L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Fashion, Art and Cinema (73)

                                       

Antonella Pagano

 

Vien voglia di chiedersi se c’è ancora da dire e scrivere di William Shakespeare. Ebbene, dopo aver visto Hamnet, senza esitazione alcuna, dichiaro: SI. Gli inglesi lo ritengono il loro più rappresentativo poeta talchè lo dicono il “Bardo dell’Avon” (bardo: poeta che esalta le aspirazioni o le tradizioni del proprio popolo o della stirpe, sia dal punto di vista politico che religioso) o il "Cigno dell'Avon". Ci ha lasciato ben 38 testi teatrali, 154 sonetti, 3 poemi e tutta una serie di opere in versi. Le opere teatrali sono state tradotte in tutte le maggiori lingue del mondo e sono state inscenate più spesso di qualsiasi altra opera; è lo scrittore maggiormente citato nella storia della letteratura inglese, molte delle sue espressioni linguistiche sono entrate nel lessico inglese quotidiano. Di Lui oggi ci sta parlando Chloé Zhao, pseudonimo di Zhao Ting, (Pechino31 marzo 1982), registasceneggiatriceproduttrice cinematografica e montatrice cinese naturalizzata statunitense e anche migliore regista, anzi la seconda donna a trionfare in questa categoria. Occhio femminile orientale, ma con sguardo direi planetario, sa presentarci uno Shakespeare fresco d’aria boschiva, tenero eppure crepitante come le foglie che tappezzano la scena del suo innamoramento, allorchè Agnes lo colpirà esattamente e contemporaneamente dentro il cuore e dentro la parte più preziosa dei suoi pensieri.

Galoppare una vita sullo schermo gigante del cinema è ben altro che leggere una biografia, occorre una speciale abilità, vieppiù se la storia è mutuata da un romanzo. Le vibrazioni della sala, sod out, hanno perforato il soffitto della stessa, tanto era potente la loro frequenza energetica, tali erano le emozioni e la somma delle emozioni, tale era il silenzio, talmente denso e compatto da poterlo quasi toccare, saturava l’aria fino a farmi tossire poiché l’ossigeno è stato soppiantato letteralmente dall’atmosfera che la donna-fata-maga Zhao ha composto con magistralità rasente il soprannaturale. Jessie Buckely è perfetta nel personaggio agreste e selvatico di Agnes, perfetto il volto sprigionante il fascino antico proprio delle donne herbarie, figure centrali nelle comunità antiche; sorta di farmaciste e medichesse maestre nella conoscenza e nell’uso terapeutico di piante ed erbe.

Agnes cura tutti e se stessa, è finanche la “mammana” di se stessa e del suo primo parto. Magistrale la scena di lei che -accovacciata nella radura dell’amato bosco -casa assoluta- urlerà l’arrivo della nuova vita aggrappata alle solide radici dei millenari fraterni alberi. Quell’ urlo di dolore fisico che saprà essere canto maternale. Dentro quel canto e dentro la foresta, abbracciata dalla nuda-materna terra, aspetterà il suo amore, William, l’amore della sua vita, di tutta la sua vita. Lo aspetterà stringendo fra le braccia e mangiando con lo sguardo il loro primo frutto. Con ancora la sostanza del suo grembo, unta di quella sostanza, così, porgerà la bimba a William, Lui con infinita tenerezza la prenderà e si colmerà d’estasi, l’estasi che ha bucato lo schermo ed è arrivata dritta al cuore degli spettatori. Ho pianto! Il mondo ha bisogno di questo film. Abbiamo bisogno di storie d’amore, soprattutto di amori eterni tessuti di fatica, determinazione, volontà e tenerezza. Tenerezza finanche dentro un addio, l’addio più feroce che ci sia, la morte di un figlio, che, in questo caso, è anche l’unico figlio maschio: Hamnet. E ancora, Agnes che cura tutti e se stessa è colei che cura amorevolmente il suo William…sempre, anche quando lo strazio della penna che non sa scrivere il ciclopico tormento che s’aggruma e fatica a fluidificarsi nell’inchiostro uscirà con l’urlo del disagio dolorosissimo, quel disagio che è anelito, opportunità despota e insopprimibile che lo chiama a Londra. Anche allora Agnes continuerà e continuerà a curare tutto e tutti e, mentre Lui galoppa la vita dentro il mondo della drammaturgia e del teatro, Lui che sempre ritorna a lei…lei, segnata talvolta più acutamente dalla sua assenza, manifesterà il bisogno della presenza e la durezza della sua assenza. Sarà lungo il cammino dentro il tempo e perfino dentro lo strazio della peste, aspro il cammino dentro l’incomprensibile perdita di Hamnet, dopo questi estenuanti cammini Agnes deciderà di raggiungerlo.

E sarà allora che vedrà la piccola, piccolissima scarna stanza in cui William vive e genera le sue opere, a fronte della casa grande, la più grande della cittadina, che lui ha acquistato per la famiglia; allora e lì, in parte, comprenderà poichè tutta la comprensione arriverà allorchè, spettatrice dell’opera Hamlet, a teatro, tra la folla perduta nell’estasi totalizzante della tragedia, con tanti occhi in lacrime attorno a lei, lì nell’assistere alla teatrale letteraria resurrezione di Hamnet incarnato nello splendido Amlet rivelatore e pacificatore, lì e allora vivrà il miracolo della riconnessione piena con William…e sarà profonda e irrimediabilmente indissolubile…dopo di che: tutto il resto sarà silenzio.  Se l’intuizione e la creatività di Maggie O’Farrell sono state intriganti e accattivanti, se nel romanzo è riuscita a dosare bene: amore e abbandono, perdita e riconciliazione e incunearvi finanche la pulce imbarcatasi ad Alessandria d’ Egitto e arrivata a diffondere la peste a Venezia e in tutta Europa, la magìa di una regista dagli occhi e dalle mani magiche, quelli di Chloé Zhao, hanno fatto il capolavoro che dal 5 febbraio è nelle sale cinematografiche.

L’intero cast più che sembrare, è rivestito dell’alone sacrale, a tratti misterico e mistico del film. I parti di Agnes sono metafore di parti di Madre Natura. Altrettanto simbolico e potente è il parto teatrale di William che sa restituire -pur nella finzione scenica- la profondità della vita, della morte e dell’amore che ci dimostra come possa essere assoluto e perenne; anzi, con l’azione scenica il parto di Wialliam fa di più: si fa salvifico e risana le ferite dell’amore, della morte-perdita e le fratture della connessione. Hamnet-Hamlet si fa medicina efficace tale quali le medicine che Agnes-erbaria sa preparare.  Golden Globe come miglior film drammatico di una regista, la Zhao, già Premio Oscar. Maggie O’Farrell è una Agnes che resterà nella storia del cinema, magnifico anche Paul Mescal nel ruolo di William Shakespeare, sorprendente il giovane Jacobi Jupe nel ruolo del piccolo Hamnet Shakespeare, Joe Alwyn nel ruolo di Bartholomew, ed Emily Watson in Mary Shakespeare, David Wilmot nei panni di John Shakespeare  padre del poeta,  Jack Shalloo in Marcellus, Olivia Lynes in Judith Shakespeare, Justine Mitchell in Joan Hathaway, Bodhi Rae Breathnech in Susanna Shakespeare, Freya Hannan-Mills in Elisa Shakespeare, Noah Jupe nel ruolo di attore di teatro e Shaun Mason l’altro attore di teatro. Mi piace ricordare, e lo stigmatizzo, che Alessia Amendola ha dato la voce ad Agnes e Manuel Meli a William.

 

 

Milena Petrarca è una nota pittrice  ma nello stesso tempo, poetessa, letterata, disegnatrice di murales e restauratrice. Nata a Pozzuoli (Napoli), ormai da anni vive e lavora Latina ed ha tre figli. Fin da piccola ha convissuto nel suo ambito familiare, circondata dall’arte più vera: quella dei quadri, della musica e del canto. Sua madre la poetessa e Prof.ssa Maria Panetty Petrarca era una grande scrittrice di Opere teatrali, drammaturgo e autrice di canzoni napoletane. Il padre era  invece un ingegnere capo del Comune di Pozzuoli e dell’Olivetti.  Milena Petrarca studiò all’istituto d’Arte Filippo Palizzi a Piazza del Plebiscito di Napoli, dove conseguì il titolo di maestra d’Arte. Milena negli anni sviluppò la sua arte e la sua cultura  con il contributo di insegnanti straordinari come il grande scultore Lelio Gelli e agli imput che riceveva da casa, da suo zio Tommaso Panetty, pittore (che oltre che grande scienziato, era anche un  inventore) e sua sorella Elena Petrarca. Con gli anni  Milena affinò la sua tecnica, a Pozzuoli  espose i suoi primi quadri  e all’età di quindici anni, partecipò ad un concorso con i grandi pittori della zona, dove vinse il primo premio.

Attualmente Milena è Presidente provinciale dell’Associazione Internazionale Magna Grecia che promuove la cultura del Mezzogiorno con un Premio internazionale che ogni anno è assegnato a personalità del mondo della cultura e dell’arte. L’associazione di Latina ha  continui scambi con le rassegne artistiche internazionali, pertanto Milena Petrarca anni fa si recò ad esporre con più di cento quadri nella sede di New York  (in occasione del  cinquecentenario di Cristoforo Colombo). Nella” Grande Mela” dove in quell’evento internazionale, c’erano tutti i più grandi pittori degli Stati Uniti  e di tutto il mondo, Milena Petrarca riuscì  ad  ottenere il prestigioso riconoscimento dal governo di New York:” Artistic  Achivement Award Gallery”.  Grazie a questo premio, venne inserita dal grande critico Mario Fratti tra i più importanti artisti del gruppo “Realismo Magico”. Le sue opere si trovano in numerosi musei italiani ed americani e nelle collezioni più prestigiose, americane, francesi, inglesi e cinesi.

Milena Petrarca negli anni ha partecipato ad innumerevoli manifestazioni e vinto tanti premi che resta difficile elencarli tutti: uno dei più importanti è quello conseguito nell’Artistic Tower Gallery.

La bravissima artista italiana ed internazionale l‘abbiamo recentemente incontrata per conoscerla più da vicino: buongiorno Milena, potresti tracciare una sintesi della tua vita?

Sono nata a Pozzuoli, nei pressi della solfatara a Via Pergolesi ed è proprio per questo che ho un carattere  particolare, direi vulcanico, la mia è un’esplosione di vita. Adoro la pittura e fin da piccola  già a  a sette anni con gli acquerelli dipingevo il tempio di Serapide e il Tempio di Apollo con l’aiuto di mio zio. Lui aveva cresciuto mia madre insieme a zia Bettina che è stata la fidanzata del grande tenore Enrico Caruso. Gli esempi sono importanti ed io posso dire di averne avuti diversi in famiglia. Oltre ad essere la modella di mia sorella, anche lei pittrice, da piccola ero brava anche come  ballerina e manifestavo in ogni circostanza  le mie passioni culturali.

Come si può considerare il tuo stile artistico?

  Milena Petrarca

Il mio è un realismo magico, che va al di là della fotografia ed è una tecnica complessa, compendiata, che non si effettua solo con l’olio, ma utilizzo il pennello e le colle e le terre. Occorre avere una buona mano, perché poi non si può correggere. Tanti sono i quadri che ho dipinto negli anni, ho iniziato con le nature morte ed ho preso lo spunto dalla tecnica del settecento. I miei ispiratori sono stati  prima di tutto, l’ingegnoso Leonardo Da Vinci e poi la grande pittrice del settecento, Rosalba Carriera. Anche quando scrivo poesie mi ispiro alle mie esposizioni, la prosa alla quale tengo particolarmente si chiama Nausicaa, una figura mitologica, che vinse anche il primo premio della critica, per la poesia dipinta.

Quali sono i tuoi dipinti ai quali sei più affezionata?

Tutti i miei quadri li ritengo figli miei, quindi non saprei dire quelli ai quali sono più affezionata, ma l’ultimo lo considero sempre il più bello. Tra i tanti ci tengo a ricordare quelli che rappresentano alcune località della zona Pontina, oltre alle raffigurazioni di celebrità quali Nureyev, la Callas, Marylin Monroe, Margot Fontaine e Sofia Loren. Io riesco ad interpretare la figura della donna in un modo diverso e lascio nel dipinto un soffio dell’anima.

Si nota che hai un affetto particolare per la mitica attrice Sofia Loren.

 La figura della grande attrice Sofia Loren entra sovente nei mei quadri, in quanto la conobbi da giovane perché frequentava casa nostra, dal momento che era  allieva di mia mamma che l’educò nei suoi primi passi al teatro. Di seguito la fece partecipare al primo concorso, “la bella Flegrea” a Pozzuoli, dove vinse il primo premio. Mi ha sempre colpito di Sofia la sua perseveranza e la sua genuinità.

Milena qual è il tuo prossimo e grande progetto che hai nel cassetto al quale tieni particolarmente?

Ne ho diversi. Vorrei realizzare un docufilm su mia zia Bettina dove si narra il suo grande amore giovanile per il grande tenore Enrico Caruso. A tale proposito questa figura la dovrebbe interpretare Sabrina Fardello, la mia amica soprano, che le assomiglia particolarmente. Inoltre intendo creare al più presto la fondazione “Griffo Petrarca”, in una casa museo internazionale sopra il mio appartamento a Latina, all’interno di un terrazzo di 400 mq e questa capienza è necessaria per riuscire ad inserire tutte le mie opere. Inoltre intendo creare un museo analogo nella mia casa di Pozzuoli. L’ultima mia comunicazione è quella che  entro un mese sarà ultimato il libro su Frida Khalo, con i miei dipinti e le poesie ispirate a lei.

Grazie infinite Prof. ssa Milena Petrarca.

 

 



Prima di immergerci nell'intervista, vale la pena accendere i riflettori sulla sfida che Giacomo Grifoni ha intrapreso con il suo nuovo lavoro. Il libro è infatti nel pieno della campagna su Bookabook: un percorso di 'scelta condivisa' in cui il manoscritto cerca i suoi futuri lettori per trasformarsi, insieme a loro, in un volume cartaceo. Un progetto ambizioso a cui auguriamo il miglior successo, certi del valore che l'autore ha già ampiamente dimostrato in campo letterario. Del resto, intervistare Giacomo Grifoni significa innanzitutto accettare una sfida: quella di guardare alle relazioni non come a una semplice cornice, ma come alla sostanza stessa di chi siamo Psicologo e psicoterapeuta di orientamento sistemico-relazionale, Grifoni ha dedicato la sua carriera a decifrare la complessità dei legami umani, portando la terapia fuori dagli schemi classici per renderla uno strumento di trasformazione sociale. Socio fondatore e formatore del Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti (CAM) di Firenze, Giacomo è da anni in prima linea in un ambito tanto delicato quanto necessario: il lavoro con gli autori di violenza e con la violenza in generale. Una scelta professionale che richiede un equilibrio raro tra fermezza etica e capacità di ascolto, e che lo ha reso una delle voci più lucide e profonde nel dibattito contemporaneo sulla maschilità e sulla gestione del conflitto. Il suo approccio non si ferma alla superficie del sintomo. Che si tratti di dinamiche familiari, crisi di coppia o percorsi individuali, Grifoni lavora sulla "grammatica degli affetti", aiutando le persone a rileggere la propria storia per scriverne capitoli nuovi e più consapevoli. In questa intervista, ci addentriamo con lui nei territori del disagio moderno e delle nuove pagine che si appresta a consegnare ai lettori con il romanzo Luna dell’altro.

D-Se dovessi dare ai tuoi lettori un’anteprima del tema portante, di cosa tratta questo tuo ultimo sforzo editoriale e quale domanda speri che rimanga impressa in chi lo leggerà?
 Giacomo Grifoni


R- Luna dell’altro descrive l’importanza di un centro, di una comunità, di un luogo capace di accogliere l’altro e di ricomporre le fratture interiori ed esteriori dei personaggi di cui narra le vicissitudini. Come giustamente hai anticipato tu, non c’è cura possibile dell’individuo, della coppia e della famiglia senza la presenza di questo ambiente riparatore e donatore di senso. Leggendo il romanzo si può intuire quanto ogni personaggio vada alla ricerca di questo centro, metaforicamente localizzato in un borgo della campagna mugellana e più precisamente in quello che viene chiamato Pratino, per ritrovare se stesso o forse per trovarsi veramente per la prima volta nella vita. Volutamente, ho pensato di rappresentare questo centro lontano dalla città. L’assunto di fondo è che nelle nostre città, nella nostra vita quotidiana, questo ambiente non ci sia più, o si sia progressivamente impoverito e svuotato di valori. Nel romanzo, il processo di crescita dei protagonisti è reso così possibile dalla potenza della nuova comunità di appartenenza, che accompagna invisibilmente e visibilmente ciascuno nel proprio percorso, e grazie alla forza evocativa del mito dei pellegrini che da secoli sono passati in quel borgo per “stare” al Pratino. Permettimi di approfondire meglio questo aspetto. Comunità e mito rappresentano, a mio avviso, le due grandi assenze nel mondo di oggi; molte persone soffrono non solo per la mancanza di centri di aggregazione e di solidarietà ma anche per la mancanza di un mito di riferimento che supporti il viaggio che ciascuno compie in una realtà non solo piena di insidie e di ostacoli ma che corre sempre più il rischio di restare anonima per chi la vive. Mi piacerebbe che, leggendo il romanzo, il lettore potesse riflettere su questi aspetti e si ponesse domande del tipo: quanto mi riguarda in questo momento la ricerca di un luogo in grado di  accogliermi nella mia interezza e in cui possa mettermi a nudo? Quale è la mia comunità informale di appartenenza? Quale è il mio mito di riferimento? Dove è il mio Pratino?

D- Giacomo, ogni libro nasce da un’urgenza. Qual è stato il momento esatto, o la storia specifica, in cui hai capito che ciò che avevi in mente doveva diventare un testo scritto?

R- Il mio percorso letterario si è snodato attraverso tre romanzi che, pur indipendenti, chiudono oggi un cerchio tematico profondo. Ne “La casa dalle nuvole dentro”, il romanzo di esordio: ho analizzato il difficile percorso di trasformazione di un uomo intrappolato nella spirale della violenza affettiva. Ne “I Signori del Silenzio” (2018) invece lo sguardo si è spostato sulle radici del disagio. Attraverso Martino, un giovane tormentato, ho esplorato come un ambiente familiare tossico possa compromettere la crescita, soffocando per anni un malessere che urla per essere ascoltato. In Luna dell’altro ho voluto invece invertire la rotta, focalizzandomi sul potere salvifico della comunità. È il racconto di una realtà che accoglie, orienta e "ripara", offrendo una missione esistenziale a chi, fino a quel momento, si era limitato a vagare senza una meta. A differenza dei primi due lavori, la stesura di "Luna dell’altro" ha richiesto sei anni di ricerca. Un tempo lungo, dettato probabilmente dalla complessità e dalla delicatezza delle tematiche trattate, necessarie per dare una degna conclusione a questo viaggio editoriale.

D- Cosa aggiunge questo libro a ciò che hai già detto o scritto in passato? C’è un cambio di rotta o è l’evoluzione naturale del tuo percorso?

R- Con il romanzo Luna dell’altro, il tentativo, già avviato con I Signori del Silenzio, è stato quello di dare spazio alle voci di più personaggi, di delineare le caratteristiche di uno scenario corale in cui il vero protagonista non è Cristiano, non è Luna, non è l’avvocato Currati o Anita, ma è appunto la comunità, il sistema che i personaggi compongono, l’intreccio delle relazioni che nascono. La fatica è stata quella di calibrare all’interno del plot principale – la storia di amore tra Luna e Cristiano – il contributo alla narrazione di ciascuno, cercando di mettere in evidenza i punti di connessione che portano i personaggi primari e secondari a ruotare intorno a pochi metri quadrati di territorio; un territorio per certi aspetti magico, salvifico, ma qui mi fermo, sennò svelerei troppo…

D- Come psicoterapeuta sistemico, tendi a guardare l'individuo all'interno del suo contesto. In che modo il tuo libro aiuta il lettore a guardare in modo diverso alle persone che ha intorno?

R- La risposta a questa tua bella domanda trova il suo preludio nella risposta precedente. Credo che Luna dell’altro ponga domande profonde rispetto a tematiche centrali della nostra attualità: in che modo possiamo uscire dall’isolamento? Quanto l’isolamento delle persone sta alla base dell’analfabetismo affettivo che porta alle derive della violenza, dell’egoismo e della mancanza di sintonia affettiva? In un’epoca in cui sono crollati i vecchi miti che hanno funzionato per decenni come guida, quale è il mio mito di riferimento per cui sento valga la pena di vivere oltre la soglia del “sopravvivere” e di impegnarmi in modo attivo nella società? Chi sono i miei compagni di viaggio? In un’epoca fluida, priva di certezze granitiche, credo che ognuno di noi, a prescindere dalle proprie storie individuali, stia cercando risposte a queste domande; anche i giovani, come ad esempio Alfredo, il figlio ventenne di Luna, guarda caso pure lui attratto dal Pratino…

D- Avendo co-fondato il Cam e occupandoti da anni di problematiche connesse alla violenza, hai una prospettiva privilegiata sulla gestione della rabbia e del potere. Questi temi come entrano nelle pagine del nuovo libro?

R- Questi temi sono presenti, ma in controluce. Se ne “La casa dalle nuvole dentro” il focus narrativo era il racconto di un autore di violenza e il suo percorso di cambiamento, se ne “I Signori del Silenzio” il focus narrativo erano gli effetti patologici della violenza subita e assistita, qui la prospettiva si ribalta. Il centro è lo spazio di cura, il luogo di incontro, la comunità che lavora in rete per prevenire e contrastare la solitudine e il disagio delle persone. In uno dei protagonisti, come vedremo, questo disagio si esprime attraverso comportamenti di natura violenta; anche lui, come gli altri, avrà la sua opportunità di cambiare e scegliere che nuovo tipo di uomo essere… chissà se coglierà questa opportunità che gli viene offerta, non senza la necessità di rendere conto di quello che ha fatto nel corso della storia.

D- C'è qualcosa che, come psicoterapeuta, non ti viene mai chiesto nelle interviste ufficiali, ma che consideri fondamentale per capire come stiamo davvero? Qual è quella verità "scomoda" sulla cura e sul benessere che vorresti mettere nero su bianco in totale libertà?

R- Ti ringrazio molto per questa ultima domanda, che è proprio quella che non mi viene posta e che mi dà la possibilità di aprirmi. Penso che come psicologi tendiamo troppo spesso a dare spazio ai tecnicismi, correndo il rischio di trascurare la dimensione della cultura nella comprensione dell’altro. Il lavoro con la violenza mi ha aiutato ad apprezzare quanto la cultura sia determinante nell’influenzare i nostri modi di pensare, agire e anche sentire. Penso che l’uso della tecnica non dovrebbe farci allontanare dal vero fattore terapeutico che la connessione emotiva con l’altro, l’opportunità di costruire una relazione correttiva che rimetta al centro la persona e le sue qualità. Un buon psicoterapeuta, a mio avviso, non è solo un bravo tecnico, ma anche una persona che potrebbe arricchire il proprio bagaglio terapeutico attraverso l’arte, la visione di buoni film, la lettura di buoni romanzi. Questo per dire che nel campo dell’umano non esistono scienze esatte, esistono variabili squisitamente soggettive che rendono ognuno di noi un’opera d’arte e un’opera d’arte il tentativo di guarire attraverso la relazione di auto.

L’impressione, parlando con Giacomo Grifoni, è che il suo nuovo libro non sia solo un saggio, ma una bussola. Lo ringraziamo per averci concesso questo sguardo dietro le quinte della sua professione e della sua scrittura.
 
Sulla via Nomentana sorge questa bella villa in cui abitarono prima i proprietari principi Torlonia, poi Mussolini e tra il 1944 e il 1947 gli Alleati, che qui insediarono il loro Comando.
La villa rimase poi chiusa per molti anni per essere infine acquisita nel 1978 dal Comune di Roma che la aprì al pubblico.
In quel periodo la Casina delle Civette, era in disuso e ridotta ad un rudere. Circondata da una recinzione, questa veniva profanata da piccoli gruppi di adolescenti che vedevano in quella struttura fatiscente una casa abitata da streghe e fantasmi.
In seguito la struttura subì un attento ed accurato restauro e venne abbellita con delle vetrate create da Duilio Cambellotti. L'edificio si affianca agli altri presenti nel sito: il Casino Nobile, il Casino dei Principi e la Serra Moresca. Tutti poli museali siti all'interno della villa, che oltre a raccogliere vestigia storiche e ruderi, è completamente immersa nel verde composto dalle più diverse specie di piante.
La casina che ospitò il principe Giovanni Torlonia jr. fino al 1938 (anno della sua morte), ha nel tempo subito una lunga serie di trasformazioni. Così quella che era l’ Ottocentesca Capanna svizzera, che costituiva originariamente un luogo di evasione rispetto all'ufficialità della residenza principale, si trasformò in una singolare, accogliente ed elegante dimora.
La Casina nascosta da una collina artificiale collocata sul bordo sinistro del parco rispetto al Casino Nobile, posto all’entrata principale sulla via Nomentana, venne ideata nel 1840 da Giuseppe Jappelli su commissione del principe Alessandro Torlonia. Originariamente appariva come un manufatto rustico, con paramenti esterni a bugne di tufo, dipinto a tempera con l’intento di imitare delle rocce e dei tavolati di legno.
Due sono gli edifici che compongono il complesso: il villino principale e la dipendenza. Questi sono collegati tra loro da una piccola galleria in legno e da un passaggio sotterraneo che si differenziano dal romantico rifugio di ispirazione alpestre ideato dallo Jappelli, se non fosse per le strutture murarie principali disposte ad "L", per l'impronta volutamente rustica e l'uso dei diversi materiali costruttivi lasciati a vista come la copertura a falde inclinate.
Già dal 1908, la cosiddetta Capanna svizzera, cominciò a subire una progressiva e sempre più radicale trasformazione voluta dal nipote di Alessandro, Giovanni Torlonia jr, che ne trasformò l’aspetto in una sorta di piccolo fiabesco Villaggio medioevale. I lavori furono diretti dall'architetto Enrico Gennari e l’edificio si tramutò nella raffinata residenza oggi visibile. Grandi finestre, loggette, porticati, torrette, con decorazioni a maioliche e vetrate colorate la rendono suggestiva ed accattivante.
Dal 1916, l'edificio cominciò ad essere chiamato Villino delle Civette, questo per la presenza di una vetrata raffigurante due di questi rapaci stilizzati posti tra dei tralci d’edera. Si tratta di un’ opera eseguita da Duilio Cambellotti nel 1914. In tutta la struttura persiste costantemente il tema della civetta; questa viene raffigurata nella gran parte delle decorazioni e nel mobilio voluto dal principe Giovanni, un uomo dal carattere scontroso ed amante dei simboli esoterici.
Nel 1917, l’architetto Vincenzo Fasolo aggiunse al complesso le strutture poste sulla parte meridionale della Casina, arricchendola con una fantasiosa decorazione in stile Liberty a cui si aggiunge una grande varietà di materiali e particolari decorativi, tra cui la suggestiva tonalità grigia del manto di finitura delle coperture, composto da lavagna in lastre sottili diversamente sagomate, che si contrappongono elegantemente alla variegata cromia delle tegole in cotto smaltato.
Lo spazio interno si sviluppa su due livelli, tutti curati nelle opere di finitura con decorazioni pittoriche, stucchi, mosaici, maioliche policrome, legni intarsiati, ferri battuti, stoffe parietali e sculture in marmo.
I punti forti della dimora sono sicuramente le decorazioni delle vetrate, tutte installate tra il 1908 e il 1930, prodotte dal laboratorio di Cesare Picchiarini su disegni Duilio Cambellotti, Umberto Bottazzi, Vittorio Grassi e Paolo Paschetto.
Il degrado dell'edificio iniziò nel 1944, durante l’ occupazione delle truppe anglo-americane, che durò oltre tre anni.
Quando il Comune di Roma acquisì il complesso, la Villa, gli edifici e il parco erano in condizioni disastrose. Il tutto venne aggravato da un incendio nel 1991. Furti e vandalismi completarono l’opera di devastazione.
Solo dopo un lungo, paziente e meticoloso lavoro di restauro, eseguito tra il 1992 e il 1997, che sfruttò quanto conservato sulla base delle numerose fonti documentarie, si è potuto la restituire uno dei più singolari e interessanti manufatti dei primi anni del secolo scorso, qualcosa di unico che non ha eguali nel panorama nazionale.
 

 

Cinema e devianza giovanile: vent’anni di osservazioni sul confine tra città e società

Il 20 marzo alle 18:30 la Libreria Tomo di San Lorenzo ospita la presentazione della Trilogia della Devianza di Gianfranco Tomei, un progetto cinematografico che attraversa vent’anni di lavoro e mette a fuoco ciò che spesso evitiamo di vedere: le tensioni sotterranee, il disagio urbano, le regole non scritte della città.

Quella che emerge non è una Roma da cartolina, quanto piuttosto un organismo complesso attraversato da codici invisibili e codici che raramente trovano spazio nel racconto pubblico contemporaneo.

Lontano da facili conferme o rassicurazioni, l'esperienza proposta intende svelare una realtà che pulsa sotto la crosta della vita quotidiana, rivolgendosi a chi desidera confrontarsi direttamente con le zone d'ombra della dimensione metropolitana.

Questa esplorazione dei rapporti umani nasce dal lungo percorso di Gianfranco Tomei, docente di Psicologia presso l’Università “La Sapienza” di Roma, la cui competenza accademica sui comportamenti collettivi e sullo stress sociale diventa qui una chiave di lettura visiva.

Accanto al lavoro accademico, Tomei trasforma la ricerca in cinema, uno strumento di osservazione concreto, e nella scrittura trova un’altra forma di indagine. In questi mesi sta completando un volume sulla devianza, che intreccia riflessione, immagini e analisi urbana, restituendo un ritratto della città e delle nuove generazioni più diretto e complesso di quanto ci si aspetti.

La trilogia si apre con Notte in città (2000), che racconta una Roma notturna lontana da ogni cliché. Bande, appartenenze tribali, violenza come linguaggio condiviso e gruppo come prima forma di identità attraversano una città dove la notte diventa spazio di sopravvivenza e riconoscimento.

Questo percorso trova continuità in Sole Nero (2022), dove lo sguardo si restringe sui non luoghi della notte contemporanea, tra locali saturi di fumo, spazi chiusi e un disincanto diffuso. La generazione osservata appare sospesa, stretta tra vuoti educativi e assenze sociali, in un paesaggio urbano che parla più dei suoi silenzi che delle sue promesse.

Infine, l’anteprima assoluta di The Esoteric Crime (2026) porta lo sguardo ancora più in profondità, spostando la devianza dai margini verso contesti più rispettabili della città. Il crimine cambia forma, si fa rituale, assume un’estetica elegante e si mimetizza dietro le buone maniere. Così, ciò che sembrava prevedibile diventa inatteso, e l’illusione di un male sempre riconoscibile si sgretola davanti agli occhi dello spettatore.

Dopo aver attraversato le strade e i salotti di Roma, emerge con chiarezza che la città si comprende solo nei luoghi in cui la vita si mostra senza filtri. San Lorenzo non è una scelta casuale: quartiere di confine tra università e strade vive, diventa il contesto ideale per la presentazione della Trilogia della Devianza, un’occasione per immergersi in un cinema che rifiuta semplificazioni e mette a nudo ciò che spesso resta invisibile.

La serata del 20 marzo con la Trilogia della Devianza promette di trasformare la libreria in uno spazio dove la città respira tra le mura, il disagio urbano prende forma e le regole invisibili emergono in controluce.

Chi partecipa non si limita a osservare: viene immerso nel cuore del racconto, coinvolto nelle tensioni e nelle contraddizioni che attraversano la città.

Quando le luci si riaccendono, nulla resta come prima.

Solo il 20 marzo sarà possibile vivere questa esperienza intensa, diretta, senza filtri. La realtà, quando la osservi davvero, difficilmente resta neutra. E il cinema di Tomei lo sa.

 

 

Per i fiorentini il nome è piuttosto comune, per i visitatori forestieri forse risulta un po' strano. Orsanmichele è la contrazione del nome “Orto di San Michele”. Qui era collocato il Mercato del grano, allestito all'interno della loggia e costruito tra il 1284 e 1290 su disegno di Arnolfo di Cambio. Quest'area era già nota nel IX secolo e dedicata al santo. L'oratorio era affiancato da un giardino o orto da cui prende il nome.

Ero stato in questa chiesa nove anni fa, una delle poche con accesso senza pagamento (per un romano abituato a centinaia di chiese capitoline con ingresso gratuito, Firenze risulta ostica alle proprie tasche. Nel capoluogo fiorentino quasi ogni chiesa prevede un ingresso a pagamento).

All'epoca trovai la chiesa molto affascinante anche se eccessivamente buia. Oggi è stata trasformata in un museo e soprattutto è stata degnamente illuminata, così da far risaltare tutti gli spettacolari affreschi del suo interno.

 Nel 1304 l'edificio fu danneggiato da un incendio, fu dunque ricostruito un nuovo palazzo fondato dal Comune il 29 luglio del 1337. Il Mercato era posto al piano terra, mentre nei piani superiori era sistemato Il Granaio. La loggia era aperta e divisa in due navate con tre volte a crociera, ciascuna con pilastri in blocchi di pietra squadrati, da attribuire probabilmente ad Andrea Pisano, Francesco Talenti, Neri di Fioravante e Benci di Cione.

Nel 1339 il Comune concesse alle Arti fiorentine il privilegio di decorare l'esterno con le immagini dei propri santi patroni. Nel 1347 una raffigurazione deteriorata di Santa Maria, venne sostituita con la Madonna delle Grazie di Bernardo Daddi,  quella che oggi si trova all'interno del tabernacolo marmoreo dell' Orcagna. Particolarmente venerata dai fedeli, è sempre stata illuminata con lumi ad olio e candele.

Il Mercato del grano venne infine spostato in un'altra sede, fu così che nel 1360, Simone di Francesco Talenti realizzò delle eleganti trifore in stile tardo gotico e la tamponatura delle dieci arcate sul perimetro che trasformano la Loggia in Oratorio.

Il tabernacolo marmoreo di Andrea di Cione detto l’ Orcagna, conserva al suo interno la Madonna col Bambino ed otto angeli dipinti da Bernardo Daddi, allievo di Giotto nel 1347.

La Madonna è seduta sul trono vestita con un mantello di color blu lapislazzulo, il Bambino in braccio le carezza il volto stringendo in mano un cardellino.

Secondo un'usanza orientale, il dipinto veniva coperto da un velo e mostrato ai fedeli solo il sabato, la domenica e in occasione del canto dei laudi, componimenti religiosi musicali e poetici di epoca medievale cantati in lingua volgare.

Il tabernacolo fu commissionato nel 1352. Ha pianta quadrangolare e arcate a tutto sesto con una cupola a padiglioni ottagonale intarsiata con pietre dure e tessere di mosaico in pasta vitrea. I colori che la compongono sono: rosso, verde, blu cobalto e giallo, mentre le sottostanti foglie sono invece di colore oro e argento.

Le immagini che si trovano nella chiesa ripercorrono la storia di Maria, tra cui la vita della Vergine rappresentata all'interno di riquadri ottagonali posti alla base e nel grande alto rilievo scolpito sul retro dove compare la scena della Dormitio Virginis e dell'Assunzione.

Oltre alla tavola dipinta, il tabernacolo conserva anche i beni preziosi offerti alla Confraternita. Così l’artista per proteggerli, si ingegnò creando una serie di sali scendi metallici. Sul retro dell’opera c’è una piccola porta per poter accedere allo spazio interno. Da qui si può salire tramite una ripida scala molto piccola al ballatoio posto proprio sotto la cupola. Qui con delle carrucole e delle funi venivano movimentate tre cancellate metalliche poste sotto al basamento che potevano chiudere completamente le tre arcate.

Nella navata posta sul lato sud vi è un ciclo di affreschi che decorano le volte delle due navate realizzate dal 1389 fino al 1410 ad opera di Mariotto di Nardo, Spinello Aretino e Nicolò di Pietro Gerini. Le immagini raffigurate erano state ideate da Franco Sacchetti, il novelliere poeta fiorentino d’adozione. Le dodici figure femminili del lato nord impersonano le tre epoche più importanti della storia biblica.

La prima campata rappresenta l'epoca della Prima Legge, con Adamo, Giacobbe, Abramo, Isacco e Noè; segue l'epoca della Legge di David, Giosuè, Mosè e Giuda maccabeo e poi l'Epoca delle Grazie. Sopra il tabernacolo della Vergine vengono rappresentate le figure di San Giovanni Evangelista, San Giovanni Battista e il Cristo benedicente con San Gioacchino.

Le vetrate che raffigurano le storie e i miracoli della Vergine, sono del 1386/1432, realizzare da Nicolò di Pietro Gerini, Lorenzo Monaco e Lorenzo Ghiberti.

La navata nord con volte quadripartite, ospita invece dodici figure femminili disposte in contrapposizione a quelle maschili della già  citata navata sud. Nella prima campata troviamo Eva vestita di pelli, Rebecca moglie di Isacco, Sara moglie di Abramo e Rachele, sposa di Giacobbe. Nella seconda campata Giuditta, Ruth, Miriam ed Ester, mentre nell'ultima Sant'Anna con ai lati Santa Maria Maddalena, Santa Caterina d'Alessandria e la Vergine. Dietro all’altare in onore degli Ordini Mendicanti, sono raffigurati San Domenico sulla sinistra con un ramoscello di gigli, il bastone e il libro della Regola; mentre a destra c’è San Francesco e un francescano orante.

La chiesa ancora oggi conserva elementi architettonici che ricordano la sua funzione di Loggia del grano oltre che luogo di devozione. Se si guarda con attenzione le volte affrescate, si vedono anche numerosi anelli di ferro battuto che pendono da ogni vela; questi servivano come supporto per l'illuminazione.

Nella volta in prossimità dell'ingresso vi è una botola, qui venivano fatti passare i sacchi di grano da immagazzinare nei piani alti. La scala ricavata entro lo spazio del pilastro nord-ovest, ha una raffigurazione sull'architrave dello staio, il contenitore usato come unità di misura per la distribuzione del grano. Questo era l'unico collegamento con i piani superiori che permetteva la discesa e la salita delle persone. Lo scarico del grano avveniva a getto, attraverso delle bocche di apertura da due canali ricavati entro i pilastri centrali nella parete nord e ancora visibili.

Gli affreschi sui pilastri raffigurano i santi patroni delle Arti fiorentine, eseguiti nel tardo Trecento da Ambrogio di Valdese, Smeraldo di Giovanni e Niccolò Di Pietro Gerini. Vennero in seguito realizzati su commissioni delle Arti fiorentine, quattro tavole dipinte ad olio che riproducono le immagini di San Martino. Un'opera eseguita nel 1515 di Antonio Sogliani per l'Arte dei vinattieri. Santo Stefano è del 1570 eseguito da Francesco Morandini detto il Poppi per l'Arte della lana.

San Bartolomeo del 1485 è ad opera di Lorenzo di Crediti commissionato per l'Arte degli oliandoli e pizzicagnoli; San Giuliano di fine XV secolo rappresentante dell'Arte degli albergatori è invece attribuito a Jacopo del Sellaio o a Franco Botticini.

Al primo piano è stato allestito un ambiente monumentale coperto da volte a crociera in laterizio su pilastri di pietra, forte e chiara connotazione Trecentesca. Era la sede del Granaio Comunale, qui nel 1569 i Medici vi trasferirono l’Archivio notarile cittadino. Per agevolare l'ingresso, Cosimo I incaricò Bernardo Buontalenti di realizzare un cavalcavia di collegamento raggiungibile tramite una scala, che oggi è però scomparso. Questo era addossato al fianco meridionale del Palazzo dell'Arte della lana in via Calimala. L'archivio fu attivo fino al 1880, poi nel 1889 venne utilizzato per la pubblica declamazione delle opere di Dante Alighieri, la “Lectura Dantis”, a cura della Società Dantesca italiana, che oggi ha qui la sua sede. Vennero allora condotti importanti interventi conservativi e di consolidamento, a seguito di questi l'interno ospitò importanti mostre.

Al secondo piano anche questo usato prima come granaio, poi archivio, nel 1960 vennero attuati altri restauri che asportarono la controsoffittatura Ottocentesca e restituirono l’originale solaio in legno mantenendo le due travi portanti lunghe ben 21 metri. Con le restanti travi, quelle rimosse, vennero ricavate dodici panche disposte oggi nella grande sala.

Sempre al secondo piano è esposto l'affresco che raffigura Il Martirio di San Bartolomeo 1350-1355 che proviene dalla Cappella Covoni della Badia Fiorentina, opera di Nardo di Cione, artista fiorentino seguace di Giotto e fratello dell' Orcagna. Sempre nel salone vi sono quaranta statue di profeti e santi in pietra arenaria che decoravano la sommità delle colonne di sostegno delle trifole esterne. Le sculture vennero rimosse perché particolarmente rovinate dal tempo e gli agenti atmosferici. Dopo essere rimaste per lungo tempo presso l' Opificio delle pietre dure, vennero restaurate e ricollocate su queste mensole. A queste si aggiungono altre cinque statue che in antichità ornavano i tabernacoli dell'Arte dei medici degli speziali e del cambio.

Dalle finestre si gode un ampio panorama della città e delle tabelle riportano le sagome e le indicazioni dei palazzi, delle chiese e dei monumenti che è possibile vedere.

 

Il 2 dicembre 2025, l’Auditorium del MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma ha ospitato la presentazione ufficiale di “CAMILLERI SONO”, il nuovo film documentario dedicato alla vita e all’eredità culturale di Andrea Camilleri, nel centenario della sua nascita. Firmato dalla giornalista Adriana Pannitteri, il lavoro si inserisce nel ricco calendario di celebrazioni nazionali ed è subito apparso come uno dei contributi più intensi e completi al ricordo del grande scrittore siciliano, padre del commissario Montalbano e figura cardine della letteratura italiana contemporanea. Alla proiezione hanno partecipato numerose personalità del cinema, del teatro e della cultura italiana, che hanno voluto rendere omaggio al Maestro.

Tra gli ospiti sono stati citati rappresentanti del MiC – Ministero della Cultura, registi, autori televisivi e attori che nel corso degli anni hanno collaborato con Camilleri o sono stati influenzati dalla sua opera. La serata, introdotta da un dibattito sul ruolo dell’identità culturale nel panorama mediatico contemporaneo, ha evidenziato come la voce dello scrittore rimanga ancora oggi un punto di riferimento solido e attuale. Invitato speciale dell’evento è stato il dr. Andrea Tasciotti, Ambasciatore Onorario della Città di Santo Domingo, il quale ha origini siciliane da parte materna e ha espresso un forte legame affettivo con la figura di Camilleri.

 Nel suo intervento, Tasciotti ha sottolineato il valore culturale e identitario del film documentario, dichiarando: «La giornalista Adriana Pannitteri ha reso un omaggio non solo alla Sicilia, ma a tutta l’Italia, mostrando la vita autentica di un importante e conosciuto scrittore italiano, esaltandone le origini culturali e artistiche che lo hanno reso celebre in tutto il mondo. Il pregevole documentario sottolinea l’importanza della conservazione della lingua italiana, parlata e scritta, e dell’identificazione delle radici culturali degli italiani all’estero, oltre a rappresentare uno strumento di grande valore per la promozione del cine-turismo italiano a livello mondiale».

Il film, come emerso durante la presentazione, ripercorre con delicatezza e autenticità il viaggio umano e creativo di Camilleri: dagli anni giovanili in Sicilia al suo impegno nei teatri romani, dal lavoro in RAI alla maturità letteraria, sino all’enorme successo internazionale dei romanzi di Montalbano. Attraverso immagini d’archivio, testimonianze esclusive e materiali inediti, Pannitteri costruisce un racconto che restituisce la dimensione più intima e al tempo stesso universale dello scrittore: l’uomo che difendeva il valore della lingua e dell’arte come strumenti di identità e libertà. La proiezione al MAXXI ha confermato come l’opera non sia solo un tributo commemorativo, ma anche un invito alla riflessione sul ruolo della cultura italiana nel mondo contemporaneo. In un momento storico in cui il tema della memoria e dell’appartenenza assume un’importanza sempre crescente, “CAMILLERI SONO” emerge come un documento prezioso e necessario, capace di riaccendere l’attenzione sulle radici, sulle parole e sulle storie che definiscono l’Italia nel panorama globale.

L' armocromia è una disciplina che studia i colori più adatti a una persona in base alle sue caratteristiche naturali: carnagione, colore degli occhi e dei capelli. In ambito  della moda, è uno strumento potentissimo per valorizzare l’aspetto attraverso l’uso dei colori giusti in abbigliamento, trucco e accessori.

Essa si basa sul concetto che ogni persona appartiene a una stagione cromatica: Primavera, Estate, Autunno o Inverno. Ogni stagione è a sua volta suddivisa in sottogruppi.

La classificazione è basata tenendo conto di alcune caratteristiche: Tono della pelle (chiaro, medio, scuro).

Sottotono (caldo o freddo).

Contrasto tra occhi, pelle e capelli.

Intensità  dei colori.

Le 4 stagioni dell'Armocromia sono:

Primavera

Preferisce dei i colori  quali pesca, corallo , avorio, turchese

Sottotono caldo, colori chiari e luminosi.

Inverno

Ideale il  nero, bianco ottico, rosso rubino, blu elettrico

Sottotono freddo, colori intensi e brillanti.

 Autunno

Ideale il verde oliva, ruggine, senape, cammello

Sottotono caldo, colori caldi e profondi.

 Estate

Ideale il grigio perla, rosa antico, lavanda, blu denim

Sottotono freddo, colori soft e polverosi.

L' Armocromia nella moda è importante per evitare  errori di colore che  spengono il viso.

Valorizzare l’incarnato, rendere la pelle più luminosa ed è di importanza fondamentale per poter scegliere solo capi che  donano a se stesse, coordinando al  meglio il  proprio guardaroba.

 Per esempio se sei Inverno, evita il beige e indossa il nero, blu notte, o il rosso ciliegia.

Se sei Estate, prediligi i colori tenui e freddi, come il rosa cipria o il grigio ghiaccio.

Curare il proprio look è importante anche nella scelta del make up  e dei capelli, la scelta del rossetto cambia in base alla stagione: un rosso caldo per l’Autunno, uno freddo per l’Inverno.

Il colore dei capelli  dovrebbe rispettare sempre  il nostro sottotono: meglio evitare schiariture sbagliate.

L’armocromia non è una regola rigida, ma una guida personalizzata per aiutarci a scegliere cosa ci fa brillare. Permette di esprimere se stesse in modo armonico, evitando scelte che non valorizzano la nostra bellezza naturale  al fine di  conquistare nell’aspetto uno stile sobrio, curato, mai eccessivo , acquisendo  così, una particolare eleganza.

"L’eleganza” è una parola che racchiude molto più di un semplice aspetto esteriore: è una forma di armonia, misura e consapevolezza che si manifesta in ciò che facciamo, e siamo. Si manifesta nel comportamento con la gentilezza, la calma, la discrezione; nel pensiero:con  la semplicità, la profondità senza ostentazione; nel linguaggio:  con  il rispetto, la grazia e la cortesia, il saper scegliere sempre le parole giuste.

L’eleganza non si indossa, si emana. È un gesto misurato, una parola scelta con cura, un silenzio che sa parlare. È la bellezza che non grida, la forza che non impone, la luce che non abbaglia.

Abita negli occhi di chi comprende, nelle mani di chi rispetta, nel pensiero di chi semplifica. Essere eleganti è un modo delicato di amare il mondo.

                                      “Sento che ora non è più il tempo di fare dell’Arte per l’Arte, ma dell’Arte per l’Umanità”.

                                                                 Pellizza da Volpedo

 

       Sono davvero pochi gli artisti la cui immagine  e il cui destino risultino, all’interno della memoria collettiva, indissolubilmente legati ad  un’unica loro creatura,  e che, pertanto, siano noti al grosso pubblico, quasi soltanto grazie ad essa.  

Tutti, infatti, conosciamo il Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo, capolavoro ultracitato e in mille modi utilizzato, e da molti amatissimo per il fatto di saperci parlare, forse come nessun’altra opera d’arte, di lotte di popolo, di movimenti sindacali, di proteste di piazza, di gente umile che lotta per i propri diritti, di figli e figlie del popolo stanchi e stanche di chinare il capo e fermamente determinati/e a cambiare la storia, di masse di oppressi dignitosissimamente marcianti contro tutti i muri e i fili spinati di tutte le tirannie.

  Il Quarto stato

Ma pochi, però, sono coloro che hanno una qualche familiarità con la variegata produzione del pittore piemontese, e pochi sono anche probabilmente coloro che hanno piena consapevolezza della sua

   Lo specchio della vita

importanza nella storia dell’arte italiana ed europea. Cosa questa dovuta soprattutto a due fattori:

le sue opere sono sparse in diverse gallerie e musei italiani, oppure fanno parte di collezioni private;

prima di quella attualmente in corso a Milano, l’unica mostra dedicata alla sua produzione risale all’oramai lontanissimo 1921.

E’ quindi da salutare con gioia e sincera gratitudine la mostra monografica ottimamente curata da Aurora Scotti e Paola Zatti, e co-prodotta dal Comune di Milano GAM - Galleria d'Arte Moderna in collaborazione con METS Percorsi d'Arte (associazione culturale da anni impegnata nella promozione dell'arte italiana dell'Ottocento in particolare dei pittori divisionisti), allestita presso i locali  della Galleria d’Arte Moderna di Milano, indubbiamente il sito maggiormente idoneo per una simile iniziativa, ospitando già la grande tela del Quarto Stato, nonché quadri importanti di artisti vicini a Pellizza e da lui molto amati, come Giovanni Segantini e Angelo Morbelli.

L'esposizione, composta da una quarantina di opere tra dipinti e disegni, è articolata nelle cinque sale al pianoterra della Villa Reale riservate alle mostre temporanee di GAM e nella sala del Quarto Stato al primo piano del museo, e documenta con efficacia  l'intero percorso dell'artista, dagli anni della formazione fino all’approdo alla pionieristica sperimentazione divisionista, della quale è stato, senza alcun dubbio, uno dei massimi protagonisti.

Certamente assai apprezzabile è che, al fine di facilitare la comprensione della genesi del Quarto Stato ed anche mettere in luce i rapporti dell'artista con la ricca eredità del passato (vedi, in particolare, il Raffaello della Scuola di Atene), sia stata fatta la saggia scelta di esporre anche alcuni dei grandi cartoni preparatori pervenutici, ed una serie di studi,  bozzetti preparatori e  disegni finiti di singole figure.

 

 Ricordo di un dolore

Pur essendo lo sguardo di Pellizza rivolto costantemente al mondo degli umili e, in particolar modo, al dramma dell’umana esistenza, percepito e rappresentato nelle sue varie manifestazioni (Sul fienile, Speranze deluse, Fiore reciso),  a dominare, nella maggior parte dei lavori esposti, è la presenza della natura che abbraccia, accarezza e sospinge oltre i confini della solitudine e della sofferenza (vedi, in particolar modo, L’idillio di primavera, La passeggiata amorosa e L’amore nella vita): la  “bella natura” che, come ebbe a scrivere all’amico Occhini nell’aprile del 1903, “assorbe l’uomo e lo annienta per campeggiare essa stessa sfolgorando la sua immortale bellezza”.

   Autoritratto

Numerosi i quadri carichi di valenze simbolistiche che meriterebbero di diventare oggetto di attenta indagine esegetica. Vedi, ad esempio, Lo specchio della vita, frutto di ben quattro anni di lavoro e presentato alla Promotrice di Torino del 1898. Qui, con una raffinatissima tecnica divisionistica, ci viene proposta una scena agreste ingannevolmente poco significativa, ambientata sul greto del torrente Curone, nei pressi dell’abitazione di famiglia:

   Passeggiata amorosa

un semplice gregge in cammino, immerso nel sole e parzialmente riflettentesi nelle acque palustri.  Ma quel gregge proviene da lontano, dalla lettura del Purgatorio dantesco, laddove, nel canto III, si parla delle “pecorelle” che avanzano “timidette”, “semplici e quete” e che

                   “ciò che fa la prima, e l’altre fanno”.

Di che si tratta, quindi? Di una amara denuncia? Di una rassegnata descrizione dell’impossibilità di cambiamento sociale? Di una severa rampogna nei confronti della secolare sottomissione ignava delle masse contadine?

Credo che nella poetica pellizziana non ci sia posto per annunciazioni nicciane e tronfie posture dannunziane. Il cuore del pittore palpita all’unisono con quello degli umili e degli oppressi, e dalle sue pennellate trasuda un compassionevole consentimento empatico che gli impedisce di ergersi a giudice e tantomeno a tribuno.

Di lì a poco, dalla pietas di cui è imbevuta quest’opera, nascerà il capolavoro del Quarto Stato. E quelle pecorelle “timidette”, prive di  identità ed incapaci di ardire, si trasformeranno nelle nobili figure, emananti arcaica fierezza e consapevolezza nitidissima della propria dignità e dei propri diritti che, nel suo massimo capolavoro, avanzano (e continuano ad avanzare) per conquistarsi un legittimo posto nella Storia.

 

                                       

“Bisogna infine volgersi a Pellizza da Volpedo per sentirsi illuminati da un sole che sembri davvero quello dell’avvenire”

                                                                                        Primo Levi

 

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Pellizza da Volpedo. I capolavori
26 settembre 2025 - 25 gennaio 2026

A più di un secolo dall’ultima e unica mostra monografica dedicata all’artista piemontese, realizzata nel 1920 alla Galleria Pesaro, Milano ripercorre la vicenda artistica e biografica di Giuseppe Pellizza da Volpedo (1868-1907) in un’esposizione ideata dalla Galleria d’Arte Moderna che di lui conserva, oltre al suo capolavoro, il Quarto Stato, alcune opere altrettanto significative della sua produzione artistica.

INFOLINE E UFFICIO GRUPPI:

Per informazioni e prenotazioni gruppi e scuole
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02 87159711 (dal lunedì al venerdì, dalle 9:30 alle 13:00)

 

 

Analizzarne il fenomeno della moda e la sua evoluzione significa guardare non solo a come sono cambiati gli abiti nel tempo, ma anche a come si sono sviluppati i concetti di stile, identità e comunicazione attraverso ciò che indossiamo. Pertanto questo continuo progredire culturale, riflette i cambiamenti della società, della tecnologia, dei costumi e delle mentalità, sia a livello culturale, sociale ed economico. Nasce nel tardo Medioevo, intorno al XIV secolo, nelle corti europee. In questo periodo, il modo di vestire comincia a essere usato per distinguere classi sociali e ruoli. Le corti di Francia e d’Italia (in particolare Firenze e Venezia) diventano centri di innovazione e tendenza.

Nel Rinascimento, la moda diventa espressione del potere e del prestigio delle corti. I tessuti sono ricchi di ricami, elaborati e le forme sontuose riflettono lo status sociale. Nel Barocco (XVII secolo), la teatralità e l’eccesso sono i segni distintivi caratterizzati da pizzi, parrucche, corsetti, gonne ampie che dominano la scena. Nel Settecento c’è la rivoluzione del gusto dove la moda francese regna sovrana. Maria Antonietta è una delle prime “icone di stile” moderne. Ma con la Rivoluzione Francese 1789, si afferma un nuovo ideale di sobrietà e razionalità.

I vestiti diventano meno pomposi, più pratici e accessibili. Il XIX secolo è l’epoca dell’industrializzazione e democratizzazione e con la rivoluzione industriale, nascono i primi capi prodotti in serie. Si diffondono le riviste di moda e simbolo di raffinatezza, diventa la sartoria su misura. Charles Frederick Worth è considerato il primo “stilista” della storia, fondatore dell’haute couture a Parigi. Il XX secolo si può considerare il secolo delle rivoluzioni stilistiche, il Novecento della moda come la conosciamo oggi, intesa come un fenomeno ciclico di cambiamento del gusto nel vestire. Analizzando la moda negli anni si possono fare delle distinzioni: anni ‘20 – gli elementi ben riconoscibili: la predilezione per le linee geometriche negli abiti, ma anche nel design e nella grafica, gli accostamenti di colori strong e i contrasti decisi, la nascita dello stile flapper (vestiti corti, capelli a caschetto) gli esordi di Coco Chanel introducono lo stile semplice, elegante e funzionale; anni ‘30 – la moda abbandona le linee dritte degli anni ’20 i per abbracciare silhouette più sinuose e femminili, con una vita segnata da cinture e gonne che si allungano. Elementi come spalline pronunciate, maniche a sbuffo, grandi colletti e scollature profonde nei vestiti da sera definiscono l’estetica dell’epoca, che predilige tessuti leggeri come il raso e lo chiffon e il taglio sbieco per abiti che si adattano al corpo; anni ’40 e ‘50 – subito dopo la guerra, preponderanti i tailleur divisa realizzati in tessuti poveri; gonne dritte al ginocchio; giacche dalle linee squadrate e strette in vita.

La fine della guerra portò, soprattutto nella seconda metà del decennio, a un ritorno a materiali più pregiati con la rinascita della moda elegante, ritorna la femminilità, con Christian Dior e il “New Look” e in America cresce l’influenza dello stile casual; anni ‘60 – caratterizzati dalla rivoluzione giovanile, la minigonna di Mary Quant, il pop, il rock. Protagonista indiscusso fu il denim, declinato negli iconici jeans a vita alta, hot pants, smanicati, salopette e camicie. Per un look un po’ più girly, gonne skater e crop top; anni ‘70 – la moda femminile divenne un’espressione di libertà caratterizzata da pantaloni a zampa, gonne lunghe e a balze, colori vivaci, stampe psichedeliche e floreali, e abbigliamento ampio e comodo.

Stili iconici includevano il look hippie, con frange e tessuti naturali, i jeans e gli stili etnici; anni ‘80 – eccessi, colori vivaci e forti, spalline imbottite, moda intesa come status symbol, dove prevalgono le grandi firme come Versace, Armani, Moschino e, peraltro, raggiungere gli anni ’90 con il minimalismo di Calvin Klein, grunge, look ribelle e anticonformista, streetwear e glam in epoca di contrasti. Il XXI secolo è il periodo della globalizzazione, sostenibilità e identità. Nel nuovo millennio, la moda è diventata globale, digitale e inclusiva. Le tendenze non nascono più solo dalle passerelle, ma anche dai social media, dagli influencer e dalla cultura urbana. E si iniziano ad usare temi chiave di oggi come la fast fashion contro la slow fashion, la velocità e accessibilità contro la sostenibilità e qualità.

La moda genderless con l’abbattimento dei confini tra abbigliamento maschile e femminile. L’inclusività con maggiore attenzione alle taglie, alle etnie e alla disabilità. La tecnologia con la moda digitale, con la realtà aumentata, ed abiti intelligenti. Ed infine con il riciclo e la sostenibilità con attenzione all’ambiente, ai tessuti riciclati e alle produzioni etiche. Perciò la moda è molto più di un semplice abbigliamento e si può considerare lo specchio della Società, con il linguaggio visivo e un mezzo di espressione attraverso il quale l’individuo si riconosce. Da simbolo di potere a strumento di libertà personale, da status quo a scelta consapevole, individuale, autentica e la sua evoluzione racconta la storia dell’umanità stessa.

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