L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Human Rights (194)

Roberto Fantini
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L'avvocato e scrittore Robert Francis Kennedy Jr. - nipote di JFK e figlio del fratello Bon Kennedy già a capo del Dipartimento di Giustizia USA - lo scorso giugno 2023 ha tenuto  un memorabile discorso allo Saint Anselm College in Goffstown, nel New Hampshire.

Una orazione civica straordinaria che tocca il tema della guerra in Ucraina - che egli riconosce essere una guerra per procura e pretesto per la ingerenza statunitense - contro la Federazione russa dopo la sua invasione a sostegno delle minoranze russofone nel Donbass, anche per spezzare la tenaglia di progressiva espansione a Est della NATO.

Kennedy ricorda le preoccupazioni di JFK che lo portarono pochi mesi prima della sua morte a volere a tutti i costi la messa al bando dei pericolosi  esperimenti nucleari in atmosfera: il trattato "Treaty Banning Nuclear Weapon Tests in the Atmosphere, in Outer Space, and Under Water", firmato a Mosca nel 1963 e ostacolato dal Pentagono, dai falchi del Dipartimento di Stato e da molti politici americani di allora.

Ma l'avvocato Kennedy rievoca anche l'anima più profonda della politica estera americana condotta dalla Presidenza di suo zio JFK, che per la prima volta sottolineo' la importanza del "mettersi nei panni dei Russi" e delle loro "legittime preoccupazioni" per la sicurezza del loro Paese.

Raramente in vita mia ho sentito un discorso così lucido, appassionato e denso di significati, arrivando a cogliere il nesso fra la politica aggressiva e militarista USA condotta a livello globale negli ultimi trent'anni circa, e la violenza domestica e urbana che sempre più scuote la società statunitense nelle ultime decadi.

Un discorso - quello di Robert F. Kennedy Jr. - che merita di essere ascoltato interamente e che può veramente sensibilizzare la opinione pubblica statunitense ed europea e aiutare le classi politiche nazionali a invertire il processo di pericolosa escalation e di tensione geopolitica che negli ultimi mesi sta sempre più avvicinando alla mezzanotte le lancette dell'orologio dell'apocalisse ATOMICA.

Le parole di Kennedy - oltre che ricordare aneddoti storici e familiari - mettono ordine e giustizia e sono veramente un trampolino per la distensione e una pace più che mai desiderabile, che non può prescindere dal riconoscimento della verità e delle reciproche istanze di giustizia di tutti coloro che sono coinvolti negli attuali conflitti.

Possano le parole del nipote di John F. Kennedy fare breccia in tutti coloro che ancora oggi non hanno compreso la grave crisi che stiamo vivendo, non solo geopolitica ma soprattutto sociale e spirituale, e con la forza e luce della verità, condurci tutti sulla via dello discernimento e della autentica diplomazia e desiderio di armoniosa convivenza fra popoli, prima di superare una linea rossa fatale per il mondo intero.

Fra le numerose manifestazioni di interesse e di consenso incontrate in seguito alla pubblicazione dell’articolo del 2 Maggio scorso*, relativo alla questione dei trapianti di organo( “Donne ‘cerebralmente morte’ come madri surrogate? Ma il vero abominio è il criterio di “morte cerebrale!”), ho ritenuto proficuo dare spazio a quanto scritto da un mio amico professore di Filosofia, nonché filosofo autentico.

Le sue intelligenti osservazioni mi hanno invitato a puntualizzare con chiarezza e completezza maggiori quanto già asserito nel sopra menzionato articolo. Ciò nella speranza che detto scambio di riflessioni possa favorire in chi ci legge una migliore  consapevolezza degli aspetti problematici insiti nella complessa (e molto ignorata) questione di morte cerebrale e di espianti/trapianti di organi.

 

Alberto Stirati:

Alla base della pratica abominevole degli espianti sta il materialismo più bieco o il pregiudizio cartesiano che il “pensiero” sia eterogeneo rispetto al corpo.

Che il pensiero possa prolungarsi in una “verticalità” al di sopra (Supercoscienza) e al di sotto (precoscienza e subcoscienza) dell’orizzontalità della coscienza di veglia, non genera alcuno scrupolo nei difensori della pratica degli espianti di organi.

Se la mente fosse riducibile alla corteccia cerebrale o anche all’intera rete neuronale, come potrebbero spiegarsi tutte quelle ultracomplesse, meravigliose e coerenti operazioni che anche un corpo in condizioni di “morte cerebrale” continua, invece, perfettamente a compiere?

Una donna in stato di “morte cerebrale” può essere fecondata e portare a compimento la gravidanza senza alcun problema né per sé né per il nascituro. Giordano Bruno parlava di “Mens insita omnibus” e di “Intelletto artefice”, che “da l’intrinseco della germinal materia risalda l’ossa, stende le cartilagini, incava le arterie, inspira i pori, intesse le fibre, ramifica gli nervi e con sì mirabile magistero dispone il tutto”. Una “mens” demiurgica, quindi, che plasma il corpo; una “mens” di cui la mente di cui facciamo quotidianamente uso non è che la punta dell’iceberg.

Santa Romana Chiesa, se possibile più dualista di Cartesio, pensò bene di bruciarlo vivo.

Supercoscienza, coscienza, precoscienza e subcoscienza sono tutte funzioni che cooperano affinché l’essere vivente non si disintegri, disperdendosi in una molteplicità di elementi privi di sinergia. La “morte” è il dividersi di queste funzioni che non restano, però, MAI in uno stato di separazione, ma passano immediatamente a tessere nuovi centri di vita e di sinergia, in un processo di trasformazione perenne. 

 

Roberto Fantini:

Alberto ti ringrazio molto per le tue preziose considerazioni, che mi offrono l’occasione per alcune fondamentali puntualizzazioni.

Io, in maniera molto più elementare, vorrei riuscire a far capire alle persone (anche a quelle che hanno difficoltà a parlare di “supercoscienza” o di metafisica bruniana), che si lasciano ingannare dalla potentissima propaganda filotrapiantista, almeno due o tre cosette di estrema semplicità, che basterebbe non avere troppi pregiudizi per poter prendere in considerazione:

  1. Qualcuno, senza alcun diritto né elementi di natura scientifica a disposizione, ad un certo punto, ha cambiato il NOME alle cose: quello che veniva fino ad allora chiamato “coma depassé”, ovvero coma irreversibile, è stato ridefinito come “morte cerebrale” e, quindi, pazienti in gravissime condizioni (e probabili moribondi) trasformati in cadaveri respiranti.
  2. Il cervello è universalmente considerato la cosa più meravigliosa, complessa e inesplorata: pretendere di poter decidere che abbiasmesso TOTALMENTE di funzionare e PER SEMPRE (ovvero che non lo si possa MAI PIU’ riattivare) è, quindi, evidentemente arbitrario, illogico e antiscientifico.
  3. Gli stessi responsabili di questa aberrante rivoluzione culturale hanno dichiarato che tale decisione aveva soltanto motivazioni di carattere UTILITARISTICO, cioè che, pur restando il momento della VERA morte misterioso, per chiarissimi motivi PRATICI, si intendeva scegliere di ritenere “morti” determinati pazienti.
  4. Il sistema trapiantistico fa di tutto per non fare capire ai potenziali “donatori” che, per prelevare organi necessariamente VIVI, non è possibile attendere che l’organismo a cui appartengono (di fatto e di diritto) MUOIA VERAMENTE. Ovvero, che si debba disporre di organismi che siano anch’essi necessariamente VIVI …
  5. Il presupposto indimostrabile è che in quegli organismi (vivi!) si sia spenta definitivamente la coscienza. Ma l’unica cosa certa è che SICURAMENTE vita e coscienza non ci saranno più quando, con bisturi e sega elettrica, saranno stati espiantati i loro organi!

 

 

 

 

Ieri verso le 15 mi hanno arrestato all'aeroporto di Istanbul senza fornirmi alcuna spiegazione. Ero in transito per imbarcarmi su un volo interno diretto nel sud est anatolico. Sono una giornalista free lance in Turchia per seguire le elezioni del 14 maggio dal kurdistan turco. Ero insieme a una delegazione di osservatori elettorali, rappresentanti sindacali, cobas, giuristi ed esponenti dell'associazione 'No Bavaglio'. Al controllo passaporti mi hanno fermato e impedito di prendere il volo interno per Mardin. Mi hanno perquisita, sequestrato passaporto, medicina ei prodotti per l'igene personale. La polizia mi ha rinchiuso per circa 5 h in una camera di sicurezza interna all'aeroporto.Mi hanno preso le impronte digitali e fatto le foto segnaletiche. Non mi hanno dato nessuna motivazione del perchè mi abbiano fermata e “Deportata” come si legge dal verbale della polizia per che mi hanno costretta a firmare. Mi hanno espulsa dal paese insieme a una decina di subsahariane, maghrebine, pakistane, uzbeke, iraniane e afghane. Mi hanno imbarcato sul volo delle 21.45 per rientrare in Italia. Scortata dalle istituzioni turche e relegata da sola in fondo all'aereo al posto 32 senza possibilità di muovermi. All'atterraggio a Roma sono stata prelevata da poliziotti italiani, gentili e attoniti per quello che mi era successo. Non sono mai stata più fiera di essere cittadina italiana e mai mi sono sentita più al sicuro come in quel momento.Mi hanno rifocillata e supportata.

Emanuele Irace.

 

Parlando di diritti umani, Norberto Bobbio ci invita a compiere un semplice esercizio: leggere o rileggere lo straordinario testo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 e poi fare una rapida ricognizione a 360 gradi nel mondo della realtà contemporanea. Un simile esercizio, purtroppo, continuerebbe, senza alcun dubbio, ad essere fonte di grande amarezza: ancora troppo poco, infatti, dei tanto nobili enunciati di quel documento si è travasato nel nostro comune vivere quotidiano.

E, di fronte a tanta ingiustizia e ipocrisia, è facilissimo lasciarsi ingabbiare in uno stato d'animo di disincanto e di rassegnazione.

Ma tutti i grandi Maestri di tutti i tempi ci hanno insegnato che da una “parva favilla” possono derivare molto fuoco e molta luce e che sarebbe assai meglio, pertanto, piuttosto che limitarsi a maledire l'oscurità (cosa tanto semplice da effettuare quanto poco produttiva), provare ad accendere anche una piccola e flebile fiamma.

E' certamente questa consapevolezza che ha condotto la casa editrice Graphe.it, piccola e raffinata realtà editoriale di Perugia, a dare vita ad una operazione originale: quella di raccogliere occhiali usati.

Per comprenderne a pieno la genesi e le finalità, ci siamo rivolti a Roberto Russo, che da ben 18 anni (appena compiuti!) la dirige con rara competenza ed inesauribile entusiasmo.

 

  • Quando (e in che modo) è nata l'idea di raccogliere occhiali usati?

È un'attenzione che viene da lontano. Da adolescente collezionavo francobolli e avevo messo insieme una discreta raccolta, anche con qualche pezzo di valore. Un giorno mi capitò tra le mani una rivista in cui si chiedevano francobolli usati per aiutare i missionari nelle loro attività. Non ci pensai due volte: impacchettai i raccoglitori e li spedii all'indirizzo indicato. Da allora ho provato a raccogliere molte cose: carta, i classici tappi di bottiglia, che poi facevo recapitare a questo oa quell'ente perché con il ricavato lo utilizzasse per i propri scopi. Con un amico della Repubblica Democratica del Congo abbiamo raccolto anche diverse macchine da scrivere che nel suo paese potevano essere utili.Così quando ho aperto la casa editrice ho pensato che fosse una buona idea affiancarvi un'attività del genere. All' inizio non sapevo bene come concretizzare l'idea, ma poi ho scoperto la possibilità di raccogliere occhiali usati e mi sono subito attivato prendendo accordi con il Lions Club che ha un centro logistico dedicato. Ho coniato lo slogan: “Aiutiamoli a leggere” e ho iniziato a scriverne sul sito, sui social nelle email con l'incentivo di donare un libro del nostro catalogo per ogni invio di occhiali usati che ci venivano donati.

 

  • Che risultati state ottenendo?

Direi buoni. Fino a ora abbiamo raccolto oltre 5500 paia di occhiali. Si va a periodi: per mesi non arriva nulla e poi all'improvviso siamo invasi da vecchi occhiali. Capita che ogni tanto

     Roberto Russo

qualche sito o giornale ne parla e quindi assistiamo a un aumento degli arrivi.

 

  • Prima di questa iniziativa, Graphe.it aveva già intrapreso altre azioni di solidarietà?

Prima e durante. Questa degli occhiali usati è l'iniziativa fissa, poi ce ne sono altre legate soprattutto ai proventi della vendita dei libri che spesso destiniamo a vari progetti come, per esempio, la costruzione di una maternità a Bujumbura in Burundi, o ad associazioni come Amnesty – e qui anche con il tuo zampino!

 

  • Hai in mente qualche altro progetto per il futuro?

Sto valutando qualche idea per evitare che i libri fuori commercio del catalogo vadano a finire al macero. Una piccola parte è quella che doniamo con gli occhiali usati che ci arrivano; a volte doniamo libri alle biblioteche di associazioni o di carceri, anche se per questi ultimi è un procedimento un po' complicato. Però vorrei trovare qualcosa di più ampio perché è un vero spreco quello di non poter più usare alcuni libri perché un po' rovinati o per mille altri motivi. Come diciamo noi, l'importante è leggere e se un libro continua a circolare è sempre un bene.

 

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*Per ogni invio di occhiali, si riceverà in omaggio un libro (occorre ricordarsi, pertanto, di accludere il proprio indirizzo postale).

L'indirizzo a cui spedire il materiale è il seguente:

 Edizioni Graphe.it, via della Concordia, 71, 06124 Perugia.

Per ulteriori informazioni:

  • email: This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.
  • telefono: +39 0758311571 (dal lunedì al venerdì ore 9,00-17,00)
  • Whatsapp: +39 3518317346

 

 

 

 

 Ha prodotto non poche perplessità la proposta avanzata dalla ricercatrice dell’università di Oslo Anna Smajdor di utilizzare l’intero corpo di donne in stato di “morte cerebrale” come madri surrogate. Nel suo articolo apparso sulla rivista Theoretical Medicine and Bioethics, intitolato Whole Body Gestational Donation (Donazione gestazionale di tutto il corpo), la Smajdor, con abile retorica, ci domanda:

“Sappiamo che le donne “cerebralmente morte” possono portare a termine la gravidanza; perché non dovremmo iniziare gravidanze per aiutare le coppie senza figli?”

La premessa del ragionamento è dolorosamente vera: sono infatti noti i casi di madri dichiarate “cerebralmente morte” ed espiantate dei loro organi soltanto dopo aver portato a termine la loro gravidanza.

Ebbene, prima ancora di discutere criticamente la conclusione (indubbiamente raccapricciante ma non illogica) dell’argomentazione, credo che sarebbe opportuno riflettere con la massima serietà su detta premessa, ponendoci quegli interrogativi, semplici e spontanei, che il sistema filotrapiantistico imperante tende con sofistica capziosità ad impedire:

  • Quanto possiamo essere sicuri che una persona considerata “cerebralmente morta” sia veramente morta?
  • Come è possibile che un organismo, dichiarato oramai privo dell’attività del proprio centro funzionale unificatore (il cervello), riesca a portare a felice compimento un processo tanto complesso come quello della gravidanza?
  • Come può, in definitiva, una madre “morta” costruire (dentro di sé!) e partorire una nuova vita?

Nulla di meglio per affrontare senza pregiudizi di sorta una questione tanto delicata che rileggerci con la massima attenzione quanto dichiarato da coloro che, nel lontano 1968, coniarono la definizione di “morte cerebrale”, oggi adottata dalla Medicina ufficiale in modo universalmente acritico.

Fino a quella data, la tradizione medico-giuridica occidentale prevedeva l’accertamento della morte mediante riscontro oggettivo di tutte le funzioni vitali: respirazione, circolazione, attività del sistema nervoso. Nel 1968, un Comitato costituito ad hoc dalla Harvard Medical School propose un nuovo criterio di accertamento della morte in presenza della condizione di “coma irreversibile” ritenuto equivalente alla cessazione di tutte le funzioni cerebrali.

Questo quanto pubblicamente dichiarato dal Comitato:

“Il nostro obiettivo principale è definire come nuovo

criterio di morte il coma irreversibile. La necessità

di una tale definizione è legata a due ragioni.

 1)Il miglioramento delle tecniche di rianimazione e di

mantenimento in vita ha condotto a sforzi crescenti

per salvare malati in condizioni disperate. A volte

tali sforzi non ottengono che un successo parziale, e il

risultato è un individuo il cui cuore continua a battere,

ma il cui cervello è irrimediabilmente leso. Il peso

è grande per quei pazienti che soffrono di una perdita

permanente dell’intelletto, per le loro famiglie,

per gli ospedali e per quelli che avrebbero bisogno di

letti ospedalieri occupati da questi pazienti in coma.

2) Criteri di morte obsoleti possono originare controversie

nel reperimento di organi per i trapianti.”

Come non accorgersi della totale assenza di elementi conoscitivi ed argomentativi di natura scientifica?

Come non notare il carattere palesemente quanto cinicamente  utilitaristico delle motivazioni addotte a sostegno del nuovo criterio di “morte”?

Ovvero: liberare posti letto e creare uno scudo legale  per i medici espiantatori, in modo da metterli al riparo dalla possibile (e più che  legittima) accusa di omicidio ai danni di pazienti in stato di coma? Pazienti probabilmente moribondi, ma indiscutibilmente ancora vivi (e quindi da tutelare e non certo da macellare)?!?

Insomma, è necessario comprendere che il vero nodo problematico è rappresentato dalla accettazione teorica e dalla applicazione pratica del criterio della cosiddetta “morte cerebrale”. Finché non si avrà il coraggio di ribellarsi ad esse, il rischio che persone in condizioni di salute critiche siano, invece che curate, trattate come meri serbatoi a cui attingere per il prelievo di organi, tessuti, sangue, ecc., oppure utilizzate come cavie per ogni sorta di sperimentazioni, resterà inevitabilmente altissimo:

non essendo, infatti, più considerabile come “persona” in senso etico e giuridico, il “morto cerebrale” diviene una “cosa”. Di conseguenza, finirà ineluttabilmente per perdere ogni possibile diritto e non sarà più possibile, a sua difesa, appellarsi al principio della sacralità e dell’inviolabilità della dignità umana!

 

 

 

                 

Qualche anno fa, il teologo valdese Paolo Ricca scriveva, con non poca amarezza, che, nel mondo contemporaneo, risultava non aver più alcun posto la questione dell’aldilà e di una possibile vita futura, questione “che in altri tempi appassionava l’opinione pubblica ed era considerata e vissuta come assolutamente prioritaria, cioè come la questione principale di questa vita, quella che ciascuno doveva affrontare, perché questa vita aveva senso e valore (così, allora, si pensava) proprio come preparazione al “grande salto” nell’aldilà”. 1)

Oggi, diceva, il tema dell’aldilà non interessa quasi più nessuno, perché: “La speranza generale è di prolungare il più possibile questa vita."2) Anzi, potremmo dire che l’unica vera preoccupazione che ci trova tutti d’accordo, credenti e non credenti, è proprio quella del vivere il più a lungo possibile, evitando sistematicamente di interrogarsi in merito all’evento del morire.

Non ci si interrogherebbe più, di conseguenza, in merito al vivere buono e giusto, ma soltanto in merito a come riuscire a proiettare sempre più lontano dalla nostra coscienza l’idea di quell’evento (visceralmente inaccettabile) che tutti ci attende. Potremmo dire che mai l’umanità è stata tanto risucchiata in una visione così banalizzante del vivere, in cui si fondono, in una sorta di sabbie mobili dello spirito: rozzo edonismo, semplicistico ottimismo e cieco fideismo scientista.

Il risultato di ciò è che, di fronte al fatto ineludibile della morte, mai ci siamo trovati così indifesi, così impreparati, così vulnerabili.

Due colossali conferme di tale nostra generale condizione psicologica le possiamo ricevere dall’ analisi di come l’opinione pubblica stia acriticamente accogliendo, da alcuni decenni ormai, la pratica dei trapianti di organi e come, in questi ultimi anni, abbia ampiamente subìto (o anche abbracciato) le politiche vaccinali.

In entrambi i casi, la vittima principale è il pensiero coraggioso e indipendente: anche il più elementare buon senso, infatti, si è ritrovato annichilito.

Di fronte al timore della morte incombente e all’allettantissima possibilità di riuscire a rinviarla a tempo indeterminato, ci siamo (in troppi e troppo facilmente) dimostrati pronti a spegnere gli interruttori del normale pensare, gettandoci incondizionatamente nelle braccia onniscienti ed onnipotenti dei Gran Sacerdoti di Santa Madre Scienza.

E, così, ci siamo ritrovati ad accettare, senza troppi indugi, che, una volta adottate parole ingannevoli come “morte cerebrale”, “donatore”, ecc.,  si possa essere dichiarati morti e quindi macellati come cadaveri, pur respirando, pur avendo sangue circolante e organi sessuali in grado di procreare; che si possa essere considerati morti anche se con organismo caldo e in grado di rispondere a eventuali cure.

E, così, siamo giunti ad accettare di subire poliziesche imposizioni, facendoci inoculare (disposti  ad assumerci ogni responsabilità in merito alle possibili conseguenze) un qualche siero dichiarato arbitrariamente “vaccino”, benché sprovvisto dei doverosi oggettivi requisiti; un qualche siero protetto dalla massima segretezza, in merito a cui nessuno (nemmeno chi lo produce) è in grado di fornirci alcuna reale garanzia.

In entrambi i casi, è il terrore della morte ad ammutolire il nostro intelletto, ad indurci a mettere da parte, nello stesso tempo,

innati princìpi logici,

universali paradigmi etici,

costituzionali valori civili.

Per salvarci dal naufragio esistenziale, individuale e collettivo, bisognerebbe quindi, oltre che non smettere mai di esercitare il  “dubbio metodico”, riuscire a liberarci da un rapporto malato con il problema della morte, recuperando quanto di meglio ci proviene dall’antica sapienza filosofica e dalla migliore psicologia contemporanea. Ovvero, riscoprendo la “naturalezza” del morire (indissolubilmente legato al vivere), magari anche riappropriandoci di prospettive aperte all’eventualità di ultraterrene esperienze.

Socrate, Epicuro, Seneca e tanti altri giganti del passato potrebbero esserci di grande aiuto:

“Tutte le cose – scrive, ad esempio, Seneca - procedono secondo tempi ben definiti: debbono nascere, crescere, estinguersi. Questi astri che vedi correre sopra di noi e questa materia terrestre a cui siamo attaccati e che ci sembra così solida, si logoreranno e finiranno: ogni cosa ha la sua vecchiaia. La natura, attraverso diseguali cicli di vita, dirige tutte le cose allo stesso punto. Tutto quello che esiste cesserà di essere, non per annullarsi, ma per decomporsi. La decomposizione noi la chiamiamo morte: noi vediamo solo l’aspetto esteriore delle cose, ma la nostra mente ottusa e a discrezione del corpo non vede che quel che sta al di là. L’uomo sopporterebbe con più coraggio la fine sua e dei suoi cari, se credesse che, come tutto il resto, la vita e la morte si avvicendano e i composti si dissolvono e si ricompongono i corpi dissolti, e a quest’opera si rivolge l’attività di dio, che tutto regola.” 3) 

E anche scienziati all’avanguardia e liberi da pregiudizi di ordine positivistico, come la psichiatra Elizabeth Kubler-Ross, potrebbero costituire una fonte di terapeutica saggezza:

“Se viviamo bene non dovremo mai preoccuparci della morte, anche se si vive solo un giorno. La questione tempo non è importante, è solo un concetto artificiale, creato dall’uomo.

Vivere bene significa soprattutto imparare ad amare.”4)

Insomma, non c’è vera possibilità di difenderci dalle schiavitù del presente e da quelle di un ipotetico-probabile avvenire, senza una vera liberazione interiore dalla paura più grande, quella del più non esserci. E l’angoscia della morte è curabile solo grazie alla carità illuminata dal giusto pensiero e coronata da un giusto operare volto ad occuparci della sofferenza del mondo.

Forse ha ragione Fernando Savater nel dirci che soltanto i veri poeti sanno rapportarsi alla morte:

 “i poeti accettano la morte opponendole l’altra grande forza che ci individualizza, che ci personifica: l’amore. Ciò che è incompatibile con la morte non è vivere (la vita esige la morte), ma amare: l’amore disconosce la forza della morte, anche se amiamo consci della nostra mortalità e di quella di ciò che amiamo.” 5)

Un cuore colmo di amore è e resterà luce che si espande.

 

 

 

 

 

  1. Paolo Ricca, Dell'aldilà e dall'aldilà , Claudiana, Torino 2018, p.9.
  2. Ibidem
  3. A. Seneca, Lettere a Lucilio , VIII, 71.
  4. Kubler-Ross, La morte e la vita dopo la morte , Mediterranee, Roma 2013.
  5. Dizionario filosofico , F. Savater, Dizionario filosofico, Sagittari Laterza, Bari 1996, p. 155.

 

 

 

 

  • La  Dichiarazione delle Nazioni Unite sull'educazione e la formazione ai diritti umani afferma, all'Articolo 6.2, che  le arti devono essere incoraggiate quale strumento di formazione e crescita di consapevolezza nel campo dei diritti umani ”.

 

  • La qualità dell'esperienza dei visitatori deve essere al centro delle politiche culturali, fornendo strumenti e opportunità culturali a tutte le persone che presentano identità e differenze, attese, bisogni, curiosità, abilità varie e diverse . ( Manifesto della cultura accessibile a tutti )

Nel nostro paese, incontestabilmente il più straricco di tesori artistici, sta diventando sempre più difficile poter visitare chiese e musei per chi non gode di brillanti condizioni fisiche e di altrettanto brillanti condizioni economiche.

Ecco qualche esempio eloquente.

Duomo di Firenze: quando l'altare resta vuoto, le sedie previste per lo svolgimento delle funzioni religiose vengono rigorosamente recitate ed interdette all'uso da parte dei comuni visitatori.

Basilica di San Marco a Venezia: recinzioni ovunque, in modo da rendere impossibile potersi sedere anche negli angoli più reconditi.

Palazzo Ducale a Venezia: percorso lungo, con non pochi gradini, in ambienti con spazi immensi del tutto spogli di appositi arredi, oppure grandi panche lignee severamente proibite ai visitatori.

Da tener presente che, in siti artistici del genere, le cose più importanti da osservare (e magari anche da gustare) sono collocate in alto, cosa questa che, stando in posizione eretta, richiede l'assunzione di una postura inconsueta, che ai più risulta ardua ed anche piuttosto dolorosa.

Domanda:

perché non cercare di rendere un pochino più agevole e gradevole la visita a tutti e soprattutto alle persone non particolarmente atletiche?

I costi di visite museali sono diventati, poi, decisamente eccessivi e tutt'altro che attrattivi.

Palazzo Ducale di Venezia prevede un biglietto di 30 euro;

la Galleria degli Uffizi di Firenze, da marzo a tutto ottobre, ha portato il costo a 25 euro;

il Museo Archeologico di Napoli ha un costo di 22 euro.

Le agevolazioni per gli anziani sopravvivono encomiabilmente soltanto qua e là (vedi la Scuola Grande di San Rocco a Venezia), e sempre più numerose stanno diventando le chiese in cui si richiede un biglietto di ingresso. Il caso probabilmente più eclatante ed irritante è costituito dalla Basilica di San Marco: 3 euro per l'accesso, altri 5 per poter ammirare la Pala d'Oro, e altri 7 per accedere alla Loggia e relativo Museo! E qualcosa di simile si verifica con il Duomo di Milano, con varie opzioni, dal semplice ingresso in chiesa, al Museo e alle Terrazze (con o senza ascensore).

Forse sarebbe opportuno chiederci, allora, se siamo veramente disposti a credere in quanto tutti coloro che sono a capo di qualche istituzione - civile, religiosa, pubblica e privata - ci dicono con solennità e fervore:

  • che coltivare l'amore per il Bello può avvicinarci all'amore per il Vero e per il Buono;
  • che l'incontro con l'arte può rappresentare una salutare sorgente di benessere, una forma terapeutica di “refrigerio dell'anima”;
  • che una società esteticamente educata, resa consapevole dell'importanza di conservare e tutelare beni di interesse comune, sarebbe una società più civilmente responsabile e coesa;
  • che la diffusione della sensibilità artistica ha la capacità di orientare i comportamenti di tutti verso una maggiore consapevolezza delle proprie radici culturali e, di conseguenza, verso un maggiore senso di appartenenza identitaria;
  • che, soprattutto, come si legge nell'atto costitutivo dell'UNESCO, la diffusione della cultura (volta ad abbattere ignoranza e pregiudizi di ogni sorta) rappresenta non soltanto un doveroso riconoscimento della dignità umana, ma anche un'arma irrinunciabile per la costruzione di una pace reale e duratura.

Oppure, al di là delle tante magniloquenti e nobilitanti dichiarazioni, preferiamo rassegnarci, in maniera assai meno poetica, ad accettare che lo sterminato patrimonio artistico-culturale del nostro paese venga cinicamente gestito come una straordinaria “macchina per quattrini”, meritevole di essere resa sempre più produttiva, rivolta soltanto a coloro che hanno cartella clinica in ordine e portafoglio gonfio?

 

 

 

Che la Cultura dei Diritti Umani non godesse di ottima salute, nonostante le tante dichiarazioni d’amore provenienti dalle fonti più disparate, molti di noi lo supponevano e se ne preoccupavano da tempo. Numerosi erano i segnali inquietanti. Numerose le manifestazioni di fragilità della coscienza etico-civile generale. Dalle bombe Nato su Belgrado di fine millennio alla caccia al feroce talebano in terra afghana, dalle (inesistenti) armi di distruzione di massa irachene agli attuali isterismi russofobi, passando per una psicopandemia alimentata dall’inganno, dalla menzogna, dalla censura e dalla manipolazione dell’informazione, ci era giunto un messaggio inequivocabile:

per i governanti cosiddetti democratici e per buona parte delle popolazioni cosiddette civilizzate, i Diritti Umani sono cosa buona e giusta soltanto se la loro affermazione risulta essere più o meno conciliabile con le proprie esigenze e mai fonte di problematicità, di rinuncia e di scelte percepite come pericolose e dolorose. Una sorta, cioè, di buoni e nobili princìpi e propositi destinati ad essere rapidamente accantonati di fronte all’immigrato che invade prepotentemente i nostri spazi vitali, al “nemico” che ci appare contrastare il nostro strapotere, al non vaccinato che mette scelleratamente a repentaglio la salute dell’intera collettività (ammirevolmente obbediente e responsabile!).

In pratica, si potrebbe dire che, nei confronti dei Diritti Umani, è accaduto un po’ quello che si è verificato per secoli, all’interno delle Chiese cristiane, nei confronti del mite (ma scomodissimo) profeta nazareno: cori di Osanna e di domenicali benedizioni, ma solo e sempre a patto di ignorare-dimenticare tutto quanto sappia di scandalo, di disorientamento, di invito radicale a rivoluzionare il proprio modo di pensare e di essere.

La filosofia dei Diritti Umani non è facile da comprendere, e ancora più difficile da accogliere e coerentemente rispettare.

E per tanti motivi. Per uno, sopra a tutti gli altri:

 i Diritti Umani pretendono di essere Universali, ovvero di essere veri e validi per TUTTI, senza alcuna possibile forma di distinzione.

Ma perché, potremmo chiederci, dovrebbero valere per tutti, proprio per tutti?

Il Preambolo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 10 dicembre 1948 ci offre una risposta secca e pragmatica, ancorata alle tragiche vicende storiche del recente passato:

  • la loro negazione ha prodotto spaventose e infinite rovine;
  • le guerre sono la manifestazione estrema della negazione dei Diritti Umani, ovvero di una frantumazione della famiglia umana in gruppi che hanno più diritti (pane, benessere, sicurezza, libertà, ecc.) di altri;
  • la nostra epoca è l’epoca dell’aut aut e la scelta fra le due cose non è più rinviabile, né tantomeno eludibile;
  • per liberarci dal “flagello della guerra” è, pertanto, apoditticamente necessario trasformare il circolo vizioso di “negazione di Diritti Umani = Guerra”, in circolo virtuoso di “promozione-tutela dei Diritti Umani=Pace”.

 

Continuando a rifiutare questo ragionevolissimo invito, continueremo a sprofondare nelle letali sabbie mobili del chiacchiericcio politichese e della retorica ipocrita e meschina.

 

Scriveva, più di mezzo secolo fa, Aldo Capitini, lungimirante maestro di saggezza:

 

Bisogna muovere (…) da ogni essere a cui possiamo dire un tu, dargli un’infinita importanza, un suo posto, una sua considerazione, un suo rispetto ed affetto.

 Finora non si è mai fatta veramente questa apertura ad ogni essere, un singolo essere e un altro singolo essere, con l’animo di non interrompere mai.

Perché non si è avuta questa apertura precisa e infinita?

 Perchè si è trovato il modo di appoggiarsi a qualche cosa dicendo che era più importante:

 i religiosi a Dio, i filosofi all’Idea universale, i politici allo Stato o alla Rivoluzione;

trascurando gli esseri,

anzi distruggendone alcuni senza rimorso.”*

 

Insomma, dovremmo sentirci tutti di fronte ad un bivio, chiamati, uno per uno,  a scegliere da che parte stare:

 

o entrare finalmente nella dimensione dell’affratellamento egualitario e solidale, abbandonando qualsiasi politica caratterizzata dai privilegi, dalle gerarchie, dalle esclusioni e dalle discriminazioni di ogni tipo,

oppure rassegnarsi ad un futuro all’insegna della paura, sottoposto alla tirannia dell’odio e all’incubo della violenza.

 

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*Aldo Capitini, Il Potere di Tutti, Guerra Edizioni, Firenze 1969.

 

 

 

 

 

 

 

 

In vista di una efficace Educazione ai Diritti Umani,  l’insegnamento della Storia, in ambito scolastico  e ben lontano dalla retorica tracimante dagli ingranaggi mediatici e politici, è certamente in grado di offrire un contributo straordinariamente prezioso.

Dovrebbe trattarsi, però, di un insegnamento liberato, oltre che da letture ideologicamente viziate, da tutti quegli infecondi nozionismi e schematismi imparaticci che, troppo spesso, fanno apparire la Storia (come un po’ tutte le discipline) noiosa e priva di rapporti col mondo della realtà in cui i nostri giovani sono chiamati a vivere.

Insegnare Storia in maniera rigorosamente ragionata, nell’ottica della ricerca aperta e della analisi critica, può, infatti, svolgere una funzione importante non solo sotto il profilo strettamente culturale, ma anche e soprattutto nella prospettiva di una democratica formazione delle coscienze giovanili.

Ciò perché:

  1. abitua al rifiuto sistematico di qualsiasi asserzione basata sul cosiddetto “principio di autorità”;

  2. stimola un atteggiamento autonomo, anzi, impone l’uso indipendente della riflessione;                                                                                                                                                                                                                     
  3. abitua altresì alla relativizzazione, comunicando una spiccata repulsione nei confronti delle generalizzazioni facili ed affrettate, delle classificazioni semplicistiche, delle formulazioni rigide, delle definizioni sterotipate. Ciò in quanto qualsiasi fenomeno storico può essere inteso secondo una pluralità di luci prospettiche, può essere letto con una molteplicità di approcci interpretativi, può essere caricato di infiniti significati.

La comprensione di tutto questo non potrebbe che favorire la formazione di una mentalità allergica ai rigidismi aprioristici e agli assolutismi concettuali.

Insegnando Storia, una delle prime cose che sarebbe opportuno mettere bene in evidenza è il principio pirandelliano secondo il quale i fatti storici sarebbero sempre e soltanto come “sacchi vuoti”, incapaci di reggersi da soli, ovvero senza il significato che solo l’interprete può assegnare loro.

Ciò dovrebbe condurre a sgombrare la mente dal pregiudizio positivistico (ancora molto diffuso) che potremmo definire come “mito dell’oggettività dei fatti” (vedi, a tal proposito, le Sei lezioni sulla storia E. Carr, nonché gli studi storiografici di Huizinga, Marrou e Bloch), optando per un’ottica di stampo soggettivistico. Il che non significherebbe teorizzare l’equipollenza delle chiavi di lettura, bensì l’affermazione della consapevolezza dell’impossibilità di approdare ad una unicità di visione e ad una definitività interpretativa.

Da questo dovrebbe scaturire un atteggiamento di tipo costruttivamente socratico nei confronti della realtà:

nessuno può pretendere, infatti, di possedere le chiavi “giuste”, né di fornire l’unica risposta possibile ai vari interrogativi.

L’adozione di un certo metodo, dunque, non può essere ritenuta fatto secondario né tantomeno neutrale.

Tutto questo comporta che, al di là delle tematiche proposte e degli obiettivi prefissati, sarà il metodo adottato a fare la sostanza centrale dell’intera attività educativa.

 Tanto più, cioè, saremo in grado di trasmettere ai nostri ragazzi una metodologia d’indagine autenticamente scientifica, tanto più potremo sperare che in loro riuscirà ad affermarsi e a rafforzarsi una mente vigile, disinibita, solidamente logica, amante della coerenza argomentativa e nel contempo rispettosa delle tesi altrui.

In definitiva, la mia proposta metodologica mira a coniugare, potremmo dire, istanze socratiche con elementi di provenienza cartesiana ed anche nietzscheana, trovando coronamento nelle teorie sulla democrazia e sulla scienza di John Dewey e nei risultati più avanzati delle ricerche contemporanee in campo di ermeneutica e di epistemologia, senza ignorare le cose migliori dello storicismo tedesco e di quello crociano.

In altri termini, andrebbero applicati i seguenti criteri:

  1. partire dalla consapevolezza del proprio “non sapere”, mettendo fra parentesi tutto ciò che crediamo di sapere, interrogandoci costantemente sulla fondatezza delle nostre opinioni, facendo diventare il motto del Montaigne (“Que sais-je?”) nostra regola primaria nella ricerca;
  2. adottare pertanto l’atteggiamento cartesiano della cautela, della circospezione sia nell’accogliere, sia nel rifiutare, e procedendo con massima attenzione come l’uomo del Discorso sul metodo, che avanza nel buio;
  3. diffidare di ogni risultato raggiunto, non dimenticando mai l’impossibilità nostra di liberarci dai soggettivi parametri interpretativi, rivolgendo dunque il “sospetto” sia all’esterno che all’interno, e ricordandoci sempre dei fattori inconsci che plasmano i nostri giudizi in maniera preconcetta, secondo linee egocentriche, etnocentriche, antropocentriche, ecc.;
  4. impostare ogni discorso nell’ottica propria della ricerca scientifica, obbligandoci ad una inesausta verifica dei risultati conseguiti e ad un continuo, sereno ed anti-dogmatico confronto con i risultati altrui;
  5. intendere il fare storia nella prospettiva di una discussione perennemente aperta, rifiutando ogni chiusura ideologica e contestualizzando e relativizzando ogni valutazione, nella consapevolezza della ineludibile rivedibilità delle nostre tesi.

Concludendo, è mia convinzione che ogni discorso sul che cosa insegnare debba essere preceduto da un opportuno dibattito di carattere metodologico, e che è soprattutto con l’adozione di un metodo critico-problematico che ci sarà possibile strappare l’insegnamento della Storia alle nebbie della retorica e alle paludi del mnemonicismo, promuovendo nei giovani:

 il gusto per il libero impiego del pensiero;

 l’autonomia di ricerca;

una visione serenamente e rispettosamente pluralistica e progressiva del sapere;

l’esigenza di strutturare il proprio giudizio in modo fortemente argomentato;

il desiderio di combattere tutte le pseudo-verità alimentate dal pregiudizio, dalla superficialità, dal dogmatismo, da un uso conformista ed ingenuo della ragione.

Cercare di comunicare tutto questo ai giovani, in un’epoca come la nostra, in cui tecniche e strategie sempre più raffinate ed evolute consentono ai grandi poteri di penetrare nelle nostre coscienze, manipolandole ed asservendole in vista dei loro fini, è quanto mai urgente e necessario.

 Soltanto così, al di là delle tante dichiarazioni di nobili principi e delle altisonanti celebrazioni delle oramai innumerevoli (quanto stucchevoli) “Giornate” commemorative, sarà possibile educare davvero ai Diritti Umani, formando cittadini del mondo mentalmente liberi, buoni e sinceri amici e difensori di una teoria della vita e di una relativa prassi di natura pluralistico-democratica, capaci di dire il proprio NO a tutti i tentativi del potere di appropriarsi del nostro pensiero, del nostro corpo, della nostra volontà.

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