L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Politics (357)

    Carlotta Caldonazzo

This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.

November 15, 2015

Sei attentati sincronizzati scuotono Parigi nella serata e fino alla tarda notte tra il 13 e il 14 novembre; è giunto il momento di elaborare una strategia efficace per fermare la logica del terrore e della sopraffazione.

 

Probabilmente, l'aspetto che più preoccupa dell'ondata di attentati di Parigi è la loro sincronia quasi assoluta, prova evidente del fatto che a commetterli siano state almeno otto persone ben addestrate, al punto da essere in grado di compiere attacchi secondo una modalità tipica delle zone di conflitto, come Siria o Iraq, ma in una capitale europea e a pochi giorni dalla visita del presidente iraniano Hassan Rohani in Europa, prontamente annullata. La strage di Parigi, inoltre, segue di un giorno il doppio attentato suicida che ha colpito la periferia meridionale di Beirut, dove vive una parte dei dirigenti e dei militanti del partito sciita libanese Hezbollah (è l'attentato più sanguinoso dalla fine della guerra civile).

 

In particolare, suscita inquietudine il trinomio costituito da coordinazione strategica, facilità di reperimento di armi pesanti e uso di esplosivi artigianali di facile reperimento. Per ottenere il perossido di acetone (utilizzato dall'attentatore suicida che tentava di entrare nello Stade de France di Parigi), non c'è bisogno neppure di ricorrere alle reti criminali, da cui spesso provengono le armi da fuoco. La tattica degli attentati coordinati contro paesi considerati ostili era emersa già negli attentati rivendicati da al-Qaeda e gruppi affiliati, a partire da quelli dell'undici settembre 2001 negli Stati Uniti, fino a quelli di Madrid del 2004, e di Londra e Sharm el-Sheikh del 2005. Al-Qaeda, tuttavia, a differenza dei cartelli del jihad del cosiddetto “Stato islamico” (Daesh), non gggcontrollava porzioni cospicue di due stati del Medio Oriente (Siria e Iraq) e, soprattutto, non si poneva come alternativa ai confini e alle istituzioni di questi stati. L'intenzione dichiarata da al-Qaeda era seminare il terrore, non reclamare il potere assoluto su una qualche regione del mondo.

 

Dunque, i cartelli del jihad (che con al-Qaeda non hanno sempre relazioni positive, almeno ufficialmente) uniscono alla strategia qaedista quella dei movimenti armati che lottano contro un “invasore” per spodestarlo e prenderne il posto, applicandola a livello trans-nazionale anziché in un solo paese. Per questo la loro propaganda, a differenza di quella di al-Qaeda, mira ad attrarre sempre nuovi adepti attraverso una propaganda esplicita e supportata da sofisticati mezzi di comunicazione, pubblicità e marketing. La loro è una retorica che, come in tutti gli estremismi che si rispettino, trova un terreno particolarmente fertile nelle zone e tra le fasce sociali economicamente e socialmente emarginate. Un aspetto che li accomuna ai movimenti criminali di stampo mafioso, al pari del ricorso a traffici illeciti (droga, armi, esseri umani) per rifornirsi di denaro e armamenti vari. Considerando strategie e mezzi di “sostentamento”, Daesh accorpa dunque elementi provenienti da diverse organizzazioni terroristiche e criminali, corredandoli con una propaganda fondata su motivi dalla forte connotazione ideologica, come la rabbia (e la riscossa) degli oppressi e i sentimenti di ostilità nei confronti del “sistema occidentale”. E lo fa in un momento in cui il senso di frustrazione, impotenza e risentimento è piuttosto diffuso anche tra i cittadini europei o statunitensi. A chiunque salga su un qualsiasi mezzo di trasporto pubblico a Roma sarà capitato almeno una volta di sentire discorsi traboccanti di ira repressa, talvolta persino un qualche “altro che l'Isis...” (Isis è uno degli acronimi con cui è conosciuto il cosiddetto “Stato islamico”).

 

Se non secondo la logica, almeno per esperienza è evidente che un'organizzazione simile non si può fermare manu militari. Tutte le guerre condotte finora, e presentate come “umanitarie” o “preventive”, non hanno prodotto che un aumento dei fenomeni riconducibili al terrorismo e, soprattutto, hanno preparato il terreno alla sua diffusione, al punto che una buona parte dei miliziani di Daesh ha un passaporto europeo. Inoltre, tutte le misure di sicurezza finora messe in campo si sono rivelate inefficaci, anche perché non si può perquisire chiunque e, per quanto si possano intensificare i controlli, il margine di errore resta alto. Combattere i cartelli del jihad significa anzitutto privarli del consenso che riscuotono, oltre che dei mezzi di rifornimento bellico e finanziario, ovvero lavorare sui mezzi di reclutamento e sui traffici illeciti. Una strategia che vale al contempo anche per ridurre (e - perché no? - eliminare) le attività delle organizzazioni criminali e che ha tra le priorità quella di creare sviluppo. Dove c'è sviluppo economico (quello vero, inscindibile dalla giustizia sociale) la propaganda mafiosa e terroristica è meno incisiva. Gli attentatori sono in genere giovani, quindi proporre loro un'alternativa di emancipazione sociale e civile potrebbe essere un buon modo per sottrarli all'orbita dell'estremismo.

 

Se si vuole davvero combattere il terrorismo non ci si può sottrarre ad una riflessione autocritica sul sistema economico e sociale attualmente in vigore. Un sistema che troppo spesso produce ingiustizia, discriminazione ed esclusione, ma soprattutto relazioni sociali basate sulla competizione e sull'egoismo. Al terrorismo e all'estremismo si risponde con la garanzia dei diritti inalienabili dell'uomo, con la giustizia sociale, con l'inclusione e la partecipazione collettiva alla vita politica. Una via che finora la comunità internazionale non è sembrata disposta a seguire, schierandosi, al contrario, contro guide politiche in grado di proporre modelli sociali alternativi, soprattutto per quanto riguarda i meccanismi di produzione e la gestione delle risorse del pianeta: si pensi, ad esempio, a Thomas Sankara in Burkina Faso o a Mohammad Mossadeq in Iran. Inoltre, la repressione (più o meno diretta) delle forze politiche di sinistra e, in generale, dissidenti, che rappresentavano le fasce sociali più esposte all'ingiustizia, ha provocato un sentimento diffuso di frustrazione e di solitudine in chi si vedeva negati i diritti fondamentali. Ciò, a sua volta, ha sgretolato progressivamente il tessuto sociale, alimentando ulteriormente la tensione. Due esempi fra tutti: il primo, Anders Behring Breivik, che il 22 luglio del 2011 provocò una strage, prima a Oslo, con un ordigno artigianale, poi sull'isola di Utøya, sparando su una folla di studenti; il secondo esempio è invece Yassin Salhi, che il 26 giugno 2015, in una fabbrica vicino Lione, ha decapitato il suo datore di lavoro. Due casi che rivelano una pericolosa diffusione del sentimento di disperazione nei confronti del futuro, fino alla perdita della lucidità (evidente soprattutto nel caso di Breivik, che si dichiarò convinto del suo gesto). Creare sviluppo significherebbe quindi evitare sia gli episodi di follia “interni” che i fenomeni legati al terrorismo, ma anche alla corruzione e alla criminalità.

Che sia vero che l'obiettivo più nobile che un governo possa prefiggersi sia di favorire quel grado di sviluppo economico, sociale e culturale, che renda le istituzioni quasi superflue?

November 14, 2015

Quando i nostri antenati sbarcarono in Africa, in America, in Oriente e in ogni dove portarono uguaglianza, libertà e giustizia solo formalmente, di fatto le popolazioni occupate furono depredate di ciò che la natura aveva abbondantemente loro regalato, sottomesse alla logica della sopraffazione, del profitto e della diseguaglianza, e forse lo sono ancora. Subiremo gli effetti di queste cause per molti anni a venire. Comunque sia, se ai tempi avesse prevalso l’Oriente noi saremmo stati le vittime e gli orientali, gli africani e gli indiani d’America gli oppressori. I tempi non erano maturi per la realizzazione a pieno di questi tre concetti a livello globale. Oggi la Rete, o meglio internet con i suoi social, da forza sostanziale a questi principi che sono alla base del convivere civile, ma presenta anche il conto.

Lo scopo del terrorismo è precipitare la popolazione nell’angoscia e nella confusione, alimentando la paura e la sfiducia: per questo è essenziale non soccombere mai a simili emozioni. Dobbiamo far emergere la forza dello spirito umano in misura ancor maggiore, per superare le dimensioni della minaccia che abbiamo davanti.

Come dice un vecchio detto, più scura è la notte, più vicina è l’alba. Ma la porta su una nuova era non si aprirà di sua spontanea volontà. Tutto dipende da noi, dalla nostra capacità di affrontare direttamente tutte le implicazioni  connesse con questa tragedia, di risollevarci da essa senza sentimenti di sconfitta ma di considerarla anzi  un’opportunità senza precedenti per trasformare il corso della storia umana.

È arrivato il momento di affrontare quest’impresa estremamente difficile con grande speranza e dignità.

November 03, 2015

Nella complessa galassia di Mafia Capitale sono state già emesse condanne con rito abbreviato: Emilio Gammuto, quello che ingrassava la famosa mucca che poi veniva munta da politici, faccendieri e amministratori, si è preso 5 anni e 4 mesi per corruzione con l’aggravante dell’associazione a delinquere di stampo mafioso (il noto 416 bis).

A Emanuela Salvatori, ex funzionaria del campidoglio e responsabile del campo nomadi di Castel Romano, è andata solo leggermente meglio con 4 anni per corruzione. Secondo i pm avrebbe agevolato un finanziamento di 150mila euro a una delle cooperative di Buzzi in cambio dell’assunzione della figlia.

Fabio Gaudenzi e Raffaele Bracci, sodali di Massimo Carminati, si sono beccati 4 anni a testa per usura. Imponevano interessi del 120% agli imprenditori. Le motivazioni precise saranno note soltanto tra due mesi.

Passando agli altri: Luca Odevaine, finora detenuto nel carcere di Terni, se l’è cavata, per ora, con gli arresti domiciliari per corruzione. Già appartenente al Tavolo di Coordinamento Nazionale che si occupa di richiedenti asilo e immigrati, si intascava una cosa come 20mila euro al mese per favorire La Cascina, che orbitava sempre nella galassia delle cooperative di Buzzi.

Massimo Carminati, ancora in regime di 41 bis (il carcere duro), ex NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari), ex sodale della Banda della Magliana e dotato di un curriculum criminale dei peggiori, dovrebbe essere giudicato da giovedì prossimo, inizio del maxiprocesso nell’aula bunker di Rebibbia, insieme allo stesso Buzzi e ad altri 44 imputati.

Dico “dovrebbe”, perché il legale di Buzzi, Alessandro Diddi, con una mossa furba ma abbastanza prevedibile ha chiesto di nuovo un patteggiamento di pena per il suo cliente.

E siamo alla terza volta: già a giugno di quest’anno Buzzi chiese il primo patteggiamento, subito respinto dai PM, poi ci riprovò a settembre. Gli risposero di nuovo picche. Inizialmente chiedeva 3 anni e 6 mesi, ma ora ci ha riprovato con 3 anni e 9 mesi chiedendo l’esclusione dell’aggravante di stampo mafioso, il 416 bis: forse pensa che aggiungere tre mesi alla condanna possa convincere i giudici.

La mossa appare ancora più furba, se consideriamo che in caso di ennesimo, e prevedibile, rifiuto dei PM, il collegio dovrà, per dirla in gergo, spogliarsi del procedimento e trasferirlo a un altro collegio, il che potrebbe causare uno slittamento dell’intero processo e il rischio di scadenza dei termini di custodia cautelare per alcuni imputati.

October 25, 2015

Dopo un incontro con le autorità turche, la famiglia della giornalista Jacky Sutton accetta la versione ufficiale, in attesa di una perizia indipendente

A prescindere da come si concluderanno le indagini, il caso di Jacky Sutton, ex giornalista della BBC e collaboratrice delle Nazioni Unite, trovata morta nei bagni dell'aeroporto Atatürk di İstanbul, impiccata con i lacci delle sue scarpe, apre diversi interrogativi sul presente e soprattutto sul futuro prossimo della Turchia, a pochi giorni dalle elezioni parlamentari del 1 novembre.

Anzitutto, la donna era diretta a Erbil, capitale del Kurdistan iracheno (KRG, Governo regionale del Kurdistan), dove dirigeva la sezione irachena dell'Institute for War & Peace Reporting, e conduceva inchieste sulla condizione femminile nei territori controllati dai cartelli del jihad del cosiddetto Stato islamico (Isis): quindi, nulla che riguardasse direttamente la Turchia. La sua morte, inoltre, è avvenuta qualche mese dopo quella del suo predecessore nel medesimo istituto, Ammar al-Shahbander (ucciso da un'autobomba a maggio a Baghdad con altre 17 persone). Amici e colleghi, infatti, si sono immediatamente chiesti se la Sutton (in passato arrestata in Eritrea con l'accusa di spionaggio) non fosse stata uccisa a causa del suo impegno per la libertà di espressione in Iraq. Nondimeno, ora che familiari e amici, dopo aver ricevuto informazioni dalle autorità turche, hanno accettato la pista ufficiale in attesa di un'indagine indipendente, restano aperte altre questioni.

A proposito di giornalismo, a giugno il direttore del quotidiano turco in lingua inglese Today's Zaman Bülent Keneş è stato condannato a 21 mesi di carcere con sospensione della pena, per aver insultato sulla rete sociale Twitter il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan. Today's Zaman è controllato dai seguaci del movimento di Fethullah Gülen, predicatore islamico da anni in esilio volontario negli Stati Uniti, ex alleato di Erdoğan e ora suo acerrimo avversario politico. Prima di   Keneş, era stato il direttore del quotidiano turco di ispirazione socialdemocratica Cumhuriyet, Can Dündar a fare le spese della pubblicazione di un video in cui si potevano vedere funzionari dell'intelligence turca consegnare le armi a “ribelli” siriani. Alla vigilia delle elezioni parlamentari del 7 giugno, il giornalista era stato arrestato inizialmente per alto tradimento, ma Erdoğan (e subito dopo la procura) aveva typarlato di spionaggio politico e militare e propaganda per un'organizzazione terroristica, minacciando la testata per cui lavora che “l'avrebbe pagata cara”. I casi di Dündar e Keneş sono solo due esempi del clima di tensione imposto ai media in Turchia, che nella classifica di Reporters sans frontières per il 2015 sulla libertà di stampa occupa il 147esimo posto su 180 paesi.

La questione di fondo è che Ankara impone le sue strette autoritarie a “bersagli” sbagliati: se i maggiori sospetti (anzi le quasi-certezze) sugli autori degli attentati di Ankara, Suruç e Diyarbakır ricadono sui cartelli del jihad, perché mai concentrare gli attacchi militari e i controlli dell'intelligence su organizzazioni che poco hanno a che vedere con la galassia dell'islam politico radicale? In primo luogo il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), con cui sarebbe il caso di intavolare un dialogo serio invece di sperare invano di risolvere la questione curda manu militari, annoverando il PKK tra le organizzazioni terroristiche e bombardandone le (presunte) postazioni, seminando quindi stragi tra i civili. Anche perché, gli attentati di Ankara Suruç e Diyarbakır hanno preso di mira manifestazioni ed eventi legati alla questione curda, un motivo in più per affrontarla con atteggiamento costruttivo e non solo repressivo.

Peraltro, il partito “filocurdo” HDP (Partito democratico dei popoli) alle ultime elezioni parlamentari era entrato in parlamento, con il suo significativo potenziale democratizzante: i diritti delle minoranze, la parità di genere, la difesa dei diritti di LGBT. Il fatto che Erdoğan (e il suo partito Giustizia e sviluppo - AKP) non abbia colto l'occasione per formare con l'HDP un governo di coalizione suscita interrogativi sul come intenda gestire le questioni interne, in particolare le relazioni con le opposizioni politiche e le libertà individuali dei cittadini. A parte le possibili considerazioni sulla gestione della politica estera, soprattutto per quanto riguarda il conflitto siriano, in cui il presidente turco continua a pretendere categoricamente (e senza la minima considerazione degli equilibri interni alla società siriana) la caduta del presidente Bashar al-Assad e la guerra contro il Partito di unione democratica (PYD) e delle Unità di protezione popolare (YPG) ad esso legate. Eppure sono state queste ultime a costituire il principale baluardo contro i cartelli del jihad, nonché a proporre una società laica e fondata sull'uguaglianza dei diritti di genere (si pensi ad esempio ai battaglioni formati da sole donne). Se dunque il presidente turco teme che un loro eccessivo rafforzamento possa risvegliare le aspirazioni indipendentiste della minoranza curda che vive in Turchia (che proprio minoranza non è, visto che si parla di 16 milioni di persone, oltre il 18% della popolazione totale), di certo la linea repressiva che ha adottato rischia di far scivolare il suo paese in un circolo vizioso di conflitti e autoritarismo. Il rischio maggiore, alle prossime parlamentari del 1 novembre è appunto questo, e di certo non aiuta l'atteggiamento opportunista e utilitarista della comunità internazionale.

Carlotta Caldonazzo

October 13, 2015

Ieri è morta la Costituzione italiana, riforma votata dalla sola maggioranza e grazie ai transfughi di Forza Italia capeggiati dal Sen. Dennis Verdini. ma vediamo nel dettaglio cifre, numeri ed esempi.

Ecco quanti sono i politici italiani: dati e stipendi

Deputati, senatori, assessori, consiglieri regionali, provinciali, comunali e circoscrizionali.
Quanti sono, quanto ci costano:

630 Deputati e 315 Senatori
Che come ben sappiamo, oltre a percepire un lauto stipendio, godono di una lista interminabile di privilegi... non mi dilungo perché la questione è nota..

1.117 Consiglieri regionali
Una parte dei quali, sono assessori (e riscuotono di più). Lo stipendio e il numero dei consiglieri regionali varia da regione a regione: ma da praticante da nessuna parte, comprendendo rimborsi e gettoni, questo è inferiore a un minimo di 10.000 euro mensili: ma spesso guadagnano molto di più. In Piemonte, per esempio la somma tra stipendio e rimborsi, può superare i 18.000euro. Non dimentichiamoci dell' "indennità  di fine mandato": se ne parla poco, ma corrisponde a una cifra considerevole: prendendo in esame il Piemonte, può arrivare a 257.000 euro: praticamente, se lo sommiamo per le 60 mensilità che compongono il mandato, si parla di 4.283 euro al mese. Ovviamente, anche per loro spesso è previsto un bel vitalizio, diritto che viene acquisito mettendo alle spalle anche solamente mezza legislatura.

Per conoscere il dettaglio degli stipendi dei consiglieri regionali nelle 15 regioni andate a elezioni nel 2010 clicca qui (Espresso)
PS: (allo stipendio, composto dalla somma delle voci "stipendio netto" e "rimborsi", va sommato il gettone di presenza delle commissioni: il cui importo, variabile è spesso intorno ai 100 euro. I consiglieri, che spesso fanno parte di più commissioni, si riuniscono in commissione almeno 3 volte a settimana). Per conoscere il dettaglio regione per regione dei consiglieri, suddivisi per partito, clicca qui (Wikipedia)

8.094 Sindaci
Lo stipendio del sindaco varia in base al numero degli abitanti: allo stipendio, ovviamente vanno sommati i rimborsi e le spese di rappresentanza.

GAZZETTA UFFICIALE della Repubblica Italiana (13/05/2000)
Indennità di funzione mensile dei sindaci
Comuni fino:
a 1000 abitanti guadagnano 1.290€
Comuni da 1.001 a 3.000 abitanti 1.450€
Comuni da 3.001 a 5.000 abitanti 2.170€
Comuni da 5.001 a 10.000 abitanti 2.790€
Comuni da 10.001 a 30.000 abitanti 3.100€
Comuni da 30.001 a 50.000 abitanti 3.46€
Comuni da 50.001 a 100.000 abitanti 4.130€
Comuni da 100.001 a 250.000 abitanti 5.010€
Comuni da 250.001 a 500.000 abitanti 5.780€
Comuni oltre 500.001 abitanti 7.800€

Comuni: 120.490 consiglieri e 35.254 assessori

Mentre i consiglieri comunali riescono a racimolare poche centinaia di euro, gli assessori arrivano a percepirne svariate migliaia:

I consiglieri comunali percepiscono un gettone di presenza, il cui importo varia comune per comune. Nei comuni da 1.001 a 10.000 abitanti, 18.08€ a seduta; da 10.001 a 30.000 abitanti, 22.21€; da 30.001 a 250.000 abitanti, 36.15€ per ciascuna presenza in aula. Oltre ad essere percepiti ad ogni riunione del Consiglio Comunale, i gettoni di presenza sono previsti anche per la presenza alle commissioni.

Agli assessori di comuni con popolazione superiore a mille e fino a cinquemila abitanti è corrisposta un'indennità  mensile pari al 15% di quella prevista per i sindaci. Agli assessori di comuni con popolazione superiore a cinquemila unità  e fino a 50.000 è corrisposto un compenso pari al 45%. La tabella dalla quale ho estratto i dati, non indica lo stipendio per gli assessori di comuni superiori ai 50.000 abitanti: ma sicuramente sarà  più elevato, visto ogni indennità aumenta con il numero degli abitanti.

Prendiamo in esempio il Comune di Torino:

COMUNE DI TORINO
- sindaco (Chiamparino) € 9.123,53;
- Vice Sindaco € 6.842,65;
- Assessori comunali € 5.930,31
- Presidente del Consiglio comunale: € 5.930,06;
- Consiglieri comunali: € 3.142,00;

A QUESTE INDENNITA' DI FUNZIONE VANNO AGGIUNTI A TUTTI QUANTI:
- € 120,85 per ogni seduta istituzionale massimo 1 al giorno (massimo 19 "sedute" al mese);
- € 0,510 rimborso chilometrico che viene corrisposto a ciascun dei suddetti eletti per A/R dal luogo di residenza fino alla sede di "lavoro istituzionale”

Natale Ventrella

October 11, 2015

 di Carlotta Caldonazzo

 

Decine di migliaia di persone, dalle organizzazioni sindacali al Partito democratico dei popoli (Hdp, il partito filocurdo), dai movimenti sociali ai comuni cittadini, hanno sfilato l'11 ottobre per le strade delle tre principali città della Turchia, per chiedere giustizia per le vittime dell'attentato suicida che ha fatto strage in un raduno di sindacati e pacifisti ad Ankara. Ma soprattutto per chiedere pace e porre l'amministrazione del presidente Recep Tayyip Erdoğan di fronte alle sue responsabilità. Alcuni, intanto, suggeriscono un coinvolgimento di apparati di governo nella strage di sabato, con lo scopo di proseguire sulla linea dell'accentramento dei poteri e del rifiuto di qualsiasi forma di dialogo politico, con il pretesto della “sicurezza”. Tra gli slogan gridati durante le manifestazioni di domenica c'era appunto katil devlet, “stato assassino”. Uno slogan tristemente noto, che riporta alla mente le immagini del decennio nero algerino. Anche allora, dopo l'ondata di proteste sociali e civili del 1988, il governo in carica scelse la linea della repressione e, per percorrerla fino in fondo, innescò (attraverso i movimenti islamici radicali) la scintilla che provocò la guerra civile. Altro elemento comune, anche in Algeria a trainare le proteste erano spesso i movimenti e partiti di sinistra sensibili ai diritti delle minoranze, in particolare alla causa berbera (autonomia e riconoscimento culturale per la minoranza berbera in Cabilia).

A meno di venti giorni dalle nuove elezioni parlamentari del 1 novembre, indette dopo la perdita della maggioranza assoluta del partito di governo (Akp, Partito Giustizia e Sviluppo) alle elezioni del 5 giugno e il fallimento delle successive trattative per formare una coalizione, lo staff di Erdoğan si trova nuovamente sotto una pioggia di critiche per l'atteggiamento accentratore e dispotico, da molti giudicato irresponsabile. Ancora una volta il casus belli riguarda il processo di pace con il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), avviato nel 2013 grazie alla mediazione di Selahattin Demirtaş (co-segretario dell'Hdp) e interrotto unilateralmente da Ankara lo scorso luglio. Vale forse la pena ricordare che la decisione di lanciare una nuova campagna militare era arrivata dopo quella che il governo considerava una rappresaglia del Pkk per l'attentato di Suruç, costato la vita a oltre trenta giovani attivisti, riuniti per discutere della ricostruzione della città curda siriana di Kobane. In comune con la strage di Ankara, oltre all'obiettivo (movimenti vicini alla causa curda) e alla tattica dell'attentato suicida, ci sarebbe (a quanto risulta dalle prime analisi) il tipo di esplosivo utilizzato. Solo che allora, trattandosi di Kobane, le autorità avevano scelto con fulminea sicurezza la pista dei cartelli del jihad del cosiddetto Stato islamico (Daech), mentre questa volta il primo ministro Ahmet Davutoğlu ha incluso tra i sospetti anche il Pkk e due organizzazioni di “estrema sinistra”, ovvero il Partito-fronte rivoluzionario di liberazione del popolo e il Partito comunista marxista leninista. La prima, peraltro, sospettata di legami con il deep state, ovvero gli apparati di stato “occulti”, soprattutto da quando una militante di spicco, arrestata nel 2008 ma rilasciata nel 2012 in attesa di un nuovo processo, è stata uccisa dopo aver dichiarato in un'intervista di essere disposta a rivelare i legami tra il Movimento-fronte ed Ergenekon (gruppo ultranazionalista clandestino, accusato di infiltrare suoi elementi nell'esercito e nei servizi di sicurezza, sul modello di Gladio). Inoltre, c'è un terzo attentato simile per dinamica e obiettivo a quelli di Ankara e Suruç, ovvero quello compiuto il cinque giugno scorso da due attentatori suicidi (in tutti e tre i casi la dinamica è simile) a Diyarbakır, durante un raduno dell'Hdp. Una trentina di morti e un pericoloso aumento di tensione a due giorni dalle elezioni parlamentari.

Così, mentre in Tunisia il “quartetto nazionale per il dialogo” ha vinto il premio Nobel per la pace per aver salvato il paese dalla guerra civile, l'amministrazione Erdoğan viene accusata, oltre che di autoritarismo e censura (in particolare per l'atteggiamento repressivo nei confronti della stampa), anche di attuare una strategia della tensione con lo scopo di imporre un controllo più capillare in vista delle prossime elezioni. In effetti, in gioco per il presidente turco c'è la possibilità di fare della Turchia una repubblica presidenziale, completando l'iter di accentramento dei poteri. Nondimeno, l'Akp questa volta sarà costretto ad accettare i risultati delle elezioni parlamentari, a meno che non voglia trascinare il paese verso una guerra perpetua. Tanto più che l'ultima strage (la più sanguinosa della Turchia moderna) è avvenuta nella capitale amministrativa, malgrado i ripetuti contatti tra Erdoğan e i mukhtar, rappresentanti di quartieri e comunità locali. Incontri che vanno avanti da gennaio e riguardano la creazione di un sistema informativo speciale protestationche permetterà a questi “notabili” di comunicare direttamente con il Ministero degli interni. Per ora il presidente turco ha chiesto loro di informare la polizia locale di eventuali attività sospette e luoghi di ritrovo di militanti del Pkk. Decisione anche questa assai controversa, visti i rischi che si corrono nel tentare di gestire un paese incoraggiando la pratica della delazione, che rischia, al contrario, di distruggere il tessuto sociale e le relazioni che lo costituiscono.

La situazione in Turchia, dunque, desta preoccupazioni. Anzitutto per il timore diffuso che Erdoğan possa tentare di guadagnare consensi mettendo in atto una strategia della tensione che potrebbe avere ripercussioni nefaste non solo sulla situazione interna ma anche sui conflitti in Siria e Iraq. Infatti, malgrado le promesse di Ankara di sostenere la coalizione internazionale contro il cosiddetto Stato islamico (una strategia, peraltro, di per sé discutibile), i bombardieri turchi finora hanno preso di mira quasi solo presunti rifugi del Pkk. Inoltre, a seguito della strage di Ankara, le autorità potrebbero prolungare il coprifuoco imposto in molte città del Sud-est a maggioranza curda, una misura che rischia di mettere in difficoltà chi vorrà recarsi alle urne il prossimo 1 novembre. Di contro, un serio confronto politico unito a una ripresa fruttuosa del processo di pace con il Pkk potrebbe essere il primo passo verso una maggior considerazione dei diritti fondamentali di tutti i cittadini turchi. Basti pensare che tra i deputati dell'Hdp entrati in parlamento alle parlamentari di giugno c'erano, oltre a un cospicuo numero di donne, vari attivisti dei movimenti in difesa di Lgbt. Occorre ricordare inoltre che, con quasi il 30% dei voti ottenuti alle ultime elezioni, Demirtaş, da anni avvocato dell'Associazione turca per i diritti umani e tra i fondatori del presidio di Amnesty international a Diyarbakır, avrebbe potuto offrire un contributo fondamentale al processo di democratizzazione della Turchia (che ovviamente passa anche per la soluzione della questione curda), garantendo rappresentanza politica non solo ai Curdi ma anche a quei movimenti che chiedono giustizia sociale. Significative le parole da lui pronunciate ad Ankara, durante la manifestazione all'indomani dell'attentato. “Il partito di Erdoğan ha le mani sporche di sangue”, ha detto il co-segretario dell'Hdp, “ci vogliono far tacere, ma noi continueremo la nostra lotta pacifica”. Ankara, tuttavia, non sembra intenzionata a cambiare linea, e non solo sul Pkk. Qualche giorno fa, ad esempio, un giornalista del quotidiano Hürriyet è stato aggredito da un gruppo di sostenitori dell'Akp, mentre il direttore del quotidiano Zaman è stato arrestato per un commento critico su Erdoğan sulla rete sociale Twitter. Insomma, finora, sullo sfondo delle richieste di pace, lavoro e democrazia (questo sarebbe stato lo slogan del corteo di Ankara del 10 ottobre) di movimenti e sindacati, l'unica forza ad aver chiesto un cessate il fuoco in vista delle elezioni è stata proprio il Pkk.

October 04, 2015

Intervista al professor Luciano Monti, docente di politiche dell’Unione europea alla Luiss di Roma.

 

È sotto gli occhi di tutti la mancanza di coordinamento tra gli stati dell’unione europea. Mentre i grandi sistemi macroeconomici come la Russia, gli USA, la Cina, prendono decisioni in tempo reale, il vecchio continente sembra quasi acefalo, soggetto solo ad un embrione di discorso corale, più somigliante ad un ibrido che ad un’entità ben definita. Molti di noi hanno riposto e forse ancora covano qualche speranza di vedere un’Europa coesa ma, allo stato dell’arte i sogni di molti cozzano con una realtà ben differente. Cerchiamo di fare il punto sullo stato dell’arte con il professor Luciano Monti, docente di politiche dell’Unione europea alla Luiss di Roma

Professore, qual è la situazione attuale , riuscirà il vecchio continente ad avere un centro decisionale degno della sua potenza economica?

 

Gli italiani hanno sempre considerato il seggio parlamentare di Bruxelles come un seggio collaterale. Per anni abbiamo eletto parlamentari in seno alla Comunità economica europea come parcheggio, mentre altri paesi hanno destinato a Bruxelles le loro prime file politiche o, comunque le loro forze migliori. Il meccanismo di trasformazione della Comunità europea in una unione politica è a metà strada , ancora non abbiamo una leadership politica europea. Ogni leader pensa a come essere leader del suo paese. Non ci sono più i Delors, i De Gasperi gli Shuman. La risposta è quindi semplice ed è anche colpa nostra: abbiamo un corpo burocratico, la Commissione europea, che ha dovuto assumere un ruolo superiore a quello affidatogli dall’atto costitutivo e dagli statuti comunitari, la quale sta sopperendo alla latitanza della parte politica. L a Merkel avrebbe i numeri per fare il leader ma non lo fa:   quando ci sono le elezioni in Germania l’Europa, purtroppo, viene in secondo piano. Mi spiego meglio: per essere un leader devi essere stabile in seno alla Comunità, devi durare nel tempo. Per esempio, dalla creazione della Comunità noi italiani abbiamo avvicendato tantissimi rappresentanti in quanto i nostri governi sono durati poco, si pensi che Bruxelles fa pianificazioni settennali. Attualmente viviamo l’esperienza 2014/20020. Il piano italiano 2020 è stato abbozzato dal governo Berlusconi, hanno continuato a negoziarlo Monti, Letta e ora Renzi e chiamato ad attuare. In Europa abbiamo un sistema intergovernativo dove pesano solamente i paesi più influenti; come se fossimo in un’assemblea di condominio, dove alcuni condomini hanno più millesimi degli altri. Se si arriva invece alla soluzione politica finale la Commissione potrà prendere delle decisioni nell’interesse di tutti. Vista la durata dei nostri governi , purtroppo I nostri leaders tendono al breve periodo, preoccupati più della poltrona che dell’Europa. Un leader europeo può uscire solo da un paese che abbia un governo stabile nel tempo e se arriva ad esser lo le regole già ci sono, i commissari potrebbero tirare la volata.

 

Quanto pesa l ‘influenza politica americana in seno alla Comunità?

Attualmente siamo al decimo round del TTIP ( Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti ) - accordo commerciale tra Europa e Usa. L’influenza americana sarà determinata da quanti settori del TTIP verranno approvati ( il trattato è diviso in capitoli). In questo possono esserci dei vantaggi e degli svantaggi. Svantaggi per noi possono essere le coltivazioni di ogm o la sicurezza sul lavoro che negli USA è diversa che in Europa. Ma per noi, Il problema è un altro: siamo un Paese dove le piccole imprese sono il 94 %, mentre le francesi e tedesche sono medie e e grandi imprese.   Il trattato allora deve essere concluso in chiave Europa/Usa o Franco-tedesca/ USA? Questo è il nostro problema. Con l’accordo ci sarebbero quasi un miliardo di consumatori tra di loro molto simili, con la Russia un accordo sarebbe ben più complicato. Il mercato americano e quello europeo si assomigliano già. Il dossier va comunque spacchettato, come le dicevo, intero non passerà mai, è costituito per capitoli. Quindi si potrebbero approvare da parte nostra solo quei capitoli nei quali siamo d’accordo con gli USA. Di ogm, per il momento, non se ne dovrebe parlare.

Crede che gli americani abbiano soffiato sul fuoco aiutando la destra in Ukraina in funzione anti russa per impedire un dialogo Europa-Russia?

 

Il problema sorse quando il presidenteViktor Janukovič rifiutò di firmare un trattato di associazione con l'Unione europea e venne spodestato. Era un accordo commerciale, identico al TTIP che l’Europa sta trattando con l’America. Il nuovo governo invece lo ha firmato, ma il presupposto per la firma di questo trattato è che l’Ukraina abbia delle infrastrutture adeguate, cosa che non ha. Viktor Janukovič chiese alla Comunità anche dei finanziamenti per creare infrastrutture adeguate per onorare l’accordo, ma l’Europa rispose picche, non aveva i soldi: la Russia invece avrebbe potuto dare aiuti all’Ukraina: petrolio. gas, etc. Noi europei siamo bravi a fare gli accordi ma non abbiamo i soldi per investire su tali accordi vedi, ad esempio, la faccenda del Kossovo.

La Gran Bretagna, con il Commonwealth e suoi accordi privilegiati con l’America, ha una funzione di disturbo in seno alla Comunità o ha un interesse sostanziale nel partecipare a questa?

Questo non lo sanno neanche gli stessi governanti inglesi che tra breve faranno un referendum in merito. Io vedo la presenza degli inglesi in Europa come positiva. Hanno una visione transoceanica e gli inglesi sono grandi portatori di democrazia. Comunque non hanno interesse a spinte eccessive verso un’ unione politica europea, l’hanno sempre frenata e lo faranno sempre. La soluzione che si sta creando è un’Europa a due velocità, cosa che si è già un po’ creata. Vedi eurolandia e i paesi che ne sono fuori. Il problema vero è che in Europa non c’è ancora una visione unitaria. Ancora si erigono muri, vedi l’Ungheria. Per gli immigrati che sbarcavano in Sicilia non si preoccupavano, ora che passano per i Balcani si preoccupano.

L’attuale immigrazione potrebbe essere causa di maggior coesione tra i paesi europei o causa di maggiori divisioni?

 

Sotto il profilo economico per noi l’immigrazione è una manna del cielo. Per un motivo molto semplice: abbiamo una popolazione che è soggetta a invecchiamento da un lato e all’allungamento della vita dall'altro. Abbiamo una popolazione che lavora che diminuisce in maniera drastica. Questo è un grandissimo problema per le casse previdenziali che assicurano un sistema previdenziale e sanitario evoluto. L’unico modo per mantenere il nostro welfare è quello, come dicono i demografi, di aumentare la forza lavoro, e la forza lavoro non può che venire dagli immigrati. Il problema comunque va letto in chiave europea e quindi non si può dire, come fanno i tedeschi, voglio solo i siriani. Dal Senegal vengono le persone che sono al margine della società, dalla Siria scappano anche i professori, laureati etc. Tutto ciò è un’opportunità che l’Europa non può perdere. Qualcuno stima che nel 2030 avremo bisogno di almeno 100 milioni di persone in più per mantenere il nostro welfare.

Il mondo cambia velocemente. Internet viene sempre più usato. Qual è la politica europea, visto che nuova frontiera è il web? Quale la situazione nel nostro Paese?

 

.

La priorità assolute dell’agenda 2020 è la crescita sostenibile, inclusiva ed intelligente. Dentro questa terza parola ci sono tutti gli investimenti europei sulle nuove tecnologie che devono permetterci lo sviluppo, visto che non abbiamo materie prime, l’unico paese europeo è la Norvegia che ha il petrolio, ma che non è nella comunità. Quindi l’investimento reale va fatto sulle risorse umane. Risorse umane che devono poter comunicare rapidamente e liberamente nel mercato del lavoro globalizzato. La famosa agenda digitale europea prevede importanti investimenti nel settore su due versanti. Il versante della infrastruttura telematica e quindi la necessità di portare a tutti i cittadini europei la banda larga e ultralarga e dall’altra parte quella che si considera la capacità di saper utilizzare da parte di tutti gli individui i nuovi strumenti . Quindi, da un lato servono le rotaie, le fibre ottiche, che vanno posate, e dall’altro servono i manovratori, cioè quelli che sanno utilizzare la struttura. L’Italia soffre di un ritardo digitale molto forte. L’Europa ci impone di coprire con la banda larga entro il 2020 il 98% della popolazione. Il nostro Paese però è particolare, diverso dagli altri, in quanto è costituito da moltissime aree interne: quasi la metà dei comuni italiani sono nelle aree interne, lontane dai centri di interesse maggiore , sono nelle cosiddette aree bianche, aree dove non solo non c’è la connettività, ma non ci sono neanche i progetti per farla in quanto aree di fallimento per il mercato: gli operatori privati non sono interessati a tali aree in quanto gli abbonati potenziali sono pochi. L’errore di fondo della Comunità allora è che non si deve individuare il numero in percentuale delle persone da raggiungi ma i kilometri quadrati da ricoprire. Gli abitanti delle aree bianche sono i più bisognosi. I paesini piccoli sono in spopolamento perché non c’è la rete. I giovani non rimangono dove non riescono a connettersi. Altro punto importante è che quasi tutte le nuove professioni sono in ambito elematico, quindi d tutti i cittadini devono essere messi in condizione di usare la banda larga. In Italia abbiamo la nostra agenda digitale, che poi sarebbe l’agenda digitale delle regioni che, per fortuna, stando utilizzando i fondi europei . Ad esempio la regione Lazio ha oltre 120 milioni destinati al digitale di cui una piccola parte è per informatizzare la pubblica amministrazione,   il cui problema è quello di offrire rapidamente servizi pubblici, per il resto bisogna cercare di portare la rete dove manca. Comunque siamo in grande ritardo; ad esempio, la Spagna che nel 2010/11 era uguale a noi ora è molto più avanti.

Professore, per quanto attiene il patrimonio culturale noi europei siamo pieni di testimonianze culturali, qual’ è la politica comunitaria?

 

L’Europa ha messo la cultura al centro delle sue priorità politiche, anche perché la metà del patrimonio culturale mondiale è nel nostro continente. Il numero dei siti Unesco italiano è il primo in assoluto in tutto il mondo , esattamente 52 considerato anche il Vaticano. Si dimentica però che i monumenti sono la principale risorsa culturale. Il nostro problema , avendo un così alto numero di siti culturali, è la manutenzione , Pompei insegna, uno per tutti: Norma antica, insediamento preromano e poi romano è completamente abbandonato, quindi il problema è di mantenimento e soprattutto come rendere fruibile questo patrimonio. Prioritario è il problema della comunicazione, nessuno sa che a Norma c’è un sito archeologico di prima grandezza. Le strutture di accoglienza turistica sono assolutamente inefficienti.

Crede che, con il tempo, la Comunità possa uniformare gli apparati militari dei vari stati e creare un esercito unico?

Vista la fatica che facciamo a unificare la politica estera, immaginare di poter creare una forza militare unificata è molto difficile, dobbiamo prima trovare gli uomini che facciano una politica europea

September 17, 2015

Per questo, sulle rovine e sulla distruzione di popoli, il capitalismo costruisce i propri affari.

Nel 1933 il cittadino statunitense Smedley D. Butler, dopo aver trascorso trentatrè anni e quattro mesi in servizio militare effettivo permanente in qualità di membro della più versatile e agile forza militare degli USA, il Corpo dei Marines, ricoprendo tutti i gradi della scala gerarchica, da sottotenente a maggiore generale fino a generale di divisione, ormai fuori dal lavoro, si sentì libero di parlare, ed ebbe a dire (e lo riportò nel libro "War is racket"): "In tutto quel periodo ho trascorso la maggior parte del mio tempo a fare il superman di prima classe, tutto muscoli e niente cervello, per il Grande Business di Wall Street e per i banchieri. In poche parole, ho fatto il racketeer, sono stato un delinquente, un gangster ed ho operato come emissario del capitalismo."

Quando il capitalismo, nella sua pratica di rapina, oltrepassa i confini della Nazione, diventa Imperialismo, ovvero crimine internazionale, ed è lo stesso Butler che ce ne dà la conferma: "Ripassando con lo sguardo tutto quanto feci allora, sento di poter impartire tante lezioni allo stesso Al Capone che avrebbe avuto parecchie cose da imparare da me. Il massimo che lui era riuscito a fare era stato di organizzare un racket in tre distretti cittadini. Noi Mariners operavamo su tre continenti."

Attualmente l'economia americana è completamente dipendente e intrecciata con il militarismo statunitense, così come ieri l'economia nazista era intrecciata con il militarismo tedesco. La spesa militare degli Usa è maggiore di quella di tutti gli altri paesi al mondo messi insieme. La maggior parte delle imprese dipende in un modo o nell'altro dai profitti della guerra e del militarismo: l'ottanta per cento delle commesse sono militari. Più di 250 miliardi di dollari all'anno vengono bruciati per le spese militari. Questo è l'unico settore della spesa federale che non subisce notevoli tagli. Lo scopo ultimo degli USA è il controllo dei destini del pianeta, militarmente, politicamente ed economicamente. E' guidato da un insaziabile appetito del profitto…

Dal 1945 ad oggi gli Stati Uniti d'America direttamente o mediati dalla maschera della NATO, hanno bombardato da due a tre Paesi all'anno. Gli interventi dell'imperialismo nordamericano hanno come obiettivi i punti di resistenza alla penetrazione neoliberista presenti ancora sul nostro Pianeta.

La Jugoslavia ha rappresentato (e in parte lo rappresenta ancora oggi) uno dei punti più pericolosi per la realizzazione del dominio globale (la cosiddetta globalizzazione!) del Mondo. In quest'area gli Stati Uniti hanno puntato all'utilizzo dell'elemento nazionalista ora semplicemente nazionalista (Croazia) ora anche religioso, in questo caso,musulmano (Bosnia, Kosovo), esasperando i conflitti etnici e teorizzando una situazione favorevole al loro intervento.

Un rapporto segreto della Cia del 1990, reso pubblico il giorno della festa nazionale della Jugoslavia, il 29 novembre, quasi come un macabro segnale del tipo "vi spaccheremo",  prevedeva che entro diciottomesi, sarebbe avvenuto uno smembramento della Jugoslavia, con esplosioni di violenze che — affermava il documento — hanno "molte probabilità" di trasformarsi in guerra civile. Sempre secondo la Cia "l'esperimento jugoslavo è fallito e il Paese sarà smembrato" e aggiungeva che tutto ciò "sarà molto probabilmente accompagnato da esplosioni di violenza etnica e disordini che potrebbero portare ad una guerra civile". Il rapporto giungeva a definire con precisione che il presidente Slobodan Milosevic era da ritenere come "il principale istigatore" dei predetti conflitti jugoslavi.

Questo rapporto "segreto" della Cia faceva seguito all'approvazione delle legge 101-513 da parte del Congresso degli Stati Uniti, il 5 novembre del 1990. Tale norma prevedeva lo stanziamento di fondi per le operazioni internazionali e nella fattispecie essa distribuiva fondi oppure li attribuiva alle dirigenze delle varie repubbliche jugoslave in base a criteri politici, con la regola dell'appoggio ai secessionisti., una legge che praticamente ha segnato la condanna a morte della Jugoslavia. Una delle misure previste era così letale che il rapporto della Cia sopra riportato, si riferiva proprio a questa legge.

Un rapporto pubblicato durante i colloqui di Dayton (1995) dal Dipartimento di Stato Usa, "Bosnia Fact Sheet: Economic Sanctions Against Serbia and Montenegro", spiega che

"Le sanzioni hanno contribuito a un significativo declino della Jugoslavia. La produzione industriale e il reddito effettivo sono calati del 50% dal 1991. Ottenere un allentamento delle sanzioni è diventata una priorità per il governo jugoslavo". Il ricatto aveva funzionato e ora si poteva agire.

L'attuazione pratica di questo piano ha visto gli USA intervenire attraverso: 1.Fornitura di armi ai nazionalisti anti-serbi; 2.Copertura mediatica di crimini commessi dai nazionalisti allo scopo di far ricadere le responsabilità sui serbi; 3.Organizzazione e copertura del traffico di armi e droga i cui profitti sono stati destinati al finanziamento delle guerriglie anti-serbe. Da notare che qui è stato adottato lo stesso meccanismo utilizzato in Nicaragua dove i contras venivano finanziati dal commercio di droga fiorente in California. Oltretutto, nel Kosovo hanno agito gli stessi personaggi con la busta paga della Cia, fra cui lo statunitense Walker, già organizzatore degli squadroni della morte in San Salvador.

Da tempo gli Stati Uniti avevano aspirato a diventare i "padroni" dei Balcani. Un documento del Pentagono in parte pubblicato dal "New York Times" asserisce il bisogno di una totale supremazia mondiale degli Stati Uniti sia in termini politici che militari e il medesimo documento contiene esplicite minacce nei confronti di quei Paesi che aspiravano (o che aspirassero ancora oggi) ad aumentare il proprio ruolo nei Balcani.

Ecco alcuni stralci del documento: "Il nostro primo obiettivo è prevenire il riemergere di un nuovo rivale… ("nuovo" si intende dopo quello "vecchio", cioè l'URSS, ormai messa fuori combattimento- n.d.c.). Innanzitutto gli Stati Uniti devono sottolineare la necessità della loro leadership per stabilire e mantenere il nuovo ordine, convincere i potenziali competitori che non possono aspirare a un ruolo maggiore o perseguire un atteggiamento più aggressivo per proteggere i loro legittimi interessi".

"Dobbiamo essere responsabili degli interessi delle nazioni industrialmente avanzate per indurle a non cercare il rovesciamento dell'ordine politico ed economico stabilito. Infine, dobbiamo mantenere il meccanismo militare per scoraggiare potenziali competitori dall'aspirare ad allargare il loro ruolo regionale o globale".

"É di importanza fondamentale preservare la Nato come principale strumento di difesa e sicurezza… Dobbiamo cercare di prevenire l'emergere di accordi di sicurezza fra i soli Stati europei che potrebbero indebolire e mettere in discussione l'esistenza della Nato".

In un discorso tenuto nel settembre 2001, il deputato USA Lester Munston, ha dichiarato: "Voi non vedrete mai apparire i piloti della NATO dinanzi ad un Tribunale dell'ONU. La NATO è accusatrice, procuratrice, giudice ed esecutore, poiché è la NATO che paga le bollette. La NATO non è sottomessa al diritto internazionale. Essa è il diritto internazionale".

Gianni Viola

September 08, 2015

L'emergenza umanitaria dei rifugiati delle zone di conflitto è uno degli esempi più visibili della necessità di affrontare le questioni razionalmente e alla radice.

 Dopo decenni di terrore del conflitto nucleare, la caduta del muro di Berlino avrebbe potuto segnare l'inizio di un nuovo percorso, di confronto e di partecipazione politica anche di paesi fino ad allora condannati a vivere da satelliti di una delle due grandi potenze. Un cammino che si sarebbe potuto avviare già dalla fine del colonialismo “diretto”, ma che sarebbe stato spianato solo da una revisione radicale dell'assetto mondiale, dei modelli economici vigenti e degli equilibri geopolitici su questi fondati. Una simile opera di profonda riconsiderazione avrebbe messo dunque in discussione il nucleo del sistema capitalistico, soprattutto in tema di giustizia sociale e redistribuzione equa delle ricchezze, a livello sia nazionale che internazionale. Ad esempio, sarebbe stato un gesto di distensione la dissoluzione dell'Alleanza Atlantica (NATO), la cui ragion d'essere, dallo scioglimento del Patto di Varsavia, era venuta meno. Quanto al Medio Oriente e al continente africano, sarebbe stato necessario riflettere su quanto il modello dello stato nazione, peraltro imbrigliato da confini artificiali disegnati da vecchi dominatori, si weweadatti ad aree geografiche le cui popolazioni locali non ne hanno mai avvertito il bisogno. Si pensi ad esempio agli stati nati, e non nati (come il Kurdistan), a seguito della caduta dell'Impero Ottomano e dalla fine dei protettorati delle grandi potenze.

La comunità internazionale, tuttavia, ha scelto di procedere in direzione contraria, come dimostrano sia l'inclusione di nuovi paesi nella NATO, ormai divenuta un gendarme a servizio degli interessi degli Stati Uniti e dei loro satelliti (a discapito delle Nazioni Unite, che dal dopoguerra, dopo un'enfasi iniziale, hanno perso capacità e volontà di intervento), che l'irrigidimento dei sistemi capitalistici in vigore, con la conseguente erosione progressiva delle conquiste sindacali e delle lotte per i diritti civili degli anni '60 e '70. Un processo in parte favorito dalla mancanza del “termine di paragone” sovietico in materia di tutela economica da parte dello stato in favore delle classi meno abbienti. Inoltre, l'assenza di contrappesi geopolitici allo strapotere di Washington ha aperto la via a nuovi conflitti e, recentemente, all'innalzamento di numerose nuove barriere tra stati. Si pensi al muro costruito nel 1990 dalla Spagna per “proteggere” le sue enclaves marocchine di Ceuta e Melilla, al muro di Tijuana, eretto nel 1994 dagli USA al confine con il Messico, alla “barriera di sicurezza” innalzata a partire dal 2002 dallo Stato di Israele in Cisgiordania. Per arrivare, quindi, alle muraglie più recenti, come quella eretta nel 2010 tra Israele ed Egitto, quella costruita nel 2013 dall'Arabia Saudita al confine con lo Yemen, quella tra Bulgaria e Turchia (costruita nel 2014) e quella tra Ungheria e Serbia (fresca di costruzione).

Sono solo alcuni esempi di un atteggiamento dilagante su scala mondiale, di rifiuto del dialogo e di una miopia geopolitica che induce a preferire la “riduzione del danno” (peraltro controproducente) alla soluzione condivisa dei problemi.

Il risultato è stato una globalizzazione fallimentare, che da un lato ha imposto la “regola” dei due pesi e due misure, dall'altro ha garantito la libera circolazione e il libero scambio delle merci, in base agli interessi delle potenze regionali e mondiali, ma ha limitato la libera e sicura circolazione degli individui. Una situazione caratterizzata da continue tensioni, in cui l'Unione Europea non ha saputo, e probabilmente non ha voluto, crearsi uno spazio. Dagli anni '90, dunque, si sono susseguiti conflitti dalle conseguenze disastrose e ingestibili. Si pensi a quello divampato nella ex Jugoslavia (della cui dissoluzione Germania e Vaticano sono stati tra gli attori principali), che, coinvolgendo l'intera regione balcanica, ne ha dissestato l'economia e il tessuto sociale. Al punto che paesi come Bosnia Erzegovina, Albania e Kosovo, sono divenuti terre di nessuno nelle mani di trafficanti di droga, armi ed esseri umani (organi compresi) e, ultimamente, una delle maggiori sacche di reclutamento dei cartelli del jihad del cosiddetto “stato islamico” (noto come ISIS, IS, o con l'acronimo arabo Daish). Gli attentati dell'11 settembre 2001, inoltre, sono stati pretesto per ulteriori operazioni militari in paesi come l'Afghanistan (già devastato dal conflitto con i Sovietici e dalla guerra civile) e l'Iraq. Tutte guerre classificate ufficialmente come “interventi umanitari”, ma che hanno mostrato il vero volto dei meccanismi innescati da quella che l'economista, politologo ed esperto analista militare Edward Luttwack ha definito la “dittatura del capitalismo”. Ne sono esempi eloquenti lo scandalo delle torture nel centro di prigionia di Abu Ghraib, in Iraq, l'uccisione dell'ex presidente iracheno Saddam Hussein nel giorno della Festa del Sacrificio (ricorrenza religiosa importante per l'islam). In nessuno di questi frangenti l'ONU ha difeso i diritti degli oppressi, al punto che, mentre a Russia o Iran sono state imposte sanzioni (come all'Iraq di Saddam Hussein o alla Jugoslavia di Slobodan Milosevic), l'uso di ordigni al fosforo bianco sganciati dalla coalizione internazionale a guida USA su Falluja, in Iraq, o l'uso di armi non convenzionali da parte di Israele in Libano nel 2006 non sono stati puniti.

Le cosiddette “primavere arabe” (nate come rivolte della società civile), in concomitanza con gli annunci di apertura e cooperazione del presidente USA Barack Obama nei confronti del mondo arabo-islamico (strategia ben diversa da quella delle “guerre preventive” del suo predecessore), avevano lasciato sperare in un nuovo processo storico, che avrebbe condotto verso una democratizzazione e un maggior rispetto dei diritti nei paesi interessati. Tuttavia, anche in questo caso, l'intervento in Libia sponsorizzato da Francia e Gran Bretagna, il soffocamento delle proteste in Bahrein, il divampare di guerre civili in Yemen (dei cui rifugiati nessuno si cura) e Siria e infine l'ascesa dei cartelli del jihad in Iraq e Siria hanno riportato alla luce le disastrose ripercussioni delle strategie geopolitiche delle grandi potenze. Ne è un esempio eloquente la sorte del colonnello libico Muammar Gheddafi, la cui “funzione” per Europa e USA lo ha preservato da inchieste e condanne internazionali, persino quando è stato coinvolto nell'assassinio dell'ex presidente del Burkina Faso Thomas Sankara.

Sarà una coincidenza il fatto che sia stato ucciso prima che, in un eventuale processo alla Corte Penale Internazionale, potesse fornire spiegazioni di numerosi tragici eventi degli ultimi decenni?

Lasciando da parte le reazioni emotive (che nel mondo appaiono tragicamente selettive), risolvere le crisi umanitarie significa eradicarne le cause, che si possono rintracciare nei rapporti di sopraffazione che alimentano l'attuale sistema economico, in particolare da quando ha spostato il suo asse portante dalla produzione alle speculazioni finanziarie. La crisi greca, i conflitti, le brutalità dei cartelli della droga in America Latina e dei cartelli del jihad in Siria e Iraq, ne sono solo alcune conseguenze. La violenza, peraltro, non riguarda solo i rapporti tra stati, ma anche le relazioni tra individui inseriti in un tessuto sociale dissestato. Una soluzione potrebbe essere adottare un sistema economico (come il modello della decrescita felice) più equo, che sappia garantire il rispetto dei diritti fondamentali dell'individuo e al contempo favorire la distensione delle relazioni internazionali. Infatti, come è impossibile gestire i conflitti all'interno di una società infestata da diseguaglianze, così è impensabile arginare le guerre continuando sulla linea della mercificazione degli esseri umani e della legittimazione dell'oppressione.

 

 Carlotta Caldonazzo

September 04, 2015

Conversazione con Francesco Pugliese*, su guerra e pacifismo: per non consegnarci all’oblìo …

 

di Roberto Fantini

 

   Il 24 marzo del 1999 ebbero inizio i bombardamenti in terra jugoslava da parte di una NATO oramai trasformata in strumento globale dell’ordine “occidentale”. Abili raffiche di perfide invenzioni linguistiche (da “guerra umanitaria” a “danni collaterali”), accompagnate da una tambureggiante retorica interventista, riuscirono, perlopiù, a far scivolare in secondo piano il volto tragico di un conflitto quasi tutto rovesciato sui civili. L’articolo 11 della nostra Costituzione venne palesemente rinnegato, gettando il nostro Paese, nelle vesti di attore protagonista, all’interno di un conflitto su ampia scala. Le tante voci della galassia pacifista-nonviolenta furono ignorate, irrise, zittite. Ma in molti continuarono a dire che un’altra via esisteva, che esiste sempre un’altra via opposta alla logica violenta delle armi.

Su tutto questo (e tanto altro ancora) Francesco Pugliese ha scritto un libro bellissimo, vero scrigno prezioso di informazioni indispensabili per provare a capire quanto veramente accaduto e, soprattutto, fonte inesauribile di messaggi carichi di pensiero positivo, di volontà di riflessione e di saggia voglia di continuare a sperare in un mondo meno malato.

Insieme a lui, abbiamo condotto la conversazione che segue.

-       Francesco, sono arciconvinto che tu ci abbia regalato uno splendido lavoro, utilissimo per cercare di impedire che nella nostra memoria collettiva scenda definitivamente l’oblìo in merito agli orrori della tragedia jugoslava dell’ultimo decennio del XX secolo e, soprattutto, alle reali responsabilità di tali avvenimenti.

Quando e come è nato, in te, il progetto di questo libro?

   Roberto, ti ringrazio per l’apprezzamento e spero anch’io possa essere davvero così: che serva almeno un poco “per cercare di impedire che nella nostra memoria collettiva scenda definitivamente l’oblìo in merito agli orrori della tragedia jugoslava”. Anche per contribuire a non farci dimenticare cos’è in concreto la guerra, oggi che questa dimenticanza tende purtroppo ad allargarsi e per non smettere di pensare quanto sia banalmente semplice la strada per giungere alla violenza e quanto terribilmente difficile poi tornare al lume della ragione e alla pace.

Il libro è frutto di un intreccio tra attività didattica, attivismo e studio dei movimenti contro la guerra. All’inizio un contributo richiesto da una collega per un progetto didattico sulla tragedia jugoslava; quindi la ricerca si è estesa alle attività e al ruolo dei movimenti e delle organizzazioni pacifiste, anche perché all’epoca stavo già lavorando alle ricerche che hanno portato alla Mostra Abbasso la guerra e al libro omonimo. Poi, grazie a varie sollecitazioni, è maturata l’idea di ampliare ancora e quindi la proposta di pubblicazione dell’editore.

-       Tu, molto giustamente, affermi che “il mondo del pacifismo ha tenuto viva l’opposizione alla guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali e ha contrastato la violenza come strumento di risoluzione dei conflitti. Ha sostenuto le ragioni della nonviolenza. E’ riuscito in gran parte a resistere alle seduzioni dell’interventismo umanitario e unilaterale ed ha denunciato i più o meno sofisticati aggiramenti del dettato dell’art. 11 della Costituzione e le giustificazioni sulla partecipazione italiana alla guerra del 1999 (pag. 66).

Non credi, però, che la vicenda jugoslava abbia rappresentato, nel bilancio complessivo, una sconfitta pressoché totale di tale mondo, sconfitta ulteriormente aggravata dai fatti di Genova 2001 e dall’avvento della cosiddetta “guerra al terrorismo”?

   Hai fatto bene a riprendere gli elementi di positività delle esperienze e dell’impegno di quegli anni. E farlo non è secondario, né di poca importanza. E’ necessario per la verità storica. Perché ci aiuta a capire la complessità dell’impegno contro la guerra e la forza mostruosa dei guerrafondai e della cultura della guerra nella politica, nel linguaggio, nella quotidianità.

E poi io penso un’altra cosa: mi lascia molto perplesso il ragionare con la logica vittoria/sconfitta. A parte il lessico, lo trovo riduttivo e fuorviante. Certo che è stato sconfitto (ma ha perso?), poteva vincere viste le forze in campo? Viviamo in un mondo dove la coscienza e l’impegno contro la soluzione guerra è così presente, diffusa, forte da riuscire ad impedire una guerra? Sono domande che mi pongo. E la risposta è purtroppo negativa. Ci sono ancora fatiche titaniche per cacciare la guerra dalla storia; per fare della guerra un tabù (Zanotelli).

Ciò detto, le esperienze, l’impegno, le elaborazioni del variegato mondo del pacifismo nel decennio del disastro jugoslavo sono state utili a questa finalità, a questa utopia? Penso di sì, sicuramente. Penso che questo mondo deve saper meglio rivendicare le sue ragioni, la sua storia, i suoi contributi, i risultati concreti. Chi aveva ragione? Chi aveva ragione sul disastro Iraq? Aveva ragione chi contrastava i bombardamenti in Libia nel 2011?

Certamente la vicenda jugoslava può ancora insegnare molto. Ha ribadito quanto è complesso e difficile il ruolo dei costruttori di pace e del pacifismo e quanto sia decisiva la sua capacità di allargare il fronte, di coinvolgere e attivizzare sempre più persone, di mobilitare le coscienze e sostenere pratiche profondamente democratiche e partecipative. E certo fosse stata più ampia la presenza dell’opinione pubblica e dei ceti politici europei i risultati avrebbero potuto essere maggiori e migliori.

-       La cosa che più ho apprezzato, fra i numerosi pregi del tuo libro, è la tua chiara volontà di conferire massimo rilievo all’impegno di tanti individui che, in differenti contesti e con diverse metodologie, hanno cercato (prima, durante e dopo il conflitto) di continuare a farsi costruttori di pace. Non ti sembra che la situazione internazionale determinatasi in questi ultimi anni abbia reso e stia rendendo sempre più difficile il riproporsi di simili iniziative?

   Il mondo, questo nostro mondo, ha bisogno urgente di costruttori di pace, come non mai. Il mondo dei costruttori di pace è di mille colori, è come un fiume carsico. Ma non basta. La bestia feroce e subdola della guerra è ancora presente e attiva in molte parti del mondo e gli scenari geopolitici planetari non lasciano certo tranquilli gli amanti della pace. C’è bisogno di una lotta per la pace più forte, più estesa, più creativa.

E soprattutto capace di coinvolgere altre persone, di creare consapevolezza e responsabilità, di produrre elaborazioni e culture di pace. Non solo per la ripulsa morale contro la guerra, per la pace come progetto politico, anche più conveniente economicamente.

Sottolineo due cose spesso dimenticate: nel settembre 2013 gli Usa hanno rinunciato all’attacco in Siria perché l’ opinione pubblica era ostile e per la mobilitazione promossa da Papa Francesco.

Certo è urgente il potenziamento dell’impegno pacifista: “ognuno può fare qualcosa” come diceva la parola d’ordine di una marcia Perugia – Assisi. Così si può superare la crisi che dura ormai da troppi anni dei movimenti pacifisti. Dobbiamo puntare sull’impegno dal basso che si deve organizzare e coordinare; non possiamo contare sull’impegno dei partiti politici che spesso hanno strumentalizzato l’impegno popolare contro la guerra o non sono stati poi coerenti soprattutto nelle votazioni in Parlamento. Preoccupa molto l’affievolirsi del ripudio della guerra scritto nella Costituzione italiana e in quella giapponese dopo la seconda guerra mondiale, che si accompagna alla crisi delle Nazioni Unite per la cui emarginazione il decennio della ex Jugoslavia è stato decisivo.

E indubbiamente anche nelle società il no alla guerra pare affievolito. Ed è pure allarmante a parer mio l’assenza pressoché totale del mondo della cultura e dell’università sulle questione del no alla guerra e della costruzione di una cultura di pace.

E’ fondamentale il rilancio dell’impegno pacifista dal basso. C’è da arginare il ritorno delle culture guerresche e l’escalation delle spese militari; una nuova corsa agli armamenti è in atto nel silenzio pressoché generale e non può che alimentare guerre e pericoli di guerra. Anche l’Italia vi partecipa (non solo gli F35) in modo massiccio, con enormi risorse che potrebbero essere destinate a soddisfare ben altri bisogni del Paese.

Insomma le urgenze non mancano certo, dobbiamo impegnarci per un rinnovato impegno di massa su questi temi e così rilanciare la lotta per l’abolizione della guerra. Voglio ricordare che, proprio 50 anni fa, nel celebre Manifesto Einstein e Russell si rivolgevano ai governanti e ai popoli: “è il problema che vi poniamo davanti, reale, terribile, non eludibile: dobbiamo mettere fine alla razza umana oppure l’umanità deve rinunciare alla guerra?”.

L’abolizione della guerra, ha detto Gino Strada, “è la prima garanzia di futuro per l’umanità e per il pianeta. Finché la guerra resterà tra le ‘opzioni possibili’ di fronte a problemi anche gravi, ci sarà sempre chi – per una ragione o per l’altra – finirà col ricorrervi”.

Una utopia, certamente. Ma non dimentichiamo che utopia nei secoli passati erano l’abolizione della schiavitù o del vaiolo o anche il pensare ad un’Europa non perennemente in guerra, il pensare al ripudio della guerra scritto nella Costituzione.

Un’utopia che l’uomo – se davvero tale - non può non perseguire come la cosa più bella, più razionale e più intelligente da realizzare. Più creativa, perché la guerra è il solito schema violento che si ripete da millenni.

Io credo allora che quanti si impegnarono sul fronte della pace anche durante il decennio in Jugoslavia hanno comminato in questa direzione e dato un contributo fondamentale; sebbene sconfitti, per la storia ufficiale.

FRANCESCO PUGLIESE

CAROVANE PER SARAJEVO

Promemoria sulle guerre contro i civili, la dissoluzione della ex Jugoslavia, i pacifisti, l’Onu (1990-1999)

MIMESIS, 2015

www.mimesisedizioni.it

Francesco Pugliese, docente e pubblicista, si occupa di ambientalismo e storia dei movimenti pacifisti e di opposizione popolare alla guerra. Tra le sue ricerche: I giorni dell’arcobaleno. Diario-cronologia del movimento per la pace, settembre 2002 - giugno 2003, Prefazione di Alex Zanotelli, Trento, 2004; Per Eirene. Percorsi bibliografici su pace e guerra, diritti umani, economia sociale, Forum trentino per la pace e i diritti umani, Trento, 2007; Il movimento dei Partigiani della pace e le sue manifestazioni in Umbria; numero speciale curato da Luciano Capuccelli, Per la Pace. Movimenti, culture, esperienze in Umbria 1950-2011, Perugia, 2012; In cammino per la pace. Persone e movimenti contro la guerra, Provincia Autonoma di Trento, 2013; Abbasso la guerra. Persone e movimenti per la pace dall’800 ad oggi, Trento, 2013; con la Mostra omonima itinerante, Manifesti raccontano… le molte vie per chiudere con la guerra (con Vittorio Pallotti), Prefazione di Peter van Den Dungen e Joyce Apsel, Trento, 2014.

© 2022 FlipNews All Rights Reserved