L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Shakespeare parla ancora…con il film “Hamnet - Nel nome del figlio”

By  Antonella Pagano February 21, 2026 100

 

Vien voglia di chiedersi se c’è ancora da dire e scrivere di William Shakespeare. Ebbene, dopo aver visto Hamnet, senza esitazione alcuna, dichiaro: SI. Gli inglesi lo ritengono il loro più rappresentativo poeta talchè lo dicono il “Bardo dell’Avon” (bardo: poeta che esalta le aspirazioni o le tradizioni del proprio popolo o della stirpe, sia dal punto di vista politico che religioso) o il "Cigno dell'Avon". Ci ha lasciato ben 38 testi teatrali, 154 sonetti, 3 poemi e tutta una serie di opere in versi. Le opere teatrali sono state tradotte in tutte le maggiori lingue del mondo e sono state inscenate più spesso di qualsiasi altra opera; è lo scrittore maggiormente citato nella storia della letteratura inglese, molte delle sue espressioni linguistiche sono entrate nel lessico inglese quotidiano. Di Lui oggi ci sta parlando Chloé Zhao, pseudonimo di Zhao Ting, (Pechino31 marzo 1982), registasceneggiatriceproduttrice cinematografica e montatrice cinese naturalizzata statunitense e anche migliore regista, anzi la seconda donna a trionfare in questa categoria. Occhio femminile orientale, ma con sguardo direi planetario, sa presentarci uno Shakespeare fresco d’aria boschiva, tenero eppure crepitante come le foglie che tappezzano la scena del suo innamoramento, allorchè Agnes lo colpirà esattamente e contemporaneamente dentro il cuore e dentro la parte più preziosa dei suoi pensieri.

Galoppare una vita sullo schermo gigante del cinema è ben altro che leggere una biografia, occorre una speciale abilità, vieppiù se la storia è mutuata da un romanzo. Le vibrazioni della sala, sod out, hanno perforato il soffitto della stessa, tanto era potente la loro frequenza energetica, tali erano le emozioni e la somma delle emozioni, tale era il silenzio, talmente denso e compatto da poterlo quasi toccare, saturava l’aria fino a farmi tossire poiché l’ossigeno è stato soppiantato letteralmente dall’atmosfera che la donna-fata-maga Zhao ha composto con magistralità rasente il soprannaturale. Jessie Buckely è perfetta nel personaggio agreste e selvatico di Agnes, perfetto il volto sprigionante il fascino antico proprio delle donne herbarie, figure centrali nelle comunità antiche; sorta di farmaciste e medichesse maestre nella conoscenza e nell’uso terapeutico di piante ed erbe.

Agnes cura tutti e se stessa, è finanche la “mammana” di se stessa e del suo primo parto. Magistrale la scena di lei che -accovacciata nella radura dell’amato bosco -casa assoluta- urlerà l’arrivo della nuova vita aggrappata alle solide radici dei millenari fraterni alberi. Quell’ urlo di dolore fisico che saprà essere canto maternale. Dentro quel canto e dentro la foresta, abbracciata dalla nuda-materna terra, aspetterà il suo amore, William, l’amore della sua vita, di tutta la sua vita. Lo aspetterà stringendo fra le braccia e mangiando con lo sguardo il loro primo frutto. Con ancora la sostanza del suo grembo, unta di quella sostanza, così, porgerà la bimba a William, Lui con infinita tenerezza la prenderà e si colmerà d’estasi, l’estasi che ha bucato lo schermo ed è arrivata dritta al cuore degli spettatori. Ho pianto! Il mondo ha bisogno di questo film. Abbiamo bisogno di storie d’amore, soprattutto di amori eterni tessuti di fatica, determinazione, volontà e tenerezza. Tenerezza finanche dentro un addio, l’addio più feroce che ci sia, la morte di un figlio, che, in questo caso, è anche l’unico figlio maschio: Hamnet. E ancora, Agnes che cura tutti e se stessa è colei che cura amorevolmente il suo William…sempre, anche quando lo strazio della penna che non sa scrivere il ciclopico tormento che s’aggruma e fatica a fluidificarsi nell’inchiostro uscirà con l’urlo del disagio dolorosissimo, quel disagio che è anelito, opportunità despota e insopprimibile che lo chiama a Londra. Anche allora Agnes continuerà e continuerà a curare tutto e tutti e, mentre Lui galoppa la vita dentro il mondo della drammaturgia e del teatro, Lui che sempre ritorna a lei…lei, segnata talvolta più acutamente dalla sua assenza, manifesterà il bisogno della presenza e la durezza della sua assenza. Sarà lungo il cammino dentro il tempo e perfino dentro lo strazio della peste, aspro il cammino dentro l’incomprensibile perdita di Hamnet, dopo questi estenuanti cammini Agnes deciderà di raggiungerlo.

E sarà allora che vedrà la piccola, piccolissima scarna stanza in cui William vive e genera le sue opere, a fronte della casa grande, la più grande della cittadina, che lui ha acquistato per la famiglia; allora e lì, in parte, comprenderà poichè tutta la comprensione arriverà allorchè, spettatrice dell’opera Hamlet, a teatro, tra la folla perduta nell’estasi totalizzante della tragedia, con tanti occhi in lacrime attorno a lei, lì nell’assistere alla teatrale letteraria resurrezione di Hamnet incarnato nello splendido Amlet rivelatore e pacificatore, lì e allora vivrà il miracolo della riconnessione piena con William…e sarà profonda e irrimediabilmente indissolubile…dopo di che: tutto il resto sarà silenzio.  Se l’intuizione e la creatività di Maggie O’Farrell sono state intriganti e accattivanti, se nel romanzo è riuscita a dosare bene: amore e abbandono, perdita e riconciliazione e incunearvi finanche la pulce imbarcatasi ad Alessandria d’ Egitto e arrivata a diffondere la peste a Venezia e in tutta Europa, la magìa di una regista dagli occhi e dalle mani magiche, quelli di Chloé Zhao, hanno fatto il capolavoro che dal 5 febbraio è nelle sale cinematografiche.

L’intero cast più che sembrare, è rivestito dell’alone sacrale, a tratti misterico e mistico del film. I parti di Agnes sono metafore di parti di Madre Natura. Altrettanto simbolico e potente è il parto teatrale di William che sa restituire -pur nella finzione scenica- la profondità della vita, della morte e dell’amore che ci dimostra come possa essere assoluto e perenne; anzi, con l’azione scenica il parto di Wialliam fa di più: si fa salvifico e risana le ferite dell’amore, della morte-perdita e le fratture della connessione. Hamnet-Hamlet si fa medicina efficace tale quali le medicine che Agnes-erbaria sa preparare.  Golden Globe come miglior film drammatico di una regista, la Zhao, già Premio Oscar. Maggie O’Farrell è una Agnes che resterà nella storia del cinema, magnifico anche Paul Mescal nel ruolo di William Shakespeare, sorprendente il giovane Jacobi Jupe nel ruolo del piccolo Hamnet Shakespeare, Joe Alwyn nel ruolo di Bartholomew, ed Emily Watson in Mary Shakespeare, David Wilmot nei panni di John Shakespeare  padre del poeta,  Jack Shalloo in Marcellus, Olivia Lynes in Judith Shakespeare, Justine Mitchell in Joan Hathaway, Bodhi Rae Breathnech in Susanna Shakespeare, Freya Hannan-Mills in Elisa Shakespeare, Noah Jupe nel ruolo di attore di teatro e Shaun Mason l’altro attore di teatro. Mi piace ricordare, e lo stigmatizzo, che Alessia Amendola ha dato la voce ad Agnes e Manuel Meli a William.

 

Rate this item
(0 votes)
Last modified on Saturday, 21 February 2026 12:25
© 2022 FlipNews All Rights Reserved