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Mercoledì, 26 Dicembre 2018 02:08

Trump e il menù geo-strategico del sultano

Written by Carlotta Caldonazzo
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Tra Medio Oriente e Asia centrale: i piani di Washington, l'intraprendenza pragmatica di Ankara, la diplomazia di Mosca e l'attendismo di Pechino; Trump vuole balcanizzare l'Iran?

 

 

Annunciando il ritiro delle truppe dalla Siria, deciso dopo un colloquio telefonico con il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, e il dimezzamento del contingente in Afghanistan, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha suscitato preoccupazione e disappunto anche tra i suoi alleati, interni e internazionali. Molti gli interrogativi sulle ripercussioni di queste decisioni, in particolare dopo l'uscita degli USA da due trattati storici: a maggio dall'accordo sul programma nucleare iraniano (JCPOA) siglato nel luglio 2015; a settembre dal trattato sulle armi nucleari (INF) concluso con la Russia nel 1987. Perplessità che si aggiungono a quelle sollevate dall'atteggiamento di Trump nei confronti dell'Arabia Saudita a seguito dell'uccisione del giornalista Jamal Khashoggi (cittadino saudita residente negli Stati Uniti dal 2017 ed editorialista del Washington Post). Dopo l'iniziale linea dura, il presidente aveva infatti invertito la rotta, spostando l'attenzione sull'importanza strategica delle relazioni con Riyadh e con il principe ereditario Mohamed bin Salman (MBS) in funzione anti-iraniana. Una posizione, quella di Trump, non sempre condivisa da altri apparati dell'amministrazione statunitense, come dimostrano le prese di posizione del Senato sull'affaire Khashoggi, basate peraltro sui rapporti dell'intelligence, o, da ultimo, le dimissioni del segretario alla Difesa James Mattis, poco dopo l'annuncio del ritiro di truppe dalla Siria. Un colpo al cerchio saudita e uno alla botte turca.

A livello internazionale, la prima reazione a quest'ultima discussa decisione è stata la percezione delle milizie curde integrate nelle Forze democratiche siriane (SDF) di essere state abbandonate, da un alleato sul quale contavano, alla mercé della Turchia e del suo progetto egemonico di stampo neo-ottomano sul Medio Oriente. Un copione che si è ripetuto più volte tra i curdi e le potenze occidentali, a cominciare dall'accordo Sykes-Picot del 1916. Del resto, uno degli ultimi motivi di attrito tra Stati Uniti e Turchia è stato proprio il sostegno di Washington alle Unità di protezione popolare curde (YPG), ala armata del partito dell'Unione democratica (PYD), che Ankara ritiene la branca siriana del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), quindi una “formazione terrorista” (tale è la definizione del PKK anche a Washington). Poco dopo il ritiro USA, la Turchia ha quindi concentrato le sue truppe al confine con la Siria, coerentemente con le parole di Erdoğan che il 12 dicembre ha annunciato una campagna militare contro le SDF a Est dell'Eufrate. Alle operazioni parteciperanno anche fazioni sunnite affiliate all'Esercito siriano libero (FSA), in particolare l'Esercito nazionale, che stanno già inviando un contingente di circa 4.000 combattenti al confine turco-siriano. Non è quindi da escludersi che l'obiettivo degli USA sia ricorrere alla Turchia come “gendarme” atlantico in Medio Oriente, come fecero negli anni '90 nei Balcani e nel Caucaso, regioni tanto cruciali quanto conflittuali, storicamente terreno di contesa tra Impero Ottomano, Persia, Russia e, a latere, potenze europee. A sostenere tale ipotesi potrebbero essere le dichiarazioni dello stesso Trump, che il 23 dicembre ha spiegato di aver coordinato il ritiro delle truppe USA dalla Siria con Erdoğan, al quale passerebbe il testimone della guerra contro i cartelli del jihad del cosiddetto Stato islamico (IS). Malgrado le perplessità degli alleati europei, in particolare del presidente francese Emmanuel Macron.

Secondo diversi analisti internazionali, a beneficiare del ritiro USA dalla Siria sarebbe anche la Russia, da sempre critica nei confronti degli interventi militari di Washington, e protagonista, assieme a Turchia e Iran, dei negoziati di pace di Astana. Nell'incontro di luglio a Helsinki tra Trump e il suo omologo russo Vladimir Putin, oltre alle relazioni economiche e alla questione della Crimea, è stato trattato il tema del conflitto siriano, nel quale la Russia è impegnata attivamente, dal 2015, al fianco del governo di Damasco. A tal proposito, senza entrare nel merito della legittimità delle azioni del presidente siriano Bashar al-Asad, Trump ha detto espressamente che “gli Stati Uniti non permetteranno all'Iran di beneficiare dei successi della campagna contro l'IS”. Con Mosca, peraltro, anche Tel Aviv ha discusso più volte nell'ultimo anno della posizione dell'Iran in Siria, auspicandone l'estromissione persino dal processo di pace. Malgrado le reciproche rassicurazioni, neppure la proposta del ministro degli esteri russo Sergej Lavrov (una zona cuscinetto a protezione del confine tra Siria e Israele) è stata giudicata sufficiente da Israele, ma resta assai improbabile che la Russia volti le spalle all'Iran, con il quale ha in atto importanti progetti bilaterali e multilaterali, dal settore energetico alla geopolitica: per citare qualche esempio, il programma oil-for-goods, la questione dello statuto legale del Mar Caspio e la lotta al narcotraffico e al terrorismo in Afghanistan. Ciononostante, pur essendo lontana l'era dell'accordo segreto tra Gore e Černomyrdin per l'interruzione della fornitura di armi all'Iran, Putin continua a mantenere il suo atteggiamento ambiguo nei confronti di Tehran, utile nel contenimento dell'espansionismo turco e contro la diffusione dell'islam sunnita radicale, ma potenzialmente rivale. Ad esempio, in Siria, nonostante l'alleanza tattica, Mosca mira ad arginare l'influenza iraniana, sia con la diplomazia, sia attraverso l'invio di squadre speciali formate da combattenti caucasici. Si comprende dunque la generale diffidenza di Tehran, manifestata già nel 2016 a proposito della mancata concessione ai russi della base aerea di Hamadan. Lo scopo di Putin è infatti guadagnare peso geopolitico assumendo un ruolo di mediazione, quindi bilanciando le forze in campo ed evitando che una di esse emerga, in primis Iran e Turchia.

Ciò vale non solo per la Siria, dove Mosca ha due basi militari sulle coste del Mediterraneo, ma anche per il Medio Oriente in generale, a partire dalla spinosa questione israelo-palestinese. Ultimamente, infatti, Putin ha manifestato l'intenzione di ospitare colloqui di riconciliazione tra le fazioni palestinesi e negoziati di pace tra rappresentanti palestinesi e autorità israeliane, in vista di una soluzione politica dei conflitti in atto. Una mossa che rischia tuttavia di irritare la Turchia, che tenta di proporsi come punto di riferimento per la Palestina. Dal 2010, le relazioni tra Tel Aviv e Ankara sono alquanto tese e negli ultimi mesi sembrano persino peggiorate: si veda il discorso all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite di Erdoğan, a sostegno della causa palestinese, e, nei giorni scorsi, lo scambio di battute al vetriolo tra il presidente turco e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Tra le ultime occasioni di attrito, spicca inoltre l'affaire Khashoggi, per il quale Ankara preme per una condanna internazionale di Mohamed bin Salman e dei vertici della monarchia saudita, mentre Tel Aviv (sulla stessa linea dell'Egitto) mette in rilievo l'importanza di Riyadh in funzione anti-iraniana e di contrasto alla galassia dei Fratelli musulmani, incluso Hamas. Se infatti dal punto di vista del piano strategico di Erdoğan l'eccessiva intraprendenza di MBS rappresenta una minaccia, per Israele il principe ereditario è, per lo stesso motivo, l'interlocutore saudita ideale. Anche per questo, il sostegno di Trump alla guerra indiretta condotta da Israele contro l'Iran, di cui Netanyahu non dubita, appare il contraddizione con l'annuncio del ritiro USA dalla Siria, visto con perplessità anche a Tel Aviv. A meno che non sia parte di una strategia volta a causare il fallimento dei negoziati di Astana e a far emergere le divergenze strategiche tra i suoi protagonisti, con l'obiettivo di isolare definitivamente Tehran.

Il complesso intreccio di equilibri ha finora indotto la Cina a optare per una strategia attendista e a preferire la realizzazione graduale e silenziosa delle nuove vie della seta (BRI – Belt and Road Initative). Un progetto economico, ma anche geopolitico, che coinvolge il Medio Oriente e l'Asia Centrale, regioni in cui Turchia, Russia e Stati Uniti (questi ultimi soprattutto con la Fondazione Rumsfeld, che promuove il forum annuale CAMCA – Central Asia-Mongolia-Caucasus-Afghanistan) cercano di espandere la propria influenza. Se in Medio Oriente Tehran imposta la sua strategia difensiva offrendo supporto agli sciiti presenti nei vari Stati, con i paesi centro-asiatici ha in piedi soprattutto relazioni economiche nei settori delle infrastrutture e degli idrocarburi, oltre a una cooperazione con Afghanistan e Turkmenistan nella lotta al terrorismo islamico e al narcotraffico. Rapporti resi ora più difficili dalle sanzioni imposte da Washington dopo l'uscita dal JCPOA. Anche per questo non è da escludersi che gli USA vogliano far emergere in Siria le divisioni tra Tehran, Mosca e Ankara e puntare su Israele e Arabia Saudita da un lato e Turchia dall'altro per la gestione del Medio Oriente, lasciando a Turchia e Russia la competizione per il controllo delle regioni centro-asiatiche. Se Trump avesse adottato tale strategia per isolare Tehran (magari in vista di un eventuale attacco militare), si potrebbe pensare che il suo obiettivo sia balcanizzare non solo la Repubblica islamica, ma l'intera Asia Centrale, il che gli permetterebbe di raggiungere tre obiettivi strategici, pur con il rischio di provocare conflitti sanguinosi: annientare l'Iran, colpire gli interessi russi e cinesi e arginare l'espansionismo di Ankara.

Read 2432 times Last modified on Martedì, 25 Dicembre 2018 22:15

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