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Per i fiorentini il nome è piuttosto comune, per i visitatori forestieri forse risulta un po' strano. Orsanmichele è la contrazione del nome “Orto di San Michele”. Qui era collocato il Mercato del grano, allestito all'interno della loggia e costruito tra il 1284 e 1290 su disegno di Arnolfo di Cambio. Quest'area era già nota nel IX secolo e dedicata al santo. L'oratorio era affiancato da un giardino o orto da cui prende il nome.
Ero stato in questa chiesa nove anni fa, una delle poche con accesso senza pagamento (per un romano abituato a centinaia di chiese capitoline con ingresso gratuito, Firenze risulta ostica alle proprie tasche. Nel capoluogo fiorentino quasi ogni chiesa prevede un ingresso a pagamento).
All'epoca trovai la chiesa molto affascinante anche se eccessivamente buia. Oggi è stata trasformata in un museo e soprattutto è stata degnamente illuminata, così da far risaltare tutti gli spettacolari affreschi del suo interno.
Nel 1304 l'edificio fu danneggiato da un incendio, fu dunque ricostruito un nuovo palazzo fondato dal Comune il 29 luglio del 1337. Il Mercato era posto al piano terra, mentre nei piani superiori era sistemato Il Granaio. La loggia era aperta e divisa in due navate con tre volte a crociera, ciascuna con pilastri in blocchi di pietra squadrati, da attribuire probabilmente ad Andrea Pisano, Francesco Talenti, Neri di Fioravante e Benci di Cione.
Nel 1339 il Comune concesse alle Arti fiorentine il privilegio di decorare l'esterno con le immagini dei propri santi patroni. Nel 1347 una raffigurazione deteriorata di Santa Maria, venne sostituita con la Madonna delle Grazie di Bernardo Daddi, quella che oggi si trova all'interno del tabernacolo marmoreo dell' Orcagna. Particolarmente venerata dai fedeli, è sempre stata illuminata con lumi ad olio e candele.
Il Mercato del grano venne infine spostato in un'altra sede, fu così che nel 1360, Simone di Francesco Talenti realizzò delle eleganti trifore in stile tardo gotico e la tamponatura delle dieci arcate sul perimetro che trasformano la Loggia in Oratorio.
Il tabernacolo marmoreo di Andrea di Cione detto l’ Orcagna, conserva al suo interno la Madonna col Bambino ed otto angeli dipinti da Bernardo Daddi, allievo di Giotto nel 1347.
La Madonna è seduta sul trono vestita con un mantello di color blu lapislazzulo, il Bambino in braccio le carezza il volto stringendo in mano un cardellino.
Secondo un'usanza orientale, il dipinto veniva coperto da un velo e mostrato ai fedeli solo il sabato, la domenica e in occasione del canto dei laudi, componimenti religiosi musicali e poetici di epoca medievale cantati in lingua volgare.
Il tabernacolo fu commissionato nel 1352. Ha pianta quadrangolare e arcate a tutto sesto con una cupola a padiglioni ottagonale intarsiata con pietre dure e tessere di mosaico in pasta vitrea. I colori che la compongono sono: rosso, verde, blu cobalto e giallo, mentre le sottostanti foglie sono invece di colore oro e argento.
Le immagini che si trovano nella chiesa ripercorrono la storia di Maria, tra cui la vita della Vergine rappresentata all'interno di riquadri ottagonali posti alla base e nel grande alto rilievo scolpito sul retro dove compare la scena della Dormitio Virginis e dell'Assunzione.
Oltre alla tavola dipinta, il tabernacolo conserva anche i beni preziosi offerti alla Confraternita. Così l’artista per proteggerli, si ingegnò creando una serie di sali scendi metallici. Sul retro dell’opera c’è una piccola porta per poter accedere allo spazio interno. Da qui si può salire tramite una ripida scala molto piccola al ballatoio posto proprio sotto la cupola. Qui con delle carrucole e delle funi venivano movimentate tre cancellate metalliche poste sotto al basamento che potevano chiudere completamente le tre arcate.
Nella navata posta sul lato sud vi è un ciclo di affreschi che decorano le volte delle due navate realizzate dal 1389 fino al 1410 ad opera di Mariotto di Nardo, Spinello Aretino e Nicolò di Pietro Gerini. Le immagini raffigurate erano state ideate da Franco Sacchetti, il novelliere poeta fiorentino d’adozione. Le dodici figure femminili del lato nord impersonano le tre epoche più importanti della storia biblica.
La prima campata rappresenta l'epoca della Prima Legge, con Adamo, Giacobbe, Abramo, Isacco e Noè; segue l'epoca della Legge di David, Giosuè, Mosè e Giuda maccabeo e poi l'Epoca delle Grazie. Sopra il tabernacolo della Vergine vengono rappresentate le figure di San Giovanni Evangelista, San Giovanni Battista e il Cristo benedicente con San Gioacchino.
Le vetrate che raffigurano le storie e i miracoli della Vergine, sono del 1386/1432, realizzare da Nicolò di Pietro Gerini, Lorenzo Monaco e Lorenzo Ghiberti.
La navata nord con volte quadripartite, ospita invece dodici figure femminili disposte in contrapposizione a quelle maschili della già citata navata sud. Nella prima campata troviamo Eva vestita di pelli, Rebecca moglie di Isacco, Sara moglie di Abramo e Rachele, sposa di Giacobbe. Nella seconda campata Giuditta, Ruth, Miriam ed Ester, mentre nell'ultima Sant'Anna con ai lati Santa Maria Maddalena, Santa Caterina d'Alessandria e la Vergine. Dietro all’altare in onore degli Ordini Mendicanti, sono raffigurati San Domenico sulla sinistra con un ramoscello di gigli, il bastone e il libro della Regola; mentre a destra c’è San Francesco e un francescano orante.
La chiesa ancora oggi conserva elementi architettonici che ricordano la sua funzione di Loggia del grano oltre che luogo di devozione. Se si guarda con attenzione le volte affrescate, si vedono anche numerosi anelli di ferro battuto che pendono da ogni vela; questi servivano come supporto per l'illuminazione.
Nella volta in prossimità dell'ingresso vi è una botola, qui venivano fatti passare i sacchi di grano da immagazzinare nei piani alti. La scala ricavata entro lo spazio del pilastro nord-ovest, ha una raffigurazione sull'architrave dello staio, il contenitore usato come unità di misura per la distribuzione del grano. Questo era l'unico collegamento con i piani superiori che permetteva la discesa e la salita delle persone. Lo scarico del grano avveniva a getto, attraverso delle bocche di apertura da due canali ricavati entro i pilastri centrali nella parete nord e ancora visibili.
Gli affreschi sui pilastri raffigurano i santi patroni delle Arti fiorentine, eseguiti nel tardo Trecento da Ambrogio di Valdese, Smeraldo di Giovanni e Niccolò Di Pietro Gerini. Vennero in seguito realizzati su commissioni delle Arti fiorentine, quattro tavole dipinte ad olio che riproducono le immagini di San Martino. Un'opera eseguita nel 1515 di Antonio Sogliani per l'Arte dei vinattieri. Santo Stefano è del 1570 eseguito da Francesco Morandini detto il Poppi per l'Arte della lana.
San Bartolomeo del 1485 è ad opera di Lorenzo di Crediti commissionato per l'Arte degli oliandoli e pizzicagnoli; San Giuliano di fine XV secolo rappresentante dell'Arte degli albergatori è invece attribuito a Jacopo del Sellaio o a Franco Botticini.
Al primo piano è stato allestito un ambiente monumentale coperto da volte a crociera in laterizio su pilastri di pietra, forte e chiara connotazione Trecentesca. Era la sede del Granaio Comunale, qui nel 1569 i Medici vi trasferirono l’Archivio notarile cittadino. Per agevolare l'ingresso, Cosimo I incaricò Bernardo Buontalenti di realizzare un cavalcavia di collegamento raggiungibile tramite una scala, che oggi è però scomparso. Questo era addossato al fianco meridionale del Palazzo dell'Arte della lana in via Calimala. L'archivio fu attivo fino al 1880, poi nel 1889 venne utilizzato per la pubblica declamazione delle opere di Dante Alighieri, la “Lectura Dantis”, a cura della Società Dantesca italiana, che oggi ha qui la sua sede. Vennero allora condotti importanti interventi conservativi e di consolidamento, a seguito di questi l'interno ospitò importanti mostre.
Al
secondo piano anche questo usato prima come granaio, poi archivio, nel 1960 vennero attuati altri restauri che asportarono la controsoffittatura Ottocentesca e restituirono l’originale solaio in legno mantenendo le due travi portanti lunghe ben 21 metri. Con le restanti travi, quelle rimosse, vennero ricavate dodici panche disposte oggi nella grande sala.
Sempre al secondo piano è esposto l'affresco che raffigura Il Martirio di San Bartolomeo 1350-1355 che proviene dalla Cappella Covoni della Badia Fiorentina, opera di Nardo di Cione, artista fiorentino seguace di Giotto e fratello dell' Orcagna. Sempre nel salone vi sono quaranta statue di profeti e santi in pietra arenaria che decoravano la sommità delle colonne di sostegno delle trifole esterne. Le sculture vennero rimosse perché particolarmente rovinate dal tempo e gli agenti atmosferici. Dopo essere rimaste per lungo tempo presso l' Opificio delle pietre dure, vennero restaurate e ricollocate su queste mensole. A queste si aggiungono altre cinque statue che in antichità ornavano i tabernacoli dell'Arte dei medici degli speziali e del cambio.
Dalle finestre si gode un ampio panorama della città e delle tabelle riportano le sagome e le indicazioni dei palazzi, delle chiese e dei monumenti che è possibile vedere.