L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Human Rights (172)

Roberto Fantini
This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.

 Ha certamente buone ragioni Giuseppe Anzani nel dire che, nelle scarne parole dei recenti rescritti con cui papa Francesco ha abolito il segreto pontificio sulle denunce, i processi e le decisioni relative ai crimini pedofili commessi da ecclesiastici, ci sarebbe “qualcosa che somiglia a un fuoco”, un “fuoco di dolore che risponde al pianto delle vittime, una fermezza dura fino a stringer la vite nella definizione dei reati, una purificazione invocata e intrapresa, una trasparenza risoluta e totale.” (https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/per-la-chiesa-e-per-tutti-squarcio-e-conversione)

Un fuoco che, da lunghi anni, oramai, sta dando vita a quella che merita, senza alcun dubbio, di essere definita come una delle pagine più importanti della storia della Chiesa cattolica. Una pagina iniziata a scrivere (dopo secoli di imperdonabili silenzi ed occultamenti, ignobili ambiguità e contraddizioni) da un vecchio e travagliato Giovanni Paolo II, nel lontano aprile del 2002, nel suo discorso alla riunione interdiscasteriale con i cardinali degli Stati Uniti d’America, quando, palesemente preoccupato per la crescente “diffidenza” nei confronti dell’intera Chiesa, in seguito al dilagare rovinoso degli scandali, si dichiarò “profondamente addolorato” per il “grande male fatto da alcuni sacerdoti e religiosi”, definendo gli abusi non solo come atti criminosi ma anche come “peccato orrendo agli occhi di Dio”.

Pagina proseguita con le toccanti parole di Benedetto XVI in terra d’Irlanda, quando, nella sua Lettera Pastorale del 2010, rivolgendosi alle vittime di abuso, si trovò ad esprimere, a nome della Chiesa tutta, “vergogna” e “rimorso” (parole fondamentalissime, di importanza veramente epocale), in particolar modo per quanto riguardava l’indicibile sofferenza a cui erano state condannate nel vedere tradita la propria fiducia e la propria dignità, in seguito, soprattutto, alla disperante assenza di un doveroso ascolto.

Una pagina che ha trovato, poi, un momento di grande intensità nell’Omelia del luglio del 2014, nella Cappella della Domus Sanctae Marthae, in cui papa Francesco, rivolgendosi ad alcune vittime di abusi sessuali da parte del clero, ebbe a parlare di “profondo dolore” avvertito da tempo nel proprio cuore, per quelli che non possono essere più definiti come meri “atti deprecabili”.

E’ come un culto sacrilego - dirà - perché questi bambini e bambine erano stati affidati al carisma sacerdotale per condurli a Dio ed essi li hanno sacrificati all’idolo della loro concupiscenza.”

Oggi, proseguirà Francesco, la Chiesa (schiacciata da vergogna e rimorso!) “Chiede la grazia di piangere di fronte a questi atti esecrabili di abuso perpetrati contro i minori.”

Ma la tappa cruciale è senza dubbio rappresentata dalla Lettera Apostolica in forma di “Motu proprio”, Sulla protezione dei minori e delle persone vulnerabili (26 marzo 2019), in cui vergogna e rimorso non si limitano più a manifestare solidarietà e richieste di perdono, ma si traducono (finalmente!) nell’affermazione categorica del “dovere di segnalare gli abusi alle Autorità competenti e di cooperare con esse nelle attività di prevenzione e contrasto”, unitamente al riconoscimento del diritto di essere “accolti, ascoltati e accompagnati” a tutti coloro che “affermano di essere stati vittima di sfruttamento, di abuso sessuale o di maltrattamento”, e del dovere di offrire alle vittime e alle loro famiglie “una cura pastorale appropriata, nonché un adeguato supporto spirituale, medico psicologico e legale”.

Ed eccoci, così, ai due rescritti di questi ultimi giorni, che giustamente tanto hanno suscitato clamore: il Rescriptum ex audientia SS.mi, in cui si promulga l’Istruzione Sulla riservatezza delle cause ; e il Rescriptum ex audientia SS.mi, in cui si introducono alcune modifiche alle Normae de gravioribus delictis . Due documenti di capitale importanza, frutti maturi (da tanto tempo attesi e invocati) di un cammino storico inimmaginabilmente faticoso, e non certamente di una decisione frettolosa ed impulsiva.

Con essi Francesco spazza (anzi spezza!) via il segreto pontificio relativo ai casi di violenza sessuale e di abuso sui minori commessi dai chierici, e decide, al contempo, di cambiare la norma riguardante il delitto di pedopornografia, classificando nella fattispecie dei “delicta graviora” (i delitti più gravi) anche la detenzione e la diffusione di immagini pornografiche relative a minori (fino all’età di 18 anni - altro importantissimo cambiamento - e non più di 14).

                                 Conseguenza inevitabile della decisione di Bergoglio sarà che, d’ora in poi, denunce, testimonianze, documenti processuali relativi a vicende di abuso archiviati e tutelati dal segreto pontificio potranno essere consegnati ai magistrati inquirenti che ne facciano richiesta, in modo da sgretolare l’immonda prassi consolidata della mancata denuncia e della copertura degli abusatori da parte delle istituzioni religiose.
Il commento migliore a queste innovazioni davvero “storiche” è arrivato dalla irlandese Marie Collins, vittima negli anni Sessanta, all’età di tredici anni, di abusi da parte di un prete. Nominata dal papa nella prima Commissione antipedofilia, nel 2014, dopo tre anni preferì dimettersi, frustrata e irritata dalle resistenze vaticane.

Una notizia eccellente - ha dichiarato - Lo avevamo raccomandato durante il primo mandato della commissione, è bello vedere che è stato applicato. Finalmente un cambiamento reale e positivo.” (https://www.corriere.it/cronache/19_dicembre_17/preti-pedofili-voci-chi-ha-subito-abusi-tanti-vescovi-contro-papa-425eb360-210c-11ea-ad99-8e4d121df86f.shtml)

E la dimostrazione oggettiva che siamo davvero di fronte a qualcosa di “reale e positivo” ci proviene da quanto recentemente dichiarato all’agenzia Associated Press da monsignor John Joseph Kennedy, capo Ufficio della Sezione disciplinare della Congregazione per la dottrina della fede, annunciando che, nel corso del 2019 è stata raggiunta la cifra record di ben 1.000 casi segnalati in tutto il mondo (riguardanti in particolare Stati Uniti, Argentina, Messico, Cile, Italia e Polonia).

Stiamo effettivamente assistendo - ha detto Kennedy - a uno “tsunami” di casi che spesso riguardano situazioni di anni o decenni fa”.  

                                           (Avvenire, 20/ 12/ 2019)

Il fatto che dalle diocesi, soprattutto in Italia, arrivino segnalazioni risalenti addirittura a 30-40 anni, a parere di Lorenzo Ghizzoni, arcivescovo e presidente del Servizio nazionale Cei per la tutela dei minori, costituirebbe, indubbiamente, la chiara conferma della bontà della strada intrapresa:

il vergognoso atteggiamento tradizionale volto a tutelare, prima di ogni altra cosa e sopra ogni altra cosa, l’immagine della Chiesa (“castissima sposa di Cristo”), proteggendo i carnefici e umiliando le vittime, sembra irreversibilmente destinato a lasciare il posto ad un vento nuovo, fatto di trasparenza, volontà di collaborazione con le autorità giudiziarie e di collaborazione solidale con le vittime e le loro famiglie.

                 “Vorrei qui ribadire chiaramente: se nella Chiesa si rilevasse anche un solo caso di abuso – che rappresenta già di per sé una mostruosità – tale caso sarà affrontato con la massima serietà. Fratelli e sorelle: nella rabbia, giustificata, della gente, la Chiesa vede il riflesso dell’ira di Dio, tradito e schiaffeggiato da questi disonesti consacrati. L’eco del grido silenzioso dei piccoli, che invece di trovare in loro paternità e guide spirituali hanno trovato dei carnefici, farà tremare i cuori anestetizzati dall’ipocrisia e dal potere. Noi abbiamo il dovere di ascoltare attentamente questo soffocato grido silenzioso.”

Papa Francesco

(Discorso conclusivo per l’Incontro “La protezione dei minori nella Chiesa”, Vaticano, 21-24 febbraio 2019)

--------------------------------------------------------------------------------

Sulla questione della piaga della pedofilia all’interno della Chiesa, si veda:

https://www.flipnews.org/spirituality/scandalo-pedofilia-papa-francesco-ringrazia-i-media.html

Da molti anni, oramai, la Comunità di Sant’Egidio si è collocata in prima linea nel combattere la perdurante pratica della pena di morte. Impegno questo, in realtà, evidenziatosi, già nel corso dei primi anni ’80, quando numerosi suoi membri divennero soci di Amnesty International, svolgendo anche attività di un certo rilievo sia all’interno della struttura regionale che nazionale, e favorendo, in tal modo, in maniera certamente significativa, la crescita delle posizioni abolizioniste all’interno di una Chiesa Cattolica, che la pena di morte ha, per lunghissimi secoli, tollerata, propugnata e benedetta.

Fra le varie iniziative promosse di recente dalla Comunità al fine di promuovere, difendere e potenziare una cultura efficacemente abolizionista, merita certamente di essere menzionata ed elogiata l’organizzazione del XII Congresso dei Ministri della Giustizia, svoltosi a Roma alla fine dello scorso mese, presso la Nuova Aula del Palazzo dei Gruppi parlamentari della Camera dei deputati.

Impossibile riassumere, anche a grandi linee, i molteplici contenuti, appelli e messaggi, nonché le appassionate testimonianze che sono stati offerti ad un pubblico composto anche da attentissime scolaresche. E’ però possibile affermare che tutti i relatori, seppur provenienti da realtà culturali lontanissime fra loro, si sono dedicati a sottolineare come la pena di morte sia espressione evidente di una millenaria cultura dell’odio, caratterizzata da un atteggiamento di profonda sfiducia nella capacità dell’umanità di rinnovarsi, di aprirsi e di autoeducarsi in vista del conseguimento progressivo di una condizione sempre crescente di armonia e di concordia (sia interiori che esteriori).

Tutti i relatori hanno evidenziato, con rigore intellettuale e anche con sincera partecipazione emotiva, come la pena di morte sia qualcosa di partorito e alimentato da una visione del mondo in cui fatica a trovare ascolto e diritto di cittadinanza il principio umanistico-illuministico del valore assoluto ed inviolabile della dignità umana. Tutti hanno ribadito come la pena capitale rappresenti una sorta di “soluzione militare semplificata” da parte dello Stato contro il cittadino, una vera e propria “cicatrice sulla coscienza collettiva dell’umanità”, una strategia brutale quanto miope, non soltanto sterile, ma anche gravemente distruttiva (l’odio distrugge non solo chi ne è vittima, ma anche chi lo coltiva e lo esercita!), generata dalla paura e dall’ignoranza.

E con insistenza si è sovente evidenziato come, nella attuale situazione internazionale, ci si trovi sempre più di fronte ad un vero e proprio bivio: da una parte una affermazione sempre più

 
 

Suzana Norlihan, penalista
abolizionista malese

coerente e convinta di una cultura abolizionista incentrata sulla comprensione ed accettazione della grande rivoluzione valoriale rappresentata dall’irrompere sulla scena della storia mondiale della filosofia dei Diritti Umani; dall’altra il dilagare di una cultura del disprezzo, del rifiuto e dello scarto, che assolutizza il potere della forza, innalzato ad unica panacea per i mali del mondo, espresso anche nelle forme più estreme e violente.

Fra i tanti interventi di grande pregio, merita un particolarissimo apprezzamento il contributo offerto da Suzana Norlihan, avvocato penalista e sorella di un condannato a morte, imprigionato nel 2002.

La Norlihan, divenuta penalista con il chiaro intento di aiutare i più svantaggiati, ha messo in luce come la pena capitale non costituisca un deterrente, ma che, oltre a colpire con crudeltà anche i familiari del reo, rappresenti, invece, una legittimazione e nobilitazione della violenza, comunicando la tesi secondo cui la vita possa essere tolta, attribuendo, così, al potere degli uomini un potere divino, e scegliendo di “gettare la spugna” di fronte all’errore umano.

Mentre “Dio - ha sottolineato con toccante intensità - non getta mai la spugna”!

Mentre soltanto attraverso la via dell’amore, della misericordia e del perdono, sarà possibile costruire un mondo in cui sarà sempre possibile offrire e sperimentare “un’ altra possibilità”.

               

 
 Antonio Marchesi

Poche cose (forse davvero nessuna) sono paragonabili, nell’ambito delle infinite cose terribili inventate e praticate dall’umanità, all’ orrore rappresentato dalla tortura. “Chi nel leggere le storie - scriveva Cesare Beccaria - non si raccapriccia d’orrore pe’ barbari ed inutili tormenti che da uomini, che si chiamavano savi, furono con freddo animo inventati ed eseguiti?” E chi, ancora oggi, può non rimanere sgomento di fronte alle notizie che, a volte ci giungono, di episodi di tortura?

Sono passati diversi decenni, ormai, dal 10 dicembre del 1984, anno in cui l’Assemblea generale adottò la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, e quel testo è stato (ed è ancora) innumerevoli volte tragicamente ignorato e tradito. Basti pensare che il numero dei paesi che l’hanno ratificato, impegnandosi a prevenire e a punire la tortura, è soltanto di poco superiore a quello dei paesi in cui risulta tuttora essere praticata, e che almeno tre paesi su quattro, fra quelli che si erano vincolati a non più farvi ricorso, hanno finito, in questi ultimi anni, per farne uso (in maniera isolata o seriale).

Nel Rapporto sulla tortura nel mondo del 1973, Amnesty International si trovò costretta ad ammettere, con oggettiva amarezza, che fino ad allora troppo poco era stato fatto “per definire e, in ultima analisi, per debellare l’uso della tortura.” Tanti anni, da allora, sono passati. E, senza dubbio alcuno, non in modo del tutto sterile.

L’uomo - leggiamo sempre nel Rapporto - “Ha imparato a porre dei limiti all’esercizio del potere da parte dei pochi per proteggere i molti e per proteggere in ultima analisi tutti. La tortura è il più flagrante diniego dell’umanità dell’uomo, è la corruzione umana ultima. Per questa ragione l’uomo l’ha proibita. Questa conquista umana deve essere difesa.” Arrivando poi a concludere, con la peculiare pragmatica saggezza amnestiana, che compito irrinunciabile della comunità internazionale sarebbe dovuto essere l’ elaborazione di “rimedi efficaci per la prevenzione della tortura.

Ed è proprio in questa prospettiva pedagogicamente preventiva che merita di essere inteso, letto ed apprezzato (molto!) l’ultimo libro di Antonio Marchesi, docente appassionato e instancabile alfiere della cultura dei diritti umani: libro che, passando in rassegna numerosi casi (più o meno noti) di tortura della nostra epoca, da Abu Ghraib a Giulio Regeni, dall’Argentina dei desaparecidos alla vergogna della s

cuola Diaz di Genova, ha l’indubbio pregio di riuscire a permetterci di penetrare dentro il cupo universo della tortura, mettendoci in contatto con le esistenze di tante persone reali che la tortura l’hanno subita e combattuta, oppure praticata e occultata.

Con Antonio Marchesi, amico di lunga data, è nata la conversazione che segue:

-          Antonio, come mai, pur essendo tu un giurista e non un cronista o uno storico, invece che proporci una trattazione di tipo filosofico-giuridico del fenomeno della tortura, hai preferito presentarci una rosa di vicende relative a vittime della tortura, conferendo ampio spazio, in particolare, agli sviluppi giudiziari, spesso estremamente complessi e travagliati, dei singoli casi?

                 Ho voluto illustrare gli ostacoli che rendono difficile, se non impossibile, ottenere verità e giustizia quando di mezzo c’è l’apparato dello stato e, in particolare, quando l’accusa, particolarmente infamante, è di tortura. Nel tentativo di arrivare a un pubblico poco avvezzo (e forse poco interessato) ai ragionamenti dei filosofi del diritto, mi sono affidato al racconto di vicende concrete, tutte realmente accadute, narrando sia gli abusi commessi sia, soprattutto, l’occultamento, i depistaggi, la rimozione che sono seguiti.

-          Jean Améry, un intellettuale che la tortura l’ha patita in maniera devastante, afferma che chi ha provato sulla propria pelle e nella propria anima una simile indicibile esperienza, ha visto crollare, dentro di sé, la fiducia nel prossimo, la fiducia nell’intera specie umana.

Sulla base delle tue ricerche, nonché della tua pluridecennale militanza in Amnesty International, ritieni sia possibile, da parte delle vittime, una ricostruzione, seppur lenta e parziale, di un rapporto col mondo degli umani animato e sorretto da un efficace sentimento fiducia?

             Spero di sì, spero (e credo) che sia quantomeno possibile, dopo la tortura, tornare a condurre una vita “normale”. Credo però che, anche quando questo avviene, anche quando il percorso di ricostruzione viene completato definitivamente e con successo, il rischio che i fantasmi del passato ritornino non possa essere completamente eliminato. In altre parole, non so se dalla tortura si guarisca mai del tutto.

-          Per quanto concerne, invece, l’entità del fenomeno della tortura e la sua evoluzione storica, credi sia possibile, dati alla mano, da parte nostra, guardare al futuro con ragionevole speranza?

                 Il fatto che i torturatori - chi la tortura la esegue ma anche chi la ordina o in qualche modo la legittima - sentano il bisogno di nascondersi, di negare i fatti e le proprie responsabilità, che il tabù della tortura resista, è già una buona notizia. Su queste basi si può costruire una strategia di eliminazione effettiva, e non solo di ripudio formale, della tortura.

Ci vorrà sicuramente molto tempo prima di ottenere una significativa diminuzione del fenomeno a livello mondiale. Ma il risultato complessivo e finale è la somma di tanti piccoli risultati parziali, importanti in quanto tali. E, in ogni caso, per raggiungere una meta distante bisogna pur muovere dei passi, per piccoli che possano essere, nella giusta direzione.

  

-          In Italia, con ben 11.000 giorni di ritardo rispetto a quanto proclamato a livello internazionale, e dopo inenarrabili resistenze, nell’estate del 2017, è stato finalmente introdotto nel codice penale il reato di tortura. A proposito dell’ arduo, travagliato e controverso cammino che ci ha condotto a questo risultato (vicenda questa che ti ha visto, in quanto presidente della sezione italiana di AI, a lungo impegnato in primissima fila), tu stesso ti sei attentamente chiesto se sia “stato fatto un passo avanti, sia pure insufficiente, oppure no”, approdando ad una valutazione di cauta positività.

In base a quali considerazioni?

Non hanno forse valide motivazioni coloro che parlano di legge inadeguata, inaccettabile o, addirittura, di “legge truffa”?

                    Criticare la definizione del reato è ovviamente lecito … anzi, condivido molte delle critiche (anche se talvolta espresse con una nettezza fuori luogo, visto che è ben difficile anticipare con certezza come verranno interpretate e applicate quelle norme poco chiare). Dire che sarebbe stato meglio niente è, invece, secondo me un grave errore di prospettiva e riflette un atteggiamento di chi è più interessato ad avere ragione che a cambiare le cose (un atteggiamento difficilmente riconciliabile con le strategie graduali tipiche di organizzazioni come Amnesty International, che, un pezzettino alla volta, non disdegnando i compromessi, hanno ottenuto risultati impensabili, di grandissimo rilievo). Se non altro, il fatto che un reato di tortura oggi ci sia segna la fine di quella rimozione della nozione stessa di tortura di cui il silenzio del codice penale era espressione. Una rimozione che era molto cara ai “negazionisti” (che per decenni hanno ripetuto che del reato di tortura non c’era bisogno perché la tortura in Italia non c’è!).

   - E le norme di prevenzione della tortura, inoltre, ti sembra che siano state ben formulate? Cosa sarebbe stato possibile fare di più e di meglio? E cosa si potrà, a tuo avviso, realisticamente migliorare nei prossimi anni?

                           Alcune delle altre norme contenute nella nuova legge sono sicuramente una novità positiva. Da quella che riafferma con forza il principio di non refoulement, a quella che chiarisce l’inutilizzabilità in un processo di informazioni ottenute mediante tortura, fino alla norma che esclude l’immunità degli organi stranieri. Peccato invece che non sia stata accolta la proposta di allungare (raddoppiandoli) i termini di prescrizione rispetto al sistema di calcolo ordinario.

-          Riccardo Noury, nella sua prefazione, dopo aver detto che esistono “più pentiti di mafia che pentiti di tortura”, fa riferimento a Pierre Yambuya, definito come l’unico, da lui conosciuto, ad essersi sinceramente e coerentemente “pentito mentre collaborava alla tortura”. Sono sicuro che anche tu, nel corso della tua lunga militanza amnestiana, abbia avuto modo di conoscerlo bene e di apprezzarne lo spessore morale.

         

Sì ... l'ho conosciuto tanti anni fa, poco dopo il suo coraggioso rifiuto di prendere ulteriormente parte, da pilota militare qual era, alla macchina repressiva del regime congolese e la sua rocambolesca fuga in Europa. E l'ho rivisto tante volte da allora. La sua scelta (una scelta unica, o quasi, come ha giustamente sottolineato Riccardo) Pierre l'ha pagata molto cara. Ha vissuto una vita da esule, nella continua speranza che si creassero le condizioni affinché potesse tornare nella sua Africa (cosa che è avvenuta solo per un breve periodo). E quella vita l'ha trascorsa portando avanti, per decenni, con una tenacia ammirevole, la sua missione di testimone di violazioni dei diritti umani.

E' morto in esilio mentre era ospite di attivisti di Amnesty suoi amici.

Ci mancherà.

*Antonio Marchesi  insegna Diritto internazionale nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Teramo e ha tenuto corsi di lezioni in diverse università italiane e straniere. È autore di oltre cinquanta saggi e ha scritto o curato libri soprattutto sulla protezione internazionale dei diritti umani. È iscritto alla sezione italiana di Amnesty International dal 1977 e ne è stato presidente dal 1990 al 1994 e dal 2013 al 2019. Per il Segretariato internazionale di Amnesty International  ha svolto missioni di ricerca e partecipato a conferenze internazionali. Ha collaborato su progetti in tema di diritti umani con il Consiglio d’Europa, il Parlamento europeo, la Commissione europea e diverse organizzazioni non governative ed è attualmente consulente del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale.

 

Antonio Marchesi
Contro la tortura – Trent’anni di battaglie politiche e giudiziarie
Prefazione di Riccardo Noury
Introduzione di Mauro Palma
Con il patrocinio di Amnesty International
Infinito Edizioni

25 Novembre: Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne, vittime ignare di uno stereotipo di genere OVVERO la Degenerazione del Femminismo.

… Correa l’anno 1791, in una Francia “illuminata”, giovanissima figlia della Rivoluzione per eccellenza, viene proclamata la “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina”, di quelle donne scese in piazza, insieme agli uomini, a rivendicare i diritti politici e civili negati dall’assolutismo monarchico.

Inconsapevolmente, in quella sede, si sono poste le basi di un movimento, oggi, irreparabilmente viziato nel mondo occidentale, un fenomeno che, ai giorni nostri, contraddice i primigeni, nobili, intenti di uguaglianza e libertà… “Sua Maestà il Femminismo”!

Un movimento destinato a durare nei secoli.

Pace, Pane e Libertà reclamavano le donne di San Pietroburgo nel non così lontano 1917.

Spezzati gli antichi pregiudizi sedimentati sul fondo di un’arcaica incoscienza patriarcale, nel 1929, si innalzano le “Torce della libertà”.

Ma dov’è finita la razionalità promossa, in tempi non sospetti, da Mary Wollstonecraft, prima femminista in assoluto e quali le deviazioni che sono maturate, nel corso degli anni, man mano che, dai suoi primi, timidi tentativi, il fenomeno si trasformava da movimento culturale elitario in fenomeno di massa, più o meno esasperato, non tanto nelle premesse, quanto negli esiti?

E sì, perché, a giudicare da quello che oggi ci propone e ci sottopone il panorama mediatico, di razionale sembra esserci davvero molto poco!

Si cominciò nel ’68, toccando quei temi scottanti, quali divorzio e aborto, fino ad allora protetti da un’aura quasi sacrale, pensando, in qualche modo, che l’affrancamento della donna fosse, in primis, affrancamento sessuale, quindi libertà dall’obbligo di procreare.

Da quel momento la parabola discendente del femminismo occidentale non subirà più arresti.

Lentamente, si è passati, dalla legittima pretesa di parità, a quella, più insensata che inesaudibile, di un’arrogante castrazione maschile.

Prerogativa di chi rivendica un diritto negato è il rifiuto della prevaricazione, a buon rigor di logica!

Ma quello che è nato con il preciso intento di liberare la donna è diventato la sua prima causa di schiavitù, perché, nel tentativo di modificare un rapporto di forza precostituito, ne è diventata vittima volendolo ribaltare.

E per farlo non ha certo badato a spese, servendosi della diffusione mediatica ossia la manipolazione delle masse più riuscita dopo quella della Chiesa.

Le pubblicità inneggiano, in maniera palese, alla mortificazione fisica e mentale dell’uomo, sminuendo drasticamente, nell’immaginario collettivo, la figura maschile.

La violenza verbale è ammessa e concessa, gli aborti morfologici proponibili in nome di una battaglia a senso unico senza precedenti.

E, qualora tutto ciò non si dimostrasse sufficiente a ribaltare un clichet, tiriamo fuori le accuse di sessismo noi POPOLO ROSA!

Basta una parola, un’accusa di violenza per rovinare la vita di un uomo, non facendosi scrupolo di denigrare la figura paterna anche nei confronti dei figli. La parola, l’arma più potente di cui il genere umano dispone.

Ma è il furore ideologico tipicamente adolescenziale che, proprio per la sua natura di “minorenne”, è condannato ad una visione schematica che non sa andare oltre il bianco e il nero, ignorando la complessità e le contraddizioni del mondo e del genere umano.

Questi poveri maschi improvvisamente sono diventati dei sempre meno efficienti padri, mariti, lavoratori, quasi una categoria a rischio, sì, perché fanno tutto loro, LE DONNE, o, almeno, così dicono…

Poi però rivendichiamo le quote rosa e, nei divorzi, pretendiamo l’assegno di mantenimento, ci sono padri che mantengono figli che non vedono mai.

Quanta ipocrisia!

Ci sono padri che, nel silenzio e, con dignità, hanno svolto lavori umilianti, massacranti per sostenere la propria famiglia.

Questa è memoria storica oltre che grande esempio di coraggio, civiltà e senso del dovere.

Un abominio che nulla ha a che vedere con la gloriosa storia di Olympe de Gouges o, molto presumibilmente, una degenerazione funzionale all’attuale sistema economico-sociale.

L’emancipazione avvenuta, non è quella della donna dall’uomo, ma quella della donna da se stessa.

L’emancipazione della donna dalla sua maternità, la caratteristica biologica più spiccata, permette di disporre di lavoratrici più efficienti.

Via, quindi, alla virilizzazione del femminile, a quella mortificazione della femminilità che, a volte raggiunge livelli davvero aberranti.

Urge il recupero di un’autentica coscienza di genere da contrapporre al femminismo più spietato, bacino ideologico del capitalismo imperante.

“UMANO TROPPO UMANO” urlava Nietzsche già nel 1878!

Oggi, nel tempo della tecnica, non c’è più spazio per l’uomo e, quindi, neanche per la donna.

Dove “Dio è morto”, volendo ancora citare Nietzsche, anche l’uomo deve morire.

Ormai vige il principio che una donna se non si realizza nel lavoro è una persona frustrata, sempre a detta delle stesse, incapaci di capire che la scelta è una possibilità. Che c’è sempre un “padrone” da asservire e che una donna può realizzarsi ed esercitare il proprio, legittimo, autorevole potere in seno alla famiglia al di là di quanto rende in termini economici.

Perché, diciamocelo chiaro, signori miei, il vero potere delle donna, delle grandi società matriarcali, è proprio quello!

Oggi la donna dovrebbe un pochino imparare a svestire i panni dismessi di Wonder Woman, a liberarsi da quel furore mistico di cui si è auto investita, fare pace con se stessa e non la guerra con l’altro sesso, nella sana accettazione del fatto che, aver bisogno dell’altro non è segno di debolezza ma il naturale completamento di due identità parallele.

L’onnipotenza non è di questo mondo!

              

Appena qualche giorno dopo l’annuncio di un aumento delle tariffe dei trasporti pubblici a Santiago del Cile, diverse migliaia di persone si sono mobilitate per chiedere un congelamento dell’aumento delle tasse e soluzioni concrete in merito a una varietà di scelte politiche che stanno gravando su vasti settori della società cilena e che hanno un pesante impatto sui diritti economici, sociali e culturali dell’intera popolazione.

In seguito a diversi episodi di violenza nelle strade, il governo ha deciso di sospendere il servizio di trasporto pubblico e di decretare uno stato di emergenza il 18 ottobre, cosa questa che ha comportato l’invio del comando di difesa nazionale alle manifestazioni e l’imposizione del coprifuoco nell’area metropolitana di Santiago e in altri città.

In base ai dati diffusi dal governo cileno, durante le manifestazioni, lo stato d’emergenza e il coprifuoco, risulterebbero decedute ben diciotto persone.

Secondo l’Istituto nazionale dei diritti umani (Indh), cinque di queste persone sarebbero state uccise dalle forze di sicurezza. La stessa fonte segnala l’arresto di 2600 persone, 584 feriti (245 dei quali a colpi d’arma da fuoco) e altre gravi violazioni dei diritti umani.

Con una lettera aperta inviata al presidente Sebastián Piñera, l’organizzazione mondiale per la difesa dei diritti umani Amnesty International ha rammentato alle autorità cilene gli ineludibili obblighi in materia di diritti umani, esortandole insistentemente ad ascoltare le richieste della popolazione e ad agire efficacemente con adeguati provvedimenti.

Invece di paragonare le manifestazioni a uno ‘stato di guerra’ e di definire coloro che protestano nemici dello stato, aumentando così il rischio che subiscano violazioni dei diritti umani - ha dichiarato in una nota ufficiale Erika Guevara-Rosas, direttrice di Amnesty International per le Americhe - il governo del presidente Piñera dovrebbe ascoltare e prendere seriamente in considerazione le ragioni del malcontento“.

Le autorità cilene hanno infatti l’obbligo di indagare in modo approfondito, rapido e imparziale su tutte le denunce di uso eccessivo della forzaarresti arbitrarimaltrattamenti e torture e su ogni ulteriore violazione dei diritti umani commessa durante lo stato d’emergenza, così come investigare sulle circostanze e sulle responsabilità nei casi in cui persone hanno perso la vita.

Criminalizzare le proteste non è la risposta. - ha aggiunto Guevara-Rosas - Se le autorità cilene devono prendere misure per prevenire ed evitare azioni violente, in nessuna maniera queste azioni possono essere usate come pretesto per limitare i diritti alla libertà di espressione e di manifestazione pacifica o per fare uso eccessivo della forza.

       Inoltre, con una nota ufficiale, Amnesty ha annunciato l’invio di una missione in Cile per indagare sulle violazioni dei diritti umani commesse nel contesto dello stato d’emergenza e del coprifuoco.

Il mondo sta osservando quello che accade in Cile - ha dichiarato sempre la Guevara-Rosas - Esortiamo ancora una volta il presidente Sebastián Piñera a porre fine alla violenta repressione scatenata contro coloro che esercitano il legittimo diritto di manifestazione pacifica. Nonostante i suoi messaggi conciliatori e di discolpa, la presenza aggressiva di polizia ed esercito nelle strade continua a impaurire la popolazione”.

Il governo cileno deve ascoltare in modo adeguato le richieste della popolazione e realizzare le riforme sostanziali e strutturali affinché tutte le cilene e tutti i cileni possano beneficiare dei diritti umani e vivere in condizioni di dignità“, ha proseguito Guevara-Rosas.

L’ unità regionale di crisi di Amnesty International raccoglierà testimonianze ed esaminerà informazioni che possano aiutare le vittime a pretendere e ad ottenere giustizia, verità e riparazione da parte dello stato, nonché a corroborare le denunce di violazioni dei diritti umani e di possibili crimini di diritto internazionale.

L’associazione, in questi giorni, attraverso i canali messi a disposizione della società civile cilena, sta ricevendo numerose denunce di gravi violazioni dei diritti umani (dall’uso eccessivo della forza alle irruzioni e perquisizioni illegali, dalla tortura agli arresti arbitrari), e i suoi esperti digitali stanno esaminando accuratamente le fotografie e i video sin qui ricevuti.

Osservate bene questa foto, è il volto di un giovane ragazzo indigeno;era un “Guardiano” un Custode della Foresta, un protettore di Madre Terra e su di essa vegliava.  Nato e vissuto nel verde dell’Amazzonia, cresciuto nel parlare degli uccelli, nello scorrere dell’acqua che si fa vita dentro la linfa dei maestosi alberi, dipinto sul volto dei colori, dei disegni, dei simboli delle creature che popolano l’oceano verde chiamato Amazzonia.

Lo hanno strappato alla vita, in questi giorni se ne apprende la la notizia. Un agguato di taglialegna intenti a tagliare alberi all’interno del territorio indigeno di Araribóia, regione di Bom Jesus das Selvas, Maranhão.

Gli hanno sparato nel mezzo ai villaggi di Lagoa Comprida e Jenipapo.   Riverso in terra come ad abbracciarla ancora un’ultima volta.  Lo hanno trovato così, venerdì 1° novembre, un giovane indigeno, si chiamava Paul Paulino Guajajara.

Secondo le informazioni ottenute ad oggi, anche il guardaboschi assegnato formalmente a quella zona, Laércio Guajajara è stato colpito durante l’attentato. Pare che nell’attentato sia morto anche uno dei taglialegna, il corpo poi fatto sparire dagli altri taglialegna prima dell’arrivo delle autorità brasiliane.

Siamo di fronte all’incapacità dello Stato brasiliano governato da Bolsonaro di proteggere i territori indigeni, di salvaguardare la foresta, i “Guardiani della foresta” i popoli indigeni in questo momento ne stanno pagando il prezzo più alto, con morti e uccisioni che avvengono tutte le settimane, una incapacità che spesso sfocia nella complicità del governo brasiliano, nell’aver promesso ai grandi proprietari terrieri e alle grandi aziende multinazionali di poter sfruttare vaste zone della foresta amazzonica

Invase da accaparratori di terra e taglialegna, le terre indigene di Maranhão sono da tempo teatro di una lotta impari, in cui piccoli gruppi di Indigeni Guardiani scelgono di difendere, spesso con le loro vite, l’integrità dei loro territori.

Paulino e Laércio sono solo le ultime vittime di uno stato che rifiuta di rispondere alla Costituzione federale.

“Ripudiamo e diciamo basta a una vera e propria ondata di violenza quella generata dall’incapacità dello Stato di adempiere minimamente al suo dovere di proteggere questo e tutti i territori indigeni del Brasile, chiediamo l’adozione di misure immediate per prevenire ulteriori conflitti e morti nella regione.” così hanno affermato i rappresentanti di Greenpeace del Brasile, riguardo all’ennesima morte di un indigeno

“Siamo dalla parte e solidarizziamo con i coraggiosi guerrieri Guajajara dell’Arariboia Indigenous Land e i Guardiani della Foresta nel Maranhão e in tutto il Brasile, che continuano a combattere quotidianamente per il diritto all’esistenza.”  hanno continuato i rappresentanti di Greenpeace del Brasile.

Aggiungiamo che questa battaglia per la salvaguardia dei popoli indigeni e della foresta dell’Amazzonia anche se pare lontana, è vicinissima a noi e alle sorti di tutto il nostro pianeta.   Secondo le ultime previsioni riportate in un precedente articolo, proseguendo al ritmo odierno con l’abbattimento di vaste aree forestali amazzoniche, in capo a pochi anni, (chi afferma 2 anni, altri 5, i più ottimisti 10), si ridurrà la foresta amazzonica all’incapacità di auto-produrre sufficienti piogge per il suo stesso mantenimento, venendosi a creare così una specie di punto di non ritorno, ormai molto vicino secondo i dati,  e che una volta oltrepassato, la foresta amazzonica sarebbe destinata a scomparire nel tempo, per trasformarsi in un’area molto più simile ad una savana che a una foresta.

Ciò comprometterebbe pesantemente il ciclo delle piogge, di fatto condannando l’intero pianeta a stravolgimenti climatici e ambientali enormi che cambierebbero il volto stesso del pianeta così per come è adesso.

Si parla quindi nel breve termine di una lotta per la protezione e la salvezza dei popoli indigeni e della foresta dell’Amazzonia, ma nel medio periodo, la loro distruzione significherebbe anche la condanna del mondo, almeno per come lo conosciamo.

 

Per gentile concessione dell'agenzia di stampa internazionale Pressenza

 

Ad Asmae Dachan giornalista e scrittrice italo-siriana, a Vittorio Barbanotti, grande pedalatore milanese per i diritti umani e all’associazione Baobab Experience, paladina dell’accoglienza, il premio Italia Diritti Umani 2019 organizzato dalla Free Lance International Press con la collaborazione di Amnesty Italia, Cittanet e, quest’anno, Il Gremio dei sardi. Menzione Speciale a Stefania Grassi, giornalista, scrittrice esperta di migrazione.

 

La premiazione si è svolta nella prestigiosa sede dell’Unar (Unione Nazionale Associazioni Regionali) ai Parioli, a Roma, in una sala gremita di giornalisti, artisti, attori e non. Moderatore d’eccezione, il presidente del “Gremio dei sardi”, Antonio Masia.

Le motivazioni per i premiati:

 

Asmae Dachan è una giornalista professionista e scrittrice italo-siriana.
Esperta di Medio Oriente, Siria, Islam, dialogo interreligioso, immigrazione e terrorismo internazionale, iscritta all’Ordine dei Giornalisti delle Marche dal 2010, lavora come freelance per diverse testate nazionali e internazionali, tra cui Avvenire, Panorama, The Post Internazionale e Senza Filtro. È responsabile dell’Ufficio Stampa della Fondazione Lavoroperlapersona.È creatrice e autrice del blog Diario di Siria – “Scrivere per riscoprire il valore della vita umana”.Nel novembre 2018 il suo romanzo “Il silenzio del mare” (Castelvecchi editore), dedicato alla tragedia in Siria, è stato finalista al Premio Piersanti Mattarella.

Il 2 giugno 2019 è stata insignita del titolo di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Il 15 luglio 2019 ha ricevuto il premio di Articolo 21 per la libertà di stampa.Fin qui la biografia ufficiale, o meglio una sintesi: abbiamo omesso numerosi altri premi.

Quello che invece va aggiunto è che Asmae è una straordinaria difensora dei diritti umani, che nonostante riceva costanti attacchi e minacce di natura islamofoba e misogina continua a scrivere e a denunciare.
È una delle poche persone in Italia che, in oltre otto anni di conflitto in Siria, non si è mai schierata se non dalla parte delle popolazioni civili vittime dei crimini di guerra, non ha mai taciuto per convenienza. È una esperta vera e rara, oltre che un’attivista molto appassionata. Il premio Diritti umani quest’anno va meritatissimamente a lei.”

Ha letto la motivazione l’attrice Michelle Carpente ed è stata donata una creazione artistica di Monica Melani

----------------------

Vittorio Barbanotti, di Milano, combattente per i diritti umani. Ha scelto lo sport per promuoverli. Da prima con la corsa a piedi poi, con il passare degli anni, essendo intervenuti dei problemi al cuore, con la bicicletta. Nel 2015, con 14 tappe senza alcun giorno di riposo da Milano a Roma, nel 2018, 38 tappe da Milano al Parlamento Europeo, con incontri al Consiglio d'Europa.

nel 2019 oltre 28 tappe, sempre partendo da Milano, per arrivare a Palermo: complessivamente 80 tappe in giro per l'Europa e per l'Italia. Paladino dell’amore, senza assistenza medica, né sanitaria, con la sua bicicletta e lo zaino sulle spalle, in ogni dove, ha mostrato al mondo la bandiera dei diritti umani.Per questi motivi gli viene assegnato il PREMIO ITALIA DIRITTI UMANI 2019”

L’attrice Jennifer Mischiati ha consegnato l’opera della pittrice Gianna Formato

 

 --------------------------------

 

Baobab Experience è un'associazione di cittadine e cittadini, volontari e attivisti che, dal 2015, lotta insieme alle persone migranti per la difesa e il rispetto dei diritti umani e per un'accoglienza più giusta e umana.

Nei campi informali allestiti con mezzi donati dalla cittadinanza, migliaia di donne, uomini e bambini in transito verso altri paesi europei o richiedenti asilo, giunti a Roma dopo viaggi estenuanti e rischiosi, costretti ad aspettare mesi in strada prima di poter accedere alle procedure per l'ottenimento o il rinnovo dei documenti, hanno potuto ricevere cure mediche, cibo, una sistemazione per la notte, assistenza legale, supportati da associazioni mediche e legali, e da una rete di attivisti umanitari nazionali ed europei.

Inoltre, fin dall’inizio della sua esperienza, sono stati organizzati, con la collaborazione di cittadini volontari e degli ospiti di Baobab Experience, corsi di lingua, visite guidate, incontri sportivi e momenti di svago, orientamento allo studio e al lavoro, momenti indispensabili per poter favorire un reale percorso comune verso l’inclusione.

Viene conferito all’Associazione BAOBAB EXPERIENCE il “Premio Italia Diritti Umani 2019”, come riconoscimento per le preziose attività di accoglienza e integrazione portate avanti, spesso in un clima di dolorosa indifferenza e di tangibile ostilità, con coraggioso e determinato spirito di solidarietà e di fratellanza.”

L’opera della pittrice Stefania Pinci è stata consegnata dall’attrice Cecilia Cinardi.

 

 

-------------------------------- 

Menzione speciale a Tiziana Grassi

 

Nata a Taranto, giornalista, laureata in lettere moderne, studiosa di emigrazione-immigrazione e di sociologia della comunicazione, autrice di programmi televisivi, collabora in materia con numerose università e istituzioni nazionali e internazionali. Da anni referente stampa dell'Istituto Nazionale Salute Migrazioni e Povertà, ente pubblico afferente al Ministero della Salute. Autrice e curatrice del primo "Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni Italiane nel Mondo". Cura la pubblicazione, ancora in corso, di un volume sull'accoglienza delle persone migranti che, per il suo messaggio etico e ideale sarà diffusa nelle Scuole e Università, oltre che tra studiosi e operatori sociali. Per questi motivi viene conferita la Menzione Speciale a Tiziana Grassi”

L’attrice Camilla Cuparo le ha consegnato l’opera della pittrice Bernadetta Olla.

 

 

-----------------------------------------------

 

Prima della premiazione ci sono stati i saluti del Presidente della Free Lance International Press, Virgilio Violo, 

 

e a seguire gli interventi di Soumailia Diawara – poeta e scrittore del Mali, che ha parlato dell’ Africa e i diritti umani”.

 

 

 

 

 

Di Antonio Cilli: Cittanet founder, che ha parlato dell’Intelligenza artificiale, algoritmi e camere dell’eco:opportunità e minacce per l’informazione”.

 

 

 

Di Maria Elena Martini – Presidente dell’associazione Arte e Cultura per i Diritti Umani, che ha parlato dei Diritti umani, come riconquistarli” .

 

 Di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia, il cui intervento è stato incentrato su come Risalire dal fondo: per una nuova cultura dei diritti in Italia” .

 

 

Di Stefania Pavone, giornalista freelance per il Fatto Quotidiano e Manifesto, che ha parlato di Antonio Russo: “ Antonio Russo: una vita violenta”

 

 

 

e, da ultimo, Virgilio Dastoli, Presidente del Movimento Europeo Italia, a suo tempo collaboratore di Altiero Spinelli e amico di Antonio Russo, il quale ha segnalato ai presenti l’iniziativa, promossa dal Movimento che presiede, della Carta dei Diritti Europea.

 

 

Alle relazioni hanno fatto seguito il ringraziamento all’attrice Fabiola di Gianfilippo per il contributo dato per la riuscita dell’evento e l’applauditissimo monologo di Ferdinando Maddaloni dal titolo: “Che fai tu luna un ciel, ovvero canto notturno di un astronauta errante sulla terra”

 

 

  

Al termine i saluti di  Roberto Fantini con l’augurio per un Mondo Migliore.

 

 

 

Un ricco buffet (vini offerti offerti dalle aziende A.A. Fontanavecchia (Falanghina 2018 e Aglianico del Taburno 2013), Cantina Roccafiore (Fiordaliso 2018 e Il Roccafiore 2016), Soc. Agricola Ridolfi (Rosso di Montalcino 2017 e Brunello di Montalcino 2014), Az. Agr. Monti Cecubi (Amyclano 2018 e Terrae d’Itrj 2017), Società Agricola Cantine Olivella (Katà 2018 e Vipt 2017), Società Agricola Tenuta Fontana (Alberata 2017 e Civico 28 2016). Degustazione di formaggi doc  grazie alla collaborazione della collega Mariella Valdiserri. Il meraviglioso terrazzo della sede dell’Unar, con vista su Roma, ha fatto da cornice ad una splendida serata.

 

 

 

 

 

              “L’amore, agape, è l’unico che può ripristinare la comunione, quando è spezzata. Quando mi si comanda di amare, mi si comanda di restaurare la comunione, di resistere all’ingiustizia, e di andare incontro ai bisogni dei miei fratelli.”

                                                       Martin Luther King

Rufus Burrows Jr., in apertura del suo pregevole lavoro dedicato a Martin Luther King, è subito perentorio nel voler rigettare la riduzione della figura del celebre pastore battista a quella di un semplice generoso quanto sfortunato attivista sociale, dimostrando (convintamente e convincentemente) come, in lui, pensiero e azione si siano sempre trovati ad interagire in maniera dinamica e contaminante, facendo in modo che il pensiero si formasse e si trasformasse grazie alla prassi, e che la prassi si modellasse e si perfezionasse grazie alla progressiva maturazione e al continuo allargamento delle proprie conoscenze e delle proprie meditazioni.

   “Martin Luther king Jr. - dice Burrow - era un uomo dal pensiero profondamente filosofico, teologico ed etico, che applicava con serietà i suoi principi di vita agli sforzi quotidiani per creare la comunità d’amore (beloved community), ossia il mondo come lo vorrebbe Dio.” (p.11)

Un uomo che, quindi, benché avesse conseguito una cultura teologica di indiscusso spessore, si sentiva “chiamato ad applicare tutto ciò che aveva appreso alla costruzione di una ‘casa mondiale’ (world house) basata sul principio divino che amore e giustizia siano praticati universalmente. In pratica, dunque, era un esperto di etica teologica e sociale con un dottorato in teologia sistematica.” (p.12)

Il libro di Burrow, pensato soprattutto per i non addetti ai lavori, è perfettamente in grado di risultare una risorsa preziosa rivolta agli studenti liceali e universitari desiderosi di entrare in contatto con il pensiero di Martin Luther King, ed è, inoltre, certamente in grado di stimolare efficacemente l’interesse in merito all’eredità attualissima che da esso ci deriva.

Molti sono i suoi pregi:

stile piano, narrazione coinvolgente, efficace capacità di ricostruzione storica, acuta capacità di analisi psicologica, ampio e ben ponderato riferimento alle pubblicazioni e ai discorsi pubblici. Ma, forse, il pregio maggiormente degno di sottolineatura risiede nella sapienza con cui è stata concepita e concretizzata la struttura architettonica del testo, che, prendendo le mosse dalle origini del fenomeno schiavista in America settentrionale, e passando poi attraverso le idee formative derivate dall’ educazione familiare ed ecclesiastica, soffermandosi sulle figure che maggiormente hanno lasciato un segno nel cuore del giovane Martin (come i nonni paterni e materni e i genitori), segue il suo sviluppo culturale e morale, mettendo accuratamente in luce come, in lui, i valori del Discorso della montagna si siano venuti proficuamente a combinare con la scoperta dei principi e delle tecniche gandhiani, fino a renderlo, agli occhi di molti, “il Mahatma Gandhi” della crisi razziale americana.

L’etica della nonviolenza di King - ci spiega con cristallina chiarezza Burrow - si caratterizzò come una fusione creativa di elementi afroamericani, cristiani e indù che includevano profonda fede religiosa, fiducia nell’esistenza di un ordine morale oggettivo e convinzione che l’universo abbia un fondamento morale” (pp.96-7). Un’etica, pertanto, che richiedeva che si affrontasse il male e l’ingiustizia con coraggiosa determinazione, sorretti da uno spirito agapico che mai aspira ad umiliare l’oppressore, mirando, altresì a guadagnare il suo rispetto e la sua amicizia.

Una particolare menzione, infine, merita senza alcun dubbio il capitolo sesto (Il potere e la persuasione della gioventù), incentrato sull’amore e la fiducia che King nutriva per i giovani e sul loro ruolo nel corso del conflitto da Montgomery a Memphis, sottolineando l’entusiasmo e il contributo offerto dagli studenti, dalle scuole elementari fino all’università, a partire dai sit-in per i diritti civili del 1960 e del 1961.

Credo che, in conclusione, l’operazione non facile intrapresa da Burrow possa essere considerata pienamente riuscita, grazie soprattutto alla efficace contestualizzazione e all’esame accurato dei processi di crescita culturale, spirituale ed esperienziale attraversati da King. La sua persona, infatti, riesce ad emergere in tutta la sua complessa e coerente pienezza globale (lontana da banalizzazioni quanto da inutili mitizzazioni), come quella di un’anima libera da ambizioni personali e da egocentrismi fanatici, trovatasi ad abbracciare, passo dopo passo, responsabilità morali e politiche crescenti (su fronti sempre più numerosi e impegnativi: lotta contro il razzismo, lo sfruttamento economico, la povertà, il militarismo, la guerra, le contraddizioni e i colpevoli, complici silenzi delle chiese cristiane) e realizzando, così, un itinerario interiore di grande coraggio, animato da una inarginabile volontà di ubbidienza al proprio daimon socratico, dal desiderio di ascoltare, rispettare e oggettivare gli insegnamenti filosofico-teologici che avevano illuminato il proprio cammino.

La mia speranza - conclude Rufus Burrow Jr. - è che queste riflessioni non specialistiche su Martin Luther King ispirino i lettori a scavare molto più a fondo nello studio del suo pensiero, in particolare dei suoi sermoni, discorsi e interviste. King era davvero un uomo di idee impegnato nell’attivismo sociale come mezzo per creare aperture per l’avvento della comunità d’amore.” (p.189)

RUFUS BURROW JR.

MARTIN LUTHER KING … PER CHI NON HA TEMPO

CLAUDIANA EDITRICE

Sì, l’Amazzonia brucia. Scompaiono ogni giorno centinaia, migliaia di alberi. Immensi territori vengono sottratti alle popolazioni che, in perenne pericolo, vi vivono da epoche lontanissime. Specie vegetali e animali scompaiono per sempre, a volte senza che siano state neppure esaminate e classificate in ambito scientifico.

Oggi un po’ di più, certo. Oggi se ne parla in tutti i tg con toni allarmati ed allarmanti. Ma è storia vecchia. L’uomo bianco, cristiano europeo, ha cominciato a distruggere quel mondo da diversi secoli, dando la precedenza – con cinica strategia militare – all’eliminazione degli esseri umani ritenuti indegni di abitare luoghi stracolmi di ricchezze scioccamente non adeguatamente apprezzate e utilizzate.

E’ una storia vecchia, fatta di mille e mille violenze, soprusi, abusi, crimini di ogni sorta. Ma, non dimentichiamolo, è proprio da tutto questo che è nata la nostra tanto “evoluta civiltà moderna”! Grazie a tutto questo si sono riempite d’oro le nostre banche e le nostre chiese (dagli altari ai soffitti), si sono sviluppati immensi capitali, industrie, eserciti. Che hanno richiesto (e che continuano a richiedere) sempre più ricchezze per poter crescere, crescere e crescere ancora … Per distruggere, per divorare, per seminare, coltivare e mietere morte.

Sì, è storia vecchia. Molto, molto vecchia. Una storia che non fa piacere conoscere, che preferiamo ignorare. Una storia fatta di fiumi di sangue e di fiumi di catene, di cimiteri sterminati di alberi e di popoli, senza lapidi e senza croci. Sono secoli che l’uomo bianco si accanisce sugli altrui continenti, espropriando, schiavizzando, deportando, massacrando, imponendo il proprio dio e i propri preti, le proprie esigenze economiche, i propri calcoli di interesse, i propri indicibili giochi di ambizione e di dominio. Bolsonaro è certamente deprecabile e condannabile per la sua dissennatissima politica. * E certamente merita di essere fermato. Ma Bolsonaro non è altro che l’ennesima creatura-strumento nelle mani di tutto un sistema complesso di economia in cui tutti quanti noi siamo immersi, dal quale scaturisce la nostra (comoda e molto confortevole) condizione di privilegio. Condizione che, nonostante le nostre più o meno accorate lagrime, facciamo una gran fatica a pensare di dover abbandonare.

Tutto appare schiacciante e paralizzante. Ogni tanto, magari, aderiamo a qualche webappello e rabbiosamente firmiamo qualche saggia petizione … Analgesici della coscienza, un po’ come la monetina di elemosina durante la messa domenicale.

         Ma, considerando con un pizzico di rigore logico e onestà morale e intellettuale il dato incontrovertibile secondo cui la maggior parte dei territori disboscati è destinata, direttamente o indirettamente, ad introdurre sempre più vasti allevamenti volti a soddisfare la crescente richiesta di carne per le nostre allegre grigliate e le nostre tavole imbandite, per i nostri hamburger e i nostri hot dog, forse non sarebbe tanto impensabile provare ad operare una coerente scelta di noncollaborazione nei confronti della più grande macchina devastatrice e creatrice di morte prodotta nella storia, rinunciando del tutto alla nostra alimentazione carnea, o, almeno, drasticamente riducendola.

I grandi Maestri di tutte le epoche, dal Buddha a Pitagora, da Tolstoj a Gandhi, ci hanno sempre esortato a non farci assassini dei nostri fratelli minori e a non diventare sepolcri dei loro corpi ridotti a cadaveri. Ce lo dicevano soprattutto per il bene della nostra anima e del nostro corpo, per la purificazione e la salvezza della psiche, e per la purificazione e la salute del sòma.

Ora, abbiamo un motivo ancora più nobile, ancora più urgente e incontestabile:

la sopravvivenza stessa del nostro pianeta …

*http://www.flipnews.org/component/k2/clima-che-cambia-foreste-che-spariscono-diritti-umani-in-pericolo-ma-non-limitiamoci-alla-deprecazione.html

Con l’Unesco un premio alla memoria di Antonio Russo, vice-presidente della Free Lance International Press

 

 Il Presidente dei clubs Unesco Italia, Maria luisa Stringa, e 
il Presidente della Free Lance International Press Virgilio Violo

 

 

 

Si sono ritrovati tutti a Firenze i giornalisti freelance il 4 dicembre scorso ed insieme alla stampa locale e ai media radio-televisivi per ricordare Antonio Russo, il nostro compianto vice presidente, reporter di guerra e coraggioso giornalista freelance caduto in Georgia il 16 ottobre del 2000.




L’occasione è stata la premiazione di cinque bravi giornalisti liberi professionisti che si sono particolarmente distinti nel corso della loro carriera per la loro attività nell’ambito del giornalismo cartaceo, fotografico e radio-televisivo. La premiazione è avvenuta nel corso della giornata di studi organizzata dal Centro Unesco di Firenze e dall’Osservatorio Internazionale dei giovani Unesco con la collaborazione della Free Lance International Press e l’Assessorato alla Cultura del Comune di Firenze per celebrare il 55°Anniversario della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo.
Sono passati 55 anni dalla Dichiarazione Universale dei diritti umani e, considerando anche i recenti conflitti dall’Afghanistan all’Iraq, nessuno tra i

 
 L'attrice Antonella Ponziani

paesi firmatari può dire di averla onorata.


“Tutti gli  esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti” recita l’articolo 1 della Dichiarazione Universale dei diritti umani del 1948. Ma è davvero così? Gli uomini, visti i fatti, non  agiscono “gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”. Troppe le vittime innocenti e neanche l’alternarsi di dittatori e governi possono essere considerati degli “effetti collaterali”. 
Era il 10 dicembre 1948, poco dopo la fine della guerra mondiale, quando è stata scritta la solenne Dichiarazione Universale dei diritti umani,  per promuovere il diritto di ciascuno di noi allo “stare insieme” e perché l’orrendo massacro della guerra non avesse a più ripetersi.
Nel preambolo, l’Assemblea generale dell’Onu considerava il riconoscimento dei diritti umani, uguali e inalienabili per tutti gli uomini, come il “fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo”.
A 55 anni da quelle solenni promesse, firmate da tutti i paesi delle Nazioni Unite ed oggi, violentemente calpestate, siamo arrivati ad un punto critico. “Dobbiamo

ricostruire i rapporti tra gli uomini sulla giustizia e sulla solidarietà e praticare la Dichiarazione universale come unico antidoto per vincere la guerra” ha ricordato la Presidente del Centro Unesco di Firenze e Presidente dei clubs Unesco d’Italia, Maria Luisa Stringa, nel sottolineare l’impegno di tutti gli operatori, medici, volontari, giornalisti compresi, nei teatri del disagio e dei conflitti armati.
I giornalisti e la guerra hanno ormai destini indissolubilmente legati.  Ma come raccontano i fatti? Quale ruolo hanno “dentro la guerra”?  I reporter di guerra sono gli spettatori “esperti” che riferiscono quanto vedono e strumenti “consapevoli” di propaganda e consenso. Sono anche gli “impotenti” amplificatori di comunicati  e immagini diffusi dagli alti comandi militari e critici interpreti di eventi spaventosi dietro cui si nascondono giganteschi interessi. Sono i narratori di tragedie umane “dentro la guerra, ” un generale crollo di ogni forma di umana pietà. E’ questo che raccontano i giornalisti in guerra, e rischiano la vita ogni giorno per farlo, per testimoniare la realtà dei fatti.


I giornalisti premiati a Firenze, sono un grande contributo al giornalismo freelance, ed esempi di quel  professionismo coraggioso che tanto aveva rappresentato Antonio Russo prima di essere

barbaramente ucciso in Georgia dalle mani sconosciute di un commando.

 
 Giorgio Fornoni


Il premio al giornalismo video è andato a Giorgio Fornoni,  giornalista freelance di Report - noto programma di inchieste in onda su Raitre – da anni in prima linea nelle zone più disastrate del mondo per fare reportage dall’alto significato sociale ed umano. 

 
 Lucia Vastano

Il premio al giornalismo scritto è stato consegnato a Lucia Vastano, giornalista freelance che ha collaborato con Associated Press, Corriere d’Informazione, Boston Globe, e che da 20 anni va in giro per il mondo per raccontare le “grandi guerre” in presa diretta e le “piccole guerre” di casa nostra, in cui le violazioni dei diritti umani ci richiedono risposte sempre più urgenti.

Particolarmente significativo il premio giornalismo radiofonico a Nancy Roc - reporter haitiana – come riconoscimento per il programma “Metropolis”, in prima linea per la tenace difesa della libertà dei media indipendenti, in onda su Radio Metropole ad Haiti e di cui Nancy Roc è ideatrice e conduttrice. Secondo l’Institute International de la Presse, Haiti è uno dei paesi al mondo in cui la situazione della stampa è più critica. I giornalisti sono minacciati di morte e aggrediti dai sostenitori di un governo autoritario e violento che incita ad applicare la formula “tolleranza zero” per impedire una corretta informazione. E le ultime notizie pervenuteci dall’ambasciata italiana non sono confortanti sulla sorte della giornalista, che è ancora viva ma in situazione di estremo pericolo.

Per il premio al giornalismo fotografico, è stata la volta di Roberto Dotti   fotografo freelance, che attraverso il giornalismo d’immagine,  racconta le tragedie del mondo contemporaneo e dedito agli studi delle religioni e filosofie orientali, fin dall’età giovanile, fotografa le tragedie immani dei popoli  più vessati di questo pianeta, dal Kossovo, all’Afghanistan al Kurdistan.

 Nella sezione editoria è stata premiata,  Lidia Castellani, giornalista di politica e scrittrice, per il suo libro “Mamma senza paracadute”- Salani

 
 Roberto Dotti

editore.  Diversamente dagli scenari apocalittici  prefigurati a volte dai media di città popolate da anziani, nel suo libro, Lidia Castellani, riflette con intelligenza e sensibilità e con toni drammaticamente ironici sull’evoluzione di una donna in carriera, che

 
 Lidia Castellani

sceglie di dedicarsi alla figlia appena nata, trovando una realizzazione inaspettata in un ruolo spesso poco valorizzato e mal interpretato dalla comunicazione.

Particolarmente atteso il premio speciale al premio Nobel per la pace, Ikeda per il suo costante impegno nella promozione dei diritti umani e dei valori della pace, contro guerre, differenze sociali e morte. Non potendo essere presente il premio è stato ritirato dal rappresentante della Soka Gakkai, movimento per i diritti umani e per la pace di cui Ikeda ne è il Presidente.

Insieme ad Emergency, sono intervenute alla premiazione, Amnesty International, Peace Link, la Croce Rossa Italiana e l’Associazione internazionale dei critici letterari per testimoniare l’impegno che queste associazioni hanno nei teatri di guerra e nella promozione della pace e della difesa dei diritti umani.

Questo è l’appello finale dell’Unesco: ”La comunicazione dei diritti umani e il diritto all’identità culturale”. E questo deve essere il primo dei compiti da scrivere nella nostra agenda, al primo gennaio 2004, e riuscirci è davvero nelle nostre mani. Basta guerra, basta morti, basta vittime.

 

© 2022 FlipNews All Rights Reserved