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Afghanistan-Italia, una rete di donne contro ogni tipo di violenza

By Anna Polo November 28, 2017 9408

28.11.2017 - Il CISDA – Coordinamento Italiano in sostegno donne afgane – è una rete che da anni opera a fianco delle donne afgane per la dignità della persona, contro tutti i fondamentalismi e le guerre. Ne parliamo con Laura Quagliuolo, una delle attiviste.
 
 
Quando è cominciata la vostra attività?

Il CISDA come onlus registrata si è costituito nel 2004 per poter accedere ai fondi destinati ai progetti di cooperazione, ma in realtà il nostro lavoro con le donne afgane va avanti dal 1999.  In quel momento il paese era sotto i talebani, dopo una sanguinosa guerra civile avvenuta tra il 1992 e il 1996 e i signori della guerra, finanziati a seconda dell’etnia dagli Stati Uniti, dall’Arabia Saudita eccetera, si contendevano il controllo del territorio. Non si parlava delle violenze di tutti i tipi a cui erano sottoposte le donne, fino ad arrivare alla lapidazione per adulterio. Il gruppo RAWA (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan; www.rawa.org), nato nel 1977, ha deciso di far conoscere la situazione e ha scritto a vari gruppi femministi in Europa, Stati Uniti e Canada.  In Italia il loro appello è stato raccolto dalle Donne in Nero, dalle donne che orbitavano intorno all’Arci Isolotto di Firenze e in particolare da Luisa Morgantini, che le ha invitate a partecipare alla Marcia Perugia-Assisi e poi a raccontare la situazione in vari incontri e conferenze.
Nel 2001, dopo l’invasione americana, sempre Luisa Morgantini ha guidato una delegazione composta da europarlamentari, attivisti e giornalisti nei campi profughi in Pakistan (in quel momento era troppo pericoloso andare in Afghanistan). C’è stato un altro viaggio nel marzo 2002 e da allora fino al 2014 almeno una delegazione all’anno si è recata in Pakistan e Afghanistan. Inoltre organizziamo un incontro annuale  nazionale/internazionale in Italia e convegni anche in altri paesi, invitando le donne afgane delle varie associazioni che sosteniamo – oltre a Rawa, HAWCA (Humanitarian assistance of the Women and Children of Afghanistan; www.hawca.org) ) OPAWC (Organization for Promoting Afghan Women’s Capabilities); AFCECO (Afghan Child Education and Care Organization) e SAAJS (Social Afghan Association Justice Seekers). Nel 2015 c’è stato un convegno a Berlino, organizzato dalle donne tedesche, di cui abbiamo tradotto gli atti.
In Italia il primo nucleo formatosi nel 1999 si è poi allargato ad altre associazioni e a singole donne  interessate a collaborare e oggi il CISDA è oggi attivo a Milano, Firenze, Trieste, Como, Roma, Torino, Piadena e Belluno. Il nostro scopo principale non è raccogliere fondi, ma portare fuori dall’Afghanistan il messaggio politico dei movimenti di lotta (laici e non fondamentalisti) del paese.
 

Da allora quali attività si sono sviluppate?

Le donne di Rawa sono le più dure, tanto che Meena, la loro fondatrice, è stata uccisa da sicari del fondamentalista Gulbuddin Hekmatyar. Fin dall’inizio hanno creato ospedali e ambulatori mobili e organizzato corsi di alfabetizzazione per donne e scuole per bambine e bambini sia nei campi profughi in Pakistan sia in Afghanistan.  Molti giovani che si sono formati nelle scuole di RAWA hanno poi fatto dei percorsi nella società civile, formando varie Ong registrate e riconosciute, che con il nostro sostegno hanno creato orfanotrofi e scuole di musica e organizzato corsi di alfabetizzazione e professionali per consentire alle donne di lavorare e di valorizzare le loro capacità. Vengono anche erogati micro-crediti alle vedove per permettere loro di mantenere i figli, sottraendole così alla prostituzione e dell’accattonaggio. Le case per donne maltrattate offrono protezione e cure a chi ha subito violenza all’interno della famiglia e sono previsti anche interventi per monitorare la situazione. Nessuno di questi progetti viene proposto da noi; sono loro a definire via via le esigenze e poi lavoriamo insieme per realizzarli, cercando fondi e donazioni e partecipando a bandi anche europei. E’ stato anche avviato un lavoro con i parenti delle vittime di anni di violenze commesse, partito soprattutto per documentare i crimini dei signori della guerra e dei talebani. Oggi una Procuratrice del Tribunale dell’Aia sta chiedendo autorizzazioni per istituire un processo contro talebani, forze afghane – polizia, servizi segreti, esercito –  e truppe americane (per queste ultime a partire dal 2003).

 
Com’è adesso la situazione nel paese?

Ancora disastrosa, soprattutto nelle zone rurali, dove domina una società tribale e arretrata. L’85% delle donne è analfabeta, la mortalità infantile e femminile è altissima, mancano acqua pulita, elettricità, strutture sanitarie ecc. In compenso la corruzione dilaga (anche approfittando dei fondi per la ricostruzione sviati dai progetti tipo scuole e ospedali), si spendono ancora milioni per la guerra (noi italiani ci mettiamo 1 milione di euro al giorno) e gli americani pur di mantenere le loro basi continuano a sostenere i vari signori della guerra. Ormai i talebani controllano gran parte del territorio. L’Afghanistan produce il 92% dell’oppio del mondo ed è ancora pieno di milioni di mine.  Durante la nostra ultima visita, nel marzo di quest’anno (per tre anni abbiamo dovuto interrompere i viaggi perché la situazione era troppo pericolosa), dovevamo andare in giro con una scorta armata di uomini, eppure in occasione dell’8 marzo è sempre stata organizzata una celebrazione in un luogo chiuso, ma pubblico, con canti, poesie e testimonianze. 
Da dove ti viene il coraggio per affrontare queste situazioni pericolose?
Non credo di essere molto coraggiosa, ma sono sempre stata una militante pacifista e ho voluto far parte fin dall’inizio delle delegazioni che andavano in Pakistan e Afghanistan. Non è solo questione di dare, ma anche di ricevere e io ho ricevuto tanto da loro. Sono le donne afgane a darmi forza e a spingermi e io non intendo certo mollarle. E poi questi viaggi sono un’esperienza incredibile, ti danno un altro angolo da cui vedere il mondo.

 
C’è qualche situazione che ti ha particolarmente toccato e commosso?

Il contatto diretto con le violenze tremende subite da tante donne e la loro capacità di ridere anche delle situazioni più tragiche. Le tante situazioni comiche che capitano quando ci si sposta in un paese dove spesso le fogne sono a cielo aperto e le strade ben diverse da quelle a cui siamo abituate.

 
Come vedi il futuro del paese e delle vostre attività in rete con le donne afgane?

Ecco, questo del “fare rete” è un punto fondamentale, anche perché ultimamente l’Afghanistan è un po’ sparito dall’orizzonte e quindi ogni occasione di portare qui qualche attivista e parlare della situazione precaria del paese è preziosa. Loro sono consapevoli dell’enorme lavoro che c’è ancora da fare per liberarsi non solo dei signori della guerra e della droga, ma anche delle tradizioni oppressive che calpestano i più elementari diritti umani. Noi siamo una piccola associazione di volontarie, ma stiamo facendo la nostra parte, anche se è una goccia nel mare. E questo aiuta ad andare avanti e a sentirsi meno impotenti.
 

Per gentile concessione dell'agenzia di stampa Pressenza

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Last modified on Wednesday, 29 November 2017 14:38
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