
| L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni. |
L’immagine sembra avere un ruolo centrale: social network, pubblicità e mezzi di comunicazione spingono spesso le persone a mostrarsi più che a essere.
L’apparenza diventa così uno strumento per ottenere consenso, successo o riconoscimento, anche pagando il prezzo del nascondere la propria vera identità.
Tutto ciò ci porta a porci un punto di domanda, ovvero, se è possibile trovare un equilibrio tra essere e apparire.
La società odierna è un palcoscenico globale. Dalle bacheche dei social network, alle luci sfavillanti della pubblicità, l’immagine regna sovrana , spesso a discapito della sostanza
La frenetica ricerca del “like” e del consenso, ha purtroppo trasformato l’apparenza in una moneta di scambio dal valore inestimabile, spingendo molti a indossare maschere che celano l’identità autentica.
Ma in questa vertigine dell’’immagine, il valore dell’essere è destinato a perdersi, o può ancora riemergere come guida per una vita piena e significativa.
La centralità dell’immagine non è un fenomeno del tutto nuovo. Oggi, più che mai i social media amplificano questa dinamica, offrendo strumenti di revisione e filtri che ci permettono di curare meticolosamente ogni dettaglio della propria facciata.
L’apparenza diventa così, non solo uno di strumento di interazione, ma un fine in sé: si appare per piacere, per ottenere successo e consenso, per sentirsi parte di un gruppo.
Il rischio che si corre, in questo scenario è la progressiva alienazione da sé stessi.
La “maschera” iniziale, indossata per l’esterno , finisce per aderire alla pelle, rendendo difficile la distinzione tra la finzione e la realtà.
Si vive purtroppo, in funzione del giudizio altrui, perdendo il contatto con i propri valori, desideri e fragilità.
L’autenticità, che richiede vulnerabilità e accettazione di sé, viene percepita come un rischio, un punto debole da nascondere in un mondo che premia la perfezione.
Una società che dà peso preponderante all’apparenza, corre rischi significativi, sia a livello individuale che collettivo.
A livello personale, l’incessante confronto con modelli spesso irrealistici , genera molta insicurezza, ansia, e nei casi più estremi, disturbi dell’umore e dell’alimentazione.
I momenti felici, ahimè, son diventati una performance da mettere in scena, uno stato d’animo da coltivare. A livello sociale, l’enfasi sull’immaginazione contribuisce a una cultura della superficialità.
Le relazioni diventano più effimere e si basano sull’interesse, sono meno profonde e autentiche.
La mediocrazia viene sottoposta a favore del “sapere vendersi”, e la sostanza delle idee o delle competenze passa in secondo piano, rispetto al carisma o all’estetica di chi le propone.
Dunque, si premia il contenitore e di dimentica il contenuto.
Credo fermamente che sia possibile trovare un equilibrio tra essere e apparire, ma richiede un atto di consapevolezza e una scelta attiva.
L’apparenza dopotutto, ha una funzione sociale: la cura di sé, il modo in cui ci presentiamo, sono forme di rispetto per gli altri e strumento di comunicazioni non verbale.
Il problema nasce quando L’apparenza diventa l’unica misura del valore personale.
In conclusione, l’autenticità non è un ritorno a un passato idealizzato, ma una sfida moderna e necessaria.
In un mondo che ci spinge a essere sempre sul palco, scegliere di “essere” prima ancora di “ apparire “ è un atto di coraggio e, in ultima analisi, la via maestra per costruire una società più umana, fondata non sull’effimero luccichio dell’immagine, ma sul solido valore della verità personale.