L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Human Rights (172)

Roberto Fantini
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                       Ci sono vicende di fronte alle quali è difficile riuscire a trovare, dentro di sé, un punto di compromesso, una sorta di equilibrio fra ironica amarezza, senso di desolante sconcerto, gioiosa euforia …

Quella di Clifford Williams e di suo nipote Nathan Myers è sicuramente una di queste.

I due, accusati ingiustamente di aver ucciso una donna in Florida nel 1976, dopo per aver passato ben 43 anni in carcere, hanno ricevuto un cospicuo indennizzo in denaro: il primo (condannato a morte) di 2.150.000 dollari; il secondo (condannato all’ergastolo) di 2.000.000 di dollari.

La relativamente positiva conclusione di una storia tanto orribile è stata resa possibile dalla recente indagine portata avanti dal Conviction Integrity Unit, un nuovo organo giudiziario destinato a riesaminare casi giudiziari presentanti dubbi di un qualche rilievo. Dal rapporto è risultato che nessuna prova fisica era in grado di autorizzare una correlazione fra Williams o Myers e la sparatoria che originò la morte di Jeanette Williams (omonima ma non parente di Clifford). Inoltre, risultò che un altro uomo, tale Nathaniel Lawson, a suo tempo, aveva riferito a diverse persone di essere stato lui l’unico l’autore del crimine.

Dall’inchiesta è anche emerso che la polizia, in un fascicolo del 1976, aveva scritto di aver appreso della presenza di Nathaniel Lawson sulla scena del delitto nel momento in cui il delitto fu commesso.

   Il risultato finale è stato quindi inequivocabile, tanto che ha permesso a Shelley Thibodeau, direttrice del sopramenzionato organo giudiziario, di asserire, in maniera lapidaria, che

"l’insieme di tutte le prove, la maggior parte delle quali non vennero viste né sentite dalla giuria, toglie ogni credibilità alle condanne e alla colpevolezza degli accusati.”

                     Intanto, però, a congelare (e a congedare) subito quel pizzico di soddisfazione derivante da una simile paradossale vicenda, ha provveduto una decisione oltremodo dolorosa:

le esecuzioni capitali nella giurisdizione federale degli Stati Uniti, sospese dal 2003, sono state riprese.

E’ stato infatti ucciso, attraverso iniezione letale, dopo un momentaneo rinvio, Daniel Lee, suprematista bianco accusato nel 1999 della morte di una coppia e della loro figlioletta di 8 anni.

Nei prossimi giorni, dovrebbe essere il turno di Wesley Purkey, Alfred Bourgeois e Dustin Honken.

Da notare che Wesley Purkey, affetto dal morbo di Alzheimer, è ora ritenuto del tutto demente.

                     “La decisione dell’amministrazione Trump di riavviare le esecuzioni federali dopo una pausa di 16 anni è scandalosa. È l’ultima indicazione del disprezzo di questa amministrazione per i diritti umani“. Così, già la scorsa estate si era espressa Margaret Huang, direttrice esecutiva di Amnesty International Usa.

 
 Daniel Lee

C’è da sottolineare, tra l’altro, che la scelta dell’amministrazione Trump appare in contrasto con le crescenti moratorie sulla pena di morte adottate da vari Stati negli ultimi dieci anni: da un lato per le controverse iniezioni letali, accusate di causare eccessiva sofferenza, dall’altro per la carenza delle sostanze da usare, perché le grandi case farmaceutiche rifiutano di fornirle nel timore di essere associate ad una prassi che molti considerano inumana e incivile.

                   “L’uso della pena di morte - ha aggiunto poi la Huang - non è in linea con le tendenze nazionali e internazionali. Ventuno stati negli Stati Uniti e oltre la metà dei paesi del mondo hanno già stabilito che la pena di morte non rispetta i diritti umani e non ha posto nelle loro leggi”.

        

                 "Non posso descrivere il tipo di dolore che provi quando vedi il tuo fratellone, quello a cui ti sei ispirato per tutta la vita intera morire, morire chiedendo della mamma. Si è rivolto ai poliziotti chiamandoli 'signore' - ha continuato Floyd - ha avuto un atteggiamento mite, non ha reagito. All'uomo che gli ha tolto la vita, che lo ha soffocato per otto minuti e 46 secondi lui ha continuato a rivolgersi chiamandolo 'signore' e a supplicarlo".

                                                                                   Philonise Floyd (fratello di George)

                   In merito al brutale omicidio di George Floyd a Minneapolis, nell’ormai lontano 25 maggio, è emerso con indiscutibile chiarezza che non si è trattato di una tragedia isolata, bensì di uno degli ultimi casi di una lunga serie di atti di violenza di stampo razzista ai danni, in particolar modo, dei neri statunitensi e delle persone di origini ispaniche. Basti pensare, infatti, solo per fare qualche esempio di cronaca, all’uccisione di Ahmaud Arbery, uscito a fare jogging, a quella di Breonna Taylor, che dormiva nel suo appartamento allorquando la polizia ha aperto il fuoco, a quella (nello scorso aprile) del ventisettenne di origini ispaniche Carlos Ingram Lopez, o a quella recentissima (18 giugno) della guardia giurata di origine salvadoregna Andres Guardado di 18 anni.

Negli Stati Uniti, la polizia commette violazioni dei diritti umani a un ritmo estremamente insistente, soprattutto nei confronti delle minoranze, in particolare contro i neri afro-americani. Gli elementi oggettivi a disposizione sono oltremodo impressionanti:

sia nel corso del 2018 che nel corso del 2019, circa 1.000 persone sono state uccise a seguito dell’utilizzo di armi da fuoco da parte degli agenti.

Secondo i dati disponibili, gli afroamericani risultano colpiti dall’uso di forza letale da parte della polizia in maniera sproporzionata: sebbene costituiscano solo il 13 per cento della popolazione, rappresentano il 23 per cento delle vittime di queste uccisioni.

Una ricerca condotta da Amnesty International sulle leggi applicate a livello statale (laddove queste esistono) riguardo all’uso della forza letale da parte degli agenti delle forze di sicurezza, ha rilevato che nessuna di queste rispettava il diritto e gli standard internazionali relative all’uso della forza letale, secondo cui questa dovrebbe essere considerata solo come risorsa estrema, di fronte a una minaccia imminente di morte o ferimento grave.

Inoltre, dal 26 maggio al 5 giugno, i ricercatori di Amnesty International hanno identificato 125 casi in 40 stati degli Usa e nel Distretto federale di Columbia in cui è stata usata forza illegale nei confronti di manifestanti pacifici, giornalisti e persone che si limitavano a osservare.

Il Crisis Evidence Lab di Amnesty International ha raccolto quasi 500 video e fotografie delle proteste attraverso le piattaforme dei social media. Questo materiale è stato verificato, geolocalizzato e analizzato da esperti in armi, in tattiche di polizia e nelle norme vigenti negli Usa e a livello internazionale sull’uso della forza.

In una nota ufficiale, Brian Castner, alto consulente di Amnesty International su armi e operazioni militari, ha dichiarato:

               “La nostra analisi è chiara: quando gli attivisti e i sostenitori del movimento Black lives matter sono scesi in strada per manifestare pacificamente, hanno per lo più incontrato una risposta di tipo militare e subito violenze da parte proprio di quella polizia di cui chiedevano la fine dell’attitudine razzista“,.

L’uso illegale della forza, comprendente pestaggi, uso improprio di gas lacrimogeni e spray al peperoncino, impiego inappropriato di proiettili di gomma e granate a spugna, chiama in causa le forze di polizia locali e statali, le agenzie federali e la Guardia nazionale.

Ha poi aggiunto Castner che

                     “Il tempo per applicare un cerotto sulle ferite e chiedere scusa per poche ‘mele marce’ è finito. Ora occorre una riforma profonda e sistemica delle forze di polizia che ponga termine all’uso eccessivo della forza e alle esecuzioni extragiudiziali dei neri negli Usa. Queste comunità non possono più vivere nel terrore di essere colpite proprio da coloro che hanno giurato di proteggerle. I responsabili dell’uso eccessivo della forza e delle uccisioni illegali devono essere chiamati a rispondere”.

   In alcuni casi, i ricercatori di Amnesty International hanno anche avuto modo di intervistare vittime e funzionari dei dipartimenti locali di polizia, che hanno confermato le condotte illegali degli agenti.

La mappa interattiva di Amnesty International ha evidenziato violazioni dei diritti umani da parte delle forze di polizia nell’80 per cento degli stati degli Usa.

Infatti, le forze di polizia si sono rese responsabili di violazioni dei diritti umani non solo nelle grandi città come Minneapolis, Philadelphia e Washington, ma anche in piccoli centri come Louisville in Kentucky, Murfreesboro in Tennessee, Sioux Falls in South Dakota e Albuquerque in New Mexico. A Fort Wayne, in Indiana, ad esempio, un giornalista ha perso un occhio a causa di una granata contenente gas lacrimogeno.

Dal punto di vista giuridico, l’uso eccessivo della forza nei confronti di manifestanti pacifici viola sia la Costituzione degli Usa che il diritto internazionale dei diritti umani.

Le forze di polizia, che hanno, a ogni livello, il dovere di rispettare, proteggere e favorire lo svolgimento di manifestazioni pacifiche, di fronte a episodi di violenza, invece di reagire esclusivamente nei confronti dei responsabili, hanno fatto uso di forza sproporzionata e indiscriminata contro intere proteste, senza operare alcuna distinzione tra chi stesse minacciando realmente la vita di altri (circostanza nella quale l’uso della forza sarebbe stato legittimo) e chi stesse manifestando del tutto pacificamente.

Comunque, in seguito al diffondersi e all’intensificarsi delle proteste, non sono mancati, fortunatamente, concreti segnali di carattere positivo:

-         alcuni dipartimenti di polizia locali e di stato hanno avviato riforme parziali, come la sospensione dell’uso di alcune munizioni per il controllo della folla, come i gas lacrimogeni;

-         a Minneapolis il Consiglio locale ha votato a maggioranza per lo smantellamento delle forze di polizia e il rafforzamento di istituzioni dedicate a proteggere in modo efficace la sicurezza pubblica.

Ciò nonostante, Amnesty International ritiene indispensabile e non più procrastinabile  una riforma concreta e duratura delle forze di polizia in tutti gli Usa, che dovrebbe comprendere:

  • la fine delle esecuzioni extragiudiziali  da parte delle forze di polizia e l’assunzione di responsabilità per le loro morti attraverso indagini indipendenti, approfondite e imparziali che assicurino tra l’altro riparazione per le vittime e i sopravvissuti;
  • la garanzia che le manifestazioni pacifiche possano svolgersi senza violenza da parte delle forze di polizia e senza che manifestanti, giornalisti o semplici osservatori siano presi di mira;
  • l’approvazione di leggi federali, tra cui il PEACE Act, e di norme statali che limitino l’uso della forza da parte della polizia alle circostanze in cui essa sia strettamente necessaria e proporzionata alla minaccia in atto;
  • l’abolizione della dottrina giuridica della cosiddetta “immunità speciale“, un’ esimente che presuppone il comportamento in buona fede di un agente di polizia garantendogli pertanto una speciale protezione giurisdizionale;
  • l’approvazione di una legge federale per la smilitarizzazione delle forze di polizia.

             In conclusione, si potrebbe constatare come, nelle scorse settimane, siano state davvero numerose le riflessioni e le concrete prese di posizione in merito alla vicenda di George Floyd e dei volti efferati del fenomeno razzista negli USA ancora perduranti a più di mezzo secolo dall’assassinio di Martin Luther King, il quale continuamente ci ricordava che

           Va oltre ogni immaginazione pensare quante vite potremmo trasformare se dovessimo cessare di uccidere.”

Molto efficace, fra le tante parole di dolore e di analisi intelligente che sono state pronunciate, quanto scritto dalla giovane filosofa Marie Moise.

                               “Il corpo di Floyd, nel momento in cui è percepito come nero è già pericoloso, già da disarmare, già aggredibile per diritto. E ogni gesto di autodifesa del Nero, non può che essere percepito come riprova della sua natura violenta e aggressiva, da cui «legittimamente» difendersi. Ogni suo appello alla vita è inascoltato per definizione – Floyd non respirava, ma il poliziotto non si è preoccupato nemmeno per un attimo che potesse davvero morire – perché dai tempi della schiavitù la vita – e la morte – del Nero dura solo fino a che non può essere rimpiazzata con la successiva. È in particolare il corpo del nero uomo che ricade in questo schema percettivo, quello di una maschilità bruta e bestiale, antitetica all’unica riconosciuta, ovvero quella che crea l’associazione immediata tra maschio bianco e essere umano e che fa del nero un non-maschio e quindi non-umano.”

(http://www.osservatoriorepressione.info/diritto-respirare-nel-nome-george-floyd/)

di Luca Scantamburlo 

COMMENTO PERSONALE da non addetto ai lavori

Al secondo comma dell'art.32 Cost. la riserva di legge non solo é assoluta, ma pure é rinforzata: deve sempre essere garantita dal Legislatore, la dignità, il "rispetto della persona umana", nell'eventualità la legge disponga un trattamento sanitario obbligatorio. E ci deve essere una consultazione e vaglio parlamentare. Necessariamente.

Ecco perché la riserva assoluta in Costituzione, ed anche rinforzata, non ammette in tal caso che un provvedimento di ordinanza extra ordinem, imponga un trattamento sanitario obbligatorio non previsto dalla legge.

Figuriamoci poi una circolare ministeriale, semplice atto amministrativo di comunicazione fra Ministero e dirigenti /uffici .

E men che mai un DPCM, norma sublegislativa che non e' un atto avente forza di legge, ma appunto una ordinanza extra ordinem.

Oppure una ordinanza regionale, che voglia imporre un tampone alla popolazione : non lo può fare, può solo invitare e raccomandare. Non imporre un trattamento sanitario obbligatorio.

Per via della riserva di legge, assoluta (e pure rinforzata nello specifico).

Luca Scantamburlo
15 giugno 2020

P.S. per approfondimenti rivolgersi ad un giurista ferrato in diritto costituzionale

P.P.S. alcune ordinanze regionali, recenti, come una di quelle emanate in Sicilia ad esempio, erano e sono ILLEGITTIME, per via della violazione della riserva di legge legata a libertà e diritti civili, che sono stati conculcati senza rispettare la riserva.

Inclusi diversi DPCM, in palese violazione della riserva di legge, a causa della delega in bianco che il Parlamento ha concesso al Governo, in fase conversione dei decreti legge di febbraio e marzo 2020, poi convertiti (ma senza circoscrivere il potere dell'Esecutivo, che e' divenuto arbitrario)


♦️ Cosa è la riserva di legge, ottimo video tutorial esplicativo:

? https://youtu.be/GhddEDoAWBU

                             

   “Siamo umani che vogliono la stessa cosa che ogni altro umano vuole: un posto sicuro in cui vivere su questo pianeta che chiamiamo casa. Quindi sebbene il nostro lavoro deve continuare ad essere imparziale e oggettivo, vogliamo far sentire sempre le nostre voci, aggiungendo il chiaro messaggio che il cambiamento climatico è reale, che il responsabile è l’uomo, che gli impatti sono gravi e che dobbiamo agire ora“.

                                      Katharine Hayhoe – Scienziata del clima

                                 “Il cambiamento climatico è una questione di diritti umani non solo perché i suoi impatti devastanti incidono sul godimento dei diritti umani, ma anche perché è un fenomeno creato dall’uomo che può essere mitigato dai governi“. 

                                       Kumi Naidoo, Segretario Generale di Amnesty International

 

 

 

                               Giorno dopo giorno, ci ritroviamo ad essere sempre più consapevoli di come il destino dei diritti umani sia fortemente collegato a quello dei cambiamenti climatici. Questi, infatti, minacciano gravemente la nostra stessa esistenza, arrecando effetti assai preoccupanti sui nostri diritti alla vita, alla salute, al cibo, all’acqua, all’alloggio e ai mezzi di sussistenza.


In merito alla sorte del nostro pianeta, sempre più ammalato e in serio pericolo di vita, un input cristallinamente perentorio scaturì dal Rapporto speciale del gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (IPCC), dell’ormai lontano ottobre 2018:è assolutamente necessario 
limitare il riscaldamento globale al di sotto di 1,5 °C, cosa che dovrebbe necessariamente implicare la riduzione del 45% delle emissioni di gas serra entro il 2030, rispetto ai livelli del 2010.

Ma, al contempo, dallo stesso rapporto è possibile evincere chiaramente l’inadeguatezza degli attuali impegni  assunti a livello politico internazionale.

A soffrire per le conseguenze catastrofiche causate dai cambiamenti climatici sono già milioni di persone: dalla prolungata siccità nell’Africa sub-sahariana alle devastanti tempeste tropicali che attraversano il Sud-est asiatico, i Caraibi e il Pacifico. Durante la scorsa estate, in particolare, le popolazioni dell’emisfero settentrionale – dal circolo polare artico alla Grecia, dal Giappone al Pakistan e agli Stati Uniti – hanno vissuto devastanti ondate di calore e incendi che hanno provocato la morte di centinaia di persone.

E, nel corso dei prossimi anni, gli effetti dell’umana, dissennata guerra contro il pianeta che ci ha generato potrebbero continuare a crescere e ad aggravarsi, producendo grossi disagi per le generazioni attuali e future. Tale incapacità dei governi di agire sul cambiamento climatico  potrebbe rivelarsi come la più grande violazione intergenerazionale dei diritti umani nella storia.

Secondo il 97% degli scienziati climatici, il riscaldamento globale è in gran parte causato dall’uomo. Uno dei maggiori responsabili è di gran lunga l’utilizzo di combustibili fossili, come carbone, gas e petrolio, che ha aumentato la concentrazione di gas serra nella nostra atmosfera. Questo, insieme ad altre attività, come la deforestazione in vista soprattutto degli allevamenti intensivi, sta facendo aumentare la temperatura media del nostro pianeta.

Gli scienziati sono certi della correlazione diretta tra i gas serra e il riscaldamento globale, conclusione a cui, tra l’altro, si era pervenuti già da tempo: gli avvertimenti sul riscaldamento globale hanno iniziato a fare notizia alla fine degli anni ’80, ma - come dicevamo poc’anzi - l’urgente necessità di affrontare i cambiamenti climatici è diventata ancora più chiara dopo la pubblicazione del Rapporto del gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC) che ha potuto dare al mondo un preciso termine per evitare la catastrofe:

le emissioni di gas serra devono essere dimezzate dai loro livelli del 2010 entro il 2030, per evitare di raggiungere 1,5°C.

Il cambiamento climatico continuerà, purtroppo, a nuocere a tutti noi, a meno che i governi non prendano provvedimenti immediati. Tuttavia, è probabile che i suoi effetti saranno molto più devastanti per alcune comunità, in particolare quelle dipendenti da mezzi di sussistenza agricoli o costieri, nonché quelle che risultano essere generalmente già vulnerabili e soggette a discriminazione.

E, assai prevedibilmente, i cambiamenti climatici finiranno per esasperare una serie di disparità già esistenti.

-          Tra paesi sviluppati e in via di sviluppo:

a livello nazionale, coloro che vivono in piccole isole e in paesi meno sviluppati saranno e sono già tra quelli più colpiti. L’ondata di caldo del 2018 nell’emisfero settentrionale, ad esempio, ha provocato, in Pakistan, la morte di più di 60 persone, prevalentemente operai che lavoravano in condizioni di caldo intenso, con temperature sopra i 44°C.

-          Tra etnie e classi:

gli effetti dei cambiamenti climatici e dell’inquinamento legati ai combustibili fossili variano anche in base all’etnia e alle classi sociali di appartenenza. In Nord America, ad esempio, sono le comunità di colore, in gran parte più povere, ad essere costrette a respirare aria tossica perché i loro quartieri hanno maggiori probabilità di essere situati accanto a centrali elettriche e raffinerie, con tassi notevolmente più alti di malattie respiratorie e tumori.

-          Tra i sessi:

le donne sono colpite in modo particolare dai cambiamenti climatici perché in molti paesi sono più soggette ad essere emarginate e svantaggiate, quindi più vulnerabili agli impatti degli eventi climatici.

-          Tra comunità:

popoli nativi sono tra le comunità più colpite dai cambiamenti climatici. Vivono spesso in terre marginali e in ecosistemi fragili, aree particolarmente sensibili alle variazioni del clima. Ovviamente, più i governi aspetteranno ad intraprendere azioni significative e concrete, più difficile diventerà il problema da risolvere e maggiore sarà il rischio che le emissioni vengano ridotte attraverso mezzi destinati ad aumentare le disuguaglianze anziché ridurle.

             Questi, poi, sono alcuni dei modi, individuati da una recente analisi di Amnesty International, in cui è possibile prevedere che il cambiamento climatico andrà drammaticamente a rovesciarsi sui diritti umani:

  • Diritto alla vita – Tutti abbiamo il diritto alla vita e a vivere in libertà e sicurezza, ma i cambiamenti climatici minacciano la sicurezza di miliardi di persone su questo pianeta. L’esempio più ovvio è rappresentato da eventi meteorologici estremi, come tempeste, inondazioni e incendi. Il tifone Yolanda nelle Filippine ha causato la morte di quasi 10.000 persone nel 2013. Lo stress da calore è tra gli impatti più mortali. L’ondata di caldo estivo in Europa nel 2003 ha provocato la morte di 35.000 persone. Tuttavia, ci sono molti altri modi meno visibili in cui i cambiamenti climatici minacciano la vita. L’Organizzazione mondiale della sanità prevede che i cambiamenti climatici causeranno 250.000 morti all’anno tra il 2030 e il 2050, a causa di malaria, malnutrizione, diarrea e stress da calore.

  • Diritto alla salute – Tutti abbiamo il diritto di godere di un alto livello di salute fisica e mentale. Secondo l’IPCC, i maggiori impatti dei cambiamenti climatici sulla salute includeranno un maggior rischio di lesioni, malattie e morte a causa di ondate di calore e incendi più intensi; un aumento del rischio di malnutrizione a causa della riduzione della produzione alimentare nelle regioni povere; e l’aumento dei rischi di malattie trasmesse da cibo e acqua. I bambini esposti a eventi come catastrofi naturali, esacerbati dai cambiamenti climatici, potrebbero soffrire di disturbi post traumatici da stress.

  • Diritto all’alloggio – Tutti abbiamo diritto a un livello di vita adeguato, incluso un alloggio. Tuttavia, i cambiamenti climatici minacciano il nostro diritto all’abitazione in vari modi. Eventi meteorologici estremi come inondazioni e incendi stanno già distruggendo le case delle persone. Le siccità, le erosioni e le inondazioni possono cambiare nel tempo l’ambiente e l’innalzamento del livello del mare minaccia le case di milioni di persone in tutto il mondo.

  • Diritto all’acqua e a servizi igienico-sanitari – Tutti abbiamo il diritto all’acqua potabile per uso personale e domestico e a servizi igienico-sanitari che assicurino la nostra salute. Ma una combinazione di fattori (come lo scioglimento della neve e del ghiaccio, la riduzione delle precipitazioni, le temperature più elevate e l’innalzamento del livello del mare) mostrano come i cambiamenti climatici stanno influenzando e continueranno a influenzare la qualità e la quantità delle risorse idriche. Già oltre un miliardo di persone non ha accesso all’acqua potabile e il cambiamento climatico peggiorerà le cose. Eventi meteorologici estremi – come cicloni e alluvioni – influenzano le infrastrutture idriche e igieniche, lasciando dietro di sé acque contaminate e contribuendo così alla diffusione di malattie trasmesse dall’acqua. Anche i sistemi fognari, specialmente nelle aree urbane, saranno a rischio.

Gli stati hanno l’obbligo di cercare di mitigare gli effetti dannosi dei cambiamenti climatici, adottando le misure più drastiche per prevenire o ridurre le emissioni di gas serra nel più breve tempo possibile. Gli stati ricchi dovrebbero aprirsi, sia internamente che attraverso la cooperazione internazionale, a tutti i paesi, prendendo tutte le misure ragionevoli per ridurre le emissioni nella misura massima delle loro capacità.

Tutti gli stati, indipendentemente dal fatto che siano più o meno responsabili di tali effetti, dovrebbero adottare tutte le misure necessarie per aiutare tutti i cittadini all’interno della propria giurisdizione ad adattarsi agli effetti dei cambiamenti climatici, riducendo al minimo l’impatto dei cambiamenti climatici sui loro diritti umani.

Nei loro sforzi per fronteggiare il cambiamento climatico, inoltre, dovranno evitare di fare ricorso a misure che violano direttamente o indirettamente i diritti umani.

Ad esempio, le aree protette o i progetti di energia rinnovabile non dovranno essere creati nelle terre dei popoli indigeni senza consultarli e ottenere il loro consenso.

Gli stati dovrebbero, poi, rispettare e garantire il diritto all’informazione e alla partecipazione di tutte le persone colpite.

Anche le aziende hanno il dovere di rispettare i diritti umani. Per far fronte a questa responsabilità, esse dovrebbero valutare i potenziali effetti delle loro attività sui diritti umani e mettere in atto misure per prevenire gli impatti negativi. Dovrebbero, inoltre,  rendere pubblici tali risultati e qualsiasi misura di prevenzione, nonché adottare misure per porre rimedio alle violazioni dei diritti umani che esse provocano o alle quali contribuiscono, da sole o in cooperazione con altri attori.

Le aziende, e, in particolare, le società produttrici di combustibili fossili, dovranno anche attuare immediatamente misure per ridurre al minimo le emissioni di gas serra – anche spostando la loro attenzione verso le energie rinnovabili – e rendere pubbliche le informazioni pertinenti sulle loro emissioni.

Le aziende di combustibili fossili sono state storicamente le maggiori responsabili dei cambiamenti climatici – ed è così ancora oggi. La ricerca mostra che 100 aziende produttrici di combustibili fossili sono, da sole, responsabili del 71% delle emissioni globali di gas serra dal 1988.

Vi sono prove sempre più evidenti che le principali società di combustibili fossili conoscono da decenni gli effetti dannosi della combustione di combustibili fossili e hanno tentato di sopprimere tali informazioni e bloccare gli sforzi per affrontare i cambiamenti climatici.

Per concludere: uno scenario senza speranza?

Direi proprio di no. Possediamo, infatti, le conoscenze, il potere e la capacità di fermare il cambiamento climatico. Molte persone stanno già ammirevolmente ed intelligentemente lavorando a soluzioni creative, stimolanti e innovative per affrontarlo, dai cittadini alle aziende alle città. Ci sono persone in tutto il mondo che lavorano attivamente su politiche, campagne e soluzioni che potranno proteggere le persone e il pianeta.

E i popoli nativi, che hanno sviluppato per millenni modi di vivere sostenibili con l’ambiente, percependolo e rispettandolo come “casa comune”, potrebbero, in questa sfida epocale, costituire un prezioso modello di riferimento, fonte di immensi insegnamenti.

Possiamo certamente imparare molto da loro e beneficiare delle loro pratiche ed esperienze per trovare un modo diverso di vivere il nostro pianeta. Stando ben attenti a non dimenticare che, come recita un proverbio Sioux,

                   “Gli alberi sono le colonne del mondo, quando gli ultimi alberi saranno stati tagliati, il cielo cadrà sopra di noi.”

FONTI:

https://www.amnesty.it/campagne/cambiamenti-climatici-e-diritti-umani/

https://ipccitalia.cmcc.it/ipcc-special-report-global-warming-of-1-5-c/

https://www.rinnovabili.it/ambiente/cambiamenti-climatici/                                                          

https://www.wwf.it/il_pianeta/cambiamenti_climatici/

 
 
 

 

             Secondo l’UNICEF, nel mondo sarebbero almeno 125 milioni le donne e le ragazze che sono state fatte oggetto di mutilazioni genitali (MGF), mentre secondo la World Health Organisation (WHO) si tratterebbe addirittura di ben 200 milioni. E, benché negli ultimi tre decenni sia stato registrato un calo complessivo della pratica, sulla base degli attuali trend demografici è possibile calcolare che ogni anno altri 3 milioni di bambine al di sotto dei quindici anni potrebbero essere aggiunti a queste statistiche. 

Le MGF sono tuttora praticate soprattutto in 30 paesi africani e in alcuni paesi del Medio Oriente (Yemen, Emirati Arabi), ma praticate anche in alcune comunità dell’Asia, dell’America Latina e degli Stati arabi. Vanno inoltre considerate a rischio anche le ragazze che vivono in comunità di emigrati sparse per il mondo. In Europa, ad esempio, si stima la presenza di ben 500.000 vittime.

E’ soltanto a partire dagli anni ’90 che la comunità internazionale ha cominciato a riconoscere le mutilazioni genitali femminili come una grave violazione dei diritti delle donne e delle bambine. Nella Dichiarazione sulla violenza contro le donne del 1993, infatti, le MGF vennero dichiarate una forma di violenza nei confronti della donna e, nel 1994, la collaborazione tra le agenzie dell’ONU e le ONG condusse al varo di un Piano di azione per eliminare le pratiche tradizionali pregiudizievoli per la salute della donna e delle bambine, intenzione poi riaffermata con la Conferenza di Pechino nel 1995. Le mutilazioni sono anche vietate dall’art.21 della Carta Africana sui diritti e il benessere del fanciullo e, fatto fondamentale, sono state messe al bando a livello globale con la risoluzione della 67° Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 20 dicembre 2012.

Va detto, poi, che l’Unione Europea ha adottato, nel 2012 e 2014, due importanti Risoluzioni a favore della lotta contro le MGF, ed anche l’Italia ha segnato alcune tappe significative per la prevenzione e il contrasto alle mutilazioni, quali la legge 7/2006, e la legge 119 del 2013 contro il femminicidio e l’Intesa siglata tra Stato e Regioni nel dicembre 2012.

Purtroppo, però, nonostante questi importanti atti di carattere legislativo, questa orribile violazione dei più elementari diritti umani , che devasta la carne e l’anima in maniera atroce e indelebile, continua in molti casi ad essere percepita come indissolubilmente legata ad antiche e irrinunciabili radici culturali e, di conseguenza, difesa e mantenuta al fine di salvaguardare l’identità culturale del gruppo.

Fortunatamente, in questi ultimi giorni è stato possibile registrare un incoraggiante segnale positivo: il 30 aprile, infatti, il governo di transizione del Sudan ha annunciato la messa al bando, grazie ad un nuovo articolo del codice penale, delle MGF.

 

Pertanto, chiunque sarà considerato responsabile di tale crimine potrà essere punito con la reclusione fino a tre anni e con il pagamento di una multa.

Si tratta, indubbiamente, di un ulteriore importante passo avanti da parte delle nuove autorità sudanesi al potere dal 2019, dopo la caduta del dittatore Omar al-Bashir.

Secondo le organizzazioni locali per la difesa dei diritti umani, infatti, più della metà delle bambine sarebbe ancora sottoposta a questa pratica crudele (l’UNICEF parla addirittura dell’87%).*

Tra tutti i paesi africani, il Sudan è considerato quello in cui il radicamento nelle tradizioni culturali della pratica delle MGF sarebbe più evidente, tanto che le donne integre sono considerate “gulfa”, un termine di disprezzo che indica vergogna ed esclusione sociale.**

C’è da augurarsi, adesso, che, dopo questa importante scelta legislativa, possa essere avviato un indispensabile percorso di sensibilizzazione e di educazione a tutti i livelli, e che, inoltre, tale svolta possa risultare di stimolo prezioso soprattutto per gli altri stati del continente africano.

A tale proposito, Paola Magni, referente per i progetti di contrasto alle MGF di AMREF in Italia, ha recentemente dichiarato:

                       “Purtroppo, è una pratica identitaria, e non penso che una legge sia sufficiente a porre fine alle FGM. Molte volte, nella storia, abbiamo avuto modo di notare il divario tra esistenza di una legge e la sua applicazione nelle aree più remote. Ad accompagnare una legge approvata da uno Stato, servono dei piani regolatori locali, volti ad incoraggiare implementazione della legge in questione all’interno delle Contee, delle Regioni e delle zone rurali. Inoltre, essendo una pratica molto diffusa e molto radicata, le norme che vietano le FGM devono essere accompagnate da processi di formazione e sensibilizzazione, sia all’interno delle comunità locali, sia tra coloro che fanno parte del settore legale e delle forze di polizia.” ***

*https://www.amnesty.it/sudan-saranno-vietate-le-mutilazioni-dei-genitali-femminili/

** https://www.unicef.ch/it/il-nostro-operato/programmi/lotta-alle-mutilazioni-genitali-femminili-sudan

***http://www.vita.it/it/article/2020/05/07/paola-magni-per-contrastare-le-mutilazioni-genitali-femminili-solo-la-/155397/

   Uccidere intenzionalmente un’altra persona è sbagliato e, nella veste di governatore, non supervisionerò l’esecuzione di nessun individuo. Sotto tutti i punti di vista, il nostro sistema capitale si è rivelato un fallimento. È stato discriminatorio nei confronti di imputati mentalmente infermi, afroamericani o scuri di carnagione, o che non possono permettersi una rappresentanza legale dispendiosa. Non ha portato vantaggi alla pubblica sicurezza e non ha nessuna utilità come deterrente. Ha disperso milioni di dollari dei contribuenti. Ma più di tutto, la pena di morte è assoluta e, nel caso di un errore umano, è irreversibile e del tutto insanabile.”

                         Gavin Newsom, governatore della California, 13 marzo 2019

             Norberto Bobbio, in uno dei suoi preziosissimi saggi dedicati al tema della pena di morte, prende le mosse dalla constatazione alquanto sconcertante secondo la quale, nel corso della storia umana, il dibattito intorno alla abolizione della pena capitale sarebbe “appena cominciato”. Proseguendo, poi, col sottolineare che, per lunghi millenni, il problema in merito alla legittimità o meno di tale pena non sia stato neppure minimamente sollevato e che nessun dubbio e nessuna perplessità siano stati avanzati in merito al fatto di ritenere la pena di morte come la pena massimamente capace di soddisfare “il bisogno di vendetta, di giustizia e di sicurezza del corpo collettivo” nei confronti dei suoi membri considerati moralmente e socialmente “infetti” e infettanti.

E, dopo una ricca serie di corpose analisi e dissertazioni in merito alle tesi filosofiche che dovrebbero indurci a ritenere razionalmente inaccettabile tale pratica, arriva ad affermare che la “scomparsa totale della pena di morte dal teatro della storia” costituirà, senza alcun dubbio, un fondamentale traguardo per l’intera famiglia umana.

Se mi chiedete - conclude subito dopo - quando si compirà questo destino, vi rispondo che non lo so. So soltanto che il compimento di questo destino sarà un segno indiscutibile di progresso morale.”*

         Ora, una analoga compresenza di luci ed ombre, di lacrime e di gioie, di amarezze e di speranze possiamo registrarla nell’ esaminare l’ultimo Rapporto annuale dedicato da Amnesty International alla presenza della pena capitale nel mondo nel corso del 2019 (il testo integrale del Rapporto può essere scaricato gratuitamente: https://www.amnesty.it/campagne/pena-di-morte/ ).

Infatti, se, da una parte,l’analisi condotta dalla nota associazione mondiale per i diritti umani in merito all’uso della pena di morte ha confermato il perdurare della tendenza globale verso la sua abolizione, nel contempo si riscontra in alcuni paesi una inquietante inversione di orientamento.

Per cui, mentre il numero delle esecuzioni documentate è diminuito del 5% rispetto al 2018 (da 690 a 657), raggiungendo il valore più basso registrato in almeno dieci anni e confermando, così, la riduzione anno per anno in atto dal 2015, non mancano di certo fatti di ben altra natura:

-          Iraq, Arabia Saudita, Sudan del Sud e Yemen hanno incrementato in modo rilevante il numero delle persone messe a morte;

-          Bahrain e Bangladesh hanno ripreso le esecuzioni dopo l’interruzione di un anno;

-          il parlamento delle Filippine ha presentato delle proposte di legge per la reintroduzione della pena capitale;

-          Sri Lanka e le autorità federali degli Stati Uniti d’America hanno minacciato di riprendere le esecuzioni, ferme ormai da anni.

Inoltre, la mancanza di trasparenza da parte di diversi stati o la diffusione di mere stime parziali hanno impedito ad Amnesty International di effettuare una valutazione esauriente sull’uso della pena di morte nel mondo: i paesi che eseguono più condanne a morte, come Cina, Corea del Nord e Vietnam, hanno continuato a nascondere l’effettiva estensione dell’uso della pena capitale, limitando l’accesso alle informazioni al riguardo.

La Cina, in particolare, resta il maggiore esecutore al mondo, anche se la reale entità del fenomeno (sicuramente nell’ordine di alcune migliaia di sentenze capitali) continua a rimanere ignota.

Alcuni stati, poi, hanno eseguito sentenze capitali senza annunciarle in anticipo e senza fornire notizie sulle persone messe a morte a familiari e avvocati.

           In ogni modo, benché durante tutto il 2019 nessun ulteriore paese abbia abolito la pena di morte, meritano di essere evidenziati non pochi segnali positivi, che dimostrano come il desiderio di mantenimento della pena si stia affievolendo anche in quei paesi che sembrano ancora lontani dal volerla abolire:

-          negli Stati Uniti d’America, il New Hampshire è diventato il 21° stato ad abolire la pena capitale per tutti i reati;

-          il governatore della California (lo stato con la più alta percentuale di detenuti nel braccio della morte), ha istituito una moratoria sulle esecuzioni;

-          Kazakistan, Federazione russa, Tagikistan, Malesia e Gambia hanno continuato a osservare una moratoria ufficiale sulle esecuzioni;

-          le Barbados hanno eliminato dalla Costituzione la pena di morte con mandato obbligatorio;

-          interventi positivi o pronunce che potrebbero preludere a una abolizione totale, si sono avute nella Repubblica Centrafricana, Guinea Equatoriale, Gambia, Kazakistan, Kenya e Zimbabwe.

           Insomma, le parole di Norberto Bobbio continuano ad essere di perfetta attualità:

difficile, anzi impossibile, fare previsioni in merito alla vittoria finale, ma, intanto, si continua a camminare, anno dopo anno, nella convinzione ferma e ben determinata che questo sia il destino obbligato di una umanità che desideri veramente liberarsi dalla tirannia della violenza.

Per usare ancora efficaci parole del nostro grande pensatore:

     “Certo non basta la fiducia per vincere. Ma se non si ha la minima fiducia, la partita è persa prima di cominciare. Se poi mi si chiede che cosa occorra per aver fiducia, riprenderei le parole di Kant (…):

giusti concetti, una grande esperienza, e soprattutto molta buona volontà.” **

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*N. Bobbio, Contro la pena di morte, in L’età dei diritti, Torino 1992

**N.Bobbio, Le ragioni della tolleranza, in ibidem

ORA TUTTI SAPPIAMO CHE POSSIAMO CAMBIARE MOLTO DEL NOSTRO “STILE DI VITA”. ORA SAPPIAMO CHE SALVARE IL PIANETA “SI PUO’”!

E’ cosa ben risaputa che pochi altri (forse nessuno), nel corso della storia contemporanea, hanno sottoposto a critiche e condanne durissime la moderna borghesia più di Karl Marx e di Friedrich Engels. Ciò nonostante, leggendo il Manifesto del partito comunista (1848), ci troviamo di fronte ad alcune valutazioni di carattere nettamente positivo, quasi apologetico, in merito a quanto la classe borghese, nel suo dirompente, creativo e disincantato dinamismo, avrebbe compiuto ai danni delle antiche gerarchie di valori e di potere. In particolar modo, viene attribuito alla borghesia il merito di aver scardinato in maniera straordinariamente rapida ed efficace il tradizionale sistema ideologico e socio-economico, dimostrando, come mai nessuno era riuscito in precedenza, una verità oggettiva ed incontrovertibile di estrema rilevanza: la storia è un perenne fluire, non esistono strutture e sovrastrutture immodificabili; anche le realtà umane più consolidate e cristallizzate, anche quelle che potrebbero sembrare (e che molto spesso vengono ritenute) destinate a durare in eterno, in quanto prive di alternative realisticamente praticabili, possono cambiare, possono essere corrette, trasformate, spazzate via in pochissimi istanti. Non da vulcani o terremoti, ma dalla manifestazione determinata e convinta dell’iniziativa umana, da una interiore volontà fortissimamente motivata, dall’affermarsi di nuove esigenze e di una fiducia sconfinata nelle risorse della nostra specie. In base a ciò, Marx e Engels ritenevano di poter ricevere la certezza che, da questo esperimento straordinario operatosi sul campo della storia, le masse degli oppressi avrebbero potuto ottenere una fondamentale lezione, imparando a credere maggiormente in se stessi e alla possibilità di ribellarsi ad una realtà iniqua (non più avvertita come fatale e ineluttabile), abbracciando, così, la via della rivoluzione.

Ebbene, non potremmo, allora, ricavare, dalla vicenda pandemica in cui ci troviamo mestamente immersi, la buona novella che tutto quanto del nostro cosiddetto “stile di vita” capitalistico-consumistico pensavamo essere deprecabile ma non modificabile sia, in realtà, ampiamente riducibile, trasformabile, correggibile?

Ovvero, se in poche settimane, in nome della necessità di preservare la nostra salute, abbiamo accettato innumerevoli e (fino a qualche giorno fa) inimmaginabili rinunce e cambiamenti, non si potrebbe, allora, a livello nazionale e internazionale, archiviata questa dolorosa faccenda, continuare ad operare scelte intelligenti, anche drasticamente coraggiose, in nome della sopravvivenza del pianeta e, quindi, della stessa specie umana?

Continuando a sentirci, come ci ricorda papa Francesco, “sulla stessa barca”, chiamati a soccorrerci gli uni con gli altri, in nome del comune interesse, in nome della salvezza della nostra comune Madre Terra?

Insomma, usciti fuori da questa triste pagina della storia universale, chi potrà mai più, di fronte alle grandi sfide del vicino futuro, pretendere ancora di blindare dogmaticamente lo statu quo (fatto di irresponsabili aggressioni all’ambiente, di criminali corse agli armamenti, di ignobili diseguaglianze socio-economiche, ecc.), in nome dei tanto ricorrenti “non è possibile …”, “non sarà mai possibile …”?

       Mai come in momenti come il presente, in cui ci troviamo quotidianamente immersi in fiumi di notizie allarmanti, meritano la nostra massima attenzione le notizie che ci permettono di intravedere un futuro migliore.

E’ questo certamente il caso di quanto recentemente accaduto in Colorado, divenuto ufficialmente il 23 marzo il ventiduesimo stato degli Usa ad avere abolito la pena di morte ed il decimo a farlo dal 2004.
Conseguentemente all’approvazione dei due rami del parlamento e la firma del governatore Jared Polis, le tre condanne a morte ancora in attesa di esecuzione sono state prontamente commutate in ergastolo.


Non è stato, però, un risultato semplicissimo da raggiungere, vista la ferma resistenza operata dai repubblicani, schierati a sostegno della necessità assoluta della pena capitale a soddisfazione dei legittimi diritti dei familiari delle vittime di omicidio di vedere definitivamente risolta la propria tragedia grazie alla morte dei responsabili.
Quanto accaduto fornisce una ulteriore, preziosa e gradita conferma del fatto che negli Usa, che per il terzo anno consecutivo non compaiono tra i primi cinque stati per numero di esecuzioni (al settimo posto nel 2016, all’ottavo nel 2017, al settimo nel 2018), il fronte abolizionista stia conquistando sempre più forza e consenso, soprattutto grazie al diffondersi della consapevolezza di quanto ci sia di arbitrario e di iniquo nell’applicazione della pena capitale.*
«Sono commosso dalla testimonianza e dal dibattito che abbiamo ascoltato» - ha dichiarato il presidente dell’Assemblea, il democratico Alec Garnett. «Spero in una società - ha poi aggiunto - in cui spendiamo le nostre risorse in riabilitazione, non in appelli; nel trattamento delle tossicodipendenze e non nella somministrazione di iniezioni letali».

Oltremodo sagge e illuminanti le parole di Robert Dunham, direttore esecutivo del Death Penalty Information Center, il quale, al termine di una lunga dichiarazione, ha così concluso:
“Il parlamento del Colorado si è impegnato in un dibattito sentito, rispettoso e sincero su problematiche molto sensibili. Alla fine, ha basato la sua decisione sulle prove e sui sentimenti personali di ciascun parlamentare riguardo a ciò che fosse giusto fare per il popolo del Colorado. Il Governatore Polis ha riconosciuto che, per quanto orrendi fossero i crimini commessi dagli ultimi tre condannati a morte, era meglio chiudere questo capitolo della storia della giustizia penale del Colorado, piuttosto che lasciare che il problema imputridisse mentre venivano spesi inutilmente milioni di dollari dei contribuenti.”

*Otto stati americani hanno messo a morte nel 2018. Il Texas ha quasi raddoppiato i numeri dell’anno precedente (da 7 a 13), rappresentando poco più della metà del totale nazionale, dopo che la Corte suprema ha concesso un numero inferiore di sospensioni delle esecuzioni. Il Nebraska ha eseguito la sua prima condanna a morte dal 1997, il South Dakota dal 2012 e il Tennessee dal 2009. Tuttavia, a differenza dell’anno precedente, Arkansas, Missouri e Virginia non hanno eseguito sentenze capitali, determinando lo stesso numero di stati esecutori del 2018 come del 2017.

Caro Signor Ambasciatore, chi Le scrive ha avuto occasione di visitare il suo grande Paese diverse volte e ha avuto modo di conoscere e apprezzare il suo popolo e la sua cultura, e soprattutto l’alta considerazione per il mio Paese. Ho avuto modo di vedere che siamo stimati per la nostra arte, per i nostri filosofi, per la nostra cultura e per tante altre qualità che pensavo avessimo perso, e questa vostra considerazione per un momento così difficile per tutti noi mi è di grande conforto. Visitando il suo Paese ho avuto modo di toccare con mano i sacrifici che il suo popolo ha dovuto affrontare nel corso della storia e ho anche avuto modo di vedere che, nonostante le tante avversità che abbiamo vissuto e viviamo, bastavano due parole per fraternizzare e capire che forse ci conosciamo già da millenni. Sa, Signor Ambasciatore, noi siamo un po’ estroversi, forse un po’ chiassosi, ma amiamo quella gioia di vivere che con il nostro modo d’essere cerchiamo di infondere agli altri. Noi crediamo nella Bellezza, in tutte le sue forme e crediamo nell’Amore in tutte le sue manifestazioni, siamo buoni di cuore come voi russi.

Nonostante le ferite, abbiamo sempre tirato fuori il positivo, ci siamo abituati signor Ambasciatore, siamo fatti così, e nei momenti importanti i sentimenti li esterniamo con il cuore e non con la mente, forse l’unica via che ci rende insuperabili. Il cuore ci ha sempre legati e sempre ci legherà perché apparteniamo ad una’unica razza, quella umana, sempre più consapevoli che la solidarietà riconosce a noi e a voi quella stessa dignità che il suo popolo conosce bene. La storia ci ha divisi e tenta ancora di dividerci ma i comuni sentimenti di fratellanza non ci hanno mai abbandonato e mai ci abbandoneranno. La solidarietà e la condivisione sono e saranno sempre la nostra salvezza. La vita è un valore universale, a prescindere, e questo bel gesto nei confronti delle persone che stanno morendo vi rende onore. E’  proprio vero, gli amici si vedono nel momento dl bisogno, e io mi unisco a quegli italiani che vi esprimono con il cuore la riconoscenza per esserci vicini, grazie Signor Ambasciatore, non dimenticheremo, ci abbracci la sua gente che ci tiene in così alta considerazione e alla quale ci sentiamo vicini con il cuore e con la mente.

Virgilio Violo

 segue lettera dell'Ambasciatore Sergey Razov alla testata "La Stampa" di Torino

Solo dentro un carcere se ne comprende la follia. Fuori di qui, anche io non sapevo!

La domanda: "cosa si può fare? Cosa si può fare per i detenuti, ma soprattutto per la società  civile?"

La risposta di un detenuto è: va bene un periodo fuori dalla società , purchè serva a una riabilitazione e non ad andare ""fuori di testa"" per sempre, quindi...

Per prima cosa servirebbero celle più umane. Nelle condizioni in cui si trovano ora, i detenuti non possono tornare ""verso"" la società  ma solo ""contro"". Invece di perseguire la ricostruzione di una coscienza civile del rispetto si alimenta quella del disprezzo. Questo non giova a nessuno: né ai detenuti né alla società 

Inoltre, la carenza di personale limita di molto tutte le attività  che dovrebbero giovare al detenuto, cioè¨ quelle fuori dalla cella.

Questo illusorio meccanismo di pena, più che una restrizione della libertà  è un sistema ""criminale involontario"", uno strumento di alienazione che rende ancor più  disarticolate le già  non formate strutture mentali dei detenuti.

Dico ""criminale"" e ""involontario"" perchè inconsapevole dei danni che si creano in questo ambiente disumano e assolutamente distruttivo: apparentemente pianificato, ma inutile per ciò che viene chiamato ""riabilitazione"".

Non sarà  mai riabilitata la ""società  civile"", che non conosce i crimini perpetrati per mantenere lo ""status quo"" di questo manicomio, permesso perchè un muro di omertà  e finta funzionalità  di facciata lo circonda.

Mi trovo in una cella di circa 22 mq, con altri cinque detenuti. Di questi, tre sono molto probabilmente innocenti.

Non lo dico basandomi sulle loro parole (a logica difesa della propria innocenza) ma per quanto ho letto sulle motivazioni delle loro sentenze di ""condanna"". In esse appare, come in una inevitabile cascata, l'errore di ""giudizio di chi indaga"", costruendo una ""macchia di colpevolezza"" che si espande e diviene indelebile, contaminando ogni valutazione successiva. E' quasi logico che un giudice creda a chi porta avanti le indagini, pur miranti solo a provare la colpa e mai (come dovrebbe essere a norma di legge) a raccogliere anche prove a discarico del presunto colpevole (non più presunto innocente).

Questa parentesi è tanto per chiarire che addentrarsi in questo surreale manicomio chiamato carcere, implica conoscerne aspetti impossibili da credere.

Come si può pretendere di riabilitare sei soggetti, di cui 2-3 certamente innocenti, chiusi insieme in 22 mq.? Pensate anche a un solo innocente, con cinque criminali rei confessi che raccontano i loro crimini come vanto... Magari un padre di famiglia, detenuto solo perchè qualcuno a cui dava fastidio ha testimoniato il falso spedendolo nell'inferno del carcere.

Se pure fossero quattro innocenti e due criminali incalliti, questi ultimi, per naturale tendenza, sarebbero in grado di rendere succubi gli altri, fisicamente e  psicologicamente, perchè la mente criminale è sempre prevaricante. Usa astuzie a cui un innocente non potrebbe mai, per sua natura, arrivare.

A volte persino un solo vero criminale, in cella con due innocenti e tre ""borderline"" (nel senso che i loro reati sono pi— errori da procedura civile che penali), può prendere il sopravvento sugli altri, e protrarre indisturbato la sua determinazione a delinquere anche in prigione.

Come si può definire questo sistema ""riabilitante"" se lo stesso cappellano di un famoso carcere, nonché il suo direttore, dichiarano che nel corso degli anni, dal 30 al 50% dei detenuti in attesa di giudizio vengono assolti, in uno dei tre gradi? E qual è  la  percentuale degli innocenti dichiarati colpevoli?

C'è una statistica, o un elenco ben fatto, di tale indicibile inciviltà ? Nessuno calcola questa mostruosità?

Se io fossi il peggiore criminale, un criminale mediocre o un innocente mi ascoltereste allo stesso modo? Fate una prova: consideratemi un pluriomicida, un pluripregiudicato in attesa di giudizio, e rileggete... cosa ne pensate di questo succulento gruppo di ""pecorelle"" che mi offrite da spolpare per facilitarmi l'esistenza anche dentro? Ora consideratemi un mediocre delinquente. Mentre attendo di essere giudicato, apprendo da chi è peggiore di me utili indicazioni per percorrere al meglio la strada del crimine, in cui al momento sono un fallito. Forse non ho ancora scelto completamente quella direzione, ma la detenzione mi indirizzerà  verso l'unica via possibile: se il ""migliore"" in questo posto è il ""peggiore"" in libertà , il male non può che essere la scelta giusta!

Ora consideratemi un innocente con un po' di cultura, ""rinchiuso"" tra criminali senza scampo, con livelli di istruzione che vanno dal più basso al medio-basso (diplomati e laureati sono solo il 2%). In mezzo a detenuti con patologie psichiatriche di vario tipo, nascoste dalla tossicodipendenza o da farmaci che non impediscono loro di delinquere; insieme ad altri innocenti, che sono il più grande tormento (almeno per me). Impossibile per un innocente pensare ""Mal comune mezzo gaudio"", E'una malvagità  troppo grande!

Resta forse altro da dire? Chiunque io sia, criminale, mezza tacca, innocente... come vi sentite? Da ignoto detenuto in attesa di giudizio, non mi aspetto di ottenere niente per me. Il mio sfogo è solo per far conoscere all'opinione pubblica una realtà  di cui ho dato solo un accenno.

C'è molto di più da sapere su questo orrore, nascosto dal muro di gomma che lo circonda. Qualche carcere   ""modello"",   spesso   mostrato   dai  media,   dimostra   solo   una   ""vergogna  perpetuata"" nascondendo dietro il sorriso di pochi scelti sessantottomila esseri distrutti, in disfacimento (numero in costante crescita).

Come potrà la società  essere riabilitata da questa follia, che lei stessa permette?!

RINGRAZIO I RADICALI per la loro volontà  di giustizia.

Un detenuto in attesa di giudizio da un anno e tre mesi. Presunto innocente? Presunto colpevole? Oppure la schizofrenia di entrambe le cose? Perché sto già  pagando? Ora sono in sciopero della fame e della sete. Non ci sono altre scelte.

Per ulteriori informazioni potete contattarci all'indirizzo email This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.

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