L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Human Rights (172)

Roberto Fantini
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Il tema della solidarietà sta diventando un argomento sempre più pregnante nella nostra società. Partecipare alla 16 edizione del “Premo Italia Diritti Umani 2018” organizzato dalla Free Lance International Press svoltosi il 14 ottobre 2018 presso l’aula magna della facoltà valdese di teologia a via Cossa a Roma, assume in questo un momento un significativo diverso in Italia e nel mondo, visti i cambiamenti veloci sul modo di intendere la parola solidarietà. Le realtà che operano per l’ aiuto ai più deboli e una comunicazione  più autentica nel mondo sono comunque tante. Il “Premo Italia Diritti Umani 2018” della Flip è un progetto nato per dar luce a tutte quelle associazioni e personaggi particolarmente attivi per la difesa dei diritti umani. Piccole gocce nell’oceano in un mondo dove i diritti fondamentali dell’uomo non vengono messi al primo posto, come dovrebbe essere, e dove l’informazione dei media non è sempre all’altezza, dando risposte velleitarie. In ques

ti spazi si inserisce il premio, fortemente voluto dall’associazione di giornalisti freelance, che lo dedicano alla memoria del loro vicepresidente Antonio Russo, ucciso nel 2000 in Georgia mentre indagava sulla tragedia cecena,  proprio per dare voce alle piccole realtà del nostro Paese, associazioni e persone dedite alla solidarietà, ai diritti umani e ad un’ informazione libera da lacci e ricatti.

Antonio Cilli, Founder di Cittanet, spiega che oggi c’è un nuovo modo di fare giornalismo, con mobil e video. “ L’art. 21 della Costituzione ci accomuna, parla di libertà di espressione, fondamentale per

   
 video Antonio Cilli 1 video Antonio Cilli 2

tutti. Ognuno partecipa alla cosa pubblica quando informa ed è informato. Così, ad esempio, quando i giornali hanno come editore una società automobilistica c’è il rischio che non ci sia informazione oggettiva. Mi piacerebbe conoscere un editore che fa l’editore e non l’imprenditore – spiega Cilli - ….. Si ingigantiscono i problemi, si pongono delle esche, come ad esempio lo è stato per il caso del morbillo, costruendo un castello su fatti inesistenti, stessa cosa sta accadendo sul problema immigrati. Ci sono tanti problemi in Italia… criminalità organizzata, il problema delle periferie, e si parla invece di false verità. Ma oggi qualcosa è già cambiato; con la tecnologia si diventa editori di se stessi, con un cellulare, un video o un monitor possiamo fare informazione; quella ecologica però, raccontando la verità. Il futuro sarà una “piattaforma partecipativa per creare informazione”.

 
Video  Emanuela Scarponi

Emanuela Scarponi, fondatrice dell’agenzia stampa “African people” e relativa radio web, ha rimarcato che non abbiamo contezza dai paesi africani della situazione reale dei diritti violati ma, con web radio, journal tv e press agency sappiamo anche che l’Africa è un continente in crescita di valore, dove molte persone parlano almeno due lingue”.

Con l’idea di educare ai diritti umani, Maria Elena Martini presidente dell’associazione “arte e cultura per i diritti umani”, intervenuta all’incontro, dedica la sua vita all’educazione nelle scuole per far conoscere come si applicano i diritti, allo scopo

 
 Video Maria Elena Martini

anche di risolvere le conflittualità di tutti i giorni. “Esiste un libricino di 30 articoli sulla libertà per i diritti umani dell’assemblea generale delle Nazioni Unite – spiega Martini - con degli spot dedicati, uno per ogni articolo, per comprendere i nostri diritti. L’organizzazione YHRI, con sede a Los Angeles, va in questa direzione, verso la pace e la tolleranza. Uno degli articoli che mi ha colpito di più è quello sulla responsabilità, l’art 29. Molti pensano alla responsabilità come un senso di colpa, mentre è un articolo sul prendersi cura dell’altro, dei propri figli, delle persone, invece bisognerebbe vivere tutti questi diritti non come un peso, ma come un’opportunità, - continua la Martini - mettono d’accordo l’umanità e ci rendono meno scimmie”

 
 Video Riccardo Noury

Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, ha centrato l’attenzione su un Paese come L’Afghanistan, in cui ogni anno ci sono 10 mila vittime civili. “il ministro dell’interno tedesco - racconta l’attivista di Amnesty – ha rimpatriato 69 civili afgani e uno di questi si è suicidato a Kabul. Nell’ accordo era previsto il rimpatrio dei cittadini afgani in cambio di aiuti economici al Paese”. Così pure gran parte della popolazione norvegese si è mobilitata per impedire il rimpatrio forzato di una ragazza 18 enne, nata in Norvegia ma di origine afgana. Al ministro dell’istruzione così gli è stato chiesto: “ ma tu manderesti mai tua figlia in Afghanistan?” e lui ha risposto: “ no di certo!”, allora si è replicato: “e quindi, perché vuoi mandare una ragazzina in un paese non sicuro?”.

 

 

Le motivazioni del Premio Italia Diritti Umani 2018:

Menzione speciale A Rosa a Capodiferro

 

Rosa Capodiferro, nata in una povera famiglia di uno sperduto paese del nostro meridione, forte solo della sua tenacia e determinazione, passando attraverso tutti i gradini della vita lavorativa di un ospedale, da addetta alle pulizie, a portantina, a infermiera e caposala, arriva a specializzarsi come medico cardiologo e a svolgere la sua attività professionale presso importanti strutture ospedaliere. A partire dalla sua infanzia poverissima di figlia di un ciabattino, in una Lucania contadina e primitiva, e poi in un mondo più vasto, in cui si compirà un destino di realizzazione professionale, ma anche di

 
  Video Rosa Capodiferro

duro lavoro, fatica, dolore.

Il Premio Italia Diritti Umani a Rosa Capodiferro intende riconoscere il raggiungimento di quello che sempre più si presenta come diritto umano primario, il diritto all’istruzione ancora di più motivato se a raggiungere alti obiettivi professionali e culturali è proprio una donna.

Come cardiologo Rosa Capodiferro ha operato pure nell’India del Sud, medico volontario, lottando anche in quel Paese contro la fame, la sete e la lebbra che divorava corpi umani e devastava bambini.

Da figlia di ciabattino, o scarparo come si chiamava nel nativo Castelsaraceno in Basilicata, a primario ospedaliero, e adesso Rosa Capodiferro a menzione speciale al Premio Italia Diritti Umani 2018.

 

Premio Italia Diritti Umani 2018 a Silvia Pietrovanni

 

Dal 2010, Silvia Pietrovanni si dedica alla scrittura per il teatro civile. A tale scopo, dà innanzitutto vita al progetto “Anemofilia teatro”, con l'intento specifico di portare il teatro di denuncia anche al di fuori dei circuiti ufficiali, ricercando l’incontro con il pubblico in diversi contesti, dai parchi alle associazioni e alle biblioteche.

 
  Video Silvia Pietrovanni

I temi trattati dal progetto Anemofilia hanno in comune l’interesse appassionato nei confronti dei diritti delle donne.

Nel 2010, il suo primo testo, “Bada-mi”, dedicato alle problematiche spesso ignorate inerenti alla condizione delle badanti in Italia,   risulta vincitore del Premio Borrello/Etica in atto.

Nel 2014, il testo "H2SO4:la vita che vuoi è la sola che avrai?" viene premiato al Salone del Libro di Torino come testo vincitore del Premio InediTo 2014, e l’anno successivo si classifica al secondo posto per Premio Donne e Teatro.

H2SO4, con cui Silvia denuncia le atroci violenze ai danni delle donne acidificate, ottiene inoltre il patrocinio dell'associazione Smileagain, da anni impegnata nella ricostruzione del volto e nella formazione delle donne vittime dell'acido solforico.

Nel 2015, scrive e porta in scena "Herbarie: le chiamavano streghe" (opera vincitrice della terza edizione del Premio "Streghe di Montecchio"), una colta riscoperta, rivalutazione e difesa della tradizionale medicina delle donne, mirante a promuovere un originale dibattito intorno al concetto di cura, di malattia e di ascolto del paziente.

         Si conferisce pertanto il
Premio Italia Diritti Umani 2018 a Silvia Pietrovanni per il suo coerente e determinato progetto artistico, volto a richiamare l’attenzione sui diritti violati delle donne e a favorire, con un particolarissimo entusiasmo emotivo, sempre accompagnato da un’ammirevole capacità di ricerca critica, una preziosa attività di arricchimento culturale e di sensibilizzazione etico-civile.

 

Premio Italia Diritti Umani 2018 a Antonella Napoli

 

La giornata di Antonella Napoli è fatta di 72 ore: 24 per la famiglia, 24 per il giornalismo, 24 per l’attivismo in favore dei diritti umani.

 
 Video  Antonella Napoli

Pubblica regolarmente articoli e saggi su tematiche connesse alla politica estera, all’economia, all’immigrazione, alle politiche europee, alla cooperazione internazionale, alla libertà di informazione e ai diritti umani. Collabora, tra gli altri, con “la Repubblica” e “Huffington Post”.

Fondatrice dell’associazione Italians for Darfur, è stata la prima in Italia a richiamare l’attenzione sul conflitto iniziato nel 2003 in Sudan, il cui presidente è indiziato di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio. Cura un rapporto annuale sulla situazione dei diritti umani nel paese e nel confinante Sud Sudan e promuove campagne internazionali, soprattutto sulle donne condannate a morte.

È autrice di “Volti e colori del Darfur” (pubblicato da Edizioni Gorée nel 2009, dal quale è stata tratta una mostra fotografica), di “Il mio nome è Meriam” (pubblicato da Piemme nel 2015 e tradotto in sette paesi) e de “L’innocenza spezzata” (pubblicato da Gorée nel 2018).
Dal 2006 è membro di Articolo 21, dal 2016 nel Direttivo e nell'Ufficio di presidenza della stessa associazione.

Dal 2017 è nel board internazionale del Turkey advocacy group, unica giornalista italiana tra gli osservatori al processo a 18 redattori del quotidiano turco “Cumhuriyet” per conto della Federazione internazionale della stampa. Ha realizzato nell'occasione il reportage “Turchia, la più grande prigione per giornalisti”, proiettato in anteprima nella Giornata mondiale per la libertà di informazione nel corso dell’iniziativa pubblica promossa a Roma dalla Federazione nazionale della stampa italiana e da Articolo 21.

 

Premio Italia Diritti Umani 2018 a Maria Cristina Fraddosio

 

 
 Video Maria Cristina Fraddosio

Maria Cristina Fraddosio. giornalista freelance. Collaboratrice de “Il Fatto Quotidiano”, "La Repubblica”, “Il Venerdì” e “L’Espresso”. Si occupa prevalentemente di inchieste legate ai diritti umani e all’ambiente. Nel 2017 è stata insignita dall’Ordine nazionale dei Giornalisti del premio “Ciampi” per l’inchiesta sul ghetto di Rignano (Foggia). Nel 2018 ha vinto il premio “Giornalista di Puglia”, per la sezione internet-cronaca con un’inchiesta sul gasdotto Trans Adriatic Pipeline. A questa tematica ha dedicato anche il suo primo documentario indipendente “Mena”.

Coniuga l'impegno professionale a una grande curiosità per tutto ciò che riguarda la vita quotidiana e il destino degli esseri umani. E’ sempre pronta a riferirne, con precisione, con una profonda capacità di sintesi e uno stile che non dissimula l'indignazione per un mondo nel quale il rispetto dei diritti umani è un obiettivo tutto da conquistare. Per questi motivi

Si conferisce il Premio Italia Diritti Umani 2018 a Maria Cristina Fraddosio

 

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  Video Fabiola Di Gianfilippo

Molti sono stati i momenti particolarmente toccanti e coinvolgenti del pomeriggio di domenica 14, destinato al ricordo di Antonio Russo e all’assegnazione annuale dei Premi per i Diritti umani. Ma un posto particolare è stato occupato, senza alcun dubbio, dal riferimento fatto dal presidente Virgilio Violo all’oramai lontano 2011, quando, a ricevere uno dei nostri premi, fu Ilaria Cucchi. E davvero bello e commovente è stato riascoltare quanto contenuto nella motivazione dell’assegnazione.

Non siamo stati certo né chiaroveggenti né profetici nello scegliere una persona come Ilaria. Comprendemmo soltanto, con semplice onestà di giudizio indipendente, quello che tanti altri avevano capito e che tutti avrebbero dovuto capire: la battaglia dura, durissima, sfibrante quanto ammirevole di Ilaria e dei suoi genitori era, è e resterà non una battaglia contro qualcuno, né tantomeno contro le istituzioni della nostra Repubblica, ma una battaglia per tutte le vittime di uno Stato che viene meno ai suoi doveri, usando la forza non per tutelare i suoi cittadini, ma per colpirli in maniera irragionevole ed arbitraria. Una battaglia per tutti coloro che nello Stato vogliono continuare a credere e a lavorare, affinché democrazia e giustizia possano costituirne sempre più la vera anima.

Riteniamo pertanto utile riportare, qui di seguito, il testo della motivazione del Premio.

Si conferisce il Premio a

Ilaria Cucchi

La battaglia che Ilaria Cucchi sta conducendo merita attenzione, rispetto e gratitudine da parte di tutti noi per molte ragioni. Non soltanto perché mira a restituire dignità alla persona del fratello Stefano, atrocemente quanto assurdamente privato della vita, mentre si trovava nelle mani di uno Stato che avrebbe dovuto proteggerlo, ma soprattutto perché si tratta di una battaglia che Ilaria ha scelto consapevolmente di portare avanti, con coraggio e tenacia, a favore di tutta la nostra società, per restituirci la fiducia nelle istituzioni democratiche, nello Stato di diritto, nella giustizia e negli altri.

Per il suo impegno generoso, quindi, Ilaria è diventata il punto di riferimento per tante persone che, come lei, si battono affinché le proprie storie tragiche di “diritti negati” escano da una sfera strettamente personale  per trasmettere a tutti noi la forza necessaria a chiedere sempre la verità e a riuscire ad ottenerla, nella convinta speranza che possa esserci un futuro, per noi e per i nostri figli, liberato dalla barbarie della violenza, dell’arbitrio, della prepotenza, della menzogna e della discriminazione. 

Roma 13 ottobre 2011

                                                                   

 

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 Video omaggio a Virgilio Violo e Neria De Giovanni

Da segnalare che Giuseppe Bellantonio, socio della Flip e  Presidente dell’accademia di Alta cultura, insieme alla Fondazione Michele Cea di Milano, presieduta dall’Ing. Nicola Cea, hanno voluto omaggiare il Presidente dell’associazione Virgilio Violo e la moderatrice del Premio Neria De Giovanni, Presidente dell’associazione internazionale dei Critici Letterari con sede a Parigi, di due opere d’arte a sostegno del lavoro dai medesimi svolto a favore della libertà di stampa e dei diritti umani

 

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. I premi in opere d’arte sono stati gentilmente offerti dagli artisti Isabella Scucchia, Nastasya Voskoboynikova, Liliya Kishkis Marotta, Guia Muccioli e consegnati dalle attrici Fabiola Gianfilippo, che fra 15 giorni vedremo al cinema con “Ti presento Sofia “, film di Guido Chiesa, Alessandra Izzo, impegnata accanto ad attori come Porietti, Arbore, Mirabella, Lando Fiorini, lo scrittore Paolo di Orazio, l’attrice Elena di Ciocco e l’attore Domenico Macri.

 

 

Ha reso onore al Premio una recita teatrale e lettura di Ferdinando Maddaloni e Katia Nani dal titolo: “Denunciami Pure”.

 
 Il buffet

 

 
Video Ferdinando Maddaloni e Catia Nani 1 Video Ferdinando Maddaloni e Catia Nani 2

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La giornata dedicata a questo evento, oltre che essere stato un momento d’incontro, di dibattito, di confronto, è stata allietata anche da un ricevimento organizzato ad hoc per rendere più gradevole il meeting.

L’amico e collega Antonio Di Spirito è riuscito a coinvolgere alcune aziende vinicole che, con i loro vini, hanno deliziato e accompagnato il buffet.

Queste le Aziende che hanno accolto l’invito alle quali va il ringraziamento da parte del Direttivo della Free Lance International Press:

Monti Cecubi: presente con:

Odys 2017 è un bianco a base di fiano) ed altre uve locali: elegante, fresco sapido, un po' delicato.
Terrae D’Itri 2017, un gran vino rosso prodotto con abbuoto, cabernet sauvignon e uva serpe: fresco, fruttato, ampio di sapori, affatto muscolare.

Fattoria La Rivolta, importante azienda di Torrecuso, nel beneventano, ha presentato:
Piedirosso 2017, semplicemente delizioso
Falanghina 2017, una eccellente con a supporto Fiano 2017 e Greco 2017.

Coletti Conti era presente con un’ottima Passerina del Frusinate 2017, poi due cesanese del Piglio: il Hernicus 2016 ed il pluripremiato dalle guide Romanico 2016.

Colle Ciocco è un piccola ma importante azienda umbra; era presente con:
Montefalco Bianco 2017, il Tempestivo 2017, trebbiano spoletino in purezza: sapido e centrato nella sua tipicità;
Montefalco Sagrantino 2012, monumentale, fresco, elegante, strutturato, per nulla pesante.

Arrivederci al 2019 nella speranza di ritrovare tutti al nostro fianco. 

 
                                                                                             Video    Saluti

10 maggio 1940 ore 7.30 di mattina. Avevo 9 anni. Ero pronta per andare a scuola e mi sentivo molto importante perché al collo portavo, attaccato ad un nastro blu, un cartellino con il mio nome, l’età e l’indirizzo. Questo cartellino era stato dato a tutti gli scolari il giorno prima a scuola con la raccomandazione di indossarlo sempre. Naturalmente noi, in quel momento, non ne comprendevamo il motivo e non sapevamo che era perché c’erano stati strani movimenti di truppe tedesche al di là del confine. Mia madre era fuori, per strada, era molto agitata e stava parlando con una nostra vicina altrettanto agitata. Si chiedevano se fosse il caso di mandarci a scuola quel giorno ma, alla fine, io e sua figlia ci siamo andate. Decisamente non era una giornata come tutte le altre perché, stranamente, per la strada, si erano riversati anche tutti gli altri abitanti di quel piccolo paese e parlavano e discutevano. Passando davanti a qualche gruppo sentivamo le parole: i tedeschi, Olanda , Belgio, la famiglia granducale è partita per Londra. A noi tutto questo non interessava, eravamo troppo fiere con i nostri cartellini mentre camminavamo verso scuola. Anche lì, però, abbiamo trovato le maestre, i maestri, gli altri scolari ed il bidello fuori nel cortile. Anche lì grande vocio, gesticolare, agitazione ed alla fine, tutti a casa. Nel frattempo anche mio padre, che era un minatore, era tornato dal lavoro. I suoi capi avevano impedito a lui ed a tutti gli altri di entrare nelle gallerie. La gente continuava a discutere, a essere agitata, a parlare di tedeschi e poi un gran botto ha fatto rimbombare l’aria: era scoppiata la centrale elettrica! Un attimo di sbigottimento e poi quella piccola folla ha ricominciato a parlare in modo frenetico. Io non capivo cosa stesse succedendo e nessuno si era preso la briga di spiegarmelo. Sono passate così le prime ore dell’occupazione del Granducato del Lussemburgo da parte della Germania nazista in quel piccolo paese al confine con la Francia.

 

Noi bambini correvamo di qua e di là, eccitati da tutta quella confusione, ma eravamo letteralmente elettrizzati quando abbiamo visto scendere dalla collina dei soldati francesi a cavallo. Li guardavamo affascinati mentre passavano. Chi li aveva mai visti! Gli adulti, invece, li osservavano e, scuotendo la tesata, mormoravano: “Poveri ragazzi”. Solo più tardi ho saputo che stavano andando a combattere contro i carri armati tedeschi. Poi si è presentato quel comandante francese che ci ha ordinato di lasciare immediatamente le nostre case. Eravamo, infatti, sulla linea di fuoco tra l’esercito tedesco che avanzava, e che ormai era padrone della capitale, e quello francese che tentava di difendere ciò che da subito era indifendibile. Dovevano partire, però, solo le donne ed i bambini. Mia madre è rientrata in casa, ha preso una federa e l’ha riempita con degli indumenti suoi, poi, in una più piccola, ha messo delle cose mie. Dalla cucina, ad un certo punto, si è sentito un gran fracasso di vetri e piatti rotti. Era mio padre che, preso dall’impotenza di non poter fare niente, con una manata aveva buttato giù tutti i bicchieri ed i piatti messi ad asciugare. Quando l’ho salutato, mi ha abbracciato forte forte con gli occhi pieni di lacrime. Ci siamo ritrovate così in strada. A noi si sono aggiunte le altre donne, i bambini, mia nonna, le mie zie ed il piccolo Marcel, l’ultimo figlio di mia nonna, di sette anni, affetto dalla sindrome di Down, e quella colonna di profughi, perché ormai quello eravamo, ha iniziato il suo cammino verso la Francia. E’ stato l’inizio di un’odissea. Con noi c’erano altre 4 famiglie e Pierre, un ragazzone di 19 anni, orfano dei genitori che viveva con la famiglia di sua sorella, anche lei nel nostro gruppo. Lui si è offerto di portare Marcel sulle spalle e, per questo, gli volevamo ancora più bene e Marcel era felice su quelle forti spalle e di quel nuovo gioco. Io, invece, ero molto fiera perché anche io avevo un compito ed era quello di portare il mio sacchetto. Me ne sentivo responsabile mentre camminavo, dando la mano a mia madre, in direzione della Francia. Solo verso sera abbiamo attraversato il confine, ma abbiamo continuato a camminare anche nel buio della notte ed ogni tanto la strada veniva illuminata dai fari di una camionetta dell’esercito francese che andava verso il Lussemburgo. Quando siamo arrivati in un piccolo paese, un ufficiale ci ha ordinato di entrare in un fienile. Eravamo stanchi morti! Per quante ore avevamo camminato? Ad un certo punto siamo stati svegliati da un rumore assordante e spaventoso di cannoni che solo a giorno fatto è cessato all’improvviso. Poi, dopo non so quanto tempo, alcuni soldati francesi sono entrati nel fienile con del pane dicendoci però freneticamente di andare via subito. Era l’11 maggio. Il Lussemburgo era stato completamente occupato ed anche l’esercito francese si era ritirato da quella nazione. Ora si trattava di difendere la Francia.

 

Ci siamo ritrovati così di nuovo sulla strada tra bestiame, altri profughi e soldati francesi col fronte che si stava pericolosamente avvicinando. La notte dormivamo dove capitava. Durante il giorno i soldati francesi dividevano il loro cibo con noi. Durante la marcia arrivavano gli aerei tedeschi a mitragliarci e noi allora tutti giù nel fosso ed io ero un po’ furiosa con mia madre perché lei, nel saltare nel fosso, cercava di buttarsi sempre su di me. Io, così, non sono mai riuscita a vederli gli aerei. Solo molto più tardi ho capito che lei lo faceva per proteggermi. Abbiamo visto tante case distrutte, ma non abbiamo mai incontrato civili francesi che avevano lasciato la zona prima del nostro passaggio. In questo modo siamo arrivati a Verdun e lì ci hanno offerto ospitalità in una caserma. La mattina dopo un soldato è entrato trafelato nella camerata urlando: “Si salvi chi può! Arrivano i Tedeschi!” I Tedeschi avevano oltrepassato il confine ed erano vicinissimi. Era il 14 maggio, martedì di Pentecoste. Ci siamo alzati in fretta, mentre giù nel cortile stavano mettendo in moto dei camion per portarci alla stazione. La stazione era già stata colpita e da un treno in fiamme, c’erano delle suore belghe che saltavano giù tentando di salvarsi urlando in modo disumano. Ci hanno caricato in fretta sui vagoni del bestiame per farci uscire dalla stazione il più velocemente possibile. Su, nel cielo, rombavano i caccia tedeschi alla ricerca di un bersaglio da colpire. Ore ed ore di viaggio senza acqua e senza mangiare. Un angolo del vagone era stato trasformato in bagno. Ad un certo punto il treno si è fermato in mezzo alla campagna e noi giù velocemente perché sopra di noi c’erano nuovamente loro, i caccia tedeschi. Restare nel treno avrebbe significato la fine per tutti. Abbiamo ricominciato a camminare: ma dove andare? Lontano dal Lussemburgo e dai Tedeschi che continuavano ad avanzare, verso sud. Dormivamo dove capitava, civili francesi non ce n’erano più, i soldati dividevano il loro cibo con noi. Ricordo un soldato, alto e magro, con i baffi, che costrinse mia nonna ad accettare un vasetto di marmellata. “Per i bambini! Per i bambini!” Poi, piangendo ha raccontato che aveva 4 figli e che non aveva più notizie di loro e di sua moglie. E così via per giorni e giorni. Poi abbiamo passato la notte in una scuola abbandonata sempre sotto le cannonate e con i rumori dei bombardamenti. E poi di nuovo sulla strada a camminare. Una volta i soldati francesi avevano preparato un pasto caldo per noi e, finalmente, dopo giorni di pane e carote crude, potevamo mangiare qualcosa di caldo anche se era solo un minestrone. Avevano preparato dei tavoli in un grande cortile con dei piatti di alluminio, ma mentre mangiavamo un rombo assordante sopra di noi e quelli che hanno iniziato ad urlare: “ Via, via dal cortile!” Su, nel cielo, due aerei, uno tedesco ed uno francese, avevano iniziato un duello, si sparavano addosso ed i proiettili cadevano proprio sul cortile nel mezzo del quale c’era un albero maestoso. Noi ci eravamo rifugiati tutti proprio sotto quell’ albero, ma non avevo paura, al contrario, ero molto curiosa di vedere i bossoli che cadevano sui piatti e questi che saltavano in aria. I grandi, invece, si stringevano gli uni con gli altri e tenevano noi bambini stretti stretti a loro. Da un edificio i soldati ci urlavano: “ Non muovetevi! Non muovetevi!” Poi, di nuovo sulla strada a camminare. Alla fine siamo arrivati a Saint Jean de Vedas, un piccolo paese vicino a Montpellier, nel sud della Francia. Lì i Tedeschi non ci hanno mai raggiunto. Eravamo, infatti, nella cosiddetta “zona libera”, perché da giugno anche tutto il nord della nazione era finito in mano al Terzo Reich. Per gli abitanti di quel paese eravamo semplicemente “i rifugiati” . Abitavamo in una casa messa a disposizione dal comune e dormivamo su della paglia stesa per terra. Per mangiare il comune ci passava giornalmente dei soldi. Mia madre, però, per racimolarne di più, insieme a mia nonna, si era offerta di fare il bucato per i soldati. Era troppo poco infatti quello che le autorità ci passavano, anche perché neanche loro ne avevano poi molto. Lavavano quei panni in piedi nel fiume con l’acqua fino alla cintola. Noi bambini, invece, tutto il giorno nei campi a rubare frutta che mangiavamo di nascosto. Era diventato un gioco divertente anche se era la fame a spingerci a rubare. Lì abbiamo conosciuto, tra l’altro, dei boy scout belgi, sorpresi dall’occupazione durante un viaggio in Francia.

 

La sera, insieme a loro, ci riunivamo intorno al fuoco e cantavamo “Il valzer delle candele”. E’ stata poi la Croce Rossa Internazionale a fare in modo che potessero rientrare in patria. Abbiamo saputo dopo che, arrivati alla stazione di Bruxelles, i Tedeschi li fecero scendere dal treno, messi contro un muro e fucilati all’istante. Li avevano scambiati per dei soldati! Uno di loro era figlio unico di un medico belga. Dopo quattro mesi la Croce Rossa Internazionale ottenne dal comando tedesco di occupazione anche per noi il permesso di rientrare nel Lussemburgo. Ci misero perciò su un treno fino a Montpellier. Lì dovemmo passare il controllo medico ed una totale disinfestazione da pulci e cose simili e, poi, di nuovo, sul treno con i suoi scomodi pancali di legno ed i finestrini che non si chiudevano, ma, per fortuna, eravamo in agosto. Così, il giorno dopo, incontrammo quei Tedeschi da cui stavamo fuggendo da mesi e non fu un incontro piacevole. Il treno, infatti, si era fermato a Digione, che a quel tempo era al confine tra la Francia occupata dai Tedeschi e la zona libera. Ci imposero la fermata per controllare i nostri lasciapassare. Lungo tutto il binario c’erano soldati con i mitra pronti a sparare e, su quel binario, c’era anche una fontanella e noi, dopo ore senza acqua, avevamo sete. Mia nonna, allora, con il coraggio di una madre, si alzò. Stava per scendere dal treno, indicando quella fontanella ai soldati, quando si ritrovò con un mitra puntato al petto e con un soldato che le urlava addosso di risalire. Sì, stavamo cominciando a conoscere l’esercito di occupazione! Rimanemmo così seduti ad osservare i responsabili della Croce Rossa Internazionale che se la sbrigavano con i capi nazisti. Finalmente, dopo un tempo lunghissimo, ci diedero il permesso di ripartire ed il treno si rimise in moto; stavamo tornando a casa dopo mesi di fuga ed eravamo contenti. Trovammo una casa totalmente depredata, non c’erano neanche più i piatti e i materassi su cui dormire, ma c’era mio padre ed era vivo! Durante tutta l’occupazione tedesca dovetti dormire su un divano rimediato, ma non era la cosa peggiore di quegli anni.

Barbara

testimonianza raccolta da Maria Luisa Dezi

Da dove nasce l’approccio medico svelato al mondo in maniera palese dal piccolo Alfie Evans?

La risposta per il dottor Paul Byrne, neonatologo di fama internazionale, che nel dicembre del 2017 visitò il piccolo, è chiara: «Anche se Alfie non fu dichiarato cerebralmente morto, tutto nasce dalla definizione di “morte cerebrale”. Una visione per cui la vita è misurata sulla quantità di funzioni dell’encefalo».

Da dove nasce l’approccio medico svelato al mondo in maniera palese dal piccolo Alfie Evans? La risposta per il dottor Paul Byrne, neonatologo di fama internazionale, che nel dicembre del 2017 chiamato dalla famiglia del bambino volò a Liverpool per visitarlo, è chiara da anni: «Tutto nasce dalla definizione di morte, non più clinica ma cerebrale, sancita nel 1968 da una commissione medica di Harvard».

Dottor Byrne, ci spieghi perché lei differenzia la morte reale dalla morte cerebrale e quali implicazioni ha questa distinzione? Ho avviato una terapia intensiva per bambini malati nel 1963 presso il Cardinal Glendon Hospital for Childrend di St. Louis, ero profondamente animato dall’intenzione di sostenere la vita in ogni modo possibile.

Durante questo periodo, sono state scoperte nuove terapie. Ma pochi anni dopo cominciò a diffondersi una nuova definizione di morte: il paziente non era più considerato morto solo dopo la cessazione delle funzioni cardiache e circolatorie, quindi anche respiratorie e del sistema nervoso, ma bastava rilevare l’assenza di attività dell’encefalo per dichiararlo morto.

Nel 1975 nel mio reparto fu ricoverato un bimbo nato prematuro, Joseph. Venne ventilato e poi dichiarato cerebralmente morto perché il suo elettroencefalogramma non dava segni di attività. Ma Joseph era vivo, quindi continuai a curarlo: oggi è padre di tre figli. Da quel momento ho cominciato a interrogarmi sulla definizione di morte cerebrale, scoprendo che era una bugia.

Cosa c’entra tutto questo con Alfie che non era stato dichiarato “cerebralmente morto”? Questa visione ha un impatto enorme sui pazienti come Alfie. Se concepiamo le persone morte, e quindi non più degne di cure, quando il loro cervello non dà segnali di attività, si arriva a pensare che la persona con attività cerebrali minime abbia minore dignità.

Se la misura della vita è il cervello allora diventa normale pensare che siccome parte del cervello di Alfie non appariva normale (aveva anche le convulsioni), allora il bambino era quasi morto e quindi non degno di cure.

Non a caso, anche se Alfie era vivo, invece che ricevere la tracheostomia e le cure, hanno deciso, come se fosse normale, di farlo morire. Quando poi lo hanno visto respirare per quattro giorni anche senza la ventilazione, i medici, pur sorpresi, sapevano che avrebbe faticato a riprendersi senza cure adeguate.

Come si sarebbe comportato come medico di fronte ad Alfie? Tutti i medici sanno che dopo due o tre settimane di ventilazione, e certamente dopo un anno e mezzo come per Alfie, è necessario praticare la tracheostomia. Non sappiamo se poi Alfie avrebbe respirato più a lungo con la tracheostomia. L’unico modo per saperlo era curarlo.

I genitori di Alfie hanno combattuto contro questa visione riduttiva e falsa e hanno svelato a molti la verità che il mondo, immerso nella cultura della morte, non vede più. O meglio la vedono le persone normali che non sono state ancora indottrinate, come la gente che ha protestato a Liverpool.

Come le sono apparsi Alfie e la sua famiglia? Siamo immersi nella cultura della morte e Alfie è stato chiamato a farcelo capire grazie ai suoi genitori che si sono posti contro un sistema medico e giuridico gigantesco, non diverso da quello canadese e americano.

La morte cerebrale è un’imitazione della morte, non è morte reale. Ma è utile al mercato degli organi, che spinge a guardare le persone il cui sistema circolatorio è attivo come non persone e il loro corpo come un insieme di pezzi da ricambio.

In poche parole sta dicendo che la cultura della morte nasce dalla donazione di organi di persone vive. Non è possibile espiantare gli organi da un cadavere. Per farlo c’è bisogno di una persona viva, che però bisogna chiamare morta per giustificare questa prassi.

In questo modo si comincia a pensare che la vita c’è ed ed degna solo se una persona ha le funzioni cerebrali almeno minimamente attive, altrimenti perde di dignità. Questa visione è parziale ed elimina la concezione di anima.

Dottore, qual è invece la sua concezione? La vita di ogni persona è un continuum dal concepimento alla morte reale (mors vera), che ha dignità anche se la condizione in cui si trova non ci piace. Si deve continuare a curare ogni persona finché le sue funzioni respiratorie, cerebrali e circolatorie non sono tutte cessate.

Pensa che sia una coincidenza che la definizione di “morte cerebrale” e il primo trapianto si siano verificati uno in fila all’altro nel 1967-68? I ricercatori si erano accorti dell’impossibilità di praticare espianti di organi da cadaveri. L’unico modo per riciclarli era quello di prenderli da persone vive. Così oggi è pieno di gente giudicata morta de medici o giudici, che invece è viva.

Ho visitato in Canada Taquisha Mckitty, viva nel suo letto ma dichiarata cerebralmente morta il 24 settembre 2017: la Corte Suprema deciderà a breve se è viva o morta e quindi se ha i requisiti per essere curata. Andai in California a visitare Jahi McMath dichiarata cerebralmente morta nel 2013. Jahi fu poi trasferita in New Jersey, grazie alla battaglia legale della famiglia, dove ha ricevuto la tracheostomia e la peg. Jahi oggi vive.

La cronaca riporta diversi casi di gente dichiarata morta cerebralmente che poi si è risvegliata. Ogni volta i medici sostengono che ciò sia avvenuto per via di un errore nella diagnostica di accertamento della morte cerebrale che deve confermare l’assenza di respiro, di funzioni cerebrali (compreso il tronco encefalico) e di percezione del dolore. Quando accade dicono che c’è stato un errore nella diagnostica, ma il vero problema è nella loro concezione di vita e di morte.

Per negare questa evidenza c’è persino chi, magari anche ateo, grida al miracolo. I miracoli possono accadere, ma sono tali perché contraddicono le leggi naturali. In questi casi non c’è contraddizione. La verità è che tutti questi pazienti dichiarati morti non lo erano.

Il loro cuore non era fermo e la loro circolazione non era cessata da ore. Non erano corpi in decomposizione. Di miracoloso c’è quindi che nessuno ha toccato gli organi di quelle persone prima che si risvegliassero.

In Gran Bretagna, e ora anche in Italia, la legge dice che si può chiedere di non essere “resuscitati” o “rianimati”, che significa? I medici non hanno il potere di resuscitare nessuno, anche se si parla di “resurrezione” o “rianimazione”: o sei vivo e quindi ti curo o sei un cadavere e nessuno può prendersi più cura di te. Se sei un cadavere ti può resuscitare solo Dio.

Se in questo momento si trovasse davanti ad un paziente incapace di respirare da solo, di reagire agli stimoli o di provare dolore e le cui funzioni cerebrali apparissero del tutto nulle, cosa farebbe? Non lo dichiarerei mai morto. Incoraggio sempre ad esaminare la tiroide del paziente, se poi la tiroide non funziona bisogna somministrare le cure per la tiroide, che così può magari aiutare il cervello a guarire o portare all’alimentazione e la respirazione autonome.

Ci sono molte cose da fare per aiutare una persona a vivere finché non muore veramente. Recentemente un ragazzino di 9 anni, dichiarato cerebralmente morto, è stato curato e ora sta bene.

Perché se l’esperienza nega la definizione di morte cerebrale è così difficile tornare indietro? Solo nel 2017 in America il mercato degli organi ha fatturato 34 bilioni dollari. È un mercato globale, presente anche in Italia.

[…] Perciò il punto starebbe in una diagnosi certa, dove la respirazione e l’encefalo, compreso il tronco, siano completamente inattivi.

Il punto è che sono stati adottati tanti criteri diversi di “morte cerebrale”. Nessuno di questi però è fondato su evidenze: quando qualcuno viene dichiarato cerebralmente morto e poi si risveglia certi diranno che non sono stati rispettati i criteri esatti o che ci sono stati errori diagnostici.

Ma quello che sappiamo è che questi pazienti si sono risvegliati perché i parenti si sono opposti ad una definizione che giudica morto chi ha il cuore che batte. Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

 

Articolo apparso sul sito:http://www.lanuovabq.it/it/visitai-alfie-il-problema-e-la-morte-cerebrale

06.08.2018 - Hiroshima - Ogni anno, il 6 agosto, la città di Hiroshima tiene una cerimonia commemorativa (di pace) per pregare per il riposo pacifico delle vittime, per l’abolizione delle armi nucleari e per una pace mondiale duratura. Durante quella cerimonia, il Sindaco rilascia una Dichiarazione di Pace rivolta all’umanità. Finché ce ne sarà bisogno, il sindaco di Hiroshima continuerà a fare queste dichiarazioni per richiedere l’eliminazione delle armi nucleari dalla faccia della terra. Questo fa parte dello sforzo di Hiroshima di costruire un mondo in cui regni una pace mondiale genuina e duratura e in cui nessuna popolazione sperimenterà mai più la crudele devastazione subita da Hiroshima e Nagasaki.

 

Settantatré anni fa un lunedì mattina, proprio come oggi. Con il sole di mezza estate già brillante, Hiroshima inizia un altro giorno. Per favore ascoltate quello che sto per dire come se voi e i vostri cari foste lì. Alle 8:15, all’improvviso, un bagliore accecante. Una palla di fuoco di più di un milione di gradi centigradi rilascia intense radiazioni, calore, e poi, una tremenda esplosione. Sotto la torbida nuvola a fungo, si spengono vite innocenti mentre la città viene cancellata. “Fa caldissimo! Sto per morire!” Da sotto le macerie delle case, i bambini chiamano urlando le madri.
“Acqua! Per favore, acqua!” Gemiti e lamenti provengono dall’abisso della morte. Immersi nel fetido odore di gente che brucia, le vittime vagano come fantasmi, la loro carne è viva e rossa. La pioggia nera cade dappertutto. Le scene infernali che bruciano nei loro ricordi e le radiazioni che divorano le loro menti e i loro corpi, sono ancora oggi fonte di dolore per gli hibakusha che sopravvivono.
Oggi, con più di 14.000 testate nucleari rimanenti, cresce la probabilità che ciò che abbiamo visto quel giorno a Hiroshima dopo l’esplosione torni un giorno per volontà o incidente a far precipitare le persone nell’agonia.

Gli hibakusha, basandosi sulla diretta conoscenza del terrore delle armi nucleari, stanno lanciando  l’allarme contro la tentazione del loro possesso. Anno dopo anno, man mano che gli hibakusha diminuiscono di numero, ascoltarli diventa sempre più cruciale. Un hibakusha che all’epoca aveva vent’anni dice: “Se si usano armi nucleari, ogni essere vivente sarà annientato. La nostra bellissima Terra andrà in rovina. I leader mondiali dovrebbero radunarsi nelle città bombardate con la bomba atomica, venire a contatto con la nostra tragedia e, come minimo, prendere la direzione verso un mondo libero da armi nucleari. Desidero che gli esseri umani diventino buoni amministratori del creato in grado di abolire le armi nucleari”. Sta chiedendo ai leader mondiali di concentrare i loro sforzi e la loro visione sull’abolizione delle armi nucleari così da fare tesoro della vita e non distruggere la Terra.

L’anno scorso, il Premio Nobel per la pace è stato assegnato ad ICAN, un’organizzazione che ha contribuito alla stesura del Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari: lo spirito degli hibakusha si sta diffondendo nel mondo. D’altra parte, alcuni paesi proclamano apertamente un nazionalismo egocentrico e modernizzano i loro arsenali nucleari, riaccendendo le tensioni che si erano alleviate con la fine della Guerra Fredda.

Un altro hibakusha di vent’anni fa questo appello: “Spero che non si ripresenti mai nessuna tragedia simile. Non dobbiamo mai permettere che i nostri cari svaniscano in un passato dimenticato. Spero dal profondo del cuore che l’umanità metta in pratica la saggezza per rendere pacifica tutta la Terra.” Se la famiglia umana dimentica la storia o smette di confrontarsi con essa, potremmo commettere di nuovo un terribile errore. Questo è esattamente il motivo per cui dobbiamo continuare a parlare di Hiroshima. Gli sforzi per eliminare le armi nucleari devono essere portati avanti sulla base di azioni intelligenti da parte dei leader di tutto il mondo.

La deterrenza nucleare e gli ombrelli nucleari ostentano il potere distruttivo delle armi nucleari e cercano di mantenere l’ordine internazionale generando paura nei paesi rivali. Questo approccio per garantire una sicurezza a lungo termine è intrinsecamente instabile ed estremamente pericoloso. I leader mondiali devono imprimere questa realtà nei loro cuori mentre negoziano in buona fede l’eliminazione degli arsenali nucleari, che è un obbligo legale ai sensi del Trattato di Non Proliferazione nucleare. Inoltre, devono sforzarsi di rendere il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari una pietra miliare lungo il percorso verso un mondo libero da armi nucleari.

Come società civile,  auspichiamo con fervore che l’allentamento delle tensioni nella penisola coreana proceda attraverso un dialogo pacifico. Affinché i leader intraprendano azioni coraggiose, la società civile deve rispettare la diversità, costruire reciproca fiducia e far sì che l’abolizione delle armi nucleari sia un valore condiviso da tutta l’umanità. Mayors for Peace, un movimento che conta ora più di 7.600 città in tutto il mondo, si concentrerà sulla creazione di queste condizioni.

Chiedo al governo giapponese di manifestare il magnifico pacifismo della Costituzione giapponese nel movimento per l’entrata in vigore del Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari svolgendo il proprio ruolo: guidare la comunità internazionale verso il dialogo e la cooperazione per un mondo senza armi nucleari. Richiedo inoltre un’allargamento delle aree di pioggia nera insieme ad una maggiore attenzione e migliore assistenza per le molte persone che soffrono gli effetti psicologici e fisici delle radiazioni, specialmente gli hibakusha, la cui età media supera ora gli 82 anni.

Oggi rinnoviamo il nostro impegno e offriamo preghiere sincere alle anime delle vittime della bomba atomica. Insieme a Nagasaki, l’altra città bombardata con una bomba atomica, e insieme a gran parte della popolazione mondiale, Hiroshima si impegna a fare tutto quanto è in nostro potere per raggiungere una duratura pace mondiale e l’abolizione delle armi nucleari.

 

6 agosto 2018

MATSUI Kazumi
Sindaco
La città di Hiroshima

Traduzione  in italiano di Senzatomica

Vi è nella coscienza dell’uomo un’inquietudine che nessuna riforma e nessun benessere materiale potranno mai placare. La storia dell’utopia è perciò la storia di una sempre delusa speranza, ma di una speranza tenace.”

Ignazio Silone

 

Quando fra noi non più giovanissimi, che abbiamo letto, studiato e amato i libri di Hermann Hesse, Erich Fromm, Etty Hillesum, ecc., e i nostri ragazzi, i quali, continuamente attingendo a tv, cinema, web, hanno accatastato nei sotterranei della loro psiche una mole incommensurabile di immagini di deflagrante violenza, si viene ricorrentemente a creare, parlando del senso della vita umana, del suo valore e del suo destino, una netta spaccatura, sarebbe opportuno non lasciarsi scivolare in una contrapposizione da guerra di trincea, bensì tentare di promuovere, secondo il più franco stile colloquiale, una riflessione serena intorno ai termini esatti della questione. Quando un ragazzo (magari nostro figlio o nostro alunno) ci dice che, secondo lui, tutti i nostri illuminati discorsi sull’uguaglianza, la solidarietà, la pace, ecc., non sono altro che “utopie”, belle sì, ma destinate a restare nel mondo dell’iperuranio, dichiarandosi pertanto, in nome di un presunto “realismo”, ostentamente pessimista, invece che essere commiserato oppure sommerso da fiumi di accorata retorica, avrebbe bisogno - credo - di essere invitato ad esaminare con maggiore attenzione il senso delle proprie affermazioni, in modo da comprendere quanto siano labili, opinabili, sfuggenti e ineluttabilmente soggettivi i confini fra ciò che possiamo classificare o meno come realistico, raggiungibile e razionalmente pretendibile.

 

In campo filosofico e socio-politico, in particolare, potrebbe risultare utile far riferimento alla concezione di K. Mannheim di utopia intesa come progetto destinato a realizzarsi (in alternativa a ciò che dovrebbe essere inteso come mera ideologia) e a quella di E. Bloch che, dell’utopia, fa ben risaltare la funzionalità critico-propositiva e, quindi, felicemente rivoluzionaria. Ma un occhio di tutto riguardo dovrebbe essere riservato, ancor prima, a Rousseau e, successivamente, a Kant, vero punto di riferimento per quanto concerne la fondazione concettuale della funzione dell’utopia nella storia.

 

Nella prefazione all’Emilio, nella quale il filosofo francese, rivolgendosi ai tanti critici che lo rimproveravano di avanzare proposte troppo ardite e contrastanti con la realtà dei fatti, così scriveva:

Proponete quello che è fattibile, non si cessa dal ripetermi. E’ come se mi si dicesse: proponete di fare ciò che si fa …”

Infatti, nel dichiarare irrealizzabile un’aspirazione, che pur riconosciamo degna di apprezzamento, e nell’invocare maggiore adesione al cosiddetto “reale”, in verità noi non facciamo altro che assolutizzare il presente (anzi, soprattutto il passato), trasformando un particolare momento del cammino storico nell’unica realtà possibile. In pratica, ci stringiamo forte a questo presente qui, per paura che qualcuno o qualcosa ce lo porti via, lasciandoci in cambio chissà quale futuro.

Un viaggiatore - scrive Nietzsche in apertura del suo Schopenhauer come educatore - che aveva visto molti paesi e popoli e più continenti, interrogato su quale qualità degli uomini avesse ovunque ritrovato, rispose: essi sono inclini alla pigrizia.

A molti - prosegue - parrà che, più giustamente e più validamente, avrebbe potuto dire: sono tutti pavidi. Si nascondono dietro costumi e opinioni.”

E sì, se siamo tanto rapidi nel marchiare con l’etichetta dell’utopia (intesa come fantasticheria vuota, patetica o ridicola) qualsiasi discorso che vada oltre lo stato presente delle cose, ciò accade perché c’è, in noi, una grande paura di perdere quello che siamo e quanto abbiamo, unitamente al timore di dover intraprendere un cammino duro, faticoso, nonché denso di interrogativi.

 

Dire no a tutto ciò che sa di “utopistico” ( e quindi di strappo, di lacerazione, di rifiuto del vecchio e del collaudato) è una permanente strategia difensiva della nostra psiche e delle nostre società, nel tentativo di conservare quanto già conseguito. Potremmo dire che, molto spesso, finiamo per parlare di “utopia” ogni volta che ci viene proposto di allargare le nostre coordinate mentali un poco più appena di quanto ci riesca possibile senza che si producano in noi sforzo e dolore. Perché, si sa, ogni cambiamento radicale e sostanziale dei nostri schemi interpretativi della realtà e delle nostre prassi per la risoluzione dei problemi rischia sempre di apparire come un attentato a quanto di noi ci è più caro.

 

Accanto a Rousseau, prima, citavo Kant. Questo perché il discorso kantiano sul valore regolativo delle idee della ragione, e, pertanto, sull’esigenza della mente umana di trascendere (pur senza la pretesa di certezze di ordine metafisico) i limiti di quanto acquisito, potrebbe servire come valido strumento orientativo. Utopia, dunque, non verrebbe qui a significare irrazionale rifiuto dei dati empirici e conoscitivi, ma capacità di prospettare, intravedere (e produrre) aperture teoriche e rinnovamenti pratici che possano rappresentare delle risposte valide a problemi di ardua risoluzione.

Si veda, come esempio particolarmente emblematico, il caso della geniale operetta sulla Pace perpetua, nella quale il filosofo tedesco lumeggia un progressivo trionfo della forza della ragione e del diritto sulla forza delle armi e degli interessi particolari.

Queste le parole conclusive:

Se è un dovere, ed anche una fondata speranza, realizzare uno stato di diritto pubblico, anche se solo con una approssimazione progressiva all’infinito, allora la pace perpetua, che succederà a quelli che sono stati sino ad ora falsamente denominati trattati di pace (propriamente, armistizi), non è idea vuota. Ed anzi sarà un compito che, assolto per gradi, si avvicinerà sempre più velocemente al suo adempimento (perché è sperabile che i periodi di tempo in cui avverranno tali progressi si faranno sempre più brevi)”.

Un esempio, questo kantiano, sicuramente assai eloquente, anche per il fatto che, ad avversare tale irenico progetto, sarà poi Hegel, idealista fin troppo incatenato alla ben poco realistica e razionale fede nella perfetta coincidenza fra reale e razionale.

E un’operazione assai efficace, per fare breccia nelle arroccate posizioni dei tanti giovani rassegnati al ripetersi ineluttabile quanto di iniquo della storia, potrebbe essere quello di guidarli ad una attenta analisi dei tanti aspetti (spirituali e materiali) felici e irrinunciabili del mondo in cui si trovano a vivere (dalla libertà di pensiero a quella di espressione e di libera associazione, ecc.), mettendo ben in evidenza come, dietro ad essi, ci siano grandi e durissime lotte, grandi e straordinarie conquiste, scaturite sempre da un pensiero vivo e creativo, da una immensa capacità di pensare l’impensabile e di credere nel cosiddetto irrealizzabile. Particolarmente proficuo potrebbe risultare, quindi, il cercare di favorire una chiara consapevolezza della travagliata e faticosa genesi storica di quanto siamo soliti chiamare nostri diritti inviolabili e libertà fondamentali, affermatisi in questo mondo, per dirla con Rousseau, non certo per merito dei sostenitori del “fattibile”.

 

Tutto ciò cercando sempre di ribadire come sia arbitrario tracciare un confine netto tra possibile e impossibile, essendo sempre, tale linea, relativa al soggetto che la pone ed essendo continuamente la nostra visione del mondo suscettibile di infinite e imprevedibili variazioni. E sottolineando anche che, come stigmatizza Seneca, nulla ci potrà mai risultare tanto impossibile quanto le cose che noi sceglieremo di ritenere impossibili.

“… ognuno fu grande secondo quello che sperò. Uno fu grande sperando il possibile; un altro sperando l’eterno; ma chi sperò l’impossibile fu il più grande di tutti”.

S. Kierkegaard

 

 

Riferimento ai due precedenti articoli di "Utopia"

http://www.flipnews.org/human-rights/se-l-utopia-muore-oltre-ottimismo-e-pessimismo.html

http://www.flipnews.org/human-rights/se-l-utopia-muore-riflessioni-su-disincanto-giovanile-e-diritti-umani.html

 

 

 

 

Non sono pochi 4 anni della propria vita terrena. Soprattutto se si collocano in quella fase straordinaria in cui, da ragazzi adolescenti si cerca di diventare adulti … E 4 sono gli anni che sono stati rapinati ad Ibrahim Halawa, tenuto arbitrariamente recluso in alcune delle peggiori prigioni egiziane, a partire dall’oramai lontana estate del 2013. Ben 1472 giorni, per l’esattezza: giorni di paura, di angoscia, ma sempre anche di speranza. Giorni che, finalmente, sono approdati al tanto atteso momento della libertà, reso possibile soprattutto dall’impegno infaticabile dei familiari, sostenuto dai tanti attivisti che hanno saputo continuare a lottare, resistendo alla tentazione (sempre forte in questi casi) di cedere alla rassegnazione.

Ibrahim è venuto a Roma, in questi giorni, e ha avuto modo di far sentire la sua voce e di far conoscere la sua storia, dolorosa quanto istruttiva.

Figlio di uno dei principali imam irlandesi, recatosi al Cairo, con lo scopo di far visita ai parenti in compagnia delle sorelle Somaia, Fatima e Omaima, venne arrestato in seguito alle manifestazioni di metà agosto, promosse dalla Fratellanza Musulmana contro il colpo di stato di Abdel Fattah al-Sisi,

Le sorelle, rilasciate ed rispedite in Irlanda dopo tre mesi di carcere, al rientro a Dublino hanno denunciato le vessazioni subite dal fratello, confermate poi anche dal giornalista di al-Jazeera Peter Greste, suo compagno di detenzione nel carcere di Tora. Per Ibrahim, invece, sono stati anni di durissima prigionia, trascorsi per lunghi periodi anche in isolamento, con oltre 30 rinvii dei processi, senza assistenza legale e senza cure mediche.

Racconta Ibrahim che, a 17 anni, non si occupava di politica, cosa che riteneva oltremodo noiosa. Ma, dopo il massacro di Rabat, in cui sono rimasti uccisi anche alcuni suoi amici, ha ritenuto doveroso scendere in piazza, con la convinzione che, in un sistema democratico, la giustizia debba essere richiesta pacificamente, senza l’uso della violenza e delle armi. Quando le forze dell’ordine sono intervenute con i lacrimogeni, lui e molti altri hanno cercato rifugio all’interno di una moschea. Questo non ha però impedito alla polizia di prelevarli ed imprigionarli. Si è ritrovato, così, in una cella militare che avrebbe potuto ospitare una sessantina di persone, mentre ve ne furono collocate almeno il doppio. Tremende le condizioni di detenzione descritte assai efficacemente da Ibrahim: mancanza di acqua, cibo scarso e pessimo distribuito anche senza piatti e posate, riposo pressoché impossibile a causa del sovraffollamento e della sistematica azione di disturbo.

Emblematici, per comprendere adeguatamente il livello di disumanità dominante, il caso di un ragazzo picchiato selvaggiamente solo per aver richiesto di entrare in contatto con la madre e quello di un ragazzo divenuto cieco in seguito alle percosse subite da parte degli agenti, costretto a dichiarare di essere rimasto vittima di una rissa fra detenuti.

Il risveglio era spesso orribile, causato dalle urla di un torturato. Molto acute le riflessioni proposte da Ibrahim in merito alle tecniche di tortura miranti, soprattutto, ad “entrarti nella testa”, a “distruggerti il cervello”.

Non poteva certo mancare, nelle parole del giovane irlandese, un incisivo riferimento al caso di Giulio Regeni, caso visto da tante vittime capace di far comprendere al mondo intero quanto stesse succedendo all’interno dell’Egitto, e tale da alimentare la speranza di potersi vedere finalmente ascoltati. E non sono state certo risparmiate parole critiche nei confronti del governo italiano che, secondo Ibrahim, avrebbe dovuto fare come quello irlandese in merito al suo caso, ovvero minacciare di interrompere i rapporti commerciali.

Bellissimo, poi, quanto detto in chiusura dell’incontro a proposito dell’azione fondamentale svolta da Amnesty International a suo favore:

Oggi sono al fianco di Amnesty che si batte per tutti i prigionieri politici e le incarcerazioni ingiuste, specialmente in Egitto. Sono la prova vivente della forza di Amnesty ed è per questo che voglio dare il mio contributo”.

Voglio parlare soprattutto agli italiani che stanno ancora aspettando giustizia per un caso molto importante, quello di Giulio Regeni. Quindi, per favore, lavorate sodo per questo caso. Io sono la prova che si può fare”.

Io sono la prova che persone normali possono vincere grandi battaglie"…*

Parole queste che rendono più che mai terribilmente attuali e pertinenti le affermazioni di Yves Ternon che chiamano brutalmente in causa tutti noi :

Solo le crisi degli spettatori, complici se sanno e tacciono, interromperanno la rappresentazione del crimine. Bisogna occupare la scena. (…)

La sopravvivenza dell’umanità dipende dal modo in cui l’individuo sarà protetto nella società dal potere e dal diritto nel rispetto di principi e di valori universali.” (Lo Stato criminale, Corbaccio, Milano 1995, p. 379)

 

*Per approfondire la conoscenza della situazione dei diritti umani in Egitto:

https://www.amnesty.it/rapporti-annuali/rapporto-annuale-2017-2018/medio-oriente-africa-del-nord/egitto/

            

         

In seguito al mio articolo dedicato al tema dell’Utopia (Se l’utopia muore - Riflessioni su disincanto giovanile e diritti umani) ci sono pervenuti numerosi commenti di indubbio rilievo. Ho ritenuto utile, pertanto, raccogliere e proporre almeno le riflessioni critiche più stimolanti, tentando anche di rispondervi con qualche mia breve annotazione.

 

 

               “Ancora una volta sollevi un problema importantissimo e sul quale si riflette e si discute poco. Mi sono posto questi tuoi interrogativi più nei confronti del messaggio che trasmetto (ho trasmesso) ai miei figli con il mio atteggiamento quotidiano, di quello, certamente più costruttivo, che riesco a proporre nelle occasioni di incontri nelle scuole. Purtroppo anch'io mi sono risposto che intimamente sono disilluso e che l'orientamento che ho visto assumere dall'umanità nel corso della mia esistenza è divergente dai principi che mi sono stati indicati dalla mia famiglia, dai miei insegnanti e che io stesso avverto come auspicabili ma sempre, e forse sempre più, disattesi. Il trionfo dell'egoismo e dell'avidità sono i due aspetti dell'animo umano che reputo alla base dell'imbarbarimento a cui assistiamo quando, tutto sommato, i progressi tecnici e le esperienze dei conflitti del secolo scorso, avrebbero potuto consentire una presa di coscienza e una convivenza più equilibrata. Aggiungo che anche alcune dinamiche naturali come l'incontrollata crescita demografica dei paesi poveri, sembrano spingere verso nuovi attriti e nuovi conflitti.
In poche parole, la disillusione ha colto anche me ed è difficile predicare bene razzolando male.
Attualmente risolvo la questione riconoscendomi assolutamente incapace di interpretare i disegni della storia e il significato dell'esistenza ma, certamente, si tratta più di una fuga dal problema che di un tentativo di affrontarlo
.”

Claudio Rossi

(senior financial analyst e volontario di Emergency)   

 

   

                “L'articolo è molto interessante e affronta una questione su cui stavo appunto riflettendo nei giorni scorsi a partire da uno spunto di Luciano Canfora (da La schiavitù del capitale). Canfora afferma la necessità di promuovere l'"utopia della fratellanza e della solidarietà", per evitare che si affermino forze che il capitalismo ha evocato e rischia di non riuscire più a gestire.

Mi chiedevo quanto la "disillusione" generalizzata di fronte alla quale ci troviamo oggi, il catastrofico tramonto delle utopie (che in parte mi coinvolge, dopo due decenni abbondanti di militanza politica) dipendano dal fallimento di quegli ideali, di quelle utopie che noi, sia pure da posizioni politiche diverse, abbiamo finora tenuto in vita.

Personalmente, mi sono imbattuta, più che nella convinzione aprioristica della malvagità per natura del genere umano, in filosofie di vita improntate alla ricerca dell'utile personale, in particolare della ricchezza materiale. La frase che sento più spesso quando parlo delle grandi utopie del passato, in gran parte di ispirazione ottocentesca, è: "a che cosa sono servite?". E' una domanda che sento fare spesso anche sulle materie di studio, tipo: "a che cosa serve il latino?", oppure "a che cosa serve la storia?". 

Inoltre, sto iniziando a leggere due libri: uno è "Supernotes" di Luigi Carletti e dell'ex agente Kasper; l'altro è "Il puzzle Moro" di Giovanni Fasanella. Da entrambi emerge come le forze detentrici del potere (che siano i servizi segreti, deviati o no, o che siano le oligarchie finanziarie) siano sempre, sistematicamente, riuscite a infiltrarsi nei movimenti progressisti distruggendoli dall'interno, oltre che con la consueta arma della repressione. In base a queste considerazioni, quali utopie possono ancora trovare spazio? La speranza e il sogno di un mondo giusto ed equilibrato, in fondo, possono essere declinati in mille modi: dai socialismi ai nazifascismi. Oggi in molte scuole si fa leggere "A cercar la bella morte" di Carlo Mazzantini, a sottolineare che anche i repubblichini, e non solo i partigiani, combattevano "per un mondo migliore", anche se per mondo migliore intendevano un mondo che secondo me è persino peggiore di quello reale.

Non è forse rischioso quindi dare nuova linfa alle utopie? E se qualcuno se ne appropriasse (come finora è accaduto) per far passare svolte autoritarie in nome della creazione di una società perfetta? D'altronde, l'utopia spesso sfocia nell'anelito a una società perfetta. Poi, non è forse pericoloso suscitare false speranze? In fondo la generazione del cosiddetto "riflusso" è in buona parte il prodotto del disincanto riguardo gli ideali e i sogni dei decenni precedenti.

Compio queste riflessioni con inquietudine, da ex-idealista (in senso politico) che non riesce più ad esserlo. Nel contesto degradato della periferia in cui vivo, ad esempio, non c'è spazio per le utopie, ed è difficile trovarne se pensiamo che viviamo in una città (Roma) incancrenita dalla criminalità organizzata, ma i cui abitanti non fanno nulla neanche per smettere di finanziarla. Chi rinuncia infatti ai luoghi di divertimento per una scelta etica, pur sapendo di rischiare di finanziare le cosche criminali? Altro che Arabia Saudita, Yemen... anche qui viviamo tra meccanismi tribali (come appunto quelli mafiosi) che non abbiamo la capacità di spazzare via. E non riusciamo a farlo perché questi meccanismi generano un potere economico che è funzionale al capitalismo.

In questo contesto, trovo comprensibile che gli adolescenti abbiano in mente solo la corsa al benessere materiale. Anche perché mi sembra che sia sempre più folta la schiera di chi vede questo benessere materiale dissolversi giorno per giorno.”

Carlotta Caldonazzo

(docente e collaboratrice di flipnews.org)

 

 

           “Non è questione di utopia, ma di presa di coscienza di una realtà più alta di quella che normalmente osserviamo. Per prendere coscienza, e non sognare, bisogna lavorare molto su se stessi, guardare più il cielo che la terra, praticare tecniche (orientali o occidentali) che elevino lo sguardo, coltivare una filosofia costruttiva e soprattutto viverla, più che predicarla. Cambiando noi stessi cambiamo il mondo, come ben sai diceva Gandhi, viviamo la “compresenza” di cui parlava Capitini, e come esito di tutto questo educhiamo i giovani, e gli adulti.

I giovani, se sono così disincantati e disinteressati ai discorsi della nostra generazione, è perché la visione che quotidianamente gli proponiamo esprime, anche magari per contrapposizione, la prevalenza di una materialità arida e senza speranza. Bisogna invece fornire modelli sorridenti, appagati, solerti e sereni.”

Francesco Pistolato

(ricercatore per la Pace)

 

 

             Il mondo che ci circonda è senza dubbio, sotto molteplici angolature, terribile e spietato. I migliori pensatori dell’umanità non lo hanno mai negato, anzi, è proprio da simile constatazione che hanno preso le mosse per i loro viaggi intellettuali ed esistenziali. Vale per Gautama Buddha come per Leopardi, per Platone come per Schopenhauer, per Voltaire come per Freud … il mondo del divenire è il mondo della scissione e del conflitto, il mondo del trionfo del “principium individuationis” … E proprio per questo le religioni, le filosofie e le ideologie politiche hanno cercato di scoprire o di costruire vie d’uscita, vie di liberazione, vie di salvezza …

Certo, la cosiddetta “morte di Dio” ha spazzato via molte illusioni e anche molte speranze. E ad essa è seguita, nel secolo che abbiamo alle spalle, e nei pochi anni di questo secolo nuovo, tante e tante volte la “morte dell’Uomo” … il naufragio, cioè, di quanto pensato come massimamente sacro e inviolabile. Gli esseri umani sono stati macellati in tutti i modi, umiliati e profanati nella loro più intima essenza e le titaniche costruzioni politiche e religiose invocate e attuate col dichiarato intento di portare Giustizia hanno prodotto sfracelli ed orrori senza fine …

E gli orizzonti dell’avvenire non sembrano certo meno carichi di potenzialità distruttrici. Il disincanto, la paralisi interiore, il cercare stordimento e un qualche conforto (per quanto fugace e ingannatore) nelle tante cose senza senso che dilagano nei nostri tempi possono pure apparire come comprensibilissime forme di reazione o di autodifesa …

Ma se la mente non riesce più a ritenere degna di essere nemmeno ipotizzata una società “altra” rispetto a quella che tanto ci indigna, allora siamo veramente perduti.

Diceva Norberto Bobbio che dovremmo ben guardarci dal cadere nelle trappole dell’ottimismo che instupidisce e del pessimismo che paralizza. Cercando, invece, di muoverci sempre con ferma e ben ponderata fiducia nella ragione, al fine di poter introdurre qualche spiraglio di luce in questo triste e storto mondo …

E lo si può fare in tanti modi. Certamente, insegnare e ricordare quante cose meravigliose noi poveri e piccoli sognatori siamo riusciti a fare, ad esempio, in questi ultimi secoli (dall’abolizione della tratta degli schiavi africani, all’emancipazione femminile, dall’affermazione dei diritti dell’infanzia all’ abolizione in tanti Paesi della pena capitale, ecc.) può risultare di preziosissimo aiuto. Come anche il conoscere e il far conoscere le vite, le battaglie, le conquiste rivoluzionarie dei tanti grandi e piccoli portatori di luce del passato e del presente. Molti dei quali non necessariamente “martiri ed eroi”, ma semplicemente umili, caparbi e coerenti ricercatori di verità e costruttori di pace.

Senza dimenticarci mai che è sempre molto più saggio e salutare provare ad accendere anche una flebile fiammella, piuttosto che limitarsi a maledire l’oscurità …

 

E' partito in bicicletta da Serravalle, in provincia di Alessandria, il 12 di maggio per incontrare la Delegazione Italiana del Parlamento Europeo, a Strasburgo, e consegnarle un appello per il rispetto dei diritti umani e contro la violenza di genere, contro il femminicidio e contro il bullismo. Lui è Vittorio Barbanotti, ha 66 anni, è cardiopatico ed ha subito un intervento chirurgico per l'installazione di una valvola meccanica aortica. Eppure, nonostante ciò, ha fatto la pedalata da solo senza assistenza ne' meccanica, ne' sanitaria, della quale avrebbe potuto avere forse bisogno.

 

Ha affrontato pioggia, fatica, freddo, salite scoraggianti, vento contro, stanchezza fisica. A volte, per risparmiare, non avendo ricevuto sufficienti contributi, ha mangiato solo di sera.

Un'altra volta, in Francia, un guidatore maleducato, lo ha fatto cadere perché parlava al telefono mentre guidava. Tante volte le tappe si sono allungate anche di 20 o 30 chilometri per indicazioni sbagliate. Una volta lo ha colto una vera tempesta di acqua ed è arrivato alla fine della tappa "più bagnato dell'acqua che scendeva", come ha scritto sui social, ma non ha mai desistito perché nel cuore c'era tanta voglia di creare una vita migliore per i nostri giovani raggiungendo Strasburgo, quel luogo autorevole, molto autorevole che può accendere i riflettori sui diritti umani. Lungo il percorso molti gli hanno manifestato la loro solidarietà e a quelli lui ha fatto firmare l' Alta Bandiera dei Diritti Umani.

 

Questa bandiera è nata dal desiderio dell'alpinista Daniele Nardi di unire alle sue avventure il suo impegno umanitario; idea che è stata raccolta e realizzata con entusiasmo dall’associazione “Arte e Cultura per i Diritti Umani” onlus che, insieme a Daniele, porta avanti nelle scuole la campagna internazionale “GIOVENTU’ PER I DIRITTI UMANI“ ed è parte integrante del progetto “LA SCUOLA SULLE ALTE VETTE CON I DIRITTI UMANI“.

E' stata realizzata con il logo di “Youth for Human Rights International” e con i colori della bandiera italiana.

I primi a firmarla sono stati i 20.000 studenti incontrati nelle scuole del Lazio che si sono impegnati a realizzare prima di tutto nella propria vita gli articoli della Dichiarazione Universale dei diritti umani dell'ONU. Dopo di loro personaggi dello sport, della cultura e della politica si sono impegnati a loro volta firmandola.

Daniele ce l'ha sempre nello zaino quando scala le più alte vette del mondo così come Vittorio ce l'aveva nello zaino durante la sua Pedalata Longa per i Diritti Umani.

 

Lui si definisce uno che parla poco e che cerca di attivarsi sempre di più e, senz'altro, a questa impresa ne seguiranno altre. Durante il suo percorso in Italia ha incontrato anche sindaci e politici che ha cercato di sensibilizzare. A Ginevra si è fermato nella sede dell' Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati ed è stato ricevuto dal Primo Consigliere della Rappresentanza Italiana con delega ai Diritti Umani.

 
 Vittorio Barbanotti

Il 6 di giugno , con ben 13 giorni di anticipo, è arrivato finalmente a Strasburgo e lì ha avuto la grande sorpresa di esser ricevuto non dai rappresentanti italiani ma da un organismo superiore che è il Consiglio Europeo. Lì ha potuto finalmente consegnare l'appello per l'introduzione dell'insegnamento dei Diritti Umani nelle scuole e, soprattutto, fare vedere le tante, tantissime firme sulla bandiera.

 

L'orgoglio ed il rispetto verso il messaggio della pedalata sono stati più forti di qualunque fatica sopportata e questo è segno di grande integrità personale. Era commosso Vittorio quando ha concluso la sua impresa e ha fatto commuovere anche chi ha letto della sua impresa. Grazie Vittorio.. E' grazie a persone come te se i diritti umani diventeranno una realtà e se i nostri ragazzi avranno una vita migliore.

      

Chiunque abbia avuto occasione di colloquiare con i giovani di questo nostro complicato tempo, intorno a questioni di attualità e, soprattutto, in merito alle prospettive per il futuro (loro e del mondo), si sarà sicuramente imbattuto in atteggiamenti molto diffusi caratterizzati da quello che potremmo definire rifiuto dell’utopia.

Di fronte a problemi come la violenza in tutte le sue più efferate declinazioni, i conflitti sempre presenti, l’inquinamento ambientale, le innumerevoli forme di ingiustizia socio-economica, ecc., assai frequentemente, infatti, i giovani (ancor più dei meno giovani) si trovano ad esprimere ferme convinzioni a sostegno del cosiddetto carattere “naturale” (e, dunque, incorreggibile e ineliminabile) della malvagità umana e della consequenziale impossibilità di cambiare il corso della storia, presentandoci pertanto, in maniera più o meno amara e rassegnata, una sorta di “filosofia di vita” in cui il mondo risulterebbe dominato dal “Male”, a causa della natura malvagia, egoista e violenta dell’uomo, cosa questa che renderebbe irrealizzabile qualsiasi sogno di trasformazione radicale della nostra storia. E’ evidente che, qualora non si riuscisse a mettere in crisi questo tipo di visione del mondo (aprendovi almeno qualche breccia), evidenziandone i punti deboli, le contraddizioni, gli apriorismi poco razionali e molto dogmatici, se non si riuscisse a immettere nella coscienza giovanile i necessari anticorpi psicologici, etici e conoscitivi, sarebbe impresa assai ardua, se non proibitiva, riuscire a portare avanti qualsiasi discorso ed iniziativa incentrati sul valore universale e costruttivo dei Diritti Umani e sulla concreta possibilità di liberare veramente il mondo dal “flagello della guerra”.

Di fronte a un simile disincanto, credo che tutti noi adulti, insegnanti, educatori, professionisti dell’informazione, politici, ecc., non dovremmo limitarci ad esprimere amarezza e delusione, bensì sentirci chiamati a mobilitarci per far sì che non venga a spegnersi del tutto la capacità di sognare un “mondo più umano”. Ma, prima di ogni altra cosa, non dovremmo, però, mai eludere i seguenti interrogativi:

-          Questi giovani così poveri di speranza in che rapporto stanno con la società adulta? Ne sono l’insolita negazione o la coerente oggettivazione? E noi tutti cosa abbiamo fatto per riempire il loro vuoto, cosa stiamo facendo e cosa, soprattutto, non abbiamo fatto e dovremmo invece cominciare a fare?

Chi ha operato la non semplice scelta di lavorare per un futuro in cui sia sempre più solido e rispettato il valore della dignità umana, sa bene che le dolenti rampogne e i mea culpa di rito dovrebbero lasciare il campo ad un impegno senza sosta, in ogni ambito, volto a favorire un effettivo rinnovamento delle coordinate teorico-pratiche del comune pensare e sentire, e che, per fare questo, non potrà certo bastare ricorrere enfaticamente alle tanto a lungo (e invano) sbandierate “magnifiche sorti e progressive”.

Ma, soprattutto, la domanda che non possiamo assolutamente pretendere di non porci è quella relativa al come siamo diventati noi, a quanto veramente possiamo dichiararci non soggiogati anche noi stessi da una visione cupa e disillusa della vita. Perché, per poterci ritenere “buoni maestri” è indispensabile che il nostro pensiero e il nostro cuore continuino a credere, in maniera quanto più possibilmente razionale, equilibrata e critica, nell’uomo e nei suoi diritti, nonché nelle sue infinite possibilità di crescita. Altrimenti, non potremmo essere credibili, non potremmo essere di alcuno aiuto nel cercare di tener in vita (o di far rinascere) la speranza. Se anche la nostra anima fosse invasa dalle macerie dei nostri ideali, e se noi stessi non sapessimo più sognare un mondo rigenerato, se fossimo diventati incapaci di progettare un mondo bonificato dai muri e dai fili spinati, dalle urla dei torturati, dalla disperazione dei ragazzi di strada, dalle fosse comuni, dai patiboli e dagli arsenali, ecc., come potremmo efficacemente spingere i nostri giovani verso una scelta socialmente e autenticamente impegnata?

Chiediamoci e richiediamoci se, per caso, la resistenza dei nostri ragazzi ad aprirsi ad una visione della realtà fondata sulla fiducia non dipenda in buona dose dal fatto che siamo stati tutti noi i primi a lasciarla fuori dal recinto delle mura in cui ci siamo barricati … Perché abbiamo finito, troppe volte, per sentirci scavalcati e sconfitti dalle ipocrisie di tutti i poteri, dalla brutalità ammaliante dell’”avere”, dalla vacuità dei chiacchiericci politichesi, dall’insaziabile capacità corruttiva del denaro, ecc … Perché abbiamo finito per non sentirci più in grado di poter contare e di poter fare granché, abbiamo finito per credere che il grande compito di costruzione di giustizia e di pace indicatoci dai grandi documenti ONU, UNESCO, UNICEF fossero diventati nobili feticci da riporre in bacheca o, ancor peggio, in soffitta …

Diceva perentoriamente Adolphe Ferrière che non è possibile che ci sia vera educazione in assenza di gioia, e che, di conseguenza, coloro che si venissero a scoprire privi di “gioia nel cuore” dovrebbero immediatamente smettere di fare gli educatori (o di far finta di esserlo). E che gioia mai potrebbe davvero esserci nei nostri cuori senza più la capacità di immaginare/ di desiderare/ di volere un mondo incommensurabilmente lontano dal nostro?

Soltanto se riusciremo a meditare a lungo e con il massimo senso di responsabilità sui pericoli insiti nella morte dell’utopia (ma anche nel suo letargo), la nostra presenza in mezzo ai giovani potrà risultare in grado di aprire squarci preziosi in cieli spesso tanto grigi e desolati.

Altrimenti, se   “le oasi dell’utopia” arrivassero a seccarsi, rischieremmo tutti di ritrovarci smarriti in “un deserto di banalità e confusione” (Habermas).

       L’articolo 26 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani indica esplicitamente le coordinate entro le quali sviluppare una efficace opera educativa indirizzata a costruire un mondo liberato dal cosiddetto “flagello della guerra”:

“ (…) Essa (l’istruzione) deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l’amicizia fra tutte le Nazioni, i gruppi razziali e religiosi …”

Nell’articolo 5, 3 della Dichiarazione sulla razza e i pregiudizi razziali (Unesco, 1978) ritroviamo una analoga enunciazione delle stesse finalità anche a proposito dei mezzi di comunicazione:

“ I grandi mezzi di informazione e coloro che li controllano o li gestiscono (…) sono chiamati - tenendo nel dovuto conto i principi formulati nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e specialmente il principio della libertà di espressione - a promuovere la comprensione, la tolleranza e l’amicizia tra gli individui ed i gruppi umani, ecc.”

E nella successiva Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia (1989), a proposito degli obiettivi fondamentali dell’educazione, inserita in un contesto più ampio e circostanziato, l’articolo 29, 1, afferma:

“ (…) l’educazione del fanciullo deve avere come finalità: (…) d) di preparare il fanciullo ad assumere le responsabilità della vita in una società libera, in uno spirito di comprensione, di pace, di tolleranza, di uguaglianza tra i sessi e di amicizia tra tutti i popoli e gruppi etnici, ecc.”

Ritenendo evidente il fatto di trovarci di fronte a scelte lessicali di natura non fortuita, al fine di meglio comprendere la filosofia politica di cui sono coerente espressione, sarà utile porsi i seguenti quesiti:

  1. L’ordine dei tre termini ricorrenti (comprensione- tolleranza-amicizia) quale concatenazione teorica sottintende?
  2. Perché, prima ancora della tolleranza e dell’amicizia, viene evidenziata la necessità della comprensione?
  3. Quale/i significato/i dovremmo attribuire a tale termine?

Credo che si sia voluto conferire un’importanza basilare e propedeutica al concetto di comprensione al fine di asserire che ogni discorso in merito a tolleranza e ad amicizia tra i popoli che non presupponesse una adeguata formazione conoscitiva, potrebbe risultare del tutto vano, se non addirittura retorico o ingannevole. Ciò secondo un procedimento logico-argomentativo analogo a quello rintracciabile già nello stesso incipit del Preambolo della Dichiarazione del 1948, relativamente alla inscindibile concatenazione

DIRITTI UMANI - LIBERTA’- GIUSTIZIA - PACE:

Considerato che il riconoscimento della dignità umana inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo …”

Un avvertimento, quindi, un’ esortazione miranti a mettere in luce come, volendo prescindere dalla comprensione, risulterebbe del tutto fallimentare parlare poi di tolleranza e di amicizia.

Perché? Perché altrimenti si potrebbe rischiare di propagandare, troppo semplicisticamente, una sorta di “strategia dei buoni sentimenti” o delle “buone intenzioni”, senza andare minimamente ad intaccare e ad attaccare, sul piano conoscitivo (ma anche psicologico), quelle che sono le barriere, le resistenze, le diffidenze che tanto spesso ci impediscono di relazionarci all’altro con serenità e rispetto, in un’ottica di sincero spirito di uguaglianza.

Si potrebbe affermare, anche, che dietro il rifiuto dell’altro ci sia sempre un deficit di carattere conoscitivo. Guardiamo con perplessità - sospetto - timore ciò che non comprendiamo e il timore è, molto probabilmente, la causa principale di ogni intolleranza. Perché se ci sentiamo in pericolo, se guardiamo con timore colui che non comprendiamo, saremo facilmente indotti ad assumere atteggiamenti ostili, con tutto quello che ne potrebbe conseguire. E se ci troviamo in una condizione di ostilità - rifiuto, ogni appello alla tolleranza, all’accoglienza e all’amicizia è tristemente destinato o ad essere ignorato o ad essere recepito in maniera epidermica se non addirittura infastidita.

In un prezioso lavoro di Paola Tabet (La pelle giusta, Einaudi) di qualche anno fa, ma ancora attualissimo, fra le tante reazioni e risposte fornite da bambine/i di scuola elementare e media inferiore al quesito “Se i miei genitori fossero neri”, possiamo imbatterci in terribili parole come le seguenti:

Ma ogni mattina a vedere due neri in casa passerei paura e a mezzogiorno mangerei vermi anche a cena e ciò farebbe venire il vomito” (Tamara, Ferrara, III elementare);

Se i miei genitori fossero neri io li manderei di casa anche se fossero buoni. Perché io ho paura dei neri perché uccidono i bambini e fanno del male” (Montedoro, Caltanissetta, IV elementare);

I negri rubano per vivere, certi negri invece, per guadagnare molti soldi vendono anche la droga …” (Roma, V elementare).

Di fronte all’altro (in questo caso le persone di pelle scura, ma il discorso potrebbe riproporsi per rom, musulmani, sikh, testimoni di Geova, disabili, ecc…) questi bambini dimostrano di trovarsi culturalmente e psicologicamente impreparati , sprovvisti, cioè, di chiavi di lettura che possano loro consentire di entrare in relazione con esso, avvertito come realtà impenetrabile - indecifrabile. E quindi come realtà irraggiungibile in quanto priva di ogni indispensabile aspetto di affinità con il proprio sé e i propri orizzonti di riferimento.

Nello stesso tempo, però, ecco che a tale mancanza vengono a supplire gli schemi interpretativi socialmente acquisiti e sedimentati nella propria coscienza, i quali riescono a cancellare ogni possibilità alternativa (“… anche se fossero buoni …”). In quanto risultato di un processo di iper-generalizzazione, essi hanno, infatti, la capacità di annullare ogni distinzione, ogni sfumatura, ogni peculiarità individuale, hanno la capacità, cioè, di mettere a tacere la voce dell’esperienza prima ancora che possa esprimersi e prima ancora, quindi, che possa produrre conoscenza. In tal modo, l’altro, che non si è in grado di comprendere, finisce per essere risucchiato nel “noto”, inglobato, cioè, all’interno di ben determinati e collaudati stereotipi (nero=selvaggio=soggetto subumano “naturalmente” capace di ogni “bestialità”), grazie ai quali ogni singolo spezzone di realtà viene ad inserirsi in un tutto dove regnano ordine e chiarezza e dove nulla appare imprevedibile.

Stereotipi dalle radici antiche: antiche, potremmo dire, quanto le paure degli uomini e il loro bisogno di ordine e di sicurezza, filtrate e plasmate, però, sulla base delle disumanizzanti esperienze coloniali. Sarà un caso, mi chiedo, che i neri immaginati dalla nostra bambina ferrarese mangino vermi come i “selvaggi” descritti da certi osservatori europei di qualche secolo fa, approdati sul continente americano?!

Di fronte a ciò, appellarsi semplicemente al dovere di “essere generosi, solidali e antirazzisti”, può ottenere soprattutto (e forse soltanto) il risultato di stendere una patina ottundente sopra un coacervo assai intrigato e stratificato di pregiudizi, ostilità, diffidenze, timori, ecc. Riuscendo, nel migliore dei casi, a creare soltanto qualche fragile argine inibitorio e finendo, molto spesso, nel favorire atteggiamenti ipocriti e contraddittori, sorgenti inesauribili di sventure.

Ma una strategia fondata sulla comprensione cosa dovrebbe comportare?

Innanzitutto, direi che dovrebbe promuovere, in ogni ambito e a tutti i livelli, un atteggiamento di accentuata intonazione socratica, ovvero di umile riconoscimento del proprio “non sapere” e non poter comprendere, del proprio non essere in grado di comprendere fino in fondo l’insondabile misteriosità dell’altro. Se sono consapevole di questo, infatti, se ho il coraggio di non mascherare od occultare la mia condizione di ignoranza, allora qualcosa di importante in me potrebbe davvero accadere. Ma passaggio obbligato sarà quello di prendere le distanze dalle tante risposte già date, dalle tante immagini codificate, nonché dalle innumerevoli e ingombranti etichette pre-confezionate …

Sarà indispensabile, cioè, imparare a guardare dal di fuori gli schemi interpretativi a cui meccanicamente facciamo ricorso, imparare a liberarci delle lenti colorate che ci sono state (e che ci siamo) affibbiate e che noi abbiamo finito per credere parte integrante del nostro io.

Operazione non facile, certo, perché, come ci ha ben spiegato Primo Levi :

“Sradicare un pregiudizio è doloroso come estrarre un nervo”.

Ma operazione irrinunciabile e irrimandabile se vogliamo veramente costruire un mondo in cui regnino il dialogo e la pacifica collaborazione. Come ci insegna il monaco vietnamita Thich Nhat Hanh, le nostre vite non sarebbero al sicuro dalla violenza e dalla paura neppure se trasportassimo tutte le bombe sulla luna, “perché le radici della guerra e delle bombe sarebbero ancora nella nostra coscienza collettiva”.

Soltanto grazie ad un responsabile e accurato lavoro sul piano del cogito, sul piano, cioè, delle nostre gerarchie valoriali e delle nostre chiavi di lettura della realtà, sarà possibile poter sperare in una liberazione della nostra coscienza personale e collettiva da tutte le tossine (generatrici di bombe) dell’ignoranza camuffata da verità.

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