L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Politics (367)

    Carlotta Caldonazzo

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August 21, 2017

vmmA poco meno di un mese dal referendum per l'indipendenza del Kurdistan iracheno, la questione curda potrebbe far convergere gli interessi strategici di Turchia e Iran; sullo sfondo la possibilità di stabilire una cooperazione economica e militare tra Ankara, Mosca e Tehran.

 

Dopo la storica visita in Turchia, la scorsa settimana, del capo di Stato Maggiore della Difesa iraniano, il generale Mohammad Hossein Baqeri, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha espresso l'intenzione di discutere con Tehran una possibile azione militare congiunta contro i combattenti del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) e del suo affiliato iraniano, il Partito per una vita libera in Kurdistan (PJAK). Prima della sua partenza per la Giordania, Erdoğan ha reso noto che “un'azione comune contro gruppi terroristici che sono divenuti una minaccia per entrambi i paesi è sempre in agenda”. Possibile obiettivo di queste operazioni sono, secondo i media turchi, le regioni del Qandil e del Sinjar, nel Nord della regione autonoma del Kurdistan iracheno (KRG), già in passato bombardate a più riprese sia dall'aviazione militare turca, sia dall'artiglieria iraniana in quanto basi del PKK. Secondo il sito di informazione Al-monitor, nelle ultime settimane, il Partito democratico del Kurdistan iraniano (PDKI, dichiarato fuorilegge dal 1979 e con basi nel KRG) ha aumentato le azioni armate in Iran, riprese nel 2016 dopo anni di tregua apparente.

Dunque, ad Ankara, il generale Baqeri ha incontrato il suo omologo turco Hulusi Akar, il ministro della Difesa turco Nurettin Canikli e lo stesso Erdoğan, superando, almeno in apparenza, decenni di tensioni, come quelle suscitate dall'accusa a Tehran di sostenere il PKK, avanzata dall'intelligence turca dopo la cattura nel 1999 di Abdullah Öcalan, guida di questo partito. Appare ugualmente superata anche l'appartenenza dei due paesi a diversi sistemi di alleanze nel conflitto siriano: l'Iran è tra gli alleati storici del governo di Damasco, mentre la Turchia, che con quest'ultimo non ha stabilito relazioni di cooperazione (da quando l'ex presidente della Siria Hafiz al-Asad, padre di Bashar al-Asad, ospitò Öcalan dal 1980 al 1998), si è finora adoperata per provocarne la fine. Vale la pena menzionare, infine, che la Turchia ha un peso di rilievo nell'Alleanza atlantica (NATO), organizzazione alquanto ostile all'Iran.

Quella della scorsa settimana è la prima visita ufficiale di un'autorità iraniana in Turchia dal 1979 e la stessa composizione della delegazione di Tehran chiarisce che all'ordine del giorno ci sono la sicurezza e l'integrità territoriale dei due paesi. Al fianco del generale Baqeri c'era infatti il comandante delle truppe di terra del Corpo delle Guardie rivoluzionarie (IRGC), generale Mohammad Pakpour. La visita ha seguito di pochi giorni l'uccisione, da parte dei cartelli del jihad del sedicente Stato islamico (IS), di Mohsen Hojjaji, soldato dell'IRGC inviato in Siria. La guerra al terrorismo è stata dunque uno degli argomenti maggiormente discussi, oltre ai tre aspetti della questione curda: i timori che il referendum per l'indipendenza del KRG, previsto per il prossimo 25 settembre, possa accendere un altro focolaio di tensione nella regione, la possibilità di operazioni militari nel Qandil e nel Sinjar e la necessità di mettere in sicurezza il confine turco-iraniano. Su tutti e tre gli aspetti la collaborazione di Tehran è fondamentale.

Nel maggio scorso, l'Iran aveva accolto con favore il progetto turco di costruire un muro di 70 km lungo il confine, in seguito prolungato a 144 km, che secondo Ankara servirà a bloccare gli “sconfinamenti” dei combattenti del PKK e del PJAK e a rendere più sicuri gli scambi economici via terra tra Iran e Turchia. Stessa funzione e stessa struttura del muro che la Turchia ha costruito al confine con la Siria. In tale contesto, l'accordo su una possibile azione militare congiunta con l'Iran (che ha un ruolo significativo nella ricostruzione dell'Iraq devastato dalla guerra e ha buone relazioni con Baghdad) nel Kurdistan iracheno permetterebbe alla Turchia di evitare, o almeno allontanare il più possibile, eventuali accuse di invasione di un paese sovrano. Per ragioni analoghe, un'eventuale pressione iraniana sul governo centrale iracheno per ottenere un rinvio del referendum sull'indipendenza del KRG a dopo le elezioni politiche di aprile 2018 in Iraq, o che la questione sia dibattuta nel parlamento iracheno, potrebbe risultare più efficace delle mere richieste di Ankara, soprattutto in un momento in cui Erdoğan non gode di particolari simpatie in Europa e negli Stati Uniti. Occorre tuttavia notare che a manifestare perplessità sul referendum sono stati anche paesi “occidentali” come la Germania, gli USA e la Gran Bretagna. In particolare, con Washington le tensioni si sono acuite a proposito del sostegno statunitense in funzione anti-IS ai curdi siriani del Partito dell'unione democratica (PYD, politicamente vicino al PKK) e per il rifiuto di estradare in Turchia il predicatore islamico Fethullah Gülen (che secondo Ankara è la mente del fallito tentativo di colpo di stato del luglio 2016). Il presidente turco, inoltre, sa che nel breve periodo rovesciare con mezzi diplomatici il governo di Damasco è quasi impossibile, quindi potrebbe risultare “utile” un riavvicinamento all'Iran, tradizionale alleato di Damasco e Baghdad, le uniche due autorità attualmente in piedi in grado di dissuadere i curdi da progetti di autonomia o indipendenza.

La visita ufficiale di Baqeri si inserisce nel quadro più ampio di una cooperazione economica e militare tra Iran, Turchia e Russia e precede la sesta tornata di negoziati fra i tre paesi (che si dovrebbe tenere entro la fine di agosto ad Astana, Kazakistan, dopo lo stallo di luglio) sulle zone cuscinetto in Siria e sul possibile dispiegamento di una forza di polizia congiunta nella regione di Idlib. Lo scorso mese, inoltre, Erdoğan ha parlato di un accordo concluso con la Russia per l'acquisto di un sistema di difesa missilistico S-400. Il ministro degli esteri turco ha recentemente sottolineato che “la Russia ha compreso meglio degli USA la sensibilità della Turchia a proposito dell'invio di armi ai curdi del YPG”, anche se Washington afferma di non aver fornito armi a questa organizzazione, ma solo “carri armati e un bulldozer”.

La cooperazione con Russia e Iran riguarda infine importanti accordi economici. La scorsa settimana, la società turca Unit International ha firmato un accordo da 7 miliardi di dollari con la società russa Zarubezhneft e l'iraniana Ghadir Investment Holding per l'estrazione di petrolio e gas naturale in Iran. Con Tehran, la Turchia ha inoltre in ballo la possibilità di aumentare le esportazioni al Qatar attraverso il territorio iraniano. Si tratta di un altro tassello importante nella politica regionale, visto che il 5 giugno scorso Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain ed Egitto hanno interrotto le relazioni con il Qatar, che si era rifiutato di esaudire le loro richieste: interrompere il sostegno a movimenti legati ai Fratelli Musulmani nel mondo arabo, chiudere una base militare turca e ridurre le sue relazioni con l'Iran. Il rifiuto di Doha, la capitale del Qatar, è motivato dalla sua dipendenza dalle importazioni di generi alimentari da Iran e Turchia, che hanno in tal modo trovato un ulteriore punto di convergenza dei rispettivi interessi.

August 20, 2017

18.08.2017 -  Il terrorismo colpisce la pacifica Barcellona, ricordandoci il caos generale che si sta verificando nel mondo a causa dell’ambizione smisurata e della pazzia fanatica.

Barcellona, 18.8.2017. Ieri è toccato a Barcellona subire la follia indiscriminata di un attentato terrorista. L’uccisione di individui mi sembra deplorevole e mi rende molto triste. Potrei dire “di persone innocenti”, ma non voglio fare discriminazioni in questo contesto; qualunque omicidio, qualunque sia la ragione, è di per sé una cosa terribile. E non m’interessano neppure le reazioni postume del potere, che condanna questo genere di attentati per poi proseguire con le politiche discriminatorie e i negoziati perversi. Non mi piace il comportamento dei grandi mass media, che riempiono le pagine principali con parole altisonanti, tacendo invece di fronte alla violenza esercitata giorno dopo giorno contro le popolazioni di tutto il mondo.

Quest’attacco è l’ultimo di una catena di attentati recenti in tutta Europa, benché sia più giusto ricordare che esistono molti più attacchi nel mondo non occidentale, ma la differenza è che non possiedono la stessa copertura mediatica.

Barcellona è una città pacifica, bella, piena di luce, colma di visitatori tutto l’anno. È da premettere che nessuna città merita di essere attaccata, né chi la popola intimidito, ma perché proprio Barcellona, che aspira a diventare una città d’integrazione e giusta, aperta al mondo e alla solidarietà con i più reietti del sistema. Sappiamo già che il caos si sta estendendo poco a poco, partendo dai luoghi centrali in cui si concludono i vari negoziati e si fabbricano milioni di armi che vengono successivamente ripartite nel resto del mondo. Ma quando la barbarie colpisce la tua città, fa più male che mai. Vedere i luoghi da noi frequentati scossi dal terrore, produce in noi uno shock tale, dal quale è difficile riprendersi.

Siamo fragili fisicamente, come dimostrano situazioni come questa, ma possiamo anche essere forti internamente. Questa forza è quella che deve aiutare a imporci su noi stessi e raddoppiare gli sforzi verso una Nazione Umana Universale, un mondo nel quale non vi siano né scontri né competizioni, ma cooperazione e scambi proficui. Tale Forza proviene da un altro luogo, ci collega con altri spazi e altri tempi.

Condanniamo la violenza in ogni sua forma, dalla più brutale vista ieri a Barcellona fino a quella più sottile ed elegante, quella esercitata negli studi dalle grandi banche e dalle multinazionali, quella che prende le decisioni che impoveriscono milioni di persone per poi andare a giocare a golf, quella che fabbrica armi e le vende al miglior offerente per poi condannarne l’uso.

Vogliamo superare questa violenza assurda che ci porta a litigare gli uni con gli altri, mentre una sparuta minoranza si arricchisce alle nostre spalle.

Vogliamo superare l’odio, l’ignoranza e l’egoismo bestiale. Vogliamo uguali diritti e opportunità per tutti, ovunque siano e ovunque vadano. Vogliamo un mondo in cui l’essere umano sia il valore centrale, l’obiettivo della libertà delle nostre azioni.

 

Traduzione dallo spagnolo di Cristina Quattrone

 Per gentile concessione dell'Agenzia di stampa Pressenza

July 22, 2017

B61 nuclear bomb 720x50421.07.2017 - Una notizia diffusa della giornalista Stefania Maurizi, sempre informata e rigorosa, su Repubblica online di ieri[1], sul segreto imposta dalla US Air Force e dal Joint Chiefs of Staff è indubbiamente degna di nota ed inquietante, ma il risalto che ha avuto su certi organi di stampa[2] appare a mio parere un po’ strumentale. Soprattutto a fronte del risalto enormemente minore che è stato dato – con ritardo e accompagnato da riserve – dello storico Trattato di proibizione delle armi nucleari (Tpan) stabilito il 7 luglio scorso a conclusione dei negoziati all’Onu, approvato da 122 Stati, quasi 2/3 terzi degli Stati membri dell’Onu.

Intanto, di che cosa si tratta? È (o dovrebbe essere) a tutti noto che gli Usa schierano in Italia (e in altri paesi europei, ma in numero minore) bombe termonucleari B-61 a gravità, che addirittura stanno ammodernando con lo sviluppo della testata B-61-12 con un programma del costo di $ 10 miliardi. Questo schieramento viene “giustificato” in base al nuclear-sharing (condivisione nucleare) della Nato, con l’affermazione, sia pure pretestuosa, che esso sia autorizzato dal Trattato di Non Proliferazione (Tnp) del 1970.

Il discorso è lungo e complesso. Una prima domanda sorge spontanea: la formulazione del nuovo Tpan, ed anche il lungo negoziato che l’ha prodotto, sono stati scandalosamente ignorati dai media nostrani (solo Avvenire ne ha dato tempestiva notizia, con grande risalto). Le scarse osservazioni che sono state fatte tendono a depotenziarne la portata, continuando invece ad insistere sul vecchio Tnp (tipici a questo proposito il ritardo nel dare la notizia e le riserve espresse dal Manifesto, che ora da un risalto sproporzionato alla presente notizia). È il caso di ricordare che la negoziazione del nuovo Tpan è stata indotta da una forte mobilitazione della società civile internazionale e voluta da una forte maggioranza dei paesi non nucleari all’Onu, i quali erano ormai sfiduciati da decenni di insistenza per il rispetto del Tnp, che dal 1970 prevedeva con l’Art. VI “trattative in buona fede per arrivare al disarmo nucleare, e generale, totali”: negoziati mai avviati! Non solo, ma sotto il regime del Tnp la consistenza degli arsenali nucleari proliferò da 30.000 al numero demenziale di 70.000 nel 1985, e gli stati nucleari proliferarono da 6 a 10! Insomma, nella realtà un trattato di proliferazione ad uso e consumo degli Usa!

Dopo questi sintetici richiami, che ci sembrano doverosi, vediamo che cosa realmente è avvenuto sotto il regime 37-ennale del Tnp: perché se può sembrare giusto chiedere il rispetto del Tnp, ci sembra non solo inutile, ma decisamente fuorviante, intestardirsi a chiedere da un trattato quello che evidentemente non da, mettendo invece in secondo piano la novità storica del nuovo Tpan.

Intanto riporto (con il suo consenso) un’annotazione che ricevo dall’Avv. Claudio Giangiacomo della Ialana-Italia: “all’epoca del Tnp gli Usa non comunicarono l’esistenza degli accordi sul nuclear sharing che pare sia stato comunicato solo per via riservata all’Urss (che ovviamente lo sapeva già ma aveva interessi analoghi per i paesi del patto di Varsavia)”. Ma c’è di più. La presenza delle testate nucleari sul territorio italiano rimanda necessariamente alla presenza e all’assetto giuridico delle basi militari statunitensi e Nato. Ebbene, riporto dei brani di un articolo dell’Avv. Giangiacomo apparso nel Dossier di Mosaico di Pace sul numero di Aprile scorso[3]:

la costruzione e gestione delle basi militari è regolata da convenzioni bi- o  multilaterali tra i paesi della Nato. [I quali] sarebbero dovuti essere stati assunti nelle forme previste dagli artt. 72 ed 80 della Costituzione italiana (procedimenti abbreviati solo in casi d’urgenza, e ratifica da parte delle Camere di trattati internazionali che importino variazioni del territorio od oneri alle finanze): invece è stata utilizzata la cosiddetta procedura semplificata, non prevista dalla Costituzione ma disciplinata dalla legge 11.12.1984 n. 839, senza però, come prescritto, procedere alla loro pubblicazione, sottraendoli così sia al controllo delle Camere che del Presidente della Repubblica. Solo nel 1995 venne firmato  lo “shell agreement” (“accordo conchiglia”), l’accordo quadro fra Italia e Usa sulle basi in Italia, che venne poi pubblicato nel 1998 a seguito della gravissima strage del Cermis (quando un aereo militare americano volando a bassa quota troncò il cavo della funivia, causando 20 vittime). Rimane invece totalmente segreto il Bilateral Infrastrutture Agreement del 20.10.1954 che regola le condizioni dell’utilizzo delle basi americane in Italia, anch’esso approvato con la procedura semplificata. Pur limitandoci a quanto oggi noto, si può sicuramente affermare che le basi non possono in alcun modo ritenersi ‘extra territoriali’.”

Inoltre, saltando altre osservazioni importanti, Giangiacomo afferma che “sia le istallazioni che le medesime operazioni ed attività delle forze ospitate [nelle basi militari Usa], anche per la parte posta sotto il Comando Usa, debbano rispettare le leggi vigenti in Italia, tanto che al Comandante italiano è rimesso il controllo del loro rispetto”.

Da queste osservazioni, risulta evidente la responsabilità diretta del governo italiana per le attività svolte nelle basi militari: tanto più, ci sembra, per l’autorizzazione di ordigni terribili come le testate termonucleari.

Dal nostro punto di vista, si conferma insomma come il Tnp funga nella sostanza come una cortina dietro la quale viene surrettiziamente “legittimata” la presenza delle armi nucleari sul nostro territorio. Giangiacomo rileva ancora come

indipendentemente dalla violazione del Tnp, la permanenza in Italia di ordigni nucleari sia effettuata in palese violazione della legge n. 185 del 9 luglio 1990 che espressamente prevede all’art. 1 comma 7:  Sono vietate la fabbricazione, l’importazione, l’esportazione ed il transito di armi biologiche, chimiche e nucleari, nonché la ricerca preordinata alla loro produzione o la cessione della relativa tecnologia‘.

Sebbene al successivo comma 9 lett. c) del medesimo articolo si preveda una inapplicabilità della norma in relazione ai materiali di armamento e di equipaggiamento delle forze dei paesi alleati, questa deroga è limitata al transito e non alla permanenza stabile nel territorio italiano.”

In sostanza il governo italiano, anche nella discussione di mozioni al Senato sul nuovo Trattato, seguita a trincerarsi dietro il Tnp e rifiuta di aderire al nuovo Tnap, ignorando bellamente, in primo luogo, gli obblighi che derivano dalle sue proprie leggi.

Questa lunga premessa è per me propedeutica per capire che cosa comporti ora la secretazione dei report sulla sicurezza delle atomiche schierate in Italia (non sulla “dislocazione” come titola Il Manifesto). Osserva ancora Giangiacomo: “Paradossalmente la dichiarazione del segreto apposto dal Pentagono è una ammissione della loro presenza”.

Infatti, il maggiore esperto, Hans Kristensen della Fas, precisa nell’intervista effettuata da Vignarca sul Manifesto di oggi: i report “ci confermano se una certa base abbia o meno missione nucleare. La US Air Force pubblicava tradizionalmente tali informazioni per le installazioni europee ma nel corso del tempo le ha ridotte, per rendere più difficile ad opinione pubblica (e potenziali avversari) capire quali unità fossero o meno nucleari. … Diverso quando un’intera unità fallisce un’ispezione: l’impressione di incompetenza che ne deriva è palese. Come nell’incidente del 2007 alla base di Minot, in cui sei missili nucleari da crociera vennero imbarcati per errore su un bombardiere e portati in giro per gli Stati uniti. A mio parere la decisione di secretare i risultati delle ispezioni cerca di evitare qualsiasi tipo di imbarazzo alle Forze Armate per questo tipo di errori”.

Ma di nuovo, il governo italiano è disposto o no a pretendere dagli Usa la permanenza stabile nel territorio italiano di armi nucleari, vietata dalla legge n. 185 del 9 luglio 1990? I pacifisti vogliono decidersi a pretendere dal nostro governo tale rispetto, invece di trincerarsi sul rispetto del Tnp, che finisce per fare il gioco del governo? E di schierasi compatti, invece, sull’adesione al Tpan, che dichiara l’assoluta illegalità delle armi nucleari, e impone agli Stati che intendano aderirvi di dichiarare “se ci sono armi nucleari sul proprio territorio o in qualsiasi luogo sotto la propria giurisdizione o controllo che siano possedute o controllate da un altro Stato” (Art. 2 comma c[4]), ed ovviamente a pretenderne e garantirne la rimozione per aderire al Tnap. Ed è proprio questo che il governo non vuole, in ossequio ai voleri di Usa e Nato!

Last but not least, mi sia consentito di dire che l’eccessiva drammatizzazione della notizia in questione  fa da pendant alla disinformazione sui principali rischi incombenti delle armi nucleari, il loro ammodernamento che è ben più massiccio e grave di quello delle B-61-12 (mille miliardi di $ a fronte di 10 miliardi!), nonché le migliaia di missili nucleari transcontinentali mantenuto in stato di allerta pronti al lancio immediato (launch on warning) con il rischio concretissimo di una guerra per errore: abbiamo già rischiato per lo meno una ventina di volte questo olocausto nucleare: sotto il regime vigente del Tnp!

[1]     http://www.repubblica.it/esteri/2017/07/20/news/gli_usa_mettono_il_segreto_sulle_armi_atomiche_in_italia-171195615/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P6-S1.8-T1

[2]     Ad esempio Il Manifesto, https://ilmanifesto.it/pentagono-top-secret-la-dislocazione-delle-atomiche-in-italia/

[3]               “Apocalisse nucleare?”, Mosaico di Pace, aprile2017, http://www.mosaicodipace.it/mosaico/i/3765.html

[4]             Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons, http://undocs.org/A/CONF.229/2017/8

Per gentile concessione dell'agenzia di stampa Pressenza

July 22, 2017

sfgkDal tentativo di golpe finora è passato esattamente un anno. In Turchia ormai quasi niente è come prima.
La vecchia patria degli Ottomani ormai vive in Stato d’emergenza da un anno. Dopo il tentativo di colpo di stato fallito il governo ha dichiarato questo stato e l’ha rinnovato per ben quattro volte, l’ultimo rinnovo è del 18 luglio 2017. In questo periodo ovviamente sono state prese numerose misure necessarie per identificare, arrestare e lottare contro i golpisti che in una notte hanno ucciso 250 civili e ne hanno feriti circa 2000.

Secondo i dati diffusi dal Ministero della Giustizia ci sono 169 mila persone sotto indagine e 50 mila sono in carcere. Nel mentre c’è già un mandato d’arresto per 8 mila e 87 persone latitanti. Se analizziamo bene questi numeri vediamo che la lotta contro i golpisti è da tempo uscita fuori dai confini delle caserme e degli uffici delle Forze Armate della Repubblica di Turchia, cioé di coloro che hanno effettivamente tentato il golpe. Questo è prima di tutto dovuto alla tesi che sia la comunità religiosa Hizmet essere ufficialmente il responsabile del tentativo di golpe. Una realtà che non si è organizzata soltanto dentro l’esercito ma in diversi apparati della burocrazia in questi ultimi 40 anni. Per esempio solo nel caso del sistema giuridico ci sono 2280 giudici e pm dentro i centri di detenzione, accusati di appartenere in questa comunità, ma non solo.

Anche il mondo accademico è una delle fette della società colpite dalle misure di “sicurezza” dello Stato d’emergenza. Secondo i dati diffusi dalla BBC turca, in un anno, almeno 23427 accademici sono stati licenziati, allontanati dal posto di lavoro oppure hanno perso il lavoro perché l’università in cui lavoravano è stata chiusa. Infatti pochi giorni dopo il tentativo di golpe sono state chiuse 15 università.
Tuttavia è ormai risaputo che lo Stato d’emergenza è stato sfruttato anche per zittire le opposizioni, principalmente quelle di sinistra. Infatti tra gli accademici licenziati contiamo 372 persone firmatarie del famoso “appello per la pace” firmato da 1128 accademici per invitare lo Stato a tornare al tavolo dei negoziati con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), rimuovere il coprifuoco in atto nel sud est del Paese e di cessare il fuoco. Dall’11 Gennaio del 2016 numerosi accademici hanno perso il lavoro e sono tuttora sotto processo e con l’arrivo dello Stato d’emergenza questo processo è stato accelerato notevolmente.
Anche nel mondo dei media vediamo che le misure di “sicurezza” prese sono uscite fuori dall’obiettivo della “lotta contro i golpisti”. Infatti tra i 157 mezzi di comunicazione di massa chiusi, oltre i presunti collaboratori della comunità di Gulen (realtà religiosa accusata di pianificare e mettere in atto il tentativo di golpe) vi sono anche numerosi media di sinistra e curdi. Come il caso del ImcTv, un canale televisivo di capitale curdo e di linea ideologica socialista. L’ImcTv, oltre a non poter più trasmettere, ha visto lo Stato confiscare i suoi beni e darli all’emittente statale TRT. Secondo la piattaforma per la libertà di stampa P24, sotto lo Stato d’emergenza sono stati arrestati almeno 121 giornalisti, tra cui quelli che lavoravano per il quotidiano nazionale di sinistra Cumhuriyet ed il giornalista socialista Ahmet Sik.
Gli effetti “collaterali” dello Stato d’emergenza si sono fatti sentire anche nel mondo dell’associazionismo femminile e tra le donne. Con diversi decreti sono state chiuse 11 associazioni delle donne e 35 donne sindache sono state arrestate. Nelle municipalità commissariate prima di tutto sono state chiusi i centri culturali per le donne, i rifugi per le donne vittime di violenza, i consultori e diversi corsi di formazione per le donne. Secondo la Piattaforma Comune per i Diritti Umani (IHOP) almeno il 20% degli impiegati statali rimasti senza lavoro grazie ai decreti d’emergenza sono donne. La maggior parte dei licenziamenti appartengono al Ministero dell’Istruzione e quello della Sanità. Nella stessa relazione si legge che un quinto degli accademici licenziati sono donne. Secondo i dati del mese di febbraio del 2017, diffusi dal sindacato confederale DISK, la disoccupazione femminile è in aumento ed ha raggiunto il 16%. Secondo la Piattaforma IHOP questi dati rendono la donna sempre più dipendente dalla famiglia e particolarmente dal maschio.


In Turchia si respira anche l’aria della costruzione di una memoria ufficiale. Un lavoro molto capillare per fare in modo che la notte del 15 luglio non si scordi, in nessun modo.
Pochi giorni dopo il tentativo di golpe uno degli studi del canale televisivo TRT è stato rinominato “15 luglio, lo studio della nazione”. Il 9 agosto del 2016 una delle piazze grandi di Ankara è stata rinominata come “Piazza della Volontà Nazionale 15 luglio”. Il 27 luglio il Ponte del Bosforo di Istanbul, ove avvennero degli scontri violenti durante tutta la notte del 15, è stato ribattezzato col nome “Ponte dei Caduti del 15 luglio”. Lo stesso lavoro è stato fatto anche per le moschee che nella notte del tentativo di golpe hanno trasmesso delle preghiere. La moschea di Tepe Emlak Konutlari in località Cerkezkoy a Istanbul ormai si chiama “La moschea dei caduti del 15 luglio”. Per concludere anche le scuole pubbliche hanno subito la stessa trasformazione. Il 9 maggio del 2017 una scuola materna ad Ankara ha preso il nome di uno dei civili uccisi dai golpisti, Lutfu Gulsen. Il 26 giugno di quest’anno un’altra scuola materna ha concluso l’anno scolastico con un nuovo nome, sempre di un cittadino, Tevhit Akkan.


Particolarmente nelle scuole è stato fatto questo lavoro per la costruzione della memoria. Il 18 settembre del 2016, il primo giorno dell’anno scolastico, è stato inaugurato con la lettura di un giuramento collettivo in memoria dei caduti della notte del 15 luglio. Per 19 milioni di studenti, al primo giorno del nuovo anno scolastico, la prima lezione era sul tentativo di colpo di stato. Nell’ambito di questa lezione il Ministero della Giustizia ha preparato un video da 7 minuti da trasmettere in ogni aula. In numerose scuole sono stati dedicati degli angoli alle installazioni permanenti sul tema del 15 luglio. Si vedono le fotografie degli scontri, dei mezzi militari e delle persone morte durante quella notte. Particolarmente nella città di Tokat, in 7 scuole pubbliche, sono stati realizzati degli affreschi sul tema del tentativo di golpe. Secondo gli psicologi queste scelte potrebbero creare dei danni sullo status mentale dei ragazzi. Lo psichiatra Cem Taylan Erden parla così in merito: “Negli opuscoli distribuiti agli studenti e durante le lezioni si vedono e si sentono delle immagini e dei racconti sulla guerra, sulla violenza e sugli scontri. Questi possono creare dei grandi traumi ed attivare i meccanismi di interiorizzazione che poi generano una serie di paure. Studiando bene i contenuti si nota che si tratta di un lavoro che prova a convincere i ragazzi a credere a concetti che appartengono al mondo degli adulti. Questo ovviamente tende a creare una cultura di paura ed obbedienza”.
Il dolore che provano le persone che vivono nella Turchia di oggi è enorme. Si tratta di un momento storico di grandi perdite e tristezza. Non si sa ancora quanto tempo ci vorrà per “dimenticare” ciò che è successo. Tuttavia possiamo già parlare di una società polarizzata. Da una parte c’è la popolazione civile vittima del tentato golpe e il governo attuale e dall’altra parte una città fantasma composta dagli eventuali golpisti e da numerosi oppositori non golpisti. Questa situazione di polarizzazione di sicuro porta una profonda divisione ed alienazione tra i cittadini che vivono nella grande Anatolia e questo rende sempre più difficile la convivenza pacifica che manca ormai da parecchi anni da queste parti.

 

Per gentile concessione della'agenzia di stampa Pressenza

July 08, 2017

yuruu07.07.2017 - Con una votazione finale di 122 paesi a favore, 1 astenuto e 1 contrario (i Paesi Bassi) la conferenza per negoziare un trattato per la proibizione delle armi nucleari ha approvato il testo proposto.

 

Il trattato sarà aperto alle firme durante la sessione dell’Assemblea Generale dell’ONU del 20 settembre ed entrerà in vigore dopo che cinquanta paesi lo avranno ratificato.  Ci sono momenti nella storia le cui potenti immagini rimangono impresse per sempre, come il primo sbarco sulla Luna, la caduta del muro di Berlino e la liberazione dal carcere di Nelson Mandela. Altri momenti altrettanto storici  – come la scoperta dei farmaci antiretrovirali,  le cure per i tumori, la fecondazione in vitro e il bosone di Higgs – non appaiono così eclatanti. La stesura e l’approvazione dei trattati per la messa al bando delle armi di distruzione di massa non fanno parte dei momenti più noti della storia, eppure oggi in una sala conferenze nella sede della Nazioni Unite a New York si è assistito a un momento memorabile, con l’approvazione di un trattato in base al quale:“Ogni Stato parte si impegna a non sviluppare, testare, produrre, fabbricare, acquisire, possedere o immagazzinare armi nucleari o altri ordigni atomici esplosivi in nessuna circostanza”, o a “usare o minacciare l’uso di armi nucleari o altri ordigni atomici esplosivi.”Oltre 130 Stati hanno partecipato a questi negoziati, arrivati dopo una sostenuta pressione da parte di alcuni paesi non più disposti a lasciare il precario futuro dell’umanità nelle mani di chi detiene il potere di distruggerci.Come è successo con le armi chimiche e batteriologiche, con le bombe a grappolo e le mine anti-uomo, si è arrivati alla proibizione concentrandosi sugli effetti umanitari.

 

Non è stato facile, giacché le armi nucleari sono state usate per l’ultima volta in tempo di guerra nel 1945 e non ci sono quasi più sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki che possano dare la loro testimonianza. Anche le vittime dei test nucleari, spesso appartenenti a remote comunità indigene, prive delle risorse per lanciare una campagna di alto profilo sostenuta da attori di Hollywood e personaggi famosi hanno lottato per far sentire la loro voce di fronte a incredibili difficoltà.Il trattato per la messa al bando delle armi nucleari è stato criticato dai paesi che le possiedono e definito irrealistico, inutile, controproducente e irrazionale. Nikki Haley, ambasciatrice degli Stati Uniti all’ONU, ha dichiarato che come madre, figlia e moglie non poteva appoggiare la stesura di questo trattato, ignorando bellamente il fatto che tutte le donne verranno colpite in modo sproporzionato da un’esplosione nucleare.Il problema delle armi nucleari compare nella prima risoluzione delle Nazioni Unite. Nel 1970, 25 anni dopo e 47 anni fa, l’ONU ha approvato un trattato per arrivare al disarmo e impedire la proliferazione, fallendo in entrambi i campi. Il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP) diceva nel suo articolo VI:“Ciascuna Parte si impegna a concludere in buona fede trattative su misure efficaci per una prossima cessazione della corsa agli armamenti nucleari e per il disarmo nucleare, come pure per un trattato sul disarmo generale e completo sotto stretto ed efficace controllo internazionale”.Il trattato di messa al bando è indipendente dal TNP.

 

Non è necessario essere un firmatario del secondo per partecipare al primo e questo riempie il vuoto legale dell’articolo riportato qui sopra: se proibire le armi nucleari non è una misura efficace, allora nessuna misura lo sarà mai.Non dobbiamo essere ingenui, però: stiamo mettendo al bando queste armi (e la proibizione entrerà in vigore quando verrà ratificata da cinquanta paesi), ma a breve termine nessuna potenza nucleare smantellerà i suoi arsenali per questo. Il suo valore però sta nella stigmatizzazione conferita dalla messa al bando.Nella recente conferenza preparatoria del TNP a Vienna, la Russia ha ripetuto il falso argomento usato da molte potenze nucleari fin dal 1970, secondo cui il trattato rende in qualche modo legale il loro possesso. Perfino la Corte Internazionale di Giustizia, nel suo parere consultivo del 1996, ha fornito una via d’uscita per giustificare il possesso di armi nucleari sentenziando che il loro uso può essere legale nel caso di una minaccia “alla sopravvivenza stessa di uno Stato.”Questo trattato proibisce tutte le armi nucleari e non lascia scappatoie. La società civile (ossia quelli di noi che non partecipano alla società militare) ha lottato a lungo per ottenere questo risultato.

 

 

Tra gli altri  Abolition 2000 e più di recente l’International Campaign to Abolish Nuclear Weapons si sono impegnate quasi senza risorse per questo, eppure ironicamente è adesso che comincia il vero lavoro.Questo trattato che colma il vuoto legale, come spiegato dall’Austria alla conferenza di Vienna sulle conseguenze umanitarie delle armi nucleari, è uno dei pochi passi che i paesi privi di armi nucleari hanno potuto intraprendere senza dover coinvolgere chi invece le possiede.Ora la società civile e i governi che si sono adoperati per arrivare a questo storico giorno dovranno trovare nuove strade per esercitare pressione. Campagne di disinvestimento come “Don’t Bank on the Bomb” saranno senz’altro uno strumento importante. Campagne per porre fine ai conflitti tra India e Pakistan (e Cina) e a quelli in Medio Oriente e nell’Asia nord-orientale saranno altri campi in cui far sentire la pressione internazionale.A livello nazionale, il riconoscimento da parte del trattato dell’”importanza dell’educazione alla pace e al disarmo in tutti i suoi aspetti e della sensibilizzazione sui rischi e le conseguenze delle armi nucleari per le generazioni attuali e future” potrebbe portare a iniziative interessanti, non solo nelle aule scolastiche, ma anche nel campo dei media e della cultura. Il loro impegno per creare una coscienza globale che rifiuta le armi nucleari potrà giocare un ruolo importante.Questo però riguarda il domani. Per oggi festeggiamo questo momento storico, festeggiamo tutti gli attivisti e le organizzazioni che si sono dedicate a questa lotta, festeggiamo i paesi i cui politici e diplomatici ci hanno portato all’attuale risultato, festeggiamo la vittoria di questo metaforico Davide sull’insolente Golia. E festeggiamo il fatto che 72 anni dopo che l’inferno nucleare si è scatenato sulla popolazione del Giappone, nessun paese potrà più giustificare legalmente il possesso di un’arma dotata del potere di distruggere la civiltà umana e ogni forma di vita sul pianeta.

 

 

Traduzione dall’inglese di Anna Polo

Per gentile concessione dell'agenzia di stampa Pressenza

June 03, 2017

Roma caput mundi o caput orbis, definizione apparentemente elogiativa, rievoca in realtà la parabola di un impero che finì per cadere preda di se stesso, dell'incapacità di gestire gli yki7ostessi meccanismi che aveva innescato per accrescere la propria potenza

 

Quando una struttura di potere si impone, per via rivoluzionaria o attraverso un processo graduale, ha la necessità prioritaria di fare i conti con le forze che da quel momento dovrà gestire, in modo tale da mantenersi in vita, ma i suoi problemi non finiscono qui. Infatti, che si tratti di forze politiche all'interno di uno Stato o di Stati all'interno di un sistema geopolitico (regionale o globalizzato), l'istinto di conservazione tende a coincidere con la volontà di potenza. A livello teorico, governare una comunità politica significa gestirne le componenti in modo tale che le loro tensioni si armonizzino in vista del bene comune e, soprattutto, evitino di distruggere la compagine nella quale agiscono. Tuttavia, quando nella prassi il fine non è il bene comune, ma ciascuna forza politica mira a realizzare i propri interessi particolari, la dialettica è soppiantata dallo scontro tra fazioni.

All'interno di un sistema democratico autentico, differenze e divergenze sono linfa vitale, poiché l'equilibrio dinamico che instaurano è un potenziale antidoto alle derive autoritarie. Peraltro, a rigor di logica, chiunque stabilisca il proprio controllo all'interno di un territorio o di una società dovrebbe avere tra i suoi interessi primari quello di migliorare, o almeno di conservare, le condizioni di vita che vi trova. Quindi, chiunque si trovi al potere dovrebbe aver cura di favorire il pluralismo e la giustizia sociale e combattere le diseguaglianze, non tanto per altruismo, quanto per impedire che il sistema di cui 4ytè a capo collassi. Nondimeno il pilastro portante di un sistema politico è il sistema economico: quando quest'ultimo si fonda sulla riduzione in schiavitù di parte dei membri della comunità in cui opera, per quanto in periodi di prosperità sia in grado di alimentare e consolidare la sua potenza e garantire forme sia pure effimere ed esclusive di benessere, rischia di innescare meccanismi che in seguito non sarà probabilmente in grado di gestire a lungo termine.

Le tensioni sociali, in un simile stato di cose, sono in certa misura funzionali, ma una crisi economica significativa, causata da guerre o dal “naturale” andamento dei mercati, potrebbe acuirle, fino a mettere in pericolo la sopravvivenza stessa del sistema. Persino strutture più o meno riconducibili al crimine organizzato potrebbero alimentare il sistema economico, ma perlopiù agiscono contro gli interessi della collettività: ad esempio, lo storico Ammiano Marcellino racconta di un turpe commercio di schiavi organizzato da due comandanti romani ai danni dei “rifugiati” goti, che preparò il terreno alla disfatta romana di Adrianopoli. In una delle due occorrenze dell'espressione caput mundi, il poeta latino Lucano nella Farsaglia scrisse: ad altri basterebbero tante mura prese al primo assalto, tante rocche espugnate, il nemico in rotta, la stessa capitale del mondo (caput mundi), massimo premio di guerra, facile preda. Ma Cesare … sebbene possieda tutta l'Italia, poiché Pompeo si attesta sull'ultima spiaggia, tuttavia si cruccia di spartirla con lui. Il poema narra la guerra civile tra Cesare e Pompeo, fonte di distruzione per Roma, la potenza egemone del Mediterraneo che dopo una fase di espansione e crescita economica era stata dilaniata dai conflitti tra i più importanti poli del potere politico-economico che quella stessa crescita aveva contribuito a creare.

May 14, 2017
Giuramento sulla Costituzione di Roberta Pinotti 720x480
 Giuramento sulla Costituzione dI Roberta Pinotti

Il Ministero della Guerra in Italia è stato abolito il 4 febbraio 1947, sostituito dal Ministero della Difesa, teniamo a sottolineare “ Difesa, in seguito all’approvazione della nostra Costituzione, la guerra come strumento di offesa e di risoluzione delle controversie internazionali è stata ripudiata.
Probabilmente la nostra Ministra Pinotti, sopravvissuta del “fu Governo Renzi” e attuale rappresentante del Governo Gentiloni, deve aver perso questo importante passaggio della storia del nostro Paese, o per lo meno pare essersene “scordata” in più di qualche occasione.
Anche oggi, a margine della sfilata degli Alpini, la Ministra ha addirittura messo la freccia a destra superando addirittura Matteo Salvini, ma veniamo ai fatti e alle relative dichiarazioni della Ministra:

 14 Febbraio 2015: “L’Italia è pronta. Si parla soltanto di ipotesi per ora, ma se dovesse essere chiesto al Paese di mettersi alla testa di una coalizione internazionale per un intervento in Libia, non ci tireremmo indietro. “Pronti a guidare la coalizione. Almeno 5000 uomini” Dichiarava a gran voce la Ministra Pinotti, in un’intervista al messaggero dove continuava con tono marziale “ragioni storiche individuano nell’Italia la nazione col ruolo di protagonista per le aspettative dei libici.”
Non se ne abbia a male la Ministra, se le ricordiamo che le “ragioni storiche” che più ci hanno legato alla Libia, vedevano l’occupazione militare della stessa, da parte dell’esercito italiano fascista durante il “ventennio”.
Invece egregia Ministra non riusciamo bene interpretare cosa intendesse per  “Aspettative dei libici”,  visto che il Governo ufficiale libico mai ha chiesto l’intervento diretto di alcun stato occidentale, ricordiamo bene inoltre che l’Italia all’epoca, gregaria della coalizione occidentale guidata da Francia, USA  e Regno Unito. Coalizione che già nel 2011 fece disastrosi danni, appoggiando i cosiddetti “ribelli libici”, (come li chiamavano allora i nostri organi di stampa ufficiali, gridando alle rivoluzioni della primavera araba) peccato che subito dopo l’uccisione di Gheddafi, i ribelli si siano trasformati in combattenti mercenari del sedicente stato jihadista del Daesh, anche detto ISIS o Califfato. peccato pure che a seguito dell’intervento occidentale per soddisfare le allora “Aspettative dei libici” si siano creati dei “danni collaterali” come una sanguinosa guerra civile che si protrae da più di 6 anni a danno di tutta la popolazione e che adesso proprio dalla Libia senza più nessun controllo partano migliaia di poveri disperati spesso destinati a morire affogati nell’indifferenza generale.  Dispiace anche ricordare che sempre in Libia nelle aree del paese ormai senza più nessuna forma di controllo, proprio a seguito della guerra civile, adesso esistono pure delle strutture chiamate connection house o “ghetti” nella loro lingua, edifici dove vengono portate ragazzine minorenni, schiave e vittime della tratta che in quei luoghi subiscono ogni tipo di violenza e abuso, una specie di iniziazione, prima di essere aviate poi al  fiorente mercato della prostituzione in Europa.
– 2 Aprile 2016: in un servizio televisivo la Ministra Pinotti dichiara “Non esiste alcun problema di uranio impoverito tra i nostri militari” il giorno dopo alla sua dichiarazione, assistevamo alla morte di Gennaro Giordano 331° vittima, deceduto per un tumore fulminante, ennesimo militare italiano morto tra atroci sofferenze, proprio per via dell’esposizione all’uranio impoverito.

– 4 Ottobre 2016: sempre la Ministra Roberta Pinotti in visita ufficiale dai “Reali” sauditi., proprio nei giorni dei massicci bombardamenti dell’Arabia a danno della popolazione civile dello Yemen. Una visita presso uno degli Stati più retrogradi e maschilisti che la storia dell’Umanità contemporanea ricordi, uno Stato dove i diritti umani sono un optional, la pena di morte uno standard, un paese in cui le donne sono riconosciute in qualità di mammiferi e che ancora usa lapidarle, insieme alla flagellazione pubblica dei propri oppositori politici. La Pinotti all’epoca,  in veste di Ministra, e prima ancora di “donna”, andò in “pellegrinaggio” presso la corte del Re, per promuovere bombe ed armi “Made in Italy”, ciò nonostante la legge italiana vieti di vendere armi a Paesi “in stato di conflitto armato” e in pieno contrasto con le direttive Onu, incurante persino di una risoluzione del Parlamento europeo che invitava i Paesi membri a interrompere immediatamente la vendita di armi ai sauditi.
E invece niente, la nostra Ministra era lì a Riad, proprio per incontrare il monarca assoluto arabo Salman, fargli persino la riverenza e pregarlo di comprare i nostri armamenti per meglio “massacrare” il popolo yemenita. Rientrata subito alla base dalla missione, la Ministra della Difesa, Roberta Pinotti, si attivò sottoponendo al parere del Parlamento dell’ennesima lista della spesa per nuovi armamenti: carri armati ed elicotteri da guerra, i micidiali “AW-129 Mangusta“ sulla base della quale è stata sviluppata una versione per l’estero che è stata acquistata dal nostro “amico” turco Recep Erdogan che ora sta attivamente utilizzando per bombardare efficacemente gli insediamenti della popolazione curda.

– 1 marzo 2017:  la Ministra Pinotti dichiara candidamente il proprio sogno, “la nascita di un Pentagono italiano”, ossia un’unica struttura per i vertici di tutte le forze armate, una copia in miniatura di quello statunitense. Sempre in quella occasione la Ministra dichiaro che il “sogno” stava per diventare realtà. “La nuova struttura”, annunciò la Ministra in un’intervista a Repubblica, “è già in fase progettuale ed è previsto un primo stanziamento nel budget della Legge di stabilità.”
Tutto questo costa circa 23 miliardi di euro pari al 1,8% del PIL, l’Italia ad oggi spende per la difesa in media, 63 milioni di euro al giorno, cui si devono aggiungere anche le spese per le missioni militari e i principali armamenti, iscritte nei budget di altri ministeri.
Ma ciò non basta, come annuncio all’epoca la Pinotti “L’Italia dovrà presto essere in grado di portare la spesa per la difesa al 2% del PIL come richiede la Nato”

– 9 aprile 2017: proprio nei giorni dell’attacco americano in Siria con 59 missili, “gentile” omaggio del Neo-insediato Presidente Trump, la tensione che sale alle stelle tra Russia e USA, l’invio di navi nella penisola nordcoreana, in un crescendo che di giorno in giorno fa salire la paura d’un conflitto su larga scala, la nostra “affezionatissima” Ministra della Difesa Pinotti, in occasione del varo in Fincantieri di Castellammare di Stabia, del troncone di prua dell’unità di supporto logistico LSS (Logistic Support Schio) Vulcano, unità commissionata a Fincantieri nell’ambito del piano di rinnovamento della flotta della Marina Militare, per non essere da meno dichiara trionfale: “È un momento di grande orgoglio, abbiamo superato momenti di grande difficoltà e ora guardiamo al futuro con occhi diversi” […] “Amplieremo la flotta, il momento lo richiede” […] “con l’esigenza di rinnovare le navi della flotta della Marina Militare.” Abbiamo deciso di farlo in modo intensivo, poiché lo scenario internazionale lo prevede” ribadisce la Pinotti; detto in altri termini si va verso uno stato di guerra e noi ci buttiamo dentro a capofitto, ovviamente ciò in barba all’Art. 11 della nostra Costituzione “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” .


–  Veniamo ai giorni nostri, 14 maggio 2017: giorno in cui apprendiamo a margine della sfilata degli Alpini, che la Ministra, col mento alto e lo sguardo fiero, come si addice a tutti i comandanti in arme e capo in pectore, sorpassa a destra persino Salvini e prontamente dichiara “La riproposizione di una qualche forma di leva obbligatoria declinata in termini di utilizzo dei giovani in ambiti di sicurezza sociale non è un dibattito obsoleto”  ovvero detto in altri termini, ripristino della chiamata, la finalità poi si vedrà.
Sì perché per la precisione, cara Ministra Pinotti, glie lo dobbiamo ricordare, è stata solo sospesa la chiamata al servizio militare, ma non la leva obbligatoria, che secondo la legge 226 del 23 agosto 2004, in vigore dal 1 gennaio 2005 non è mai stata abolita, ma solo sospesa la chiamata.
A questo punto esimia Ministra, aspettiamo qualche sua altisonante dichiarazione ad effetto, magari in tenuta marziale, giusto per la parata militare del prossimo 2 giugno, che vorremmo rammentarle è la festa della nostra Repubblica, non dell’esercito e tanto meno della guerra e delle armi.

Faccia pure le sue dovute considerazioni “egregia” Ministra, ci voglia sentitamente scusare, se fra queste, le ricordiamo che lei è investita della sua alta carica giurando proprio sulla nostra Costituzione, che ripudia fermamente la guerra e che lei ricopre quel ruolo, in virtù di poter servire i suoi cittadini ops.. ci scusi, i suoi “umili sudditi” e soprattutto per rendere servizio al suo, che è anche il Nostro Paese, non certo alle Lobby delle armi, né alle Banche armate, né tanto meno ai Signori della guerra.

 

Per gentile concessione dell'agenzia di stampa Pressenza

April 08, 2017
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(Foto di La Domenica del Corriere)

08.04.2017 Stanno già emergendo prove che l’attacco con armi chimiche a Khan Sheikhoun sia una montatura; le storiche bugie di Bush & Blair per scatenare la guerra contro Saddam Hussein hanno almeno in parte vaccinato le coscienze dei popoli occidentali contro le criminali porcherie dei loro governanti.

In mezzo al coro dei pennivendoli che inneggiano all’attacco USA, spicca la CNN con Fareed Zakaria che, dopo aver osteggiato Trump per mesi, ieri mattina ha affermato: “Donald Trump è diventato il Presidente degli USA”.

Poche le voci dissenzienti  nel gigantesco clamore di fondo:

Il senatore repubblicano Rand Paul ha esortato Trump ad attenersi alla linea che egli espose prima di entrare in carica: che un intervento militare in Siria farebbe più male che bene.

Un altro Paul, Ron, già deputato al Congresso, dice che l’attacco con armi chimiche a Khan Sheikhoun (che ha ucciso 30 bambini e ha suscitato le richieste all’amministrazione Trump di intervenire in Siria) potrebbe essere un falso pretesto.

Stanno rapidamente emergendo altre prove che si tratti di una montatura; le storiche bugie di Bush & Blair per scatenare la guerra contro Saddam Hussein hanno almeno in parte vaccinato le coscienze dei popoli occidentali contro le criminali porcherie dei loro governanti.

Ovviamente gli alleati degli USA applaudono, in primis Israele, Arabia Saudita e Turchia (agli USA è bastato poco per dissuadere Erdogan dalle sue velleità separatiste di un anno fa).

Francia e Germania rilasciano un comunicato congiunto: “Solo Assad è responsabile di questi sviluppi”.

Il governo italiano scodinzola, come sempre. Alfano addirittura parla di “impieghi di armi chimiche da parte di Assad già accertati dall’Onu”, anche se l’ONU deve ancora formare una commissione d’inchiesta indipendente.

Nettamente contrari Lega e 5 Stelle. Alessandro di Battista twitta: “Le parole di #Gentiloni sono sconvolgenti. Doveva richiamare alla pace ma un vassallo evidentemente non è libero di farlo”.

Noi italiani, in fatto di gas, dovremmo proprio stare zitti. L’espressione “è successo un ambaradàn” è di uso corrente per indicare un caos sconvolgente. Ma pochi sanno che Amba Aradàm è un altipiano etiope dove Badoglio (autentico criminale di guerra) fece un uso massiccio di gas letali contro truppe in ritirata e civili…

…da quale pulpito viene la predica?

 

Per gentile concessopne dell'agenzia stampa Pressenza

March 28, 2017

Gli applausi hanno caratterizzato l’inizio della giornata in cui il Presidente della conferenza per i negoziati su un trattato di messa al bando delle armi nucleari, l’Ambasciatore Elayne Whyte della Costa Rica, ha aperto i lavori. Applausi a scena aperta anche alla fine della giornata, quando ha dichiarato concluso il primo incontro. Chiaramente, sia i diplomatici che gli attivisti sono entusiasti di questo trattato.

O almeno dovrebbero.  Come ha dichiarato l’Ambasciatore irlandese Patricia O’Brien nel suo intervento, questo “è un punto cardine nelle nostre relazioni internazionali, è il momento di fare bilanci e onorare la testimonianza del passato, di decidere che tipo di presente desideriamo vivere e quale tipo di eredità vogliamo lasciare alle generazioni future.” Ha affermato: “Qui non stiamo soltanto scrivendo un trattato nuovo e complementare, ma abbiamo anche l’opportunità di scrivere una nuova storia e, così facendo, di creare un nuovo futuro, più stabile, più sicuro e più equo per tutti.”

Questo è il punto cruciale del trattato di messa al bando delle armi nucleari. Sono in corso i negoziati, che si basano più sul coraggio e sulla speranza che sulla paura e l’ineguaglianza. Si tratta di un atto in cui gli stati e la società civile si uniscono per opporsi al potere e alla violenza e per affermare: creeremo un mondo diverso, che vi piaccia o no.

 

Il primo giorno dei negoziati non poteva andare meglio. Molte delegazioni hanno fornito spiegazioni eloquenti della loro fiducia e delle loro speranze in questo trattato. Diversi hanno spiegato nel dettaglio (in molti casi per la prima volta) quello che considerano il proposito principale del trattato in termini di divieti, mettendo più che mai alla luce le possibilità di questo strumento. La stragrande maggioranza dei paesi vuole chiaramente un forte trattato globale di divieto, che copra una vasta gamma di attività legate alle armi nucleari e che si ritagli lo spazio per i futuri negoziati sul disarmo nucleare e le misure di verifica correlate.

Questo spazio è un segno per gli stati dotati di armi nucleari che abbiamo fiducia in questo trattato. Che lo riteniamo efficace nella sua trasformazione normativa, legale, politica, economica e sociale dell’ordine mondiale nucleare e che contribuirà a costringerli a eliminare le loro armi di genocidio.

La maggior parte di noi – diplomatici, attivisti e accademici – ha dovuto vivere nello spazio creato per noi dagli stati dotati di armi nucleari, che hanno deciso di avere il potere e l’autorità per determinare quando e dove elimineranno le armi nucleari. Finora, i loro obblighi e impegni sono pari a zero e ora uno degli stati con i più grandi arsenali sta rivalutando se considerare il disarmo un “obiettivo realistico” che continuerà anche come impegno retorico. Eppure, questi stati hanno controllato la letteratura e anche gran parte degli studi accademici per così tanto tempo che la maggior parte del mondo crede che abbiano il diritto e la legittimità di farlo.

Ma non ce l’hanno.

Lunedì mattina, un rappresentante del governo di Trump si trovava fuori dalla Sala dell’Assemblea Generale per sminuire i partecipanti che negoziano questo trattato. L’ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, che dovrebbero essere la sede principale del multilateralismo e della ricerca della pace e della sicurezza cooperative, ha denunciato i negoziati e ha suggerito che gli stati che perseguono questo trattato non hanno in mente la sicurezza dei loro cittadini.

Naturalmente, è vero il contrario. Questo trattato, e in senso più ampio il perseguimento del disarmo nucleare, consiste proprio nel cercare di proteggere i civili dai pericoli. La stragrande maggioranza dei governi riconosce che le armi nucleari sono un rischio per gli esseri umani e per l’ambiente di tutto il mondo. Le armi nucleari “non sono deterrenti utili”, ha dichiarato l’Ambasciatore di Antigua e Barbuda Walton Webson per conto della Comunità dei Caraibi. Piuttosto, “coltivano uno stato di insicurezza e di falsa difesa, che fa solo aumentare le probabilità di proliferazione con un impatto devastante su tutti noi.” Vietando le armi nucleari, Alfredo Labbe del Cile ha affermato che si tratta di una “iniziativa liberatoria”, che ci libera dalla minaccia nucleare, piuttosto che essere una minaccia per gli stati dotati di armi nucleari. Gli stati che hanno acquisito armi nucleari, sostiene, sono “prigionieri nella trappola faustiana della deterrenza nucleare”; questo è un modo per aiutarli.

 

Ovviamente sarebbe meglio cercare di aiutarli ora, invece di aspettare fino a quando le armi nucleari vengano detonate, sia casualmente che volontariamente. Come ha dichiarato l’Ambasciatore austriaco Alexander Marschik, restare in attesa di un disastro nucleare non è una strategia. Dobbiamo vietare le armi nucleari adesso.

Nel corso degli ultimi anni,i sostenitori della messa al bando delle armi nucleari sono stati considerati poco realistici, come se non capissero le “dimensioni di sicurezza” delle armi nucleari. L’eco di tutto questo si è visto chiaramente nel sit-in di lunedì mattina, al quale hanno partecipato alcuni degli stati dotati di armi nucleari fuori dalla sala conferenze. Ma non siamo né poco realistici né ignari riguardo alle dimensioni di sicurezza. Abbiamo semplicemente un punto di vista diverso, una prospettiva che affonda le sue radici in quello che l’Ambasciatore egiziano Amr Aboulatta ha descritto come “sicurezza collettiva in contrasto con la sicurezza selettiva.”

Comprendiamo anche come avviene il cambiamento. Accade “quando il disagio di fare qualcosa di nuovo diventa minore rispetto al mantenere le cose come stanno,” come ha affermato l’Ambasciatore O’Brien. Un trattato sulla messa al bando delle armi atomiche sta già causando agitazione agli stati che ne sono dotati e a quelli dipendenti dal nucleare. Il processo di sviluppo di questo trattato, così come la sua adozione e la sua entrata in vigore, avrà un effetto di trasformazione sulle politiche e le pratiche riguardanti le armi nucleari. È solo questione di tempo.

 

Traduzione dall’inglese di Simona Trapani

per gentile concessione dell'Agenzia Pressenza

March 24, 2017

Il professore Santo Mancuso è un conferenziere internazionale, esperto di intelligence internazionale, sicurezza diplomatica, già consulente del vice Console onorario italiano in Mato Grosso e consulente di altri Consolati esteri, già specialista della scena del crimine e dattiloscopia della Polizia scientifica italiana, ove per anni fu anche dirigente sindacale, corrispondente ANSA, oggi saggista e autore  del ngfmlibro “Sociologia e Diplomazia, due facce della stessa medaglia” (ed. Arduino Sacco Roma, 2010,) un libro nel quale l’autore espone una visione dell’attività’ di intelligence applicata alla diplomazia come mezzo di contrattazione tra popoli ed etnie diverse in relazione ai comportamenti umani e sociali dei singoli.

Ben ritrovato professore Mancuso. Domanda: Il primo intervento di Trump per bloccare il fenomeno dell’immigrazione, ha registrato già, un risultato positivo, ossia, meno 40% di ingressi illegali negli USA. E’ il segnale che Trump sarà un grande Presidente come lo è stato Reagan?

Risposta: Ben ritrovato Ventrella, come già ebbi a dirle, nella precedente intervista, le azioni di Trump sono lanci con paracadute, è evidente che tutte le manovre politiche contro la politica protezionista e nazionalista, non hanno di fatto raccolto i favori dell’Americano medio, che vede in Trump, il baluardo dell’americanità e non dell’americanismo di Obama.

Domanda: Le sinistre in Europa sono in calo rispetto ai consensi a causa proprio delle politiche troppo permissive verso il fenomeno migratorio. Secondo Lei professore è giunto il momento della rinascita della destra in Europa?

Risposta: Si! Ritengo che le sinistre hanno avuto il tempo di dimostrare tutta la loro fallacità, e per disturbare Giordano Bruno: …“Corsi e ricorsi storici!”… Appare evidente che dalla Francia, all’Olanda, e persino nella Germania, o negli stessi paesi dell’Est, stanno soffiando venti da destra. Le politiche economiche pseudo-socialiste, radical-chic hanno lasciato vuoti incolmabili e mancanza di risposte alle esigenze dei consumatori che sono anche risparmiatori.

Sinceramente, non credo che la UE svanisca, sì, credo fortemente in cambiamenti rispetto all’attuale sistema di governance.

Domanda: Marine Le Pen, leader incontrastata in UE, quante possibilità ha di essere eletta Presidente e se sarà eletta, proporrà ai francesi il Referendum per l’uscita della Francia dall’Europa?

Risposta: Beh, senza tema di smentita, Le dico che la Le Pen, sta cavalcando indubbiamente, un cavallo che è quello della rabbia francese. Molti immigrati voteranno a destra, segnatamente, quelli già radicati da generazioni in Francia. Le politiche Europee dell’accoglienza senza limiti e regole comuni e certe, hanno degenerato il senso di accoglienza comunitario, quanto proprio questa fragilità dimostrata dall’Europa che quasi sfiora l’incompetenza, si è trasformata in un’arma letale per la stessa UE.

Lo spirito di nazionalismo francese è secondo solo a quello inglese e americano, perciò le sinistre la sono meno comuniste che in Italia, ove il fascino della sottomissione storica ancora è malcelato con uno strano senso di tolleranza verso l’invasore. La Francia d sempre è stato un paese colonizzatore, a differenza dell’Italia, essa stessa colonia Francese nei secoli, in epoca Napoleonica e risorgimentale.

Domanda: Ritorniamo in Italia. Salvini della Lega Nord, è stato contestato qualche settimana fa a Napoli dai centri sociali e dai black block. Professore Mancuso ci aiuti a capire meglio tale abnorme situazione. Quando Matteo Renzi ha introdotto il Job Act ed i Voucher, con l’eliminazione de plano di tutte le tutele dei lavoratori ed anche il futuro di questi ragazzi, nessuno ha protestato, perché per un semplice comizio hanno distrutto una città?

Risposta: Veda , è da ritenersi plausibile che le passate politiche Bossiane che la Lega professava, non sono ancora dimenticate e le destre che operano al sud, non vedono di buon occhio la leadership di un Uomo dichiaratamente “contro il sud”, poiché la scissione del Veneto è cosa antica, risalente ai Dogi Veneziani, e sinceramente era auspicabile per il sud che ciò fosse accaduto allora, prima dell’Unità d’Italia.

Tuttavia, il fenomeno Black Block, è incorporato con le sinistre di azione dei centri sociali, e poiché Renzi rappresenta quel fenomeno radical chic che alimenta il dissidio politico mascherandolo con un politichese di vecchia maniera e le riforme sono state sostenute da certa sinistra imborghesita, appare chiaro che è più facile fischiare Salvini che sta tentando di redimersi, che non appoggiare le finte riforme della finta sinistra cristiana. Da sempre a sinistra vigono i dicktat ideologici.

Domanda: Professore Mancuso, da esperto qual’è di intelligence e di sicurezza, Le farò una domanda particolare. È un caso che gli estremisti di sinistra, quelli più violenti e facinorosi, non abbiano fatto nulla contro l’abrogazione dell’art. 18 proposto da Renzi? Anni fa sono morti due bravissime persone per aver proposto il “libro bianco” atto alla riforma del lavoro, durante il mandato di Silvio Berlusconi, mi riferisco ai professori D’Antona e Biagi. Se l’avesse abolito Berlusconi l’art. 18, cosa sarebbe successo?

Risposta: Molti stanno gridando “alle streghe”, ma non mi sembra che questa pseudo sinistra stia facendo qualcosa di differente dal vecchio programma Berlusconiano, che mi sembra strafalciato da copia e incolla tutti Renziani, lo stesso PD ne sta uscendo falcidiato da defezioni, quanto proprio i vecchi colonnelli tipo D’Alema e Bersani , stanno poco condividendo le scelte di un leader che fece bene il sindaco, ma che non riesce a essere un leader di partito e non reggerebbe un confronto elettorale. Ma questo è un mio oggettivo pensiero, che tuttavia serve a rispondere alla sua domanda, poiché le scelte politiche di partito influenzano e non poco le politiche sociali , affettando in maniera irrimediabile l’economia dei piccoli risparmiatori, formata da lavoratori a contratto, che si vedono minati nel welfare.

Appare singolare che questa sinistra o pseudo tale, stia facendo le riforme che la destra voleva, in barba alle lotte e ai diritti reclamati in epoche passate, ciò la dice lunga sulla idelogia della sinistra attuale.

Berlusconi, nei suoi governi, stava tentando di dare respiro alle imprese, pressionato dalla crisi contingente, sebbene questa scusa oggi non reggerebbe poiché non è affettando i diritti del lavoratore, che si rierge l’economia di un paese, si invece agendo sugli sgravi fiscali e sulla redistribuzione dell’ impegno imprenditoriale. Grossi gruppi industriali sono spariti dal territorio italico proprio per questo , veda la FIAT, la OMSA, e molte medio e piccole imprese che sono emigrate nei paesi vicini o addirittura in USA (FIAT).

Tuttavia, la capacità di rimodularsi, di piccoli e medio imprenditori, in Italia , non ha attecchito, ove peraltro le modalità di recupero dei debiti sono diventate selvagge negli ultimi decenni.

Domanda: Prof. Mancuso in rete girano notizie e teorie complottiste sul NWO (New World Order), considerati i veri responsabili del fenomeno migratorio in Europa. Per i non addetti ai lavori, si pensa che, questi massoni avrebbero architettato l’invasione in UE per favorire uno scontro tra civiltà tra cristiani e mussulmani. Quanto di vero c’è dietro queste notizie! Tutto questo è confermato, anche, dalla decisione di Orben, Presidente dell’Ungheria, di voler bloccare Soros, il Parlamento, voterà una proposta di legge che obbliga le ONG a fare chiarezza sui fondi che ricevono. Una norma che rischia di intralciare i piani del magnate!

Risposta: Su questo argomento molto controverso, tuttavia, non è nuovo questo concetto di un presunto complotto massonico, per governare il mondo. Ritengo appena di poter dire che la costante secolarizzazione dell’istituzione Massonica, ne fa piuttosto un campo minato, poco incline e affidabile per chi avesse o abbia velleità di conquista globale.

Credo che il mondo sia già governato da un Ordine, ma che sia un Ordine Economico, legato ai grandi gruppi Bancari, siano se vogliamo, essi riconducibili a singole famiglie storicamente impegnate in attività economiche di alto livello. In verità la grande leggenda è quella di un piano di dominio globale sionista, ma credo che questo sia un argomento che ci porterebbe lontano.

Per essere del tutto chiaro , mi lasci dire che la massoneria così come oggi è strutturata, non riuscirebbe a fare un golpe neppure in un paese africano.

Sono altri, i livelli di perversione, che potrebbero e possono influenzare il futuro del mondo. La supposta globalizzazione del Nuovo Ordine Mondiale è iniziata da tempo, con le politiche estere, e se questo NWO visa a unire i popoli, e a diminuire o meglio a annullare le guerre, che ben venga.

A volte, purtroppo, le guerre si fanno per ricostruire, e penso che nessun gruppo economico, vorrebbe una economia globalizzata uniformemente, ne vorrebbe che paesi come Africa o America latina siano alla stregua di paesi di primo mondo.

Laddove, dobbiamo chiarire che le diciture : primo mondo, secondo mondo e terzo mondo, non sono legate a ricchezza del PIL di ogni area, ma nacque da una semplice divisione geografica delle aree di appartenenza ai blocchi americano, (primo mondo,) russo, ( secondo mondo,) e paesi non allineati, ( terzo mondo,) da qui l’improprio utilizzo delle declinazioni.

Dunque, escluderei la massoneria da questo complotto, proprio per gli ideali di Uguaglianza tra i popoli e le genti, sebbene ultime indagini in corso stiano svelando altarini poco civili e poco iniziatici in seno a certe Logge massoniche nazionali, sebbene dobbiamo stare attenti a non criminalizzare le famiglie di appartenenza e una intera Istituzione che tanto bene ha fatto alle libertà individuali e dei popoli in generale.

Domanda: Professore Mancuso il NWO influenza anche l’Italia? Sono questi i veri scopi della Massoneria, oppure, ci troviamo, come penso, difronte ad un gruppo di potere spregiudicato ed arrogante, costituito in un’associazione sovrastatale, che vuole destabilizzare l’Europa attraverso la perdita’ di sovranità popolare?

Risposta: È suggestivo questo panorama inquietante da Lei paventato, giustificato dai recenti, continuo dicendo che per la specificità della struttura iniziatica, la massoneria da sempre fu infiltrata da soggetti inclini alla cospirazione, da Mazzini a Gelli, ai recenti personaggi inquisiti attualmente. Io stesso un decennio fa fui implicato per la mia appartenenza massonica, in una inchiesta nata in quel di Potenza, e che dopo aver devastato la vita di molti personaggi pubblici e funzionari dello Stato , si è poi rivelata una bolla di sapone.

Le inchieste si fanno negli uffici giudiziari e nelle sedi opportune e nongià sui giornali, a colpi di sensazionalismi, e con certezza della pena, perché non accada come accadde già in passato.

Badi che non difendo nessuno, poiché ognuno si difende da solo nelle opportune sedi, tuttavia, non credo alla tesi della massoneria potente sovrastatale, che regge le fila di uno Stato pinocchietto, seppur non possiamo ignorare che le qualità etiche e morali di alcuni Onorevoli, lasci molto a desiderare. Ma questo rispecchia un poco la cultura dei popoli italici, al pari di tutti quei popoli a sud del mondo, ove la politica del “volemose bene”, la fa in barba, al comune senso civico del pudore. In paesi nordici, anglosassoni ove la massoneria è istituzionalizzata e non tollerata, amministratori della cosa pubblica, massoni e non, si sono dimessi con biasimo per l’utilizzo di pochi euro pubblici in fatti personali; in Italia, falliscono banche e non succede nulla, se non fosse per il molto rumore mediatico e la caccia alle streghe che si è istigata. Quanto al presunto NWO, ovviamente, vale quello che già dicevo pocanzi , laddove, se ci riferiamo a livello politico-economico, certamente influenza, in materia di signoraggio bancario, di scelte industriali e di ricerca, l’Italia non meno di altri paesi.

Domanda: Ultima domanda professore. Perché Erdogan litiga con tutti? Attualmente c’è tensione con l’Olanda, potrà mai la Turchia, integrarsi nell’Unione Europea?

Risposta: Mi lasci dire Ventrella, che l’Europa, al pari dei paesi del BRICS, non decolla, per questa ansia del passato, di inglobare paesi con economie fragili; lo spauracchio della russia alle porte, ha indotto ad una espansione calcolata, ma non calibrata, verso paesi senza capacità contributiva, il tutto legato alla fittizia percezione di una libertà di mercati, verso paesi poco sviluppati, che si stanno dimostrando zavorre insopportabili per la contingente situazione che ne consegue.

La Turchia, erroneamente è considerata porta dell’Europa, sebbene le vicende storiche, la identificarono come paese musulmano, di instabile equilibrio politico e scarsamente incline a simpatie verso i paesi dell’occidente europeo, L’annessione della stessa, ha più il senso di un baluardo verso oriente, ma che invece rimarca tutte le differenze etniche e culturali di popoli difficilmente integrabili nel sistema Europa, correndo il rischio di annichilirne i principi naturali dell’antico MEC.

Le recenti politiche scellerate di accoglienza sproporzionata che l’Europa ha praticato, stanno mostrando tutta l’inettitudine dei politici europei, che la storia condannerà come veri nemici della cultura occidentale e cristiana.

Francia prima, Inghilterra oggi, tra i paesi più avvezzi alle colonizzazioni, conoscendo bene i rischi di una ondata di accoglienze di cittadini di fede islamica e avendola per certi versi osteggiata, si sono dimostrati oggi bersagli prediletti da cittadini di seconda e terza generazione di immigrati, che fedeli alle strategie religiose, si sono integrati mascherandosi nei gangli della società e della cultura europea.

MA badi bene, che Erdogan, sta dicendo il vero quando proprio in queste ore si riferisce alla mancanza di sicurezza che l’Europa ha lungo le strade del mondo; la recente pax tra Erdogan e Putin, è servita a sedare gli attriti occorsi dopo l’assassinio dell’Ambasciatore russo, che sinceramente ha avuto il sapore di un complotto volto a destabilizzare gli equilibri fragili delle nuances tra Europa, Russia e Oriente medio.

La manovra russa potrebbe essere volta a abbracciare la Turchia in una alleanza strategica futura, potrebbe essere questa una lettura, che senza dubbio contrasta con la palese incompetenza degli strateghi di Bruxelles.

Oggi l’europa sembra essere più un gigante burocratico che una Potenza strategica, questo le costerà caro e ci costerà caro!!

Professore Mancuso la ringraziamo per la sua cortese disponibilità e grazie per l’intervista rilasciata.

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