L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

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Andrea Signini
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September 09, 2015

“Gabriele d’Annunzio e la figlia Renata. Carteggio inedito (1897-1937)”. Grande esperto di Gabriele d’Annunzio, Franco Di Tizio, teatino, medico umanista, studioso del Cenacolo michettiano e principalmente dannunzista, mercoledì 9 settembre u.s., presso il Museo Casa natale Gabriele d’Annunzio, a Pescara, ha presentato l’ultima sua fatica.

Quest’ultimo lavoro rappresenta la ricerca che da anni Di Tizio svolge sui rapporti che il Vate intrattenne con la propria prole. Nel carteggio inedito (1897-1937), l’autore riferisce di alcuni aspetti sconosciuti della personalità di d’Annunzio ed in particolare riporta l’affettuoso  rapporto con la figlia Renata, sua prediletta, nota con il vezzeggiativo di “Cicciuzza”, nata dalla relazione con Maria Gravina Cruyllas, sposata, che abbandonò il marito per andare a vivere con il poeta. Con la Gravina e la figlioletta, il poeta fu ospitato in Abruzzo dall’amico Michetti. Ma nel 1898 il legame amoroso finì, nonostante la nascita di un altro figlio con la Gravina.

L’interessante e prezioso volume contiene anche 122 foto d’archivio inedite e l’albero genealogico dei genitori:Silvio Montanarella e Renata Anguissola, delineato con l’aiuto della nipote di d’Annunzio, Maria Teresa Montanarella.

Nell’introduzione del libro di Franco Di Tizio si legge: “ (…) Quando Renata nacque, i genitori la registrarono al Comune con i nomi di Eva Adriana Renata; la madre, però, preferì chiamarla familiarmente Cicciuzza, mentre nel 1909 il padre le coniò il nomignolo di Sirenetta, personaggio della sua “Gioconda”.

Alla presentazione del libro è intervenuto oltre l’autore, Lucia Arbace, direttore del Polo Museale dell’Abruzzo, Franca Minnucci, attrice e scrittrice, Filippo Sallusto, dannunzista e la figlia di Renata e nipote di Gabriele d’Annunzio, Maria Teresa Montanarella. Molto interessanti gli aspetti descritti da questa ultima, di 88 anni (tre sono i nipoti viventi) che ironicamente ha riferito di avere in comune con suo nonno “la memoria”.

Ha descritto il senso della famiglia del nonno, molto attento ai figli con i quali ha avuto un rapporto continuativo e IMG 5946serio, nonostante i suoi grandi amori ed i momenti difficili della sua esistenza “inimitabile”, del rapporto

Franco di Tizio e la nipote di D'Annunio, Franca Montanarella - foto Michele Raho

affettuoso con Renata, che è stata la figlia della passione.

Appassionata la lettura dell’attrice Franca Minnucci di alcune epistole del Vate con la figlia Renata che lo venerava e lo considerava un mito, numeroso, attento e interessato il pubblico. E’ emerso un d’Annunzio sconosciuto, attento alla vita dei figli, un “padre qualunque” che, come tutti i papà, si preoccupava del fidanzamento della figlia Renata e dei suoi studi: queste le vere vicende ed accadimenti di cronaca familiare raccontate dall’autore nel suo testo.

L’evento è stato accompagnato da intermezzi musicali e canori della pianista Orietta Cipriani e del soprano Letizia Triozzi. Il sindaco Marco Alessandrini è intervenuto per un saluto alla nipote del poeta che ha saputo dare grande lustro alla città di Pescara.

 

Franco di Tizio 
“Gabriele d’Annunzio e la figlia Renata. Carteggio inedito (1897-1937)”
Ianieri Edizioni 2015.

 

 

August 28, 2015

 

di Silvia Pietrovanni

 

Il pensiero simbolico, afferma Eliade, precede il ragionamento discorsivo. I simboli collegano, e nel farlo, possono aprire feritoie/ferite, che necessitano di essere integrate.

Il rito del serpente a Cocullo si colloca in questa cura simbolica; esso affonda le radici nell'inconscio collettivo, e drammatizza archetipi quali l'Ombra, l'Eroe e la Grande Madre.

Con l'addomesticamento del serpente si attua un processo terapeutico che innalza l'uomo al di sopra della sua condizione elementare.

Il serpente, in quanto simbolo archetipico, conquista lo spettatore, poiché il rito esprime processi paralleli nel suo inconscio che possono così essere reintegrati nella coscienza.

La festa sembra risalire al XVII secolo, ed è un tentativo di cristianizzazione del culto della Grande Madre Angizia, la dea dei serpenti, i cui caratteri sono stati assunti da San Domenico che visse tra il X e l'XI sec, incarnando a pieno l'idea di semplicitas benedettina. Sono suoi attributi la cura dei morsi di serpenti, dei lupi, dei cani idrofobi, del mal di denti.

Angizia sembra derivare dall'indoeuropeo Ang, col significato di “soffocamento”, e da anguis, “serpente”. In terra greca all'interno del culto di Esculapio, che nell'iconografia è accompagnato da un serpente attorcigliato al bastone, i serpenti circolavano all'interno dell'Asklepeion, e venivano in contatto con gli ammalati durante il sonno risanatore.

I Marsi erano chirurghi, farmacisti, maghi, medici, taumaturghi e incantatori di serpenti, (anche detti ciaralli); discendono, secondo la leggenda, da Marso, figlio di Circe e si stanziarono attorno all'ex lago Fucino. Erano devoti della dea Angizia, negli stessi luoghi era presente anche il culto di Ercole.

Le dee antiche erano spesso accompagnate da animali selvaggi, sottolineando in questo modo la natura istintuale e selvaggia della psiche che la Dea sa comprendere.

Il nome “ciarallo” deriva dal corno con il quale i Marsi addomesticavano gli ofidi, secondo una leggenda che molto si avvicina alla favola del pifferaio magico. I ciaralli dediti al culto di San Domenico erano in rivalità con i Sanpaolari, anche loro immuni al morso delle serpi. Dal “male”, dal veleno, si estraeva la cura- antidoto.

La festa si svolge il primo giovedì di maggio, nelle settimane precedenti i “serpari” raccolgono i serpenti che vengono riversati nella statua del santo il giorno della processione. La statua è seguita da due ragazze che portano sulle testa ceste con cinque ciambelle e pani rituali.

All'interno della chiesa la gente raccoglie la terra della cappella del santo e tira una catenella collegata ad una campana con i denti.

Il serpente urobotico si ricollega alla Grande Madre nei suoi due aspetti: dispensatrice di vita e dispensatrice di morte, Mater Terribilis che soffoca il figlio prigioniero. Stessa ambivalenza si riscontra nel serpente: come animale ctonio si lega agli abissi, a loro volta portatori di saggezza o di follia.

Il percorso dell'Eroe ci ricorda l'importanza di avere il coraggio di affrontare la paura di vivere un'esistenza autentica, un percorso individuale, senza temere la morte del nostro uomo sociale, o la solitudine che spesso deriva da scelte indipendenti.

 

Barbara Collevecchio
Il male che cura
Persiani, 2011

 

August 28, 2015


In viaggio con Tito Barbini, nei mari e nella terra ai confini del mondo

di Roberto Fantini



Tito Barbini si presenta al lettore come uno che, dopo aver provato (invano) a cambiare il mondo, insieme ad altri milioni di persone, tutte accomunate dalla passione e dalla speranza della politica, continua a girarlo senza mai essere sazio di farlo.

Si tratta, perciò, di un viaggiatore avido di emozioni, ma anche di conoscenze (spesso remote, spesso sommerse da rimozioni collettive e da censure mirate), di un viaggiatore magneticamente attratto dai paesaggi inediti, dagli orizzonti sconfinati e dalle pagine più inesplorate del gran libro della natura, ma sempre attentissimo al fatto umano, sempre pronto a sbirciare fra le righe delle "storie ufficiali", alla scoperta delle imprese più ignobili del potere politico e dell'aggressiva avidità dell'economia capitalistica, e sempre pronto ad aprire il cuore al grido di dolore degli oppressi di ieri e di oggi, sia che si tratti di migranti, di lavoratori sfruttati, di anarchici idealisti fatti a pezzi dalla "giustizia", di prostitute e di donne violate.

Con una sensibilità particolare nei confronti delle popolazioni native, macellate spietatamente dalla sconfinata brama di possesso e dalla incommensurabile arroganza dell'uomo bianco, invasore e conquistatore.

E il suo ultimo libro (L'ultimo pirata della Patagonia.Viaggi veri e immaginari nei mari e nella terra ai confini del mondo), come i non pochi già pubblicati, intreccia con inesauribile abilità storie lontane di personaggi fascinosi o ripugnanti, storie di genti diverse, storie di viaggi, di avventure, di esplorazioni, storie che si rincorrono da un continente all'altro, valicando oceani, per infrangersi, spesso, su scogliere di dolore e di miseria, ma anche di superba nobiltà d'animo, di esuberante generosità, e di delicatissima poesia. Il tutto ruotante, come una strana giostra che non smette mai di girare, intorno a quel grande, sterminato palcoscenico naturale, abissalmente amato dall'autore che è la Patagonia,"luogo del silenzio, luogo di solitudini estatiche e di libertà." (p.20)

La prosa di Barbini è frizzante e incisiva. I suoi racconti sempre avvolgenti, ricchi di informazioni, fonte di scoperte, vivissimi serbatoi di riflessioni sull'uomo e sul suo cammino travagliato e misterioso in questo mondo (misterioso e travagliato) che troppo spesso non sappiamo osservare, rispettare e amare ...

TITO BARBINI
L'ULTIMO PIRATA DELLA PATAGONIA.

MAURO PAGLIAI EDITORE
FIRENZE 2015

August 07, 2015

di Giuseppe Lorin

 

Con la silloge “L’Amore, invece” abbiamo il riscontro del vissuto emotivo di Donato Loscalzo, uomo dai sentimenti profondi ed impegnato su vari fronti dell’arte della conoscenza della letteratura greca antica e moderna.

È il titolo che racchiude il sentore di un condizionale misterico dove la domanda pudica lascia intendere: e se l’amore, invece fosse… lo sguardo dell’anima?

oltre lo sguardo

nessuno di noi sa se ancora splende

tra i nostri malcelati svelamenti

il desiderio che migra

… questo indifeso intento di scoprirti

Si avverte in questo passaggio così come in altri, la distanza generazionale e nel contempo il timore del tempo “…che scolora, che incide, che sgretola…” che sfugge inesorabile e lascia inesaudito l’intento di trasfondere il proprio vissuto, la propria voglia di donare amore, una trasmigrazione di anima verso l’oggetto d’amore, sempre che il poeta Donato Loscalzo mi accordi il termine filosofico e l’accostamento di questo alla sua poetica.

“… basterà guardarsi riconoscersi riviversi

e questi ciottolitraslucidi e vissuti

riparleranno di nuove architetture

di quel codice segreto che io e te,

per lungo tempo, abbiamo custodito”

Queste pennellate di versi sono presagi di una umanità distorta dalla furia incondizionata dell’incontro virtuale che avviene principalmente nelle tarde ore notturne o addirittura all’alba di un nuovo giorno, racchiudono le sofferenze di un’appartenenza di pensiero, di attese, di età non accettate, di fisicità respinte, di negazioni non attese, di nickname astrusi, di personalità inventate:

in chat

da dove digiti?

è la domanda concisa,

dall’altro capo della linea:

non so immaginarti, ma m’ingegno

per ciò che devo dirti

non sai chi sono…

E ancora la presa di coscienza del proprio vissuto che è da ritenersi summa dell’intera umanità passata, presente e futura poiché afferma: “mi ha salvato l’attesa dell’amore

il seminato, i suoi germogli di speranza

ponti e strade a lungo attraversate

o paludi di memoria, dentro il sole…”

Così come risalta il distacco totale da una materialità incombente che va oltre il qui ed ora, oltre il tempo della poesia: “…non saranno più mie queste tracce

dovrò cancellare anche le facce,

quando verranno ad imbiancare

i segni dell’intonaco scrostato,

ha impresso il fumo strie verticali

Donato Loscalzoscrive da sempre e con ogni mezzo sia attraverso l’insegnamento, i suoi saggi, sia con la poesia,le sue sillogi e da sempre è da considerarsi un poeta, sognando di viaggiare nel tempo e nello spazio, attraverso i sentimenti e le parole e senza consiglio alcuno, dato il libero arbitrio!

in viaggio

dove andrò non sappiamo

la strada tracciata per il turista

è come tante, scommessa di scoperte

sceglierò quelle segnate di giallo…

…. eviterò le solite tue voci

che vogliono tracciare il mio camino

In “L’Amore, invece” abbiamo un esempio della sua straordinaria sensibilità letteraria poiché deroga a vocaboli eccelsi all’Accademia della Crusca come abbrivio, inizio silloge e come congedo,a conclusione delle liriche; incipit ed explicit sono, infatti, vocaboli inadeguati per una silloge.

Le orme del desiderio che tracciano i passi dell’esistenza, dell’esperienza, di Donato Loscalzo conducono in un mondo privato dove le problematiche della vita si esplicano con sussulti dell’anima vissuti dal poeta: “… attenderò la notte dove solo il gallo

echeggia nella valle, dove al gelo

tace l’usignolo ignaro dei segreti della notte

dormirò ancora oltre le luci dell’alba

assopito nel vuoto che ha lasciato il desiderio

insicuro nel suo cercare il nuovo”, ed ancora: “… m’incanta ogni tuo indugio, inciampo

di paure o riverbero di istinti mai sopiti…

Le parole, intense, immediate, lentamente catturano il buon lettore e lo portano altrove: a ciò che hai perso o a quello che non hai mai vissuto ma che vorresti essere. Non a caso Donato Loscalzo è ammaliato da un incontro ora solo ricordato: “… ma ora qui, dalle pareti consunte

dai letti a fiori e fori di trapunte,

cose che passano in camere d’albergo

mi dicono di te, che non ti perdo

Nella poesia “strada del mare” si ha la sensazione della ricerca di un amplesso quasi rubato mentre: “… amai lo schiaro prodigio di un’ombra

che rovinò dai deserti del cielo

ma non fu, non è dolce gioco,

e ti inseguii per i tuoi nuovi sentieri

mentre la luna impaziente

uscì dal cavo del mare”.

L’opalescente astro, muto testimone,è il simbolo della speranza e del desiderio.

Poi, dopo l’amore, si può tornare in balia di venti, correnti, burrasche e maree. Ricorda in verità lo spirito degli scrittori del nord Europa che hanno in Henrik Ibsen il loro vessillo.L’opera teatrale “La donna del mare” di Ibsen ricorda di pari passo l’evoluzione emotiva del poeta verso l’attesa e giustifica la scelta dell’elemento acqueo che porta, trasporta, purifica, battezza,accennato in alcuni suoi afflati: “…e il mare ancora mi attrasse

bagnandomi i piedi,…

Il poeta comunque strizza l’occhio alla notte, all’incontro atteso e cercato di corpi senza anima, all’incontro improvviso, inaspettato, alla sorpresa dell’evento: “… avrei coperto d’alloro il sottobosco,

sipario mai tentato di parole

di quel presunto amore ad ogni costo

tra le frasche si eclissava la vergogna

un sogno deciso si perdeva tra le spine…e libero sorvolo le tempeste” perché è diverso, è di notte!La tensione poetica trascinante, almeno sul piano della struttura compositiva delle poesie di Donato Loscalzo è opera del suo lirismo crudo, affidato all’autocritica dove a volte, risulta delicato, delegato alle minime circostanze d’un rapporto anche casuale, che nel suo svolgersi si nega e si confessa, si dichiara e si contraddice, si abbandona e si esalta, perfino si offre in una interezza meravigliosa che solo chi ha sofferto sa tradurre in compiuta espressività.Sono versi scanditi quasi da un ritmo ancestrale: solo a tratti l'attitudine astratta, che sta alla base della sua personalità, della sua cultura ampia e multiforme, affiora, raffrenando l'impeto di certi moti dell’anima in schemi logici precostituiti. Con tutto ciò la silloge “L’Amore, invece” di Donato Loscalzoracchiude versi tra i più significativi della sua mietitura poetica con riflessioni o flash sui problemi di relazione, per lui vitali, della vita amorosa, della presa di coscienza della personalità umana, dei rapporti sociali: problemi che soprattutto per quanto concerne l'universo maschile assumono un accento alto di singolare affettuosità comprensiva.

Così come nella lirica “il nuovo anno” che fa eco a poeti di nobil lignaggio e in altre sparse, dove il giovin di Recanati ci sovviene.Il poeta traccia strade sconosciute a pochi ma non ai sentimenti, investe l’essere nella totalità che lo tormenta. È in questa silloge che abbiamo la risposta ai significanti poetici esistenziali di Donato Loscalzo.

August 07, 2015

Malefica è la fata cattiva. È arrabbiata perché non è stata invitata al battesimo di Aurora, la figlia del Re, e per vendicarsi scaglia la sua maledizione sulla bambina appena nata. Questo ci racconta la fiaba della Bella Addormentata. Ma dove nasce questa rabbia? Il personaggio di Malefica merita che la storia venga raccontata dal suo punto di vista.

La rabbia di Malefica è antica, come ci racconta l'autrice, Maura Gancitano, una rabbia che muove dal dolore e dalla sconfitta del femminino sacro.

Il film Maleficent, uscito sul grande schermo nel 2014 (regia di Robert Stromberg e sceneggiatura di Linda Woolverton) ripercorre la storia della fata Regina della Brughiera, una fata felice che cura gli alberi spezzati, scherza, vola con le sue ali. Possiede le ali, come ogni fata, ma ha anche corna e unghie, che la rendono un trickster, una creatura di confine,un po' fata, un po' donna, un po' bestia, e come ogni figura limite non può che portare ad un'iniziazione, ad un cambiamento.

Prima di diventare cattiva, Malefica era un' Artemide completa nel suo habitat, finché non incontra Stefano, (il cui nome significa “Corona”) ragazzo che ambisce al castello, al potere, al regno. Malefica mostra a Stefano le meraviglie della Brughiera, territorio selvaggio mai esplorato, del quale gli uomini avevano timore.

Oggi è Malefica chi non accetta di appiattirsi, di aderire a un'immagine ad una dimensione, di obbedire e ascoltare. Chi non segue le norme, il quieto vivere,gli schemi. Chi accetta di vivere in autonomia, senza appoggiarsi a qualcun altro, imparando a fare ciò che ancora non sa fare, andando oltre i propri limiti, in piena libertà.

Stefano e Malefica si baciano, quel bacio per lei è il dono totale di se stessa, per Stefano, invece, è l'inizio della fuga da ciò che quel bacio-spiraglio gli aveva mostrato.

Stefano addormenta Malefica, la inganna, le strappa le ali, simbolo del movimento, della libertà. Agisce per la corona, per non indossarla solo nel nome.

La sconfitta, il tradimento, la rabbia avvicina Malefica a Lilith, prima compagna di Adamo, la quale aveva chiesto parità e accettazione, a Medea, tradita da Giasone, alla sumera Inanna, che vede il compagno Dumuzi salire al trono durante la sua assenza per incontrare (integrare) la sorella oscura. Un incontro, quello tra maschile e femminile che da un certo momento in poi è diventato paura, asservimento, rabbia, sconfitta.

Come fare per tornare a volare? Occorre riprendere possesso di sé, del proprio potere personale. Quel potere che ha fatto tanta paura a Stefano (patriarcato/Chiesa/società) tanto da portarlo a tradire Malefica.

Uno dei passi è quello di recuperare l'istinto naturale dell'aggressività che è stato soffocato dalla donna per riemergere e canalizzarsi in nevrosi (come afferma Marina Valcarenghi nel libro “L'aggressività femminile”), un istinto represso che porta, spesso, le donne carcerate a farsi a loro volta carceriere di altre donne, affermando la stessa logica di dominio patriarcale.

Perché manca un ordine simbolico al quale far riferimento, un ordine simbolico che necessita di essere creato.

E questo è il messaggio finale del libro (e del film): un’ unica terra, una nuova “Aurora” che integri i due mondi, femminile e maschile, Animus e Anima.

Dopo aver sciolto la rabbia ed essere diventate Regine, abbiamo il dovere di aiutare l'uomo nel suo cambiamento, senza allontanarlo e senza svilirlo. Si tratta di qualcosa ancora in embrione, che non tutti gli uomini sono pronti a fare. Ma è una trasformazione in atto, quasi una speciazione.

 

Maura Gancitano

Malefica: trasformare la rabbia femminile
Edizioni Arte di essere, 2015

July 15, 2015

“Gioisci, Maria” è la traduzione di quel Khaire che in latino diverrà un semplice saluto romano. Meravigliati, Maria, non ostacolare la gioia, né lascia che altri la ostacolino.

Maria di Nazareth siamo noi, è una potenzialità dell'individuo che aspetta di essere liberata.

Il Signore è mediante te, non con te, come hanno riportato le traduzioni.

E quel figlio è l'Io, il futuro che Maria potrà essere nelle sue infinite possibilità.

Chi comprende questo messaggio fino in fondo non può che essere “oltre” il sistema condiviso, e così è la traduzione di MeRiY, che significa “disobbedienza”.

Ogni libro di Igor Sibaldi riesce a porre una cesura, ad alimentare la disobbedienza verso ciò che altri hanno sempre raccontato. È un percorso di conoscenza che apre nuove e inaspettate strade.

Così è questo libro, di cento pagine, dove viene interpretata secondo nuovi punti di vista niente di meno che l'annunciazione. L'arcangelo invita, quindi, alla disobbedienza e indica come farlo, indica le vie di diserzione verso chi vuole imporre qualcosa agli altri, ciò che la tradizione chiamerà ossimoricamente “comandamenti”: questi vengono riletti semanticamente attraverso la filologia ebraica e greca.

Possibilità, molteplicità, futuro...così D-Io crea l'uomo, che può, però, anche scegliere di limitarsi, di ridurre il diametro delle sue ali, fin quasi a farle scomparire. Come? Creando uno e più insieme di tanti: famiglia, stato, religione, razza e così via, nei quali l'Io è in un ingranaggio senza splendore, nei quali il passato è più importante del futuro, perché è certo, perché è stabile, perché è storia.

Cosa fa Maria? Riesce ad incarnare il suo nome? Riesce l'Io nuovo di Maria a scavallare il passato, a salvarsi dal mondo (invece che salvare il mondo), a sfidare i poteri e i sistemi?

In questa seconda annunciazione l'Arcangelo ripete il messaggio, ma con parole nuove, e dà una nuova opportunità alle Marie di oggi, perché abbandonino il passato e ciò che sul passato ha creato ragnatele di potere e si lascino avvolgere dal buio della possibilità piuttosto che dalla luce che viene da un'unica sorgente.

Ed è lì, in quel buio, che tu sati concependo, ora, in tutte le dimensioni di quel che comincia ad avvenire. Sempre comincia. Vivilo, e reggi alla gioia che ti do, non ne fuggire, Mery.

Silvia Pietrovanni

 

IGOR SIBALDI: LA DISOBBEDIENZA
ANIMA EDIZIONI 2015

June 03, 2015

Silvia Pietrovanni

Le storie raccolte in questo libro sembrano nascere come sussurri antichi della terra.

Sono storie che l'autrice accoglie e raccoglie dalla tradizione contadina, intrecciando la voce antica della memoria ad uno stile evocativo e prezioso.

“La montagna mi ha chiamata” dice Isa quando parla dell'origine del libro.

La montagna, il colle del Montecchio, sceglie lei per farsi raccontare. 

Una antica leggenda parla delle Figlie della Luna, stirpi di donne che abitavano la montagna di Montecchio da tempo immemore, che si riunivano per ringraziare la terra con balli e canti attorno al fuoco, donne che sapevano volare cosparse di un unguento che lenisce ogni dolore. 

Le Figlie della Luna ritrovano voce attraverso la sensibilità artistica dell'autrice e attraverso di lei tornano a vivere anche quelle pietre misteriose, neolitiche, che scandiscono la salita al colle. Nelle pagine del libro, infatti, sono riportate le fotografie dei luoghi che fanno da cornice alle storie: la piana sacra, il masso della fertilità, la grotta dove si è consumato l'amore tra Bianca e Andrea, il trono della regina Isotta, il braciere, la tomba di Manul…   

Se la maggior parte di queste storie nasce dai racconti tramandati dalla tradizione popolare, o dalla memoria impressa nelle rocce antiche, a originare il penultimo racconto è un manoscritto datato 1347 nel quale si fa riferimento all'esecuzione sul rogo della strega Rita Angelutii con tanto di parcelle di compenso per chi ha partecipato attivamente alla punizione mortale.

Isa sale sul Montecchio, con l’intenzione di capire di più di quel foglio rinvenuto, e chiede a Rita di raccontarsi attraverso la sua penna. E così conosciamo la sua storia, la storia di una donna che per partenogenesi, in età avanzata, si scoprì incinta, ma la sua gioia inaspettata si trasformò in un dolore mai assopito, in anatema, in vendetta, in morte: in una delle prime documentate esecuzioni per stregoneria, nel 1347. 

Ero venuta qui solo per cercare le orme, le impronte degli antichi giganti della foresta, e invece ho scoperto che c’è qualcosa di molto più grande della notte e del giorno, del sole e delle stelle, perfino più grande e misterioso della vita e della morte. 

Intenso è lo stile che sostiene i racconti: i luoghi e i personaggi sono descritti con pennellate emotive, eco della prima espressione artistica di Isa, la pittura. Interessanti i riferimenti antropologici come le descrizioni dei riti, testimonianze di una tradizione secolare mai assopita, che si intrecciano alla narrazione rendendola ancora più viva. 

Pier Isa Dalla Rupe e l'editore Fefè organizzano delle passeggiate letterarie durante le quali “Le streghe di Montecchio” e “Il masso della fertilità” (due libri dell’autrice) vengono raccontati e fatti vivere nei luoghi che li hanno ispirati, ovvero il colle del Montecchio e il paese di Bagnaia, in provincia di Viterbo. 

La radice tiene l’albero piantato nella terra, ma è solo il vento che fa volare le foglie e i petali dei fiori; la radice rimarrà per sempre sepolta, nascosta sotto terra. Tu, figlio mio, sei il tronco di quella radice, sei l’albero vivo. Senza tronco non ci sarebbero rami, senza rami non crescerebbero le foglie, né i fiori, ma soprattutto, figlio mio, mai cadrebbero i succosi frutti sulla terra.

 

Pier Isa Della Rupe:
Le streghe di Montecchio
Fefè editore

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