L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Diritti Umani (63)


Roberto Fantini
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Sempre più spesso, i mezzi di comunicazione di massa, riportano fenomeni sociali e spinosi, legati alla violenza sulle donne. Oggi,    sebbene l’evoluzione e il progresso della società, ha raggiunto alte vette, le donne continuano ad essere vittime di violenze, fisiche e psicologiche. Il più delle volte, la violenza viene perpetrata da persone che vivono nello stesso contesto familiare. I casi più diffusi di violenze, secondo dati statistici, sono infatti quelli che si consumano dentro le mura domestiche. Il dato più inquietante è che, nella maggior parte dei casi, le vittime amano i loro carnefici e sono disposte a tessere la loro difesa, nella speranza di un cambiamento. Le donne, nella storia, sebbene rappresentano l’altra metà del cielo, hanno dovuto lottare parecchio per l’affermazione dei loro diritti. Molti passi avanti sono stati fatti, ma la strada è in salita e, ancora oggi, la donna viene considerata il “sesso debole”. Questa debolezza fisica, che biologicamente può essere anche vera, si è tramutata nel tempo, in taluni casi, in una forma di sottomissione obbligata della donna all’uomo. Ogni qualvolta le donne cercano di cambiare questa condizione, spesso tacitamente accettata e considerata normale dalla società, hanno dovuto subire ritorsioni di ogni genere, in alcuni, assimilabili al concetto di violenza. Il silenzio è ovviamente la forma peggiore di accettazione, per questa ragione, la violenza sulle donne è un tema ampiamente dibattuto ai nostri giorni. Femminicidio è una parola coniata, proprio per esternare alla società di oggi, che esiste un problema, grande, grave, serio e apparentemente irrisolvibile. Un fenomeno che porta con se paura, dolore, incertezze e in casi estremi, può portare anche alla morte.


Nella pienezza dei tempi, il fenomeno della violenza contro le donne è stato considerato degno di nota, al punto da essersi meritato una giornata mondiale, che si svolge il 25 novembre, con manifestazioni che hanno risonanza in tutto il mondo.
Una giornata dedicata e rivolta alle donne, però, non è sufficiente ne esaustiva. Per cambiare la realtà bisogna, innanzitutto, provocare un cambiamento nella mentalità radicata nella nostra società. Le donne che subiscono violenza non sempre trovano la forza per denunciare l’accaduto, specie quando si tratta dei loro compagni. Tutto può iniziare con uno schiaffo o una presa un po’ troppo forte delle braccia, che genera qualche livido. Alcuni lividi sono facili da nascondere, ma con il passare del tempo, le ferite provocate diventano insanabili e si perde progressivamente la forza di reagire e di chiedere aiuto a qualcuno. La seconda volta è un pugno, la terza un oggetto che viene lanciato contro. La quarta potrebbe diventare l’ultima.
Bisogna cambiare le mentalità di tutti: delle donne in primis. Bisogna imparare ad essere sensibili alla violenza, a riconoscerla in quanto tale, per poterla combattere nel modo giusto. Per farlo è importante partire dal basso, dalle piccole cose del quotidiano, a volte trascurate.

Violenza non è soltanto quella fisica; nel concetto di violenza vanno annoverate tutte quelle azioni che si compiono per annullare volontà e libertà, elementi sui quali si costruisce l’autostima. E’ notorio che le parole hanno un peso e spesso possono ferire più delle azioni. Usare termini denigratori contro una donna è un modo per farle del male, per screditare il suo valore. Tutto ciò è un dramma di non facile soluzione. Ma questo non vuol dire che non si possa far nulla per cambiare la realtà: basterebbe partire dall’assunto che non esistono assolutamente differenze tra gli uomini e le donne e che, queste ultime, andrebbero trattate esattamente allo stesso modo. La parità di genere è una locuzione che deve trovare applicazione nella pratica e ciò con l’intento di garantire all’uomo, e alla donna, gli stessi diritti e la stessa dignità. Solo così la donna può veramente rappresentare l’altra metà del cielo.

                                                 

                                                                            “7 agosto 1914

                     Un dolore tremendo mi opprime. La guerra mi pesa come se avessi addosso una pietra da un quintale; è come se tutto ciò che nella vita ha valore fosse stato soffocato. Quando mi sveglio al mattino, mi capita sempre lo stesso: per un istante mi sento bene, ma solo per un istante, poi subentra l’idea della guerra e lo stato di benessere scompare, sostituito da un gran peso psichico. Lo stesso mi succede durante il giorno, quando, leggendo o conversando mi dimentico per qualche minuto della situazione: il pensiero della guerra ritorna subito e mi schiaccia.

Per me il mondo ora è completamente diverso. Non è più come prima, come due settimane fa. Come per un incantesimo tutto appare differente. I monti dinanzi alla mia finestra, il verde dei prati, le ville deliziose, tutto mi si presenta come i resti di una vita da me un tempo vissuta ed ora perduta per sempre. Un criminale deve sentirsi così dopo la condanna. Pensa a un mondo esterno pieno di splendore e felicità, dal quale è escluso. Anch’io mi sento come dietro mura di ferro che mi separano dal passato.

Dal 25 luglio, giorno della rottura delle relazioni diplomatiche fra l’Austria e la Serbia, non riesco più né a lavorare, né a leggere un libro. Mi muovo inquieto su e giù senza combinare niente, leggo i giornali e aspetto il numero successivo dei quotidiani. Non è possibile né concentrarmi per lavorare né riflettere. Mi sento peggio di coloro che passivamente accettano quello che sta succedendo: le famiglie che devono separarsi dai loro cari arruolati, l’economia bloccata. Vedo già quello che sta per accadere, tutta la miseria che genererà la guerra appena cominciata e il tempo infinito che durerà, ben più di un anno. Tutto questo mi divora.”

(pp.37-38)

             Potrebbe, forse, questa pagina con cui si apre il diario di Alfred Hermann Fried (La guerra è follia. Diario di guerra di un pacifista austriaco dal 1914 al 1919, Centro Centro Gandhi Edizioni) risultare già ampiamente sufficiente per entrare in contatto con le dimensioni profonde della sua anima di generoso e sempre coerente pacifista, caratterizzate, in maniera particolarmente pronunciata, da:

-          viscerale empatia nei confronti della sofferenza umana;

-          naturale tendenza a sentirsi moralmente responsabile verso coloro che più sono colpiti dalle sventure;

-          lucidità intellettiva nitida e penetrante;

-          capacità clinica di lettura dei fatti;

-          attitudini intuitive che, in più casi, acquistano il volto della chiaroveggenza.

Scrive Paul Fussell che, benché ogni guerra possa essere definita “ironica”, risultando sempre “peggiore di quel che ci si aspettasse”, la Grande Guerra - senza alcun dubbio - si impone come la più ironica di tutte le precedenti e anche di tutte le successive, perché nessun evento bellico sarebbe stato in grado di arrivare, in modo tanto radicale e sconvolgente, a capovolgere la stessa “idea di Progresso”.

Ma la follia nazional-militarista di inizio secolo, che ha saputo ubriacare intere opinioni pubbliche e anche nutrite e titolate schiere di intellettuali, non è riuscita minimamente ad intossicare le acutissime capacità di analisi di Fried che, come gli altri pochi veri pacifisti dell’epoca, si è costantemente dimostrato perfettamente consapevole dell’immensità del baratro che si stava aprendo sotto le fondamenta stesse della civiltà moderna, nonché delle incalcolabili rovinose conseguenze che ne sarebbero derivate.

Per molti, infatti, la Grande Guerra ha rappresentato un traumatico squarciarsi di “veli di Maya”, tutto un crollare di mitologie beote, un liquefarsi di deliri statolatrici e di nefandezze parolaie farsescamente titanico-superomistiche.

Per uno spirito saggio come Fried, l’unico immenso stupore che non finirà mai di straziarlo scaturirà dal dover constatare, con incommensurabile amarezza, l’oltremodo prolifico generarsi di mostruosità derivanti dal sonno miope ed ottuso della ragione. E alla ragione insistentemente si riferisce in tutte le pagine del suo straordinario diario, sempre animato da una passione etico-civile incrollabile, che lo spinge a lottare con tutte le sue forze per tentare di dimostrare come il dire NO a quella guerra (e così pure a tutte le guerre) non fosse una stolta forma di ingannevole chimericità degna soltanto di ingenue “anime belle”, ma l’unica strada obbligata indicata da un uso corretto del pensiero inteso sia nel senso più raffinatamente e nobilmente ideale, sia nel modo più sanamente e concretamente pragmatico ed utilitaristico. Per lui, è una “vecchia favola” il ritenere che per far cessare le guerre tutti gli uomini dovrebbero “diventare angeli”. I pacifisti, invece, hanno sempre spiegato - dice - che per liberarsi dalla piaga della guerra occorrerebbe semplicemente “essere egoisti intelligenti” (pp.107-8).

Gli utopisti, - scrive - quelli si badi bene più pericolosi, non sono oggi i tecnici della pace, ma coloro che ripetono la frase “guerra perpetua”. Sono questi che hanno causato la presente sventura mondiale, che impediscono che si concluda e che cercano fin d’ora di far ripiombare il mondo in questa disgrazia.”

E proprio appellandosi all’analisi razionale, Fried denuncia, innanzitutto, la rozza quanto perfidamente abile opera di sistematica propaganda bellicista portata avanti dalle forze governative e dal mondo dell’informazione, nonché da buona parte della “migliore” cultura e delle varie gerarchie ecclesiastiche.

Con tutte le forze - annota a questo proposito nell’agosto 1914 - si cerca di presentare ogni atto compiuto dal nemico come folle, perfido e indegno. Si esagera ogni azione del singolo e la si rinfaccia a tutta la nazione cui appartiene. Non contano più niente i contributi culturali di un popolo, tutti dimenticati nel momento in cui gli si può rimproverare un singolo comportamento scorretto.” (p.39)

Dal punto di vista militare ­- scriverà con gelido quanto amaro realismo quasi quattro anni dopo (8 giugno 1918) - la censura è figlia dell’istinto di sopravvivenza. La guerra e il militarismo non potrebbero sopravvivere per tre mesi se venisse abolita la censura. Solo nascondendo la verità su queste istituzioni si permette loro di continuare ad esistere …” (p.146)

Ma già dall’ottobre del ’14, Fried riesce ad individuare e a smascherare con estrema precisione i meccanismi economico-mediatici che riescono ad esercitare un’enorme influenza sull’intera società, ed anche a fare una raffinata lettura psicologica delle dinamiche che vengono innescate e alimentate dalla efficientissima macchina della guerra.

   “Quando sento parlare le persone così piene di odio nei confronti delle altre nazioni, - scrive nel settembre 1914 - penso sempre che è assolutamente necessario penetrare maggiormente nella psicologia dell’odio tra le nazioni. Questo sembra diffondersi meglio laddove mancano le idee. Riempie il vuoto della ragione. (…) Al posto dell’idea subentra la rappresentazione, ma non una rappresentazione oggettiva, bensì quella influenzata dai sentimenti d’odio, che riprende tutti i dettagli riportati dalla stampa o da altri organi della pubblica opinione. Nella mente della maggior parte delle persone si crea così un’immagine spaventosa, infondata e primitiva dell’altra nazione.” (pp.50-1)

Alfred Hermann Fried dimostra, poi, un’intelligenza critica davvero portentosa non soltanto quando mette allo scoperto le trame e le strategie che hanno prodotto il conflitto in corso e nel denunciare le continue mistificazioni, strumentalizzazioni e manipolazioni dell’informazione e delle coscienze ad opera del potere, ma anche nell’intuire, in maniera limpidissima, le conseguenze disastrose del conflitto, sia in seguito al generale abbrutimento morale e alle immense paludi avvelenate di odio rovesciate negli animi delle popolazioni, sia in seguito alla feroce iniquità dei cosiddetti “accordi di pace”. Le sue valutazioni su quanto si delinea nelle fasi conclusive del conflitto e a conflitto concluso sono sempre esatte e calzanti, caratterizzate da una visione storica ariosa, priva di pregiudizi di qualsiasi tipo e rigorosamente ancorata alla realtà dei fatti. La Germania - a suo parere - avrebbe potuto riprendersi soltanto alle seguenti condizioni:

-          restituendo l’Alsazia-Lorena e lasciando ai suoi abitanti il diritto di decidere le loro futuro;

-          abbandonando i territori occupati ad est e riconoscendo il diritto di autodeterminazione al popolo polacco;

-          pagando equi risarcimenti per i delitti commessi;

-          accettando “apertamente il disarmo e l’applicazione del diritto a livello internazionale”;

-          liberandosi dagli Hohenzollern, dagli junker prussiani, dai pantedeschi, dai militari e militaristi fanatici.

Nello stesso tempo, è fermamente convinto che costringere “al disarmo un solo Stato, mentre gli altri restano armati”, sarebbe stata una vera “mostruosità”. (p.168)

La Germania - scrive - sopporterà quest’umiliazione per tutto il tempo che non potrà fare altro che sopportare” (ivi), preparandosi alacremente al momento in cui sarebbe stato possibile liberarsi dalle imposizioni, in modo tale da rivitalizzare i gruppi militari e nazionalisti solo momentaneamente e apparentemente sconfitti.

Le riflessioni di Fried, infine, hanno anche il pregio di risultare di grande utilità per la corretta comprensione di alcuni aspetti cruciali del pensiero pacifista (non soltanto di inizio secolo XX), mettendone in luce la solida portata speculativa, la scientifica attenzione verso la genesi dei fenomeni bellici, l’incisiva potenza demitizzatrice e smascheratrice, l’ intelligente e responsabile consapevolezza della necessità di un sistematico lavoro costruttivo su più piani, mirante, in primissima istanza, al rinnovamento radicale del tessuto culturale degli interi orizzonti mentali e morali delle coscienze individuali e collettive.

   Insomma, con   La guerra è follia siamo di fronte ad un’opera che arricchisce significativamente il già vasto panorama bibliografico relativo alla Prima guerra mondiale, consentendo di entrare in contatto con una delle voci più ferme e cristalline che si siano battute contro lo scatenarsi e lo svolgersi dell’ignobile mattanza, e permettendo di meglio comprendere le intime, autentiche ragioni che animano e sostengono, nella teoria quanto nella prassi, ogni sincera forma di pacifismo.

Non facile, pertanto, riuscire a ringraziare adeguatamente i promotori ed artefici di questa eccellente iniziativa editoriale, primi fra tutti Rocco Altieri, infaticabile direttore del Centro Gandhi di Pisa (editore dei Quaderni Satyagraha**) e Francesco Pistolato, traduttore e curatore puntualissimo e illuminante dell’opera.

Il volume, inoltre, è corredato da tre pregevoli contributi critici:

Rocco Altieri (Gli intellettuali e la guerra);

Raffaello Saffioti (Se vuoi la pace, educa alla pace); Rosario Greco (In ricordo di Thomas Merton, pacifista nonviolento nel centenario della sua nascita: 1915-2015).

 

 

La guerra è follia. Diario di guerra di un pacifista austriaco dal 1914 al 1919

Alfred H. Fried

Curatore:F. Pistolato

Editore:Centro Gandhi

Collana:Quaderni Satyagraha

Anno edizione: 2015

*Paul Fussell, La grande guerra e la memoria moderna, Il Mulino, Imola, 1984.

** GandhiEdizioni è una casa editrice nata per riempire un vuoto presente nell’editoria italiana sui temi della Pace e della nonviolenza.
Nasce in risposta all’appello dell’ONU contenuto nella risoluzione 52/15 del 1997 dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite che aveva proclamato il 2000 “anno internazionale della cultura della pace” e alla risoluzione 53/25, approvata il 10 Novembre 1998 che proclamava per il 2001-2010 il “Decennio Internazionale per una Cultura di Pace e Nonviolenza per i Bambini del Mondo”.
Il Centro Gandhi onlus organizza corsi di formazione, laboratori educativi, convegni di studio in collaborazione con scuole e università.
Accoglie i maggiori studiosi italiani e internazionali dei conflitti e della pace.
Dispone di una biblioteca specialistica con 30 mila volumi, una videoteca e spazi per le arti, la musica, la pittura e il teatro.
E’ specializzata nello studio dei conflitti moderni e dei metodi per la loro trasformazione nonviolenta.
Pubblica una serie di collane: i Quaderni Satyāgraha,
i classici della spiritualità e del pensiero politico, i manuali di formazione.

GandhiEdizioni svolge la sua attività editoriale senza fini commerciali e senza scopo di lucro.

I Quaderni Satyāgraha sono ideati e curati da Rocco Altieri,
già docente di “Teoria e prassi della Nonviolenza” nel corso di laurea di Scienze per la pace dell’Università di Pisa.

http://www.gandhiedizioni.com/page2/files/category-quaderni-satyagraha.html

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   “La vendetta non deve mai essere confusa con la giustizia, e la pena di morte serve solo ad aggravare l’ingiustizia”

Zeid Ra’ad Al Hussein, Alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, 9 agosto 2016

              

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               Come tutti sanno, Amnesty International si oppone alla pena di morte in tutti i casi, senza alcuna eccezione riguardo alla natura o alle circostanze dei vari crimini, alla colpevolezza o meno dell’imputato, al metodo usato per eseguire la condanna a morte, ecc.

A tale scopo, da lunghi decenni ormai, Amnesty International lavora per raggiungere l’abolizione totale e definitiva della pena capitale in tutto il mondo, conseguendo risultati che potremmo giudicare sia incoraggianti, sia molto frustranti, ricchi, cioè, di luci ed ombre fortemente contrastanti.

Tale fenomeno è facilmente riscontrabile, in particolar modo, grazie all’esame dell’ultimo rapporto pubblicato dall’Associazione, relativo ai dati del 2016.

Nello studio dell’uso globale della pena di morte, infatti, è stato possibile riscontrare, da una parte, una generale diminuzione del ricorso a questa punizione rispetto all’anno precedente, con significativa diminuzione anche dei paesi che hanno eseguito condanne, mentre, dall’altra, il numero totale delle nuove sentenze capitali è aumentato rispetto a quello dell’anno precedente, superando anche il massimo complessivo registrato nel 2014.

Inoltre, due paesi hanno abolito la pena di morte per tutti i reati e un paese l’ha abolita solo per i reati ordinari, mentre molti altri si sono mossi per restringere l’uso della pena capitale, confermando che, nonostante i passi indietro in alcuni stati, l’andamento globale si è mantenuto favorevole all’abolizione della pena di morte in quanto punizione estrema, crudele, inumana e degradante.

Nel 2016, pertanto, è stato registrato un calo del 37% del numero di esecuzioni rispetto allo scorso anno. Almeno 1.032 persone sono state messe a morte, 602 in meno del 2015, anno in cui Amnesty International ha registrato il più alto numero di esecuzioni dal 1989. Nonostante tale significativa diminuzione, il numero complessivo di esecuzioni nel 2016 si è mantenuto, però, più alto della media registrata nella decade precedente.

Va comunque precisato, al fine di riuscire ad avere un quadro maggiormente completo e fedele alla cruda realtà dei fatti, che Amnesty International riporta esclusivamente esecuzioni, condanne a morte e altri aspetti legati all’uso della pena di morte, come commutazioni o proscioglimenti, di cui è possibile ottenere ragionevole e credibile verifica. Le informazioni di cui si serve provengono da diverse fonti, inclusi dati ufficiali, notizie provenienti dagli stessi condannati a morte, nonché dai loro familiari e rappresentanti legali, rapporti di altre organizzazioni della società civile e resoconti dei mezzi di comunicazione. In molti paesi, però, i governi non rendono pubbliche le informazioni riguardo al proprio uso della pena capitale. Per quanto concerne alcuni paesi, come Bielorussia, Cina e Vietnam, i dati sull’uso della pena di morte sono classificati come segreto di stato, mentre, per paesi come Corea del Nord, Laos, Siria e Yemen, a causa delle restrizioni governative e/o dei conflitti armati, le informazioni reperibili sono state poche, se non addirittura nulle.

Per cui, con poche eccezioni, i dati di Amnesty International sull’uso della pena di morte sono da considerarsi, purtroppo, valori minimi:

quelli reali saranno certamente molto più alti!

In particolare, è necessario tener presente che, dal 2009, Amnesty International ha scelto di smettere di pubblicare le stime sull’uso della pena di morte in Cina, precisando che i dati documentabili risultano essere significativamente inferiori a quelli reali, a causa delle restrizioni di accesso alle informazioni. Da quanto disponibile, comunque, emerge chiaramente che ogni anno in Cina avvengono migliaia di condanne a morte ed esecuzioni.

Il solo Iran, poi, è responsabile del 55% di tutte le esecuzioni registrate. Insieme ad Arabia Saudita, Iraq e Pakistan, ha eseguito l’87% di tutte le sentenze capitali registrate lo scorso anno. L’Iraq ha più che triplicato il numero di esecuzioni, l’Egitto e il Bangladesh lo hanno raddoppiato. Nuove informazioni sul numero di esecuzioni in Malesia, e soprattutto in Vietnam, hanno fornito una maggiore comprensione del livello e della reale portata dell’uso della pena capitale in questi paesi.

Il numero totale di esecuzioni in Iran è comunque diminuito del 42% rispetto allo scorso anno (da almeno 977 ad almeno 567). Una significativa riduzione nell’emissione di sentenze capitali, pari al 73%, è stata registrata anche in Pakistan. Le esecuzioni sono diminuite notevolmente anche in Indonesia, Somalia e Stati Uniti d’America.

Per la prima volta dal 2006, gli Stati Uniti d’America non sono comparsi tra i primi cinque esecutori mondiali, in parte a causa dei ricorsi legali sul protocollo dell’iniezione letale e anche alla difficoltà di reperire i farmaci per le esecuzioni tramite questo metodo.

Amnesty International ha registrato esecuzioni in 23 paesi, due in meno rispetto al 2015. La Bielorussia e le autorità dello Stato di Palestina hanno ripreso le esecuzioni dopo un anno di interruzione, mentre Botswana e Nigeria hanno eseguito le loro prime condanne a morte dal 2013. Nel 2016, Amnesty International non ha registrato esecuzioni in sei paesi, Ciad, Emirati Arabi Uniti, Giordania, India, Oman e Yemen, che, invece, ne avevano eseguite nel corso del 2015, mentre non è stata in grado di confermare se siano avvenute esecuzioni in Libia, Siria e Yemen.

Per saperne di più:

https://www.amnesty.it/pena-morte-nel-mondo-rapporto-2016-17/

Nove carabinieri oggi sono stati raggiunti da misure cautelari in un’indagine su presunti reati nella zona di Massa Carrara. Quattro gli arrestati, uno in carcere e gli altri ai domiciliari.

Sono decine gli episodi di violenza che vengono contestati ai militari, in particolare pestaggi.

Dei nove carabinieri sei erano in servizio alla caserma di Aulla e tre presso quella di Albiano Magra, sempre in provincia di Massa Carrara. Secondo l’accusa, non siamo di fronte a episodi isolati, bensì i carabinieri sottoposti a indagine si sarebbero accaniti su più persone, sia italiane che extracomunitarie. “Erano metodici, sistematici” ha sottolineato il PM Giubilaro. Al vaglio degli inquirenti vi sono quasi un centinaio di episodi: uno riguarderebbe anche una prostituta che, portata in caserma, avrebbe subito abusi sessuali.

Questa è solo l’ultima di una lunga serie di reati fatti di abusi, pestaggi, soprusi, spesso torture vere e proprie, fino ad arrivare alle uccisioni di poveri disperati, operati da persone che operano e rivestono la figura dello Stato quando sono in servizio.

Pestaggi, scosse elettriche e umiliazioni sessuali sono fra le numerose accuse di abusi, si legge in un rapporto di Matteo de Bellis, che s’impegna da tempo per Amnesty International.

“I leader dell’UE hanno spinto le autorità italiane al limite e oltre il limite di ciò che è legale. Il risultato è che persone traumatizzate, che arrivano in Italia dopo viaggi strazianti, vengono sottoposte a definizioni fallaci del loro status e in alcuni casi a spaventosi abusi da parte della polizia, così come a espulsioni illegali.

Decine e decine i casi, citati nel rapporto: una donna eritrea di 25 anni ha raccontato di essere stata schiaffeggiata ripetutamente sul volto da un poliziotto finché non ha acconsentito a lasciarsi prendere le impronte.

Altri raccontano di essersi visti negare cibo e acqua. In un caso è stata negata l’assistenza medica a una donna in gravidanza che aveva già fornito generalità e le proprie impronte digitali.

In alcuni casi le detenzioni preventive superano le 48 ore. Il rapporto di Matteo de Bellis ricorda che anche oggi pur non avendo una seria legge sul reato di tortura, la legge italiana non prevede azioni coercitive per ottenere campioni fisici da individui che non cooperano.

In un altro passaggio del rapporto si legge: “Un ragazzo di 16 anni e un uomo di 27 hanno raccontato che la polizia li ha umiliati sessualmente e ha inflitto loro dolore ai genitali. L’uomo ha riferito che alcuni poliziotti a Catania lo hanno picchiato, gli hanno inflitto scosse elettriche prima di farlo spogliare e di usare su di lui delle pinze a tre punte: “Ero su una sedia di alluminio che aveva un’apertura nel sedile. Mi tenevano per le braccia e per le spalle, mi hanno stretto i testicoli con le pinze e hanno tirato due volte. Non riesco neanche a spiegare quanto sia stato doloroso.’”

In Italia si dibatte da oltre 40 anni ormai dell’introduzione di una legge seria che possa impedire tutto questo. A maggio purtroppo con l’ultima approvazione del DDL sul reato di tortura, si è di fatto prodotto aria fresca, un Decreto Legge che è stato contestato e bocciato da tutte le organizzazioni e associazioni che si battono per il rispetto dei diritti umani. Persino alcuni rappresentanti di sigle sindacali dei corpi di Polizia hanno bollato l’introduzione di questo DDL come totalmente inutile ed inefficace a prevenire e fermare il reato di tortura operato da alcuni rappresentanti delle Forze dell’ordine.

“Introdurre una legge seria sul reato di tortura è necessario”, affermava poco tempo fa Luigi Notari. Non stiamo parlando di un attivista, né d’un parlamentare, ma di un uomo in divisa. Uno “sbirro”.

Luigi Notari è stato poliziotto per oltre 40 anni. Arrivato alla segreteria nazionale del Siulp, il “sindacato unitario lavoratori polizia”, in pensione da un paio di anni. Notari da tempo ha deciso di intervenire nel dibattito aperto dalle modifiche in commissione Giustizia del Senato alla legge contro la tortura, modifiche che impongono concetti quali “reiterazione” […] “crudeltà” e “verificabile trauma psichico”.

“E’ necessario rassicurare le persone e sancire un nuovo patto democratico fra le forze dell’ordine e la popolazione” affermava poco tempo fa prima dell’approvazione del DDL. A nulla sono valsi il suo impegno e i suoi appelli; nel 2017 continuiamo adessere uno Stato facente parte dell’Unione Europea che non ha una serie legge per prevenire il reato di tortura.

In una recente intervista Notari ha affermato che le posizioni oltranziste del sindacato di Polizia Sap contro l’introduzione del reato di tortura non rappresentano la posizione diffusa tra la maggior parte degli agenti, che da una parte sono obbligati dallo Stato stesso ad operare in condizione di stress e pressione psicologica, e dall’altra sono stanchi di essere affiancati a colleghi che operano in nome dello Stato tradendo tutti i principi fondamentali del rispetto dei diritti umani. “Una maggioranza di agenti” come affermava Notari, “che ad oggi però è troppo silenziosa.”

Boicottando persino il testo della Convenzione di Ginevra, sostiene Notari: “La polizia dimostra uno spirito revanchista che fa male alla democrazia. È una reazione da appartenenti a un corpo e non da tutori della legge”.

Sì, avete letto bene, la Convenzione di Ginevra, perché l’alta Corte di Strasburgo ha condannato l’Italia per le violenze alla scuola Diaz e per non aver introdotto il reato nel codice penale, come prevede la Convenzione Onu dal 1984. Un Parlamento, quello italiano, che ha fatto di tutto pur di non tener fede agli impegni presi, approvando nel mese scorso un impresentabile DDL che non tocca nessuno dei punti per cui l’Italia era stata richiamata.

A questo punto stando così le cose, la maggioranza degli agenti dei vari corpi di Polizia, “finora rimasta troppo silenziosa”, come affermava Notari, per lo meno quella maggioranza che sente operare di nel rispetto della legge e dei diritti dei propri cittadini, dovrebbe distinguere con forza la propria posizione da quei colleghi che sempre più spesso abusano della propria divisa, del proprio ruolo e funzione, perché questi colleghi, sebbene apparentemente operino al loro fianco, in realtà con il loro comportamento infangano tutti gli appartenenti ai corpi di Polizia.  Una maggioranza che dovrebbe far sentire più forte la propria voce. Ciò quantomeno perché non siano dichiarati moralmente e tacitamente d’accordo con tutti quei casi dove i più elementari diritti delle persone vengano abusati e calpestati.

Personalmente sono convinto di quello che in molti affermano, ovvero che seppur siano tanti i casi di abuso delle Forze di Polizia, che si tratti di mele marce da isolare dal resto delle Forze dell’Ordine. Sono convinto che ancora oggi nonostante il moltiplicarsi dei casi siano molte di più le brave persone che rivestono una divisa onorandone il ruolo, rispetto a quelle che invece la infangano. Proprio in nome di questa convinzione, è adesso che la voce di chi mela marcia non lo èdovrebbe farsi sentire forte e chiara. Difendendo la propria divisa e i valori ad essa legati, chiedendo con forza che le mele marce vengano punite alla stessa stregua di un normale cittadino che compie un crimine, con la vile aggravante però che tale crimine viene commesso in una condizione privilegiata, una condizione di forza, quasi d’intoccabilità garantita solo dall’indossare una divisa nel nome e per conto dello Stato.

A luglio dell’anno scorso durante una manifestazione a Taranto, dove a manifestare contro le allora scelte del governo sull’Ilva, c’erano gli abitanti del posto, colpiti a migliaia dai tumori per via dell’emissioni inquinanti dell’Ilva, a un certo punto un poliziotto in assetto antisommossa, mandato a tenere sotto controllo la manifestazione, si ricordò il suo essere umano prima ancora che poliziotto. Si abbracciò commosso con Elena, una mamma che portava al collo un cartello con un hashtag, #siamotutti048,  il codice di esenzione del sistema sanitario per i malati di cancro.  Il poliziotto la strinse forte  a sé e si commosse mentre tutti intorno urlavano.  Elena disse al poliziotto “Ognuno di noi ha un caso in famiglia, aspettiamo da anni un nuovo ospedale. Qui i reparti chiudono, manca l’oncoematologia pediatrica e per diversi esami bisogna rivolgersi fuori città, Io lo so che siete anche voi con noi, lo so. Perché siete figli, padri e fratelli di questa terra, siete poveri cristi come noi, come gli operai dell’Ilva portate il pane a casa” Così parlò Elena all’agente di Polizia.

Sono queste le cose che dovrebbe sempre cercare di ricordarsi un rappresentante delle Forze dell’Ordine quando compie il proprio servizio. Rammentarsi anzitutto, come fece questo collega che abbracciò questa mamma, il proprio essere umano, prima ancora che poliziotto, carabiniere o altro.

Così come spero possano essere d’ispirazione le parole di Luigi Notari che ha vestito una divisa per oltre 40 anni. “Io sono stato educato in un altro modo. I miei superiori mi hanno insegnato che una persona in stato di fermo, indifesa, consegnata alla nostra tutela, non si tocca. Mai. A volte anch’io ho rischiato di sbagliare, ma sono stato richiamato in tempo. Fermato dai miei colleghi più lucidi in quel momento, perché meno stanchi o meno coinvolti emotivamente»” [….] “È un meccanismo di autotutela consolidato e necessario, anche i controllori devono essere controllati.” Il perché servirebbe una vera legge sulla tortura, non questo abuso nell’abuso prodotto con l’ultimo DDL, lo si può trovare nelle parole di Notari. “Perché chi ha paura del controllo, chi si oppone al reato di tortura, dimostra a sua volta di non potere e non sapere controllare il suo ufficio, i propri agenti nell’esercizio delle loro funzioni”.

 

per gentile concessione dell'agenzia di stampa Pressenza

ewApprendiamo spesso, da notiziari più o meno telegrafici o da servizi giornalistici marcatamente enfatici, che, in seguito ad un triste evento, i parenti di un qualche poveretto (spesso un bambino), avrebbero dato il consenso per la “donazione degli organi” del loro congiunto. La notizia o viene fatta scivolare via, quasi come mero episodio di routine, oppure viene ben sottolineata al fine di innalzare la scelta della donazione a modello esemplare di comportamento, a paradigma di generosità e sensibilità civile.

Mai e poi mai ci è dato di imbatterci in qualcuno a cui sia consentito sollevare un seppur minimo dubbio, esprimere una perplessità, magari lieve lieve, cauta e blanda. Mai e poi mai qualcuno che si dedichi a spiegarci (senza finalità apologetico-propagandistiche) cosa sia effettivamente la cosiddetta “morte cerebrale”, quando essa sia riscontrabile, quando e come, pertanto, sia possibile effettuare il prelievo degli organi, secondo quali criteri, ecc. Solo fiumi di potenti e belle emozioni, nel deserto sconfinato del generale non sapere …

Ci si limita a dire che tizio sfortunatamente “non ce l’ha fatta” e che, quindi, i parenti hanno encomiabilmente concesso l’autorizzazione a procedere all’espianto degli organi … cosa che consentirà a tanti individui di avere una nuova vita, ecc.

Nessuno si preoccupa di renderci conto dei numerosi e considerevoli aspetti problematici insiti nel concetto di morte cerebrale. Nessuno che ci spieghi o ci ricordi che il morto cerebrale non è un gelido cadavere, bensì un organismo con il cuore che batte e con gli organi ben irrorati dal sangue. Nessuno che si preoccupi di informarci del fatto che, secondo la legge italiana vigente, la morte cerebrale può essere dichiarata solo a condizione che “tutte le funzioni cerebrali” siano indubitabilmente cessate. E nessuno ci fa notare che non è poi così semplice capire come sia possibile avere certezze assolute in merito a tale eventualità. Chi può dire, infatti, di conoscere tutte (proprio tutte) le nostre funzioni cerebrali? Non ci viene forse continuamente insegnato, dai più autorevoli esperti della materia, che l’organo ancora più inesplorato è proprio il nostro meravigliosamente sconfinato cervello? E chi può ritenersi davvero in grado di possedere   (e di saper correttamente applicare) metodi di accertamento in merito all’esserci o meno di tali funzioni, con validità assoluta e senza alcuna possibilità di errore? Errore che comporterebbe - fatto non certo proprio irrilevante - di trattare da morto un paziente in gravi condizioni (quindi soltanto probabilmente moribondo), provocandone, di conseguenza, la vera morte (quindi uccidendolo).

Chi potrebbe asserire, con apodittica certezza, ad esempio, che, negli individui dichiarati cerebralmente morti, sia del tutto assente qualsiasi forma, seppur minima, di attività intellettiva? E stiamo parlando - occorre ribadirlo con insistenza - di organismi con cuore pulsante, sangue circolante, polmoni (magari sostenuti da ausilio meccanico) respiranti. Non certo di organismi in via di disfacimento, né tantomeno affetti da “rigor mortis”.

Ma chi potrebbe escludere che, pur avendo constatato, per qualche ora soltanto, il fenomeno dell’encefalogramma piatto (che dovrebbe fornirci le garanzie necessarie per poter considerare totalmente e definitivamente distrutto l’apparato cerebrale), sia del tutto impossibile un recupero della funzionalità? E chi potrebbe ritenere inattaccabile la pretesa di considerarsi perfettamente in grado di registrare in modo oggettivo l’esserci ancora o il non esserci più (anche in forma ridottissima) di tutte le facoltà cerebrali?

In altre parole, come possiamo decretare (senza il sospetto del benché minimo margine di errore) che quell’organismo, all’apparenza soltanto addormentato, immerso nella condizione di coma profondo (condizione che un tempo veniva chiamato “coma dépassé”) sia davvero del tutto privo di vita mentale, sia del tutto svuotato di coscienza, ovvero soltanto un respirante simulacro di vita? Soltanto, cioè, un appetibile serbatoio di organi funzionanti, benché non più in alcun modo “diretti” e coordinati dal proprio cervello, irrimediabilmente “fuori uso”?

In definitiva, chi potrà mai davvero garantirci, al di là di qualsiasi possibile ragionevole e doveroso dubbio, che la vera morte, quella sì incontestabilmente irreversibile, non sia quella prodotta dalle mani del chirurgo che, armato di bisturi, preleva, da un organismo (che certamente morto non è) organi vivi e palpitanti, che, proprio perché vivi, potranno continuare a vivere in altri corpi … facendo vivere i corpi degli altri?

E se provassimo tutti, lasciando da parte ogni sorta di partito preso (in particolare la convinzione secondo cui, siccome trapiantare organi aiuterebbe a continuare a vivemhklre e a vivere meglio tante persone, tutto, di conseguenza, andrebbe fatto per agevolare tale pratica, evitando, in particolar modo, tutto quello che potrebbe frenarla), a porci, in totale onestà, qualche ulteriore insidiosa domanda?

La mancata percezione, ad esempio, della manifestazione di funzioni cerebrali quanto può essere ritenuta prova incontrovertibile della loro assenza totale e definitiva? Ovvero: il manifestarsi coincide totalmente con l’essere e viceversa?

Non potremmo essere noi semplicemente non in grado di percepire la loro presenza? Non potrebbero, dette funzioni, essere entrate in una fase di latenza o semplicemente essere tanto flebili da non poter essere registrate? Non potrebbero i nostri attuali criteri risultare fallaci? Non potrebbe la tecnologia di cui attualmente disponiamo risultare inadeguata? E, in ogni caso, chi potrebbe darci la certezza che la coscienza sia qualcosa di pienamente coincidente e dipendente dalle (da noi percepibili) funzioni cerebrali? E quanto potremmo considerare il credere nell’indiscutibilità di tale corrispondenza come qualcosa di correttamente sostenibile in sede strettamente scientifica? Non si potrebbe, infatti, pensare che, in questo modo, il sapere scientifico verrebbe ad arrogarsi indebitamente il diritto di invadere il territorio della metafisica … facendosi esso stesso metafisica?!

Quanto ci possiamo, noi umani, sentire in diritto di mettere le mani (nonché bisturi e sega elettrica) sul corpo caldo di un nostro simile, soltanto perché lo abbiamo, sulla base di criteri e protocolli convenzionali, strumentalmente ideati, mutevoli e ovviamente opinabili (differenti, tra l’altro, da un paese all’altro!), classificato come “cadavere”, ovvero espulso dalla “famiglia umana”, retrocesso a “cosa”, non più “res cogitans” ma “res extensa”?

E, in particolare, mi chiedo, come mai il mondo cattolico, perlopiù appassionato sostenitore di donazioni e trapianti (anche se sono molte le autorevoli e ignorate voci critiche dissenzienti), non si sente moralmente obbligato a meditare con attenzione e serietà sulle parole terribili pronunciate dall’allora cardinale J. Ratzinger?

                             “Siamo testimoni di un’autentica guerra dei potenti contro i deboli, una guerra che mira all’eliminazione degli handicappati, di coloro che danno fastidio e perfino semplicemente di coloro che sono poveri e inutili, in tutti i momenti della loro esistenza. Con la complicità degli Stati, mezzi colossali sono impiegati contro le persone, all’alba della loro vita, oppure quando la loro vita è resa vulnerabile da una malattia e quando essa è prossima a spegnersi.

Più tardi, quelli che la malattia o un incidente faranno cadere in un coma irreversibile, saranno spesso messi a morte per rispondere alle domande di trapianti d’organo o serviranno, anch’essi, alla sperimentazione medica (cadaveri caldi).”

O su quelle successivamente pronunciate da Giovanni Paolo II?

                       “Del resto, è noto il principio morale secondo cui anche il semplice dubbio di essere in presenza di una persona viva già pone l’obbligo del suo pieno rispetto e dell’astensione da qualunque azione mirante ad anticipare la morte.”*

Come possono le alte gerarchie ecclesiastiche non avvertire l’evidentissima monumentale contraddizione che le vede scendere pugnacemente in campo a difesa di feti ed embrioni, a scagliare anatemi contro un povero Welby o un papà Englaro, e, al contempo, abbandonare nelle mani delle équipes trapiantistiche i cuori pulsanti e i polmoni respiranti di individui che si suppone (in palese contrasto con la propria stessa millenaria speculazione teologica, oltre che con il più elementare buon senso) oramai abbandonati dalla propria coscienza e, perché no, da quella cosa che una volta non si aveva vergogna di chiamare ANIMA? Quella cosa misteriosa, cioè, che si è fermissimamente pronti ad attribuire anche ad un minuscolo embrione esistente da poche ore, mentre la si nega, con altrettanta (quanto ingiustificata) fermezza al corpo (vivo) di una persona dichiarata cerebralmente morta … solo da qualche ora …

*Mie le evidenziazioni.

PER SAPERNE DI PIU’:

Roberto de Mattei (a cura di), Finis Vitae. La morte cerebrale è ancora vita?, Rubbettino, Soveria Mannelli 2007.

R.Barcaro, P.Becchi, P.Donadoni, Prospettive bioetiche di fine vita. La morte cerebrale e il trapianto di organi, Franco Angeli, Milano 2008.

P.Becchi, Morte cerebrale e trapianto di organi. Una questione di etica giuridica, Morcelliana, Brescia 2008.

R.Fantini, Vivi o morti? Morte cerebrale e trapianto di organi: certezze vere e false, dubbi e interrogativi, Efesto, Roma 2015.

www.antipredazione.org

 

18.04.2017 - Più di 1500 prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane ieri hanno iniziato uno sciopero della fame a tempo indeterminato. Scopo di questa clamorosa forma di protesta nonviolenta, quello di richiedere delle condizioni carcerarie migliori e di porre fine alla detenzione preventiva amministrativa, una procedura che consente ai militari israeliani di imprigionare cittadini palestinesi basandosi su prove segrete, senza incriminarli, né processarli, tenendoli detenuti senza un termine prestabilito, in attesa di un processo che potrebbe non arrivare mai.

Sebbene tale procedura venga usata quasi esclusivamente per i palestinesi dei Territori Occupati, comprendenti Gerusalemme Est, la West Bank e la Striscia di Gaza, talvolta anche cittadini israeliani o stranieri sono stati detenuti in via amministrativa da Israele, quasi sempre in seguito alle proteste solidali a favore della causa palestinese.

E’ sorprendente apprendere che Israele è l’unico Stato al mondo che ha ben tre differenti leggi per poter incarcerare a tempo indefinito e senza un regolare processo.

I palestinesi sottoposti alla detenzione amministrativa, così come molti altri prigionieri palestinesi, subiscono maltrattamenti e torture nel corso degli interrogatori e trattamenti crudeli e degradanti durante il periodo di carcere, talvolta come forma di punizione proprio per aver intrapreso scioperi della fame o altre forme di protesta.

Inoltre, sia i palestinesi sottoposti alla detenzione amministrativa che le loro famiglie sono costretti a vivere nell’incertezza: non sanno per quanto tempo resteranno privi della libertà e nemmeno perché sono detenuti. Come altri prigionieri palestinesi, vanno incontro a divieti di visite familiari, trasferimenti forzati, espulsioni e periodi d’isolamento.

Queste pratiche non solo rappresentano una palese violazione dei diritti umani fondamentali e dei principi del diritto internazionale da parte del governo d’Israele, ma violano anche ogni principio di rispetto della dignità umana.

In occasione della ricorrenza della “Giornata dei prigionieri palestinesi”, i prigionieri hanno iniziato lo sciopero della fame sotto il motto “Libertà e Dignità” rasandosi la testa come segno distintivo.

Lunedì scorso, poco prima dell’inizio di questa clamorosa protesta, l’ufficio del Presidente palestinese Mahmoud Abbas aveva rilasciato una dichiarazione contenente l’elenco delle richieste degli scioperanti della fame.

I prigionieri palestinesi, secondo il testo, chiedono attenzione ai loro “bisogni fondamentali, ai loro diritti come prigionieri, chiedono di porre fine alla pratica (israeliana) della detenzione amministrativa, alle torture, ai maltrattamenti, alla privazione di ogni forma di dignità”. La nota specifica inoltre che la detenzione amministrativa ormai viene applicata da tempo persino a bambini palestinesi al di sotto dei 12 anni di età. Si arriva a negare loro il diritto alla sanità e all’istruzione, si impone l’isolamento come trattamento degradante e si impediscono persino le visite dei familiari.

In quasi 50 anni di occupazione israeliana della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e della Striscia di Gaza sono stati arrestati e detenuti più di 800.000 palestinesi, proprio tramite la pratica della detenzione amministrativa.n Attualmente nelle carceri israeliane sono detenuti 6.500 prigionieri politici palestinesi, tra cui 57 donne, 300 bambini, 13 membri istituzionali, 18 giornalisti e oltre 800 prigionieri che hanno bisogno urgente di cure mediche.

Vista la sua ampiezza, questa protesta nonviolenta per il rispetto dei diritti e della dignità umana quanto meno dovrebbe trovare largo spazio nei media; purtroppo invece ne danno nota solo fugacemente e marginalmente, come se i diritti umani del popolo palestinese fossero da considerare di serie B.

 

Per gentile concessione dell'agenzia di Stampa Pressenza

La situazione femminile nel paese africano è realmente drammatica. Lo rivelano fonti della cooperazione internazionale che da anni cercano di alleviare il dramma delle donne nigerine.

Il Niger è il paese con il tasso di fertilità più alto nel mondo,  un paese poverissimo dove solo il 20% della popolazione sa leggere e scrivere, dove le donne vengono abbandonate o rimangono vedove che hanno già 4 o 5 figli.

Circa la metà dei casi  penali in Niger riguarda casi di infanticidio.

Questo è quanto riportano fonti diplomatiche dell’Unione Europea che rivelano quanto sia terribile la condizione femminile in questo paese.

Il Niger è il paese con il tasso di fertilità più alto nel mondo,  un paese poverissimo dove solo il 20% della popolazione sa leggere e scrivere, dove le donne vengono abbandonate o rimangono vedove che hanno già 4 o 5 figli. Spesso per disperazione cedono alle lusinghe del primo uomo che dimostra loro un po’ di attenzione e questa è la migliore delle ipotesi, altrimenti rimangono incinte perché devono fare chilometri per avere del cibo, ossia qualche manciata di riso  alle volte per avere quel riso devono dare in cambio il loro corpo.

In Niger le donne si vestono con grandi stoffe che possono facilmente nascondere una gravidanza. L'ipocrisia nei villaggi va di pari passo all'ignoranza. L'uomo colpevole intima alla donna di non dire nulla.

La poveretta per fuggire alla vergogna di un figlio fuori dal matrimonio, lo uccide appena nato, e questo quando sono relativamente fortunate perché  quante tenteranno di abortire muorendo? Non si hanno numeri precisi purtroppo, soltanto delle istantanee di situazioni drammatiche.

Non ci dicono le fonti quante muoiono insieme al loro figlio mentre rompono il cordone ombelicale con un sasso o con le unghie.

Quante, senza ancora figli, scappano all'estero e diventano magari prostitute. Quando vengono scoperte, nonostante la clemenza dei giudici, vengono loro inflitti quattro o cinque anni di carcere.

Ma in questi anni i figli della donna rimangono abbandonati a loro stessi.  

Le figlie cresceranno nella povertà e nell'ignoranza e il tutto ricomincerà da capo. Le donne che vengono condannate in realtà sono vittime con i figli che hanno ucciso.

Vittime incoscienti della povertà e dell’ignoranza e del maschilismo imperante e accettato e veramente tanto difficile da debellare.

L'uomo che le ha messe incinta non è mai presente al momento del processo e non è mai sul banco degli imputati, tutt'al più è presente come testimone.

Le fonti sottolineano come il vero problema del paese sia la mancanza di una legge sulla famiglia che tenga il passo con i tempi,  tutti i tentativi di applicarla  si sono scontrati con le associazioni islamiche che sono minoritarie  ma ben organizzate,  non c'è pianificazione delle nascite.

Per quanto sia terribile ciò che commettono queste donne,  in realtà non viene data loro molta scelta,  e la via è ancora lunga da percorrere.

02.04.2017 . Con l’espressione tratta di esseri umani si intende una forma di schiavitù moderna, quasi sempre invisibile agli occhi dei più, alla quale sono costretti donne, uomini e sempre più spesso bambini. Rappresenta una gravissima violazione dei diritti umani fondamentali.

Generalmente le vittime di tratta si trovano in una condizione di estrema vulnerabilità in quanto provenienti da contesti di disagio e di povertà, aggravate da una globalizzazione sempre più selvaggia, ma anche da zone di guerra o da paesi in cui vengono perseguitate da regimi autoritari. Per questo motivo decidono di spostarsi e spesso, per il trasferimento dalle “periferie del mondo” verso i luoghi in cui sperano di avere un futuro migliore, si affidano a trafficanti senza scrupoli, affiliati a organizzazioni criminali internazionali ben radicate nel territorio, che provvedono a inserire le vittime in vere e proprie reti di sfruttamento. Non è detto che il contatto con i trafficanti avvenga sin da subito; infatti è possibile che ciò si verifichi in altre fasi del viaggio migratorio.

Sui giornali, radio e TV difficilmente si parla di tratta di esseri umani, come se fosse una tematica poco appetibile per i fruitori dell’informazione. Quando, invece, l’argomento viene preso in considerazione, accade di frequente che lo si faccia definendolo in modo errato e piegandosi a facili semplificazioni.

Dietro una vittima di tratta spesso si celano un debito economico, la coercizione fisica o psicologica, una minaccia che mette a rischio la vita della vittima e dei suoi affetti, una condizione di isolamento, una situazione penosa di estrema ingiustizia.

La tratta di esseri umani spesso avviene anche a danno di minorenni che vivono in realtà dove sono forti povertà, degrado e miseria.
Il 20% sono vittime di sesso maschile, nella stragrande maggioranza dei casi minorenni che poi finiscono sulle strade per fare accattonaggio. Nei casi peggiori vengono usati per l’espianto di organi, solo in qualche caso i più piccoli finiscono nel giro illegale delle adozioni. In tutti e tre i casi si parla comunque di bambini che vanno dai 3 ai 13 anni.

L’80% sono vittime di sesso femminile, anch’esse minorenni, che finiscono nel giro della prostituzione; qui si parla di ragazzine che vanno dagli 11 ai 17 anni.

Le vittime di tratta, sia di sesso femminile che maschile, passano da una rete criminale all’altra e vengono letteralmente vendute, per poi finire quasi sempre in Occidente, dove le reti criminali realizzano i loro affari. Al loro arrivo hanno spesso subito violenze di tutti i tipi – stupri, pestaggi, sevizie, torture, minacce alla loro persona e ai loro familiari.

Nel mondo si parla di 21 milioni di vittime di tratta, per un giro di affari stimato di 117 miliardi di euro; stiamo parlando del secondo business criminale a livello mondiale, un giro di affari che viene ancora prima del mercato della droga, ossia il terzo e subito dopo il traffico di armi, che è il primo per introiti economici.

In Europa e in Italia si fa un gran parlare di diritti del minore; la triste realtà è che solo nel nostro paese attualmente ci sono 189.600 persone vittime di schiavitù e sfruttamento, tra cui un’alta percentuale di minorenni.

Come segnalato dall’Europol, l’Ufficio di Polizia europeo, nel 2015 risultano entrati in Europa oltre 10 mila minori che sono poi scomparsi, di cui 6.135 soltanto in Italia.

Nel 2016, secondo il rapporto del Ministero dell’Interno, in Italia sono entrati 25.846 minori non accompagnati. Il dato più agghiacciante lo cita il documento, “Grandi speranze alla deriva”, dove si denuncia che solo nei primi sei mesi del 2016 si sono perse le tracce di 5.222 di questi minori. I piccoli spariscono perché vogliono “continuare il loro viaggio” con l’obiettivo di raggiungere “altri paesi europei”, afferma il rapporto, ma si teme che quasi la metà di loro finisca nelle mani delle reti criminali, per essere poi sfruttati in vario modo.

Sempre in Italia i dati indicano 112.000 ragazze avviate alla prostituzione, di cui oltre 37.000 risultano minorenni; numeri possibili perché in Italia c’è tanta richiesta, ovvero tanti italiani adulti che pagano per andare con minorenni poco più che bambine. Tutto questo avviene quotidianamente sotto i nostri occhi, eppure di ciò poco o nulla si parla.

Dietro ad ognuna di queste ragazzine avviate alla prostituzione si celano storie raccapriccianti; basta andare in strada come volontari, nelle periferie dimenticate di tante città italiane per leggerle sui loro volti, nei loro sguardi, nei loro prolungati silenzi.

In Italia purtroppo manca ancora una legge seria che possa quanto meno gettare le basi e fornire gli strumenti di modo per prevenire e liberare migliaia di donne, uomini e bambini vittime di una vera e propria schiavitù, di violenze, di degrado e di miseria umana. Una legge sul modello dei paesi scandinavi, che di recente sulla stessa base è stata approvata anche in Francia, una legge che vuole, sull’esperienza di altre legislazioni europee, punire il cliente come complice dello sfruttamento sessuale, per togliere così alle organizzazioni criminali la fonte di guadagno e per combattere lo sfruttamento di persone vulnerabili, colpire la domanda per contrastare le conseguenze devastanti che la prostituzione crea. Le ragazze che oggi arrivano sulle nostre strade tramite le reti criminali hanno 15 o 16 anni, in qualche caso 13 o 14… Come si fa a parlare di ‘libera scelta?

Le donne che si prostituiscono arrivano da ambienti familiari e sociali degradati, hanno alle spalle storie di povertà, violenza e abusi. Non può esistere nessuna libertà in un comportamento che nasce da una catena di sopraffazioni e miseria.

E’ con questa finalità che è in atto la campagna nazionale “Questo è il mio corpo” , con l’obbiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica, informare sulle reali condizioni di violenza e di non scelta che subiscono il 90% delle donne entrate nel giro della prostituzione, insegnare e testimoniare nelle scuole e nelle nuove generazioni la tristissima realtà di migliaia di giovanissime persone vittime di tratta, riportandone le esperienze tramite la storia di ex vittime uscite dalla schiavitù.

Alcune ex vittime di tratta come ad esempio Isoke nella sua testimonianza sostengono che una legge seria possa servire tantissimo, ma che non sia sufficiente. “Bisogna unire a questa legislazione un sostegno serio per le ragazze, che permetta loro di ricostruire da zero la loro vita, una rete di relazioni sociali, che le rimetta in piedi per davvero senza lasciarle in strada con un semplice foglio di carta, ma disoccupate e senza protezioni.”  Per questo Isoke vede nei clienti stessi delle potenziali risorse. “Non voglio certo difendere i clienti o simpatizzare con loro. Mi limito a dire che prima di pensare di multare i clienti, credo sia importante cercare di rieducarli e sfruttarli come risorse per sostenere le ragazze nel loro percorso di liberazione”.

Si tratta di un tema molto complesso ed è certo che per affrontarlo bisognerebbe riuscire a creare in tutto il paese un forte movimento trasversale, sociale, culturale e politico, che riesca a informare, sensibilizzare e al tempo stesso fare pressione per l’approvazione d’una legge nazionale che realmente tuteli donne, uomini e bambini, aiutandoli a liberarsi in generale dallo sfruttamento e in particolare dalla schiavitù della tratta. Una specie di rivoluzione culturale che serva a cambiare la testa delle persone su quello che in molti ancora definiscono sbagliando “il mestiere più antico del mondo” ma che trattasi di fatto di schiavitù. Per questo motivo l’Associazione Vittime di tratta scrive una lettera appello proprio alle donne italiane, da donna a donna per dimezzare il numero delle vittime di tratta.  Un fenomeno che è in crescita esponenziale, di cui non si parla e per cui si fa troppo poco.

 

Per gentile concessione dell'agenzia stampa Pressenza



“Siamo testimoni di un’autentica guerra dei potenti contro i deboli, una guerra che mira all’eliminazione degli handicappati, di coloro che danno fastidio e perfino semplicemente di coloro che sono poveri e ‘inutili’, in tutti i momenti della loro esistenza. Con la complicità degli Stati, mezzi colossali sono impiegati contro le persone, all’alba della loro vita, oppure quando la loro vita è resa vulnerabile da una malattia e quando essa è prossima a spegnersi.
Più tardi, quelli che la malattia o un incidente faranno cadere in un coma ‘irreversibile’, saranno spesso messi a morte per rispondere alle domande di trapianti d’organo o serviranno, anch’essi, alla sperimentazione medica (‘cadaveri caldi’)”.
                                                                                                   J. RATZINGER

 

Ogni qualvolta si viene a riaccendere il dibattito sulle questioni relative al “fine vita”, puntualmente troviamo la Chiesa cattolica in primissima linea ad affermare e a ribadire il principio della sacralità della vita “dalla nascita alla morte”, anzi, dal primissimo all’ultimissimo istante.

Posizione questa che non può che essere condivisa da chiunque, credente o non credente, abbia a cuore il valore irrinunciabile della persona umana. I problemi sorgono, però, inevitabilmente, quando ci si trova costretti a tentare di tracciare in maniera “chiara e distinta” i confini del nascere e del morire, ovvero ad individuare quando sia possibile e corretto parlare con certezza di nascita e di morte dell’individuo, di inizio e di fine non di una qualche forma di vita, ma di una vita propriamente e indiscutibilmente “umana”. E qui si finisce, inesorabilmente, per scivolare sul campo sdrucciolevole del relativo, terreno che un po’ tutti, purtroppo, tendono a popolare con certezze presuntuosamente apodittiche. Il sapere scientifico, a cui tutti si appellano, infatti, ci fornisce senza dubbio utili e sempre crescenti informazioni, ma ogni soggetto è però chiamato a valutarle e ad interpretarle, secondo le proprie prospettive filosofiche e convinzioni ideologiche (legittime quanto opinabili). Ed ecco che, allora, si aprono fratture e si edificano muraglie dentro cui ci si arrocca con assai scarsa disponibilità al confronto e al ragionamento sobrio e antidogmatico. Mentre, invece, su questioni di questo tipo, così delicate, sfaccettate e sfuggenti, servirebbe più che mai uno sforzo comune di analisi critica liberata da tabù, da preconcetti e da scambievoli anatemi.

All’interno dell’infuocato panorama di differenti ed opposte visioni, la cosa più sconcertante è il constatare come, mentre di tutto si dibatte e si disquisisce, una questione, a proposito del “fine vita”, venga perennemente e universalmente ignorata: quella della cosiddetta “morte cerebrale”, con annessa pratica dei trapianti di organi.
Su questo particolare aspetto delle complesse problematiche della bioetica, la Chiesa cattolica, in particolare, sempre impegnata a distinguere e a difendere le proprie posizioni in nome del doveroso e coerente rispetto dei valori cristiani, dà l’impressione di essere incapace di produrre un proprio autonomo pensiero, come accecata dalla retorica della cosiddetta “cultura del dono”. In pratica, accade che ci si allinei, in maniera assolutamente acritica, sulle posizioni attualmente dominanti (anche se non universalmente condivise) in ambito scientifico, accogliendo e adottando, in modo totalmente passivo, metri di giudizio e gerarchie di valore che nulla hanno a che fare con la più elementare riflessione teologica. Mettendo da parte, cioè, ogni preoccupazione relativa al rapporto corpo-anima, alla questione della tempistica relativa al distacco dell’anima dal corpo, al dovere di non interferire arbitrariamente sulle modalità della separazione dell’anima dal suo involucro fisico, con tutte le relative implicazioni soteriologiche ed escatologiche (relative, cioè, al destino ultramondano dell’anima: salvezza o dannazione). Detto in altre parole, si ha la sensazione che, mentre la Chiesa cattolica sia sempre pronta e determinata a proteggere da qualsiasi “innaturale” accelerazione del processo della morte malati terminali, individui affetti da gravissime disabilità, persone in stato vegetativo (vedi caso Eluana), ecc. - battendosi così contro la cosiddetta “cultura dello scarto” - abbia invece incomprensibilmente scelto di abbandonare, nelle mani dei medici espiantatori, le persone dichiarate cerebralmente morte (relegate, così, al rango di preziosi serbatoi di “pezzi di ricambio”). Persone che, fino al 1968, venivano comunemente considerate pazienti in “coma depassé” (secondo la definizione del 1959, formulata da Mollaret e Goulon) e che, solo in seguito a quanto dichiarato dalla Commissione ad hoc dell’Università di Harvard, hanno potuto cominciare ad essere considerate clinicamente e legalmente defunte, pur presentando cuore battente, fegato, pancreas, ecc., funzionanti. Persone che, secondo quanto afferma W.Franklin Weaver (Università del Nebraska), potrebbero non essere altro che “sfortunati esseri viventi (...) disumanizzati attraverso vari metodi per dichiararli “morti” mentre sono ancora vivi”. (in Finis Vitae, a cura di R. De Mattei, Rubbettino, Roma 2007, p.379)
Giovanni Paolo II ai partecipanti all’incontro promosso dalla Pontificia Accademia delle Scienze sulla “Determinazione del momento della morte”, nell’ormai lontano dicembre 1989, ebbe modo di asserire quanto segue:

“Il problema del momento della morte ha gravi incidenze sul piano pratico, e questo aspetto presenta anche per la Chiesa un grande interesse. Sembra infatti che sorga un tragico dilemma. Da una parte, vi è urgente necessità di trovare organi sostitutivi per malati i quali, in loro mancanza, morirebbero o per lo meno non guarirebbero. In altre parole, è concepibile che per sfuggire ad una morte certa ed imminente, un malato abbia bisogno di ricevere un organo che potrebbe essergli fornito da un altro malato, forse il suo vicino in ospedale. In questa situazione appare dunque il pericolo di porre fine ad una vita umana, di rompere definitivamente l’unità psicosomatica di una persona. Più esattamente, esiste una reale probabilità che la vita della quale si rende impossibile la continuazione con il prelievo di un organo vitale sia quella di una persona viva, mentre il rispetto dovuto alla vita umana vieta assolutamente di sacrificarla, direttamente e positivamente, anche se fosse a beneficio di un altro essere umano che si ritiene motivatamente di dover privilegiare.
Non è sempre facile neanche l’applicazione dei principi più fondati, perché il contrasto fra esigenze opposte oscura la nostra visione imperfetta e di conseguenza la percezione dei valori assoluti, che non dipendono né dalla nostra visione né dalla nostra sensibilità.”* (mie le evidenziazioni)

Ora, mi chiedo, parlare di oscurata “visione imperfetta”, di “pericolo di porre fine ad una vita umana”, nonché di “una reale probabilità che la vita della quale si rende impossibile la continuazione con il prelievo di un organo vitale sia quella di una persona viva”, non dovrebbe essere ritenuto motivo più che sufficiente per applicare l’antico e saggio principio dell’ in dubio pro vita?! Ovverosia, di fronte a tale “reale probabilità” (mai del tutto escludibile!), non sarebbe più ragionevole, più giusto e più “cristiano”, preferire di rischiare di trattare come vivo un morto, piuttosto che trattare come morto (anzi, come una “cosa morta”) un vivo?!?
Scriveva Hans Jonas, uno dei massimi pensatori del XX secolo, profondamente ferito e preoccupato in seguito all’introduzione del concetto di “morte cerebrale”, che
“Proprio il dubbio - il non sapere in fondo dove sia l’esatto confine tra la vita e la morte - dovrebbe dare la precedenza alla supposizione della vita e far resistere alla tentazione della dichiarazione di morte così pragmaticamente consigliata” .


E che ci sarebbero validissimi motivi
“per dubitare che, anche in assenza di funzione cerebrale, il paziente che respira sia del tutto morto. In questa situazione d’ineliminabile ignoranza e di ragionevole dubbio l’unica massima corretta per agire consiste nel tendere dalla parte della vita presunta.”

Particolarmente difficile da comprendere, poi, è il fatto che ben pochi si soffermino attentamente a meditare sulle motivazioni esplicitamente indicate dalla stessa Commissione di Harvard a proposito dell’ “invenzione” della “morte cerebrale”:
Il nostro obiettivo principale - leggiamo nel Rapporto redatto dalla Commissione - è definire come nuovo criterio di morte il coma irreversibile. La necessità di una tale definizione è legata a due ragioni. 1) Il miglioramento delle tecniche di rianimazione e di mantenimento in vita ha condotto a sforzi crescenti per salvare malati in condizioni disperate. A volte tali sforzi non ottengono che un successo parziale, e il risultato è un individuo il cui cuore continua a battere, ma il cui cervello è irrimediabilmente leso. Il peso è grande per quei pazienti che soffrono di una perdita permanente dell’intelletto, per le loro famiglie, per gli ospedali e per quelli che avrebbero bisogno di letti ospedalieri occupati da questi pazienti in coma. 2) Criteri di morte obsoleti possono originare controversie nel reperimento di organi per i trapianti.(mie le evidenziazioni)
Ovvero: liberare preziosi posti-letto in ospedale e tutelare legalmente gli eventuali medici espiantatori (che, altrimenti, avrebbero rischiato di essere accusati di assassinio).
Come non restare inorriditi di fronte a simili dichiarazioni tanto palesemente utilitaristiche e a-scientifiche?
Insomma, quanto tempo dovremo attendere affinché le gerarchie ecclesiastiche (nonché tutto il mondo laico libertario e sensibile al campo dei diritti umani) prendano seriamente in considerazione le voci competenti ed autorevoli (quanto inascoltate) di molti dei migliori scienziati, ricercatori, teologi e pensatori del mondo cattolico, che, con grande rigore denunciano da tempo gli innumerevoli aspetti antiscientifici del concetto di “morte cerebrale” e quelli gravemente anticristiani immanenti alla pratica trapiantistica?!

L’8 marzo ricorre la Giornata Internazionale della Donna.

Ma perché questa data? Per molto tempo si è ritenuto erroneamente che l'8 marzo fosse la ricorrenza di una tragedia avvenuta in una fabbrica di New York, in cui molte operaie persero la vita. Ma, in realtà, si tratta di un falso storico. Le motivazioni che portarono alla scelta di questa specifica data sono molteplici, e hanno inizio con l'indizione, nel febbraio 1909, ad opera del Partito Socialista americano, della prima Giornata internazionale della donna. Dopodiché altri paesi accolsero tale iniziativa (l'Italia celebrò la prima giornata della donna nel 1922), adottando però date differenti, fino al 1977, anno in cui, con la risoluzione 32/142 dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, venne ufficialmente proposto ad ogni paese, nel rispetto delle tradizioni storiche e dei costumi locali, di dichiarare un giorno all'anno "United Nations Day for Women'sRights and International Peace", e in tale occasione l'8 marzo venne scelta come data ufficiale dalla maggior parte delle nazioni.

Qual è il suo significato? Parlare di festa è piuttosto fuorviante, sarebbe più opportuno parlare di ricorrenza, ma non in riferimento a uno specifico avvenimento, bensì ricorrenza di tutte quelle battaglie portate avanti dalle donne in campo sociale, culturale, economico e politico, al fine di ricordare l'importanza cruciale dell'eliminazione della violenza e della discriminazione nei confronti delle stesse e per tener viva l'attenzione su questioni che ancora oggi sono lungi dall'essere superate. Quindi una celebrazione di tutte quelle donne che con impegno, forza e coraggio hanno conquistato e ancora oggi lottano per ottenere gli stessi diritti dei soggetti di sesso maschile (anche quelli più basilari, che troppe volte noi diamo per scontati, come per esempio il diritto all'istruzione).

Critiche. In tempi recenti è sempre più acceso il dibattito sull'attuale significato che viene attribuito a questa giornata, definita ancora oggi “Festa della donna”.Si assiste sempre più ad un fenomeno di commercializzazione di questa ricorrenza, nonché di “svalutazione” dei valori di cui intende farsi messaggera. In una visione pessimistica, quella che va a configurarsi è una totale perdita del suo significato originario, e quel che resta è solamente un mero spunto di convivialità per le donne. Ma non ci si deve lasciare sopraffare da questa idea, perché in realtà, la voglia di continuare a fare propri i valori cardini di questo giorno simbolo e di diffonderli nella società esiste ancora e viene interpretata efficacemente da molte organizzazioni che continuano a cercare di sensibilizzare l'opinione pubblica su problemi di varia natura che riguardano il sesso femminile.

L'operato di Amnesty. Amnesty International, in particolare, è da sempre impegnata nella lotta per il riconoscimento dei diritti delle donne in tutto il mondo ed ogni anno, in occasione dell'8 marzo, organizza eventi e manifestazioni per far sentire forte la sua voce. Da mobilitazioni sia a livello globale che nazionale per le piazze e le strade delle città più importanti, alla raccolta fondi o firme, a campagne interattive, Amnesty ha tenuto fede alla sua promessa di fare tutto il possibile per raggiungere un livello di rappresentazione non stereotipata e non discriminatoria delle donne, mediante attività mirate alla sensibilizzazione della società civile, delle istituzioni scolastiche e degli organi di informazione.

Per questo 2017 Amnesty International Italia ha deciso di dedicare un appello a 5 donne, BibataOuedraogo, Su Changlang, ErenKeskin, MáximaAcuña, Helen Knott, donne che hanno votato la vita alla difesa dei diritti umani, svincolandosi dagli stereotipi di genere. Nell’appello si chiede al Presidente del Consiglio di proteggere le donne che difendono i diritti umani in maniera consona per l'importante lavoro che svolgono, perché non si ripeta quanto avvenuto in Honduras, in cui la Berta Càceres, nota ambientalista, è stata assassinata mentre difendeva i diritti della sua comunità nativa (l’appello è disponibile sui sitoweb alla pagina www.amnesty.it/8marzo).

Fino al 10 maggio sarà inoltre possibile realizzare ed inviare a Amnesty International – Sezione italiana, via Magenta, 5, 00185 Romaorigami, fiori di carta, come gesto simbolico di solidarietà con le difensore dei diritti umani che, insieme alle firme, verranno recapitati al Presidente del Consiglio.

Infine, sempre in occasione della Giornata internazionale della donna, Amnesty International Italia collabora al progetto “Insieme creiamo #unaltrovivere” di Altromercato, principale organizzazione di fair trade presente in Italia: in questa Giornata entrambe le Associazioni porteranno nelle piazze italiane un prodotto simbolo: il cioccolato biologico ed equosolidale Mascao. Acquistando le tavolette di cioccolato Mascao Altromercato bio, al latte e fondente 70%, si potranno così sostenere concretamente le attività di Amnesty International.

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