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I VEGAN, PER QUALCUNO SONO UNA SETTA

By Franco Libero Manco September 01, 2016 10834

Negli ultimi tempi lo chef Franco Vissani più volte ha sentito la necessità di definire i vegan una setta: una setta che però solo in Italia conta 600 mila persone in una tendenza a cui è impossibile opporvisi dal   momento che rappresenta la coscienza più lungimirante ed evoluta della specie umana. Se si pensa poi che i vegetariani nel mondo, per vari motivi, sono circa un terzo della popolazione, le sue esternazioni risultano fuori luogo. Ma spesso alcune persone rivelano il peggio di se stesse quando vedono in pericolo i loro interessi.

Mentre una setta ha bisogno di un capo, la nostra filosofia di vita si pone ideologicamente agli antipodi da tali visioni della vita in quanto il nostro scopo è quello di rendere l’essere umano artefice del proprio destino, capace di essere medico di se stesso con una coscienza libera e luminosa, senza condizionamenti mentali e senza attaccamenti a tradizioni di cui dovremmo solo vergognarci.

Ma se Vissani si esprime in modo offensivo e denigratorio nei confronti dei vegani noi non raccogliamo la sfida e non definiamo i mangiatori di animali coloro che continuano a nutrirsi di salme come l’uomo delle caverne. Noi non diciamo che chi usa mangiare animali disprezza la vita ed il dolore di esseri che forse più di tanti umani meritano rispetto. Non diciamo che promuovere il consumo della carne è un crimine contro la vita, la civiltà, la giustizia, la salute delle persone, l’economia, l’ambiente. Non diciamo tutto questo, ma lo pensiamo.

Vissani pensi piuttosto a verificare il suo stato di salute dal momento che i mangiatori di carnami sono sicuramente in stato di perenne acidosi, e molto più esposti dei vegani a ritenzione idrica, all’acido urico, a  putrefazione intestinale, a insufficienza epatica e a tutto ciò che ne consegue l’aumento di colesterolo, di obesità, di diabete, di ipertensione e cancro.

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LE CODE DEI MAIALINI

(da “Il dilemma dell’onnivoro” di Michael Pollan – Ed. Gli Adelphi)

“Gli allevatori tagliano le code alla nascita seguendo una pratica che ha la sua logica perversa nel culto dell’efficienza che domina una porcilaia industriale. I maialini sono allontanati dalla madre a dieci giorni dalla
nascita (in natura lo svezzamento avviene in 13 settimane) perché ingrassano meglio con un pastone pieno di medicine che con il latte di scrofa. Ma questo distacco prematuro frusta il loro innato desiderio di succhiare e mordicchiare, una voglia che cercano di soddisfare nelle gabbie con la coda di chi sta davanti a loro. Un maiale sano si ribellerebbe a questo morso, ma agli esemplari depressi degli allevamenti non importa nulla, in psicologia si parla di “impotenza appresa”, fenomeno molto diffuso nei Cafo, dove decine di migliaia di maiali passano la vita senza mai vedere la terra o il sole, stretti dentro gabbie di metallo chiuse sui quattro lati e sospese su una fossa settica. Non deve stupirci il fatto che un animale così intelligente si deprima in queste condizioni e si lasci mordere la coda fino a farsi venire un’infezione. Visto che curare gli esemplari malati non conviene economicamente, queste unità non più efficienti vengono in genere ammazzate sul posto a bastonate.

Il Ministereo dell’Agricoltura raccomanda la mozzatura delle code come soluzione al “vizio” porcino di mordersele. Con l’aiuto di un paio di pinze, ma senza anestetico, si strappa via il codino lasciandone però un pezzetto attaccato. Questo perché lo scopo dell’operazione non è eliminare del tutto l’organo, ma renderlo ipersensibile. Dopo questo trattamento il morso di un altro individuo è talmente doloroso da provocare la reazione anche del maiale più depresso”.

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Last modified on Friday, 02 September 2016 13:28
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