzione di estirpare non solo l'IS ma anche il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) le formazioni ad esso legate in Siria. La “neutralizzazione” delle YPG, per Ankara, resta infatti un obiettivo primario, come dimostra l'imponente schieramento di truppe al confine turco-siriano. Per ora, sia il consigliere alla Sicurezza nazionale USA John Bolton (che ha annunciato un'imminente visita ufficiale in Turchia, alla testa di una delegazione), sia il segretario di Stato Mike Pompeo hanno assicurato che Washington si impegnerà per evitare che l'esercito turco e le YPG curde arrivino allo scontro militare. Dichiarazioni alle quali la Turchia ha immediatamente risposto per le rime. Anche per questo la linea isolazionista dell'amministrazione Trump suscita una certa diffidenza tra gli alleati degli USA che si trovano in contesti caldi, come appunto il Medio Oriente. Al punto che le YPG hanno chiesto protezione al governo di Damasco, pur se questo significherà la fine del progetto federale del Rojava. Neppure la Russia infatti sembra disposta ad arginare i progetti neo-ottomani di Ankara, come già dimostrato dal via libera di Mosca all'occupazione turca di Afrin.

 

 

Intanto, buona parte della stampa araba riflette sul brusco cambiamento (ufficiale) di rotta attuato dai governi di molti paesi arabi, in primis le petromonarchie del Golfo, nei confronti del presidente siriano Bashar al-Assad. Primo fra tutti il presidente sudanese Omar al-Bashir, primo rappresentante di un governo arabo a recarsi in visita ufficiale in Siria, lo scorso dicembre. Alla fine di dicembre, inoltre, gli Emirati Arabi Uniti (EAU) hanno riaperto la loro ambasciata a Damasco, seguiti immediatamente dal Bahrein. Diversi analisti arabi hanno sottolineato che, in realtà, al di là delle misure ufficiali, Abu Dhabi, Manama e gli altri membri del Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG) non hanno mai interrotto del tutto i loro rapporti con la Siria, da un lato sostenendo alcuni gruppi ribelli sunniti, dall'altro favorendo attività “controrivoluzionarie”, per il mantenimento delllo status quo ante. Peraltro, i primi segnali di disgelo tra Assad e i paesi vicini erano arrivati già a ottobre 2018, quando era stato riaperto il valico di Nasib, al confine tra Siria e Giordania, importante per l'economia siriana e, in generale, per gli scambi commerciali nella regione. Damasco ne aveva ripreso il controllo a luglio, a seguito di un accordo concluso con i ribelli grazie alla mediazione russa. Sempre a ottobre, inoltre, era stato riaperto sotto la supervisione militare di Mosca il valico di Quneitra, al confine tra la Siria e le alture del Golan, occupate da Israele dal 1967. Monitorato dagli osservatori delle Nazioni Unite (ONU) dal 1974, al fine di mantenere il cessate il fuoco, il valico era stato occupato da fazioni ribelli nel 2014. Mosca dunque non solo ha favorito il successo delle trattative tra Siria e Israele, garantendo a quest'ultima una zona cuscinetto libera da formazioni alleate di Tehran, ma ha anche riportato l'area sotto l'egida dei caschi blu. Un atteggiamento che le ha consentito di attrarre a sé la benevolenza dei paesi del Golfo e un'alleanza tattica con Israele. Tel Aviv, infatti, anche se pienamente in grado di colpire obiettivi iraniani in Siria con l'assenso di Washington, teme l'espansione in Siria di gruppi sciiti filo-iraniani vicini ad Assad, come Hezbollah.

 

L'obiettivo di Mosca, in Medio Oriente, è mantenere un equilibrio, sia pure delicato e parzialmente instabile, tra i vari attori regionali, impedendo a uno qualunque di essi (inclusi Iran e Turchia, suoi alleati nei negoziati di pace di Astana) di emergere come egemone. Contestualmente, il Cremlino si è da sempre schierato con Assad in quanto presidente “legittimo” e come baluardo contro l'ascesa di movimenti religiosi locali: un discorso valido sia per i gruppi sunniti radicali (molti dei quali hanno contatti nelle regioni caucasiche a forte presenza musulmana), sia per il progetto iraniano di un corridoio sciita, tra Siria, Iraq e Libano. Per questo motivo, alcuni analisti arabi intravedono la longa manus russa dietro la decisione di EAU e Bahrein di riaprire le ambasciate a Damasco, preparando il terreno per una reintegrazione della Siria nella Lega araba (su cui l'Unione Europea ha espresso parere contrario), dopo oltre sette anni di sospensione. Per questo, oltre al parere del CCG, sarà fondamentale la linea del presidente egiziano Abd al-Fattah al-Sissi, da sempre schierato contro l'islam politico dei Fratelli Musulmani e contro qualsiasi tentativo di sovvertire l'ordine stabilito dei regimi arabi. L'essenziale, per il Cairo, è affidare le redini di un paese a chi sia in grado di mantenere stabilità e sicurezza. Vale la pena ricordare che per tale ragione, in merito all'uccisione del giornalista saudita Jamal Khashoggi, al-Sissi, come il premier israeliano Benjamin Netanyahu, aveva consigliato a Trump di schierarsi con il principe ereditario saudita Mohamed bin Salman, anche in virtù delle sue posizioni ferocemente anti-iraniane. Stesso motivo per cui l'Egitto ha sempre sostenuto Assad e, alla fine di dicembre, ha ricevuto una storica visita del direttore dell'intelligence siriana, Ali Mamlouk, invitato dal suo omologo egiziano Abbas Kamel. Mamlouk, accusato da USA e Francia di complicità in atti di tortura, sparizioni forzate e crimini di guerra e contro l'umanità, si era già recato al Cairo nel 2016, segno che le relazioni tra i due paesi in materia di sicurezza non si sono mai interrotte.

 

 

I giornali arabi, inoltre, si sono chiesti se, in mancanza di una visione strategica araba comune, questa “corsa” a ripristinare le relazioni con Damasco non sia finalizzata solo ad assicurarsi preziosi investimenti nella ricostruzione della Siria dopo la vittoria definitiva di Assad, anche se il conflitto non è ancora del tutto finito. Nondimeno, l'ipotesi che l'unico obiettivo sia contrastare l'influenza iraniana nella regione reintegrando Damasco nella rete di relazioni arabe non appare verosimile, perché altrimenti ciò avrebbe indotto il CCG a togliere l'embargo al Qatar, imposto appunto per sospetti di cooperazione con Tehran. Più plausibile sembra invece un'altra ipotesi, secondo la quale i bersagli di tale strategia sarebbero tanto l'espansionismo difensivo dell'Iran, quanto quello, ben più aggressivo, della Turchia. Se infatti per Tehran la creazione di un corridoio sciita mediorientale ha come unico scopo l'uscita dall'isolamento internazionale e la deterrenza di qualsiasi piano di attacco al suo territorio, il progetto neo-ottomano di Ankara implica l'egemonia sul Medio Oriente e su parte dell'Asia centrale, esercitata in modo decrescente all'aumentare della distanza dai suoi confini: un controllo diretto sulle zone a maggioranza o a forte presenza curda e uno più indiretto, che si risolva in un'influenza religiosa e culturale sulle regioni dove prevale l'islam sunnita, dal Caucaso ai Balcani. Oltre al dispiegamento di truppe in Siria, la Turchia in passato ha bombardato episodicamente la catena montuosa del Qandil, in territorio iracheno, dove il PKK aveva stabilito le sue roccaforti. Tuttavia, negli ultimi anni, da quando ha concentrato le operazioni militari sulle regioni curde della Siria settentrionale, con l'Iraq ha optato per la linea della cooperazione in tema di sicurezza. Pertanto, mentre in Siria si propone come il gendarme che, dopo il ritiro USA, estirperà le organizzazioni terroristiche (l'IS ma anche le YPG), lo scorso 3 gennaio, durante la visita del presidente iracheno Barham Salih, Erdoğan ha manifestato l'intenzione di sviluppare le relazioni tra Iraq e Turchia in tutti i domini e di aiutare Baghdad a garantire forniture energetiche e sicurezza: “gruppi terroristici come l'IS, il PKK e FETÖ (l'organizzazione del suo ex alleato Fethullah Gülen, predicatore islamico turco in esilio negli USA dal 1999) minacciano sia la Turchia, sia l'Iraq”, ha commentato. Anticipando così la sua prossima mossa: ottenere dagli Stati Uniti l'estradizione di Gülen.

Read 2544 times Last modified on Domenica, 06 Gennaio 2019 14:20

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