L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Human Rights (172)

Roberto Fantini
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                 Sul tema della “morte cerebrale” e della prassi dei trapianti di organi regna, a livello mediatico, la massima indisponibilità ad affrontare e a discutere i numerosi aspetti oscuri, problematici e controversi che da decenni vengono evidenziati da insigni pensatori e scienziati, primo fra tutti il filosofo Hans Jonas, già dalla fine degli anni sessanta dello scorso secolo.

Ma la cosa a mio avviso più sconcertante è constatare come anche la stampa cattolica sia acriticamente allineata sulle posizioni oggi dominanti, caratterizzate da assoluto plauso nei confronti di pratiche che vengono ritenute, senza alcuna ombra di dubbio, scientificamente, eticamente e civicamente encomiabili, nonché degne di essere alacremente promosse.

Caso emblematico è l’articolo apparso (qualche giorno fa) in prima pagina di Popotus, l’inserto dell’ Avvenire destinato ai ragazzi, in cui si racconta con grande enfasi di un trapianto di fegato “donato” da un uomo di 97 anni.

In merito a detto articolo, ho ritenuto doveroso scrivere al direttore del noto “Quotidiano di ispirazione cattolica”, esprimendo assai sinteticamente (e credo assai garbatamente) qualche perplessità e qualche (probabilmente piuttosto scomodo) interrogativo.

In assenza tuttora di risposta, ho deciso di pubblicare sul nostro sito, da sempre sostenitore e fautore del libero pensiero, il testo della mia lettera, nella speranza di riuscire a promuovere un sereno confronto di opinioni e di contribuire ad avviare un costruttivo quanto necessario dibattito scientifico ed etico-teologico.

 

 

 

     Gentile Direttore,

sul numero di Popotus di giovedì 30 maggio, ho avuto la sgradevole sorpresa di imbattermi in una prima pagina occupata quasi per intero da un articolo (“La generosità è senza età”) di elogio nei confronti di coloro (anche molto in avanti con gli anni) che decidono di donare i propri organi a scopo di trapianto.

A tale proposito, mi permetta di farle presente una cosa non certo irrilevante, ma che troppo spesso viene ignorata o taciuta, e cioè che l’evento della cosiddetta donazione degli organi implica necessariamente il fatto che il soggetto donatore non sia in condizioni di morte cardiaca e respiratoria (ossia un vero e proprio cadavere) ma in quella condizione che, in seguito a quanto proposto-imposto dal Comitato di Harvard nel 1968, siamo soliti chiamare “morte cerebrale”, ovvero mancanza di segni oggettivamente registrabili di presenza di funzioni cerebrali.

Ora, le chiedo, perché tanta parte del mondo cattolico (pur non essendoci una posizione dottrinale ufficiale), ivi incluso il giornale da lei diretto, che mostra tanta encomiabile attenzione nei confronti degli embrioni e delle persone in stato vegetativo (anche da decine di anni), non si sente minimamente in dovere di porsi il problema di cosa sia veramente la condizione di coloro che vengono dichiarati (con procedure diverse da paese a paese!) “morti cerebrali” (anche dopo poche ore)?

Cosa le dà, mi chiedo, la categorica certezza che questi pazienti siano veramente privi di ogni forma di coscienza e che la loro anima (sempre che si voglia continuare a prendere in considerazione la sua esistenza) si sia realmente e definitivamente separata dal corpo?

Come può, mi chiedo, da uomo di fede e da uomo di cultura, ritenere che la scienza odierna (spesso ancora tanto discutibilmente positivistica e meccanicistica) possa pretendere di disporre di criteri e di strumenti perfettamente in grado di stabilire con infallibile certezza quando un individuo non sia più degno di essere considerato persona e, di conseguenza, non più doverosamente meritevole di venire come tale rispettato, e pertanto declassabile al livello di cosa inanimata?

Infine: possibile che lei non sia al corrente del fatto che non pochi illustri intellettuali cattolici come, ad esempio, il neonatologo Paul A. Byrne, il filosofo J. Seifert, il neurologo D. Alan Shewmon, la teologa Doyen Nguyen (recentemente impegnati a Roma in un convegno internazionale dal titolo “La Morte Cerebrale. Un’invenzione medico-legale: evidenze scientifiche e filosofiche”) sostengano fermamente, con ricchissime argomentazioni, che la morte cerebrale sarebbe un’invenzione di carattere eminentemente utilitaristico, del tutto priva di fondamenti scientifici e teologici, nata - come lo stesso Comitato di Harvard ebbe a dichiarare - per sollevare la collettività dal peso di tante persone in stato comatoso e di consentire ai medici espiantatori di non essere accusati di omicidio?

Possibile che lei non sia neppure minimamente sfiorato dall’atroce sospetto che l’invenzione della morte cerebrale (che permette di considerare morta una persona con il cuore che batte, il sangue che circola, capace di reagire positivamente a farmaci in caso di malattia, capace di portare felicemente avanti una gravidanza, nel caso di donna incinta) possa rappresentare, al di là della sua filantropica veste esteriore, l’espressione più cinica ed estrema della tanto giustamente deprecata “cultura dello scarto”?

Cordialmente,

Roberto Fantini

Questa la tesi sostenuta in un recente Congresso internazionale.

 

 

Una delle tante errate convinzioni intorno alla pratica dei trapianti è quella che, in merito ad essa ed al suo necessario presupposto teorico-pratico rappresentato dalla morte cerebrale, ci sia, all’interno della comunità scientifica, come all’interno del mondo religioso, un consenso totale e universale.

Le cose, in realtà, sono ben diverse. Numerosi sono gli scienziati, i teologi e i filosofi che, da sempre (a cominciare dagli scritti di Hans Jonas), avanzano riserve, sollevano dubbi ed esprimono ferme obiezioni e critiche decise nei confronti sia del criterio della morte cerebrale, sia nei confronti della pratica di espianto-trapianto di organi. Ma di queste voci, molte delle quali di indubbia autorevolezza, si preferisce non parlare. L’intera grancassa mediatica è infatti compattamente impegnata in una inesausta apologia della donazione degli organi e nell’esaltazione delle imprese chirurgiche attuate dalle équipes trapiantistiche. Per i perplessi, i dubbiosi e gli oppositori, sul palcoscenico mediatico non risulta esserci posto, neppure sottoforma di fugace comparsata.

Un importante tentativo di incrinare le alte muraglie che difendono le (presunte) certezze dei sostenitori dell’indiscutibilità dei trapianti di organi ha avuto luogo in questi giorni (20-21/05) a Roma, ad opera della John Paul II Academy for Human life and the Family (fondata da ex docenti dell’Accademia pontificia per la Vita), che ha dato vita ad un convegno internazionale (“La morte cerebrale”. Un’invenzione medico-legale: evidenze scientifiche e filosofiche) a cui hanno preso parte importanti scienziati, filosofi e teologi di fede cattolica, accomunati dal fermo rifiuto nei confronti della morte cerebrale.

Tutte di grosso spessore le relazioni di entrambe le giornate, vere miniere di puntuali informazioni scientifiche e di corpose argomentazioni filosofiche e teologiche.

Il filosofo Josef Seifert, uno dei padri spirituali dell’iniziativa, ha aperto i lavori dedicandosi, in particolar modo, a denunciare l’assoluta mancanza di giustificazioni di ordine scientifico alla base della decisione del Comitato ad hoc di Harvard che, nel 1968, propose-impose il nuovo criterio di definizione di morte, sganciandolo dalle attività respiratoria e circolatoria, e fondandolo unicamente sul riconoscimento della cessazione delle funzioni cerebrali.

Le uniche due motivazioni addotte dal Comitato, infatti, furono esclusivamente di carattere pragmatico ed utilitaristico:

  • sollevare la collettività dal peso di numerosi pazienti mantenuti nelle strutture ospedaliere in condizioni di assenza di coscienza;

  • sollevare i medici espiantatori dal rischio di essere accusati di omicidio nei confronti dei pazienti “donatori”.

La morte cerebrale - ha detto Seifert - è una delle maggiori vergogne della medicina”, responsabile dell’uccisione di migliaia di persone a cui vengono tolti gli organi “da vive”.

 

Il neurologo Thomas Zabiega ha sottolineato, poi, come la morte cerebrale non sia altro che una diversa definizione di quella condizione denominata da Mollaret e Goulon, nel 1959, coma dépassé (ossia coma irreversibile), mettendo anche in luce che i criteri adottati per la morte cerebrale, invece che rafforzarsi, sarebbero stati indeboliti rispetto a quelli precedentemente adottati.

Con particolare incisività, poi, il neurologo si è soffermato nel sostenere l’inaccettabilità morale di criteri di ordine utilitaristico ed emozionale, esulanti da adeguate valutazioni di natura rigorosamente razionale.

Particolarmente coinvolgenti sono risultati i contributi di Paul Byrne, neonatologo statunitense, il quale, anche utilizzando numerose immagini e filmati, ha operato una variegata rassegna di casi (da lui seguiti in prima persona) di individui strappati alle procedure di espianto, grazie ad una serie di circostanze propizie, prima fra tutte l’opposizione dei familiari. Toccantissima, fra le tante, la vicenda di Joseph, nato prematuro nel 1975 che, nonostante l’EEC piatto e la conseguente dichiarazione di morte cerebrale, continuò ad essere curato con eroica caparbietà, potendo così sopravvivere, godere di una vita normale, essere, oggi, felice padre di famiglia.

Quante altre persone - si è chiesto Byrne, vero indomabile combattente a favore degli individui più fragili e vulnerabili - avrebbero potuto essere salvate qualora le cure non fossero state troppo frettolosamente interrotte?

L’anziano pediatra è stato categorico:

Non ha senso - ha detto - essere “donatori”: ogni organo è preso da un essere vivente!

Nel caso di persone veramente morte - ha poi aggiunto - le si porta in obitorio, non in sala operatoria, somministrandole accuratamente farmaci immobilizzanti. Questa si chiama vivisezione!

Davvero molto interessanti, infine, gli interventi densissimi di Doyen Nguyen, ematopatologa e teologa morale,* soprattutto per quanto concerne l’analisi condotta, con rara perizia ermeneutica, delle parole pronunciate da papa Giovanni Paolo II in uno storico discorso al 18° Congresso Internazionale della Società dei trapianti, del 29 agosto 2000, parole erroneamente ed arbitrariamente intese da molti (cattolici e non) come una sorta di implicita approvazione della pratica trapiantistica.

La Nguyen ha evidenziato, in maniera assai efficace, che il pontefice si trovò ad insistere chiaramente nel sottolineare come l’eventualità del prelevamento degli organi dovrebbe essere sempre inderogabilmente subordinata al rispetto di ben precise pre-condizioni:

  • adeguata corretta informazione e consenso pienamente consapevole ed esplicito da parte del paziente-donatore;

  • accertamento senza il minimo margine di dubbio della reale condizione di morte del paziente-donatore (prelievo “ex cadavere”);

  • applicazione di criteri di accertamento della morte universalmente accolti ed approvati dall’unanime comunità scientifica.

Insomma, pre-condizioni che, nella realtà vigente, non sono mai rispettate e che, nel caso lo fossero davvero, verrebbero a rendere pressoché nulle le reali possibilità di espianto-trapianto di organi.**

 

 

NOTE

*La Nguyen è autrice, tra l’altro, di un monumentale volume:The New Definitions of Death for Organ Donation: A Multidisciplinary Analysis from the Perspective of Christian Ethics. Foreword by Professor Josef M. Seifert  , chemeriterebbe davvero di essere tradotto al più presto.

** PER SAPERNE DI PIU’:

  • Fondamentale il sito della Lega Nazionale contro la Predazione di Organi e la Morte a Cuore Battente : www.antipredazione.org

- Paolo Becchi, Morte cerebrale e trapianto d’organi, Morcelliana, Brescia 2008

- Roberto Fantini, Vivi o morti? Morte cerebrale e trapianto di organi. Certezze vere e false, dubbi e interrogativi, Efesto, Roma 2015

Sabato 25 maggio, presso il Teatro Golden di Roma, si è svolta la cerimonia di premiazione del concorso nazionale per le scuole “Un Corto per i Diritti Umani”.

 

Il concorso, giunto al quarto anno, è un’iniziativa ideata e progettata dall’Associazione per i Diritti Umani e la Tolleranza Onlus nell’ambito del progetto Gioventù per i Diritti Umani, in collaborazione con la prestigiosa Academy del Teatro Golden di Roma, la cui direzione didattica è affidata dal 2004 all’attrice, ballerina e coreografa Laura Ruocco.

Lo scopo del progetto – che anche quest’anno ha visto la partecipazione di un altissimo numero di istituti primari e secondari di tutta la nazione - è promuovere la conoscenza, la divulgazione e l’applicazione dei Diritti Umani, cosi come espresso nella Dichiarazione Universale promulgata dalle Nazioni Unite.

La giornata di premiazioni si è aperta con un laboratorio teatrale – presso la sede dell’omonimo teatro capitolino – offerto alle scuole dalle straordinarie e coinvolgenti docenti dell’Academy del Teatro Golden Laura Ruocco e Barbara Pieruccetti, ed è proseguita con la consegna dei premi ai primi 3 classificati e delle menzioni speciali a 7 corti, scelti fra gli oltre 70 video partecipanti al concorso dalla giuria di esperti, fra cui la giornalista e docente di cinema e regia Ketty Carraffa.

Vincitori della terza edizione del concorso: per la categoria Scuole medie, il corto dal titolo “Libertà di Espressione, realizzato dagli studenti dell'I.C.S. “P. Impastato Polo 1” di Veglie (LE), mentre per la categoria Scuole superiori, il corto dal titolo “Anch’Io, Anche Noi” presentato dall’I.S. “Notarangelo-Rosati” di Foggia.

Tre le menzioni di merito attribuite alle scuole medie in concorso: Menzione per la scenografia e la creatività al corto “Civitafarfalla” presentato dall’Istituto “Ennio Gallice” di Civitavecchia (RM); Menzione per la sceneggiatura e la recitazione al corto “Sopravvissuti” realizzato dalla Scuola secondaria “Dante Alighieri” di Selargius (CA) e Menzione speciale per la recitazione a Sofia Mayer per il ruolo nel corto “Speciale Tg Bullismo” dell’I.C. "Antonio Gramsci" di Aprilia (LT).

Quattro invece le menzioni di merito consegnate alle scuole superiori: Menzione per la grafica e il sound design al corto “Un valore inestimabile” del Liceo Artistico “Camillo Golgi” di Breno (BS); Menzione per la recitazione e l’ambientazione al corto “No Torture” realizzato dalla Rome International School (RM) e Menzione per il soggetto originale al corto “Guardami adesso” presentato dall’I.S.I.S. “EUROPA” di Pomigliano d’Arco (NA). Menzione speciale per la recitazione a Lorenzo Bruni per il ruolo nel corto “Siamo nati tutti uguali” del Liceo Scientifico "A. Messedaglia" di Verona.

 

Anche per questa quarta edizione, la splendida scultura in ceramica omaggiata ai vincitori del concorso è stata realizzata dal ceramista Antonio Grieco, maestro d’arte di grande spicco del panorama artistico romano.

Con la vicenda della professoressa di Palermo sottoposta a severi provvedimenti disciplinari perché ritenuta (direttamente o indirettamente) responsabile del video realizzato da alcuni suoi alunni, in cui vengono proposti accostamenti fra dolorose pagine del nostro passato e molto discusse scelte politiche del nostro presente, ci troviamo di fronte a qualcosa di cui appare davvero arduo quantificare e qualificare la gravità.

Ciò che più appare inquietante ed estremamente allarmante del fatto che delle autorità istituzionali si siano sentite in diritto-dovere di intervenire in merito a quanto operato all’interno di una scuola in un ambito di carattere storico-culturale è l’evidente mancanza di consapevolezza messa in mostra da dette autorità rispetto a princìpi e valori di cui si parla da qualche secolo e che, dopo tanta fatica e tanto sangue, sono stati proclamati diritti inviolabili e inalienabili della persona da tutti i fondamentali documenti del diritto internazionale e da quella cosa non proprio irrilevante che chiamiamo Costituzione della Repubblica Italiana.

Ora, a mio avviso, il problema che dovremmo porci tutti, con la massima determinazione e con la massima urgenza, non è se i fanciulli palermitani dicano cose più o meno giuste, sensate o balorde, e neppure se la loro professoressa li abbia adeguatamente “sorvegliati”, bensì il seguente:

le cariche pubbliche che hanno deciso di applicare ai danni dell’insegnante la sospensione dal lavoro e dalla retribuzione relativa hanno compiuto qualcosa di legittimo o qualcosa che fuoriesce dalla legalità costituzionale, calpestando libertà di pensiero, libertà di espressione, libertà di insegnamento, ecc.?

E, nel caso si riscontrasse (come a me appare del tutto evidente) che sia stato compiuto un atto totalmente arbitrario e giuridicamente insostenibile, i responsabili del provvedimento disciplinare in questione possono ancora meritare di restare ad occupare il posto che occupano, retribuiti da pubblico danaro?

Un’ultima considerazione:

in queste ultime ore si sta innescando una patetica gara tra ministri e cariche dello Stato nel manifestare solidarietà e/o volontà di incontrarsi con la professoressa umiliata e sospesa.

Possibile che non si comprenda che il potere politico, invece di limitarsi a scrivere letterine e ad esprimere desideri per future cordiali chiacchierate, dovrebbe sentirsi in assoluto dovere di adoperarsi a restituire alla docente la dignità professionale che le è stata sottratta, consentendole di riprendere immediatamente il suo posto in mezzo ai suoi alunni?

Il quadro globale relativo alla pena di morte delineato dall’ultimo rapporto di Amnesty International presenta, nello stesso tempo, dati di segno contrastante. Se, infatti, risulta certamente positivo il fatto che il Burkina Faso abbia adottato un nuovo codice penale abolizionista, che Gambia e Malaysia abbiano annunciato una moratoria ufficiale sulle esecuzioni, che negli USA la legge sulla pena di morte dello stato di Washington sia stata dichiarata incostituzionale e che, nel corso dell’Assemblea delle Nazioni Unite, ben 121 stati abbiano votato a favore di una moratoria (con la sola opposizione di 35 Stati), altri dati risultano assai meno incoraggianti. Fra questi:

l’aumento delle esecuzioni in Bielorussia, Giappone, Singapore, Sud Sudan e Usa; la prima esecuzione in Thailandia dal 2009; il quadruplicarsi delle condanne in Iraq; la crescita del 75 per cento in Egitto, a causa di condanne a morte in massa al termine di processi palesemente iniqui, imperniati su “confessioni” estorte tramite tortura.

In ogni modo, nonostante tali parziali regressi, dai dati complessivi del 2018 la pena di morte risulta stabilmente in declino, essendo il numero delle esecuzioni documentate calato del 30 per cento, raggiungendo pertanto il valore più basso registrato nel corso degli ultimi dieci anni. Inoltre, anche il numero dei paesi che hanno eseguito sentenze capitali appare ridotto.

Va sempre tenuto presente, però, il perdurare in Cina del segreto di stato relativamente all’uso della pena di morte, cosa questa che non impedisce di ritenere, in maniera sufficientemente fondata, che le condanne e le esecuzioni continuino sistematicamente nell’ordine delle migliaia.

                       “La drastica diminuzione delle esecuzioni dimostra che persino gli stati più riluttanti stanno iniziando a cambiare idea e a rendersi conto che la pena di morte non è la risposta”, ha dichiarato Kumi Naidoo, segretario generale di Amnesty International.

Questo bilancio cautamente ottimistico è costretto a fare i conti, però, anche con le recenti informazioni provenienti dall’ Arabia Saudita, dove si è da poco verificata l’esecuzione di ben 37 prigionieri (fra cui anche un minorenne) condannati per “terrorismo”, in seguito a processi irregolari basatisi su “confessioni” ottenute attraverso il ricorso alla tortura.

Undici prigionieri erano stati condannati per spionaggio in favore dell’Iran, mentre almeno altri quattordici per reati violenti nell’ambito di manifestazioni contro il governo che si erano svolte tra il 2011 e il 2012, nella Provincia orientale a maggioranza sciita.

Tra i prigionieri messi a morte c’era anche Abdulkareem al-Hawaj, un giovane sciita arrestato a 16 anni, sempre per reati commessi durante manifestazioni antigovernative. La sua esecuzione costituisce una evidente violazione del divieto assoluto di usare la pena di morte contro minorenni.

                       “Questa esecuzione di massa - ha dichiarato Lynn Maalouf, direttrice delle ricerche sul Medio Oriente di Amnesty International - mostra ancora una volta e in modo agghiacciante il profondo disprezzo delle autorità saudite per la vita umana e l’uso della pena di morte come strumento di repressione politica contro la minoranza sciita del paese“,

Finora, nel 2019, in Arabia Saudita sono state eseguite almeno 104 condanne a morte, 44 delle quali nei confronti di cittadini stranieri, per lo più per reati di droga. In tutto il 2018 le esecuzioni erano state 149.

Tra coloro che restano in attesa di esecuzione vi sono Ali al-Nimr, Dawood al-Marhoon e Abdullah al-Zaher, tre sciiti minorenni al momento del reato per cui sono stati condannati a morte.

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Aveva sicuramente ragione Norberto Bobbio quando ci diceva che la realtà dei diritti umani è in perenne movimento e destinata ad espandersi e ad arricchirsi sempre più. Ma è anche vero che si tratta di una realtà fragile e vulnerabile, che può subire, in tempi anche molto brevi, attacchi gravi e dolorosi regressi e limitazioni .

E’ proprio quanto si sta verificando nel piccolo stato del Brunei, in cui, a partire dal 3 aprile, entrerà in vigore il nuovo codice penale basato sulla shari’a, che comporterà l’introduzione di punizioni crudeli e disumane, quali la lapidazione per atti sessuali compiuti da persone dello stesso sesso e l’amputazione per il reato di furto.

Rachel Chhoa-Howard, ricercatrice di Amnesty International per il Brunei, ha dichiarato che

                 “Il Brunei deve fermare immediatamente questi feroci provvedimenti e deve rivedere il codice penale in conformità con i suoi obblighi in materia di diritti umani. La comunità internazionale deve condannare urgentemente la decisione del Brunei di applicare queste pene crudeli”.

Aggiungendo anche che

         “Legittimare sanzioni così crudeli e disumane è già terrificante, ma alcuni dei ‘reati’ previsti, come ad esempio i rapporti fra persone dello stesso sesso consenzienti non dovrebbero nemmeno essere considerati tali ”.

In realtà, già dal lontano aprile del 2014, in occasione dell’entrata in vigore della prima parte dello stesso codice penale, Amnesty International aveva prontamente espresso le proprie preoccupazioni, in quanto tale codice (limitando anche in modo evidente i diritti alla libertà di espressione, religione e credo, e legittimando la discriminazione nei confronti dei soggetti femminili) risulta viziato da una serie di disposizioni lesive dei diritti umani più elementari.

E’ da precisare che il sultanato del Brunei non ha ancora ratificato la Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti, respingendo tutte le raccomandazioni provenienti dal Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite.

Ciò benché le norme internazionali sui diritti umani proibiscano con fermezza tutte le punizioni corporali come la lapidazione, l’amputazione o la flagellazione, ritenute a tutti gli effetti vere e proprie forme di  tortura.

Tale divieto, tra l’altro, è riconosciuto come una norma perentoria del diritto internazionale consuetudinario e quindi vincolante anche nei confronti di stati non aventi siglato alcun trattato in merito: tutti gli atti di tortura costituiscono crimini in base al diritto internazionale.

Ha destato grandissimo sgomento e dolore in tutto il mondo il duplice attentato terroristico che nella città di Christchurch ha colpito i fedeli musulmani riuniti in moschea per la preghiera  comunitaria del Venerdì. Ben 49 vite sono state stroncate.

In tutto il mondo, accanto alla condanna nei confronti di questo crimine brutale, tanto più grave in quanto perpetrato nei confronti di vittime innocenti raccolte in un luogo di culto, è stata    espressa una forte solidarietà nei confronti delle vittime, dei loro familiari, delle  comunità musulmane e del popolo neozelandese sconvolto da questo evento tragico accaduto nel proprio  paese, solidarietà alla quale ci associamo umanamente e spiritualmente attraverso la preghiera.

Di fronte a tali orrori, che si aggiungono ad altri analoghi ai quali abbiamo assistito in questi anni, esprimere solidarietà implica anche interrogarsi a fondo sulle cause che spingono certe menti,  magari più ossessionate e disperate, a sviluppare strategie di morte nella tragica illusione di rimuovere la sfida della coesistenza nelle differenze, resa ancor più delicata ed impegnativa in  questo cambiamento d’epoca indotto dalla globalizzazione.

Gli attentatori si sono richiamati senza remore ad una “_white supremacy_” in nome della quale si sarebbero impegnati in modo militante fino alla perversa azione terroristica.

Lasciamoci interrogare da questo “bisogno”, che in loro è diventato ossessivo, di _supremacy_.

Come persone delle differenti fedi e religioni, come leaders politici, come educatori , come uomini e donne di cultura, abbiamo fatto abbastanza ed in modo appropriato per arginare in noi stessi ed intorno a noi la tendenza “istintiva” alla _supremacy_ religiosa, culturale, comunitaria, etnica e nazionale nei confronti degli altri?

Molto è stato fatto dopo il disastro del secondo conflitto mondiale e certamente, oltre alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, ha avuto un significato fondamentale l’avvio di un  cambiamento di rapporti tra le religioni in direzione del riconoscimento reciproco, del dialogo e della cooperazione per il bene comune, ma molta strada resta da fare affinché non si continui a  disattendere il comandamento fondamentale del “_Non Uccidere_” in nome di ideologie e scontri di civiltà.

www.religioniperlapaceitalia.org

                                       Papa Francesco non ha certo perso tempo. Nei confronti della pena di morte, infatti, fin dall’inizio del suo pontificato, e in più circostanze, ha assunto una ferma posizione di condanna. Ne costituisce un esempio particolarmente significativo la corposa Lettera rivolta al Presidente della Commissione internazionale contro la pena di morte (20 marzo 2015), in cui vengono formulate numerose tesi che, a parte qualche riferimento dottrinale, risultano in palese sintonia con i punti cardine su cui, da qualche secolo, si incentrano i discorsi e le battaglie del movimento abolizionista mondiale.

Eccole:

- Soltanto Dio è Signore della vita umana e nessun criminale, anche il più spietato, potrà perdere del tutto la sua dignità personale (di cui Dio stesso è garante).

-          A favore della pena di morte non può essere invocata la legittima difesa, in quanto tale pena viene applicata per danni commessi nel passato (a volte molto lontano), a persone già totalmente neutralizzate, private della propria libertà.

-          Per quanto, quindi, possano essere gravi i delitti del condannato, la pena di morte risulta essere un’offesa all’inviolabilità della vita e alla dignità della persona umana.

-          Non solo la pena di morte è incapace di rendere giustizia alle vittime, ma finisce per fomentare mentalità e comportamenti vendicativi.

-          La pena di morte, costringendo lo Stato di diritto ad uccidere “in nome della giustizia”, rappresenta un suo tragico fallimento, non potendosi mai raggiungere vera giustizia sopprimendo vite umane.

-          L’innegabile e ineliminabile “difettosa selettività del sistema penale” implica l’impossibilità di escludere con certezza il verificarsi di errori giudiziari. L’irrazionale rifiuto di prendere atto di ciò potrebbe sempre trasformare l’imperfetta giustizia umana in fonte di ingiustizie.

-          Con l’applicazione della pena capitale si viene a negare irrimediabilmente al condannato la possibilità di portare avanti un percorso di riparazione del danno prodotto, nonché di esperire un processo di conversione interiore e di “contrizione, portico del pentimento e dell’espiazione”.

-          La pena di morte è risultata essere uno strumento tristemente efficace nelle mani dei regimi totalitari per l’eliminazionedi dissidenti politici, di minoranze, e di ogni soggetto etichettato come «pericoloso»”.

-          La pena di morte, implicando un trattamento crudele, disumano e degradante “è contraria al significato dell’humanitas e alla misericordia divina, che devono essere modello per la giustizia degli uomini.” Essa, infatti, oltre alla sofferenza che viene inflitta al condannato al momento dell’esecuzione, comporta un’incalcolabile “angoscia previa al momento dell’esecuzione e la terribile attesa tra l’emissione della sentenza e l’applicazione della pena, una «tortura» che, in nome del dovuto processo, suole durare molti anni, e che nell’anticamera della morte non poche volte porta alla malattia e alla follia”.

-          I vari tentativi portati avanti, nel corso della storia, per rendere (o far apparire) meno doloroso e meno disumano il meccanismo di morte sono decisamente fallimentari, in quanto non esiste e non potrà mai esistere “una forma umana di uccidere un’altra persona” .

-          Nel tempo attuale, è necessario tenere presente che, oltre all’esistenza di mezzi idonei alla repressione del crimine “ senza privare definitivamente della possibilità di redimersi chi lo ha commesso (cfr. Evangelium vitae, n. 27)”, si va affermando sempre più una sensibilità morale che, in nome del valore della vita, esprime crescente dissenso verso la pena di morte e crescente sostegno verso chi si batte contro di essa.

La Lettera, poi, dopo aver messo in luce come la pena dell’ergastolo, implicando, per il condannato, non soltanto la perdita della libertà, ma anche quella della speranza, meriti di essere considerata una sorta di “pena di morte occulta”, si conclude con l’affermare che la pena capitale verrebbe ad implicare “la negazione dell’amore per i nemici, predicata nel Vangelo”, e con l’incitare (attraverso una citazione del precedente discorso del 23 ottobre) tutti i credenti a battersi a favore dell’abolizione:

«Tutti i cristiani e gli uomini di buona volontà sono dunque chiamati oggi a lottare non solo per l’abolizione della pena di morte, legale o illegale che sia, e in tutte le sue forme, ma anche al fine di migliorare le condizioni carcerarie, nel rispetto della dignità umana delle persone private della libertà».

Ma il fatto più rilevante e, per certi versi, più clamoroso, della predicazione abolizionista condotta da Francesco è l’essersi tradotta nella richiesta di revisione di quanto asserito nel Catechismo cattolico. Il quale, nella prima edizione del 1992, ribadiva che “l’insegnamento tradizionale della Chiesa ha riconosciuto fondato il diritto e il dovere della legittima autorità pubblica di infliggere pene proporzionate alla gravità del delitto, senza escludere, in casi di estrema gravità, la pena di morte”. Formulazione che, in seguito alle non poche critiche suscitate, era stata successivamente modificata, nel 1997, in modo da arrivare a ritenere la pena capitale (pur non ancora del tutto esclusa a livello teorico) oramai anacronistica, non ponendosi praticamente mai (o quasi mai) “casi di assoluta necessità di soppressione del reo”.

Ora, la nuova versione approvata da papa Francesco ha l’enorme pregio di abbandonare qualsiasi incertezza ed ambiguità, esprimendo finalmente un rifiuto radicale ed assoluto della pena di morte.

Il nuovo paragrafo 2267, dopo aver ricordato che “per molto tempo il ricorso alla pena di morte da parte della legittima autorità, dopo un processo regolare, fu ritenuta una risposta adeguata alla gravità di alcuni delitti e un mezzo accettabile, anche se estremo, per la tutela del bene comune”, asserisce che, nel mondo di oggi, “è sempre più viva la consapevolezza che la dignità della persona non viene perduta neanche dopo aver commesso crimini gravissimi”, nonché “una nuova comprensione del senso delle sanzioni penali da parte dello Stato”.

E, dopo aver sottolineato che sono oramai “stati messi a punto sistemi di detenzione più efficaci, che garantiscono la doverosa difesa dei cittadini, ma, allo stesso tempo, non tolgono al reo in modo definitivo la possibilità di redimersi”, si arriva solennemente ad affermare (citando sempre il discorso di Francesco dell’ottobre del 2017) che

la Chiesa insegna, alla luce del Vangelo, che ‘la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona’, e si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo.

Secondo monsignor Fisichella (Rino Fisichella, La pena di morte è inammissibile, Osservatore Romano del 2 agosto 2018), la riformulazione del pensiero della Chiesa in merito alla pena di morte (giustificata e praticata per lunghi, terribili secoli) è una evidente oggettivazione di “un vero progresso nella comprensione dell’insegnamento sulla dignità della persona”. Ci troveremmo dinanzi, infatti, ad “un vero progresso dogmatico con il quale si esplicita un contenuto della fede che progressivamente è maturato fino a far comprendere l’insostenibilità della pena di morte ai nostri giorni.”

Prosegue Fisichella, nel sovrumano tentativo di riuscire ad occultare l’abissale contraddizione di quanto si afferma oggi con quanto si è detto (e fatto!) in passato, che l’aver assunto posizione abolizionista non rappresenterebbe un radicale cambiamento di rotta, bensì soltanto “uno sviluppo” e “un progresso nella comprensione del Vangelo che apre orizzonti rimasti in ombra”.

Insomma, per parlare chiaramente e onestamente, la Chiesa cattolica, che da qualche millennio si arroga il diritto di essere la vera ed unica depositaria e interprete della parola rivelata, finalmente riconosce che le incalcolabili vittime delle esecuzioni capitali verificatesi nel corso del tempo col suo beneplacito (o, addirittura, per sua volontà) non sono che l’effetto di una sua errata comprensione del Vangelo!

Ma non sarebbe, allora, più corretto parlare di palese e dolorosa conseguenza di una vergognosa dimenticanza del Vangelo, o, meglio, di un ancor più vergognoso tradimento dei fondamentali valori del Vangelo?!

E sarebbe eccessivo a questo punto, mi domando, pretendere che la stessa Chiesa, dopo aver riconosciuto (per dirla con le parole di papa Francesco) di non essere stata in grado, fino ad ora, di percepire la “luce del Vangelo” in merito all’”inviolabilità e dignità della persona”, si senta perlomeno in dovere di chiedere perdono alle innumerevoli vittime e a tutti coloro che, per aver tentato di aiutarla a scorgere un po’ di quella luce, sono stati da lei vessati, perseguitati e spesso soppressi in qualità di “eretici”? … nonché, infine, a tutta l’umanità che dal suo magistero ha ricevuto non luce ma tenebra?!

 

 

Roberto Fantini

CONVERSAZIONE CON MARIA GEMMA GRILLOTTI DI GIACOMO*.

 

                     In pochi ne hanno sentito parlare. Pochi, molto pochi sanno di cosa si tratti. Eppure, siamo di fronte ad uno dei fenomeni più inquietanti del nostro tempo, un fenomeno che sta attaccando duramente i diritti fondamentali di intere popolazioni. Si chiama Land grabbing, ovvero accaparramento di terre, un’operazione predatoria che colpisce i soggetti più deboli del pianeta e che rischia di produrre (e che sta già producendo) conseguenze di straordinaria gravità.

Ne parliamo con Maria Gemma Grillotti Di Giacomo, autrice e curatrice, insieme a Pierluigi De Felice, di una pregevole pubblicazione (Land grabbing e land concentration. I predatori della terra tra neocolonialismo e crisi migratorie, FrancoAngeli, Milano 2018)** che raccoglie numerosi contributi di fondamentale importanza i quali, “pur partendo da ottiche, metodi ed estrazioni disciplinari diverse, hanno affrontato il tema arrivando a formulare gli stessi auspici e a individuare analoghe forme di contrasto del land grabbing.”

 

-            Nell’Introduzione al volume da voi curato, leggiamo del vostro desiderio di rivolgervi soprattutto al grande pubblico e ai mass media. Perché? Con quali obiettivi e con quali aspettative?

Da oltre dieci anni all’inizio dei corsi universitari di Geografia dell’agricoltura e del mercato alimentare e di Alimentazione nel mondo (due insegnamenti obbligatori dei Corsi di Laurea in Scienze dell’Alimentazione e della Nutrizione Umana presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma) rivolgo agli studenti frequentanti la stessa domanda: “chi di voi conosce o ha mai sentito parlare del fenomeno land grabbing?” e, nonostante si tratti di una platea di giovani culturalmente informati, in un solo caso cioè da parte di un solo studente, è arrivata una risposta affermativa. Siamo dunque spettatori ignari di un processo di accaparramento fondiario di cui ignoriamo gravità e conseguenze inevitabili e che si sta consumando nell’apparente disinteresse generale. Con il nostro libro abbiamo cercato di arrivare al “grande pubblico” del mondo occidentale, mass media compresi, in modo da sensibilizzarlo e informarlo dell’attuale, grave processo di accaparramento e concentrazione delle risorse naturali, in particolare di quelle fondiarie, nelle mani di pochi “signori della terra”. Un processo di neocolonialismo di cui si parla poco o niente e del quale siamo tutti responsabili, anche se in larga parte (la totalità?) siamo solo spettatori ignari che assistono – senza averne piena consapevolezza – ai danni ambientali che esso produce su tutto il pianeta; agli effetti devastanti che crea nell’economia dei Paesi industrializzati e ai drammi sociali che genera nei Paesi in via di sviluppo.

 

-          Soltanto, quindi, un lavoro mirante a fare buona informazione?

In realtà il nostro lavoro non si esaurisce nell'individuare la platea degli “innocenti spettatori” semplicemente per informarli e per indicare i “troppi attori” direttamente responsabili dell’accaparramento (società finanziarie, gruppi multinazionali, fondi di investimento, banche e governi stranieri e locali); vorremmo infatti arrivare anche a smascherare l’ipocrisia delle tante, troppe motivazioni (ecologica, economica, giuridica, sociale) addotte a “giustificazione” di questi lucrosi “investimenti”. È ora che la conoscenza del land grabbing e della land concentration esca dagli ambienti di studio, accademici e non, per arrivare fino all’“uomo della strada”, il più esposto ai mutamenti climatici e quasi sempre il più pronto a fruire delle offerte di alimenti al ribasso, così come a respingere il diverso, sfruttato sia in patria che nei Paesi di “accoglienza”.

 

-          In che senso il fenomeno di accaparramento di terre fertili messo in atto dai Paesi ricchi, internazionalmente noto come land grabbing meriterebbe di essere definito come vero e proprio processo di “saccheggio fondiario” o come “neoimperialismo coloniale di matrice economica”?

La concentrazione di terre fertili, che contrappone latifondismo e microproprietà terriera, ha caratterizzato l’intera storia umana. Tuttavia, solo in alcune fasi storiche particolarmente critiche, quale quella attuale, ha assunto i caratteri esasperati dell’accaparramento e della sopraffazione, perpetrati da parte di ricchi imprenditori e governi ai danni dei lavoratori più poveri e attuati con espropri e acquisizioni di terre, ovunque e sempre accompagnati da ribellioni cruente: rivolte sociali, lotte contadine e migrazioni di massa. Si tratta di fenomeni che purtroppo agitano anche la nostra società contemporanea e che, secondo quanto ci insegna la storia, si ripresentano dopo ogni periodo involutivo caratterizzato prima da una crisi economica globale e poi dalla riscoperta del “bene rifugio terra”. Processo e dinamica economico sociale cui abbiamo infatti assistito a partire dagli anni 2000. Come conseguenza della forte crisi economica globale d’inizio millennio, la corsa ai “beni immobili” viene denunciata dall’Unione europea come land concentration e il neoimperialismo coloniale di matrice economica è condannato come land grabbing e water grabbing anche dalle principali organizzazioni internazionali (ONU, FAO).

Quella fame di terra che, fino alla prima metà del XX secolo, aveva generato le lotte contadine e spinto gli europei a colonizzare gli spazi del nuovo e nuovissimo continente (America, Australia, Nuova Zelanda), oggi è riproposta alla scala planetaria e a tutto svantaggio dei Paesi in via di sviluppo, dove non mancano pregiate risorse naturali ancora poco o non utilizzate (Africa, America Latina, Europa orientale). Land grabbing e water grabbing cioè sottrazione di risorse naturali vitali ad alcune popolazioni e concentrazione delle stesse nelle mani di pochi proprietari stranieri, non solo creano nuove forme di schiavitù e servile dipendenza (sfruttamento della manodopera e assoggettamento tecnologico), ma provocano anche una forte spinta sul fenomeno migratorio perché alimentano i flussi eufemisticamente definiti economici e ambientali.

 

-          Ma, nella sostanza, non si tratta di un fenomeno da sempre riscontrabile all’interno di quella immane tragedia rappresentata dal colonialismo?

Per chiarire la differenza tra l'attuale land grabbing e i processi di land concentration che accomunano fasi storiche e realtà economiche lontane e diverse è innanzi tutto utile distinguere tra ampliamento della proprietà fondiaria e accaparramento di terre e tra quest’ultimo e le diverse forme di espansionismo coloniale. Mentre i primi due si consumano sempre ai danni delle classi sociali più deboli, all’interno di singoli Stati, anche e soprattutto di quelli a economia liberale e/o retti da regimi totalitari, dando vita al fenomeno della land concentration; il land grabbing è stato a ragione definito “neocolonialismo e neoimperialismo” perché è perpetrato dagli Stati più ricchi (governi, enti, società multinazionali, aziende pubbliche e private, fondi di investimento) a spese dei Paesi economicamente e tecnologicamente meno sviluppati. A questi ultimi vengono sottratte le terre da sfruttare sia per la fertilità dei suoli (colture di speculazione a basso costo di esercizio ed elevati ricavi), sia per la ricchezza delle risorse minerarie e petrolifere (esportazione), sia per le bellezze naturalistiche (elitari e ciclopici impianti turistici), sia per operazioni di industrializzazione e urbanizzazione.

 

-          Ma quali sono gli attori responsabili dell'accaparramento?

Il processo di acquisizione è tutt’altro che scontato e lineare: coinvolge istituzioni e imprese sia dei Paesi venditori, che dei Paesi compratori, spesso attraverso società multinazionali che in alcuni casi hanno sede sociale nello stesso Paese preda o in “Paesi terzi”, i cosiddetti “paradisi fiscali”, e quindi difficilmente localizzabili. È perciò necessario fare chiarezza anche sui termini da utilizzare per definire i Paesi venditori e i Paesi compratori; nel linguaggio internazionale si parla di Paesi investitor e di Paesi target. I primi sarebbero “portatori di interessi” – in realtà paesi predatori di risorse sulle quali speculare (più di 50 Paesi secondo i dati di febbraio 2018); i secondi identificati come Paesi “obiettivo di tali interessi” (una novantina) sono invece paesi preda in cui avvengono le speculazioni. Né questa distinzione esaurisce il quadro complessivo. La complessità del fenomeno è infatti aggravata perché in alcuni casi la sede societaria degli investitor/predatori è localizzata in Paesi terzi (a bassa o nulla fiscalità) i quali, lungi dall’essere i veri investitor, mascherano l’origine dei veri interessi speculativi. Si tratta di Paesi che, pur inseriti nell’elenco dei Paesi target/predati, sono investitor/predatori per un numero di ettari di gran lunga superiore a quello delle terre predate al loro interno (Malaysia con più di 3 milioni di ha; Cina con più di 4,5 milioni di ha; India con più di 1milione e mezzo; Sud Africa e Mauritius con poco meno di mezzo milione di ettari, ecc.).

Alcune società accaparratrici hanno creato una o più aziende/società con sede nello stesso Stato dove fanno i loro investimenti, per cui lo stesso Paese preda risulta anche predatore (67 casi) e addirittura predatore di se stesso (più di 20 casi) e di altri Paesi preda (ben 32 casi). Per tutti questi casi è preferibile adottare la dizione di Paesi ombra con l’intento di esplicitare l’oscura trama delle loro politiche di acquisizione fondiaria. Si tratta in particolare di una decina di Paesi che, pur essendo predati, hanno acquistato superfici molto più ampie della loro stessa estensione, superiori anche al 1000% e addirittura al 10.000% di quelle a loro sottratte dal land grabbing (India, Mauritius, Sri Lanka, Tailandia).

 

-          E che ruolo giocano i governi locali, perlopiù di carattere antidemocratico?

L’appropriazione avviene comunque e quasi ovunque con la stessa complicità dei governi locali antidemocratici e corrotti e, fenomeno ancora più grave, con la sempre più frequente copertura offerta dai paesi terzi/ombra (circa una decina) ad aziende, gruppi e/o filiali, con sede ufficiale nel paese oggetto di investimenti e capitali riconducibili a Società multinazionali, localizzate nei Paesi ricchi. E ciò spiega peraltro perché alcuni Stati, pur essendo inseriti nell’elenco dei paesi target/preda, sono da ritenersi paesi investitor/predatori: in questi casi, infatti, la differenza tra superfici vendute e acquistate mostra scarti, paradossalmente a loro vantaggio, che ammontano anche ad alcuni milioni di ettari (Federazione russa, Cina, Malaysia, Sud Africa, Cile, India e Mauritius).

 

-          Spesso, i soggetti accaparratori avanzano, a giustificazione del proprio operato, l’obiettivo di voler favorire una preziosa forma di risanamento ambientale. Siamo di fronte a un palese ed ipocrita tentativo di nobilitante autoassoluzione?

In questa prima decade del XXI secolo l’obiettivo di risanare i guasti prodotti alle risorse naturali dagli eccessi dello sfruttamento agroindustriale – lo stesso obiettivo che negli anni Novanta era servito in Europa a dare “giustificazione etica” alla politica agricola comunitaria del set aside – ha mutato programma ed è stato coniugato con l’impegno a potenziare il consumo energetico “sostenibile”, cioè ottenuto dalle fonti rinnovabili: eolico, fotovoltaico e biomasse (Pacchetto Clima Energia “20 20 20”). Non più dunque incentivi per rinunciare a coltivare i terreni, set aside, ma premi alla loro riconversione verso colture no food (oleaginose, canna da zucchero, colza, jatropha, ecc.).

Come non sottolineare allora, assurdità e ipocrisie nascoste dietro il tentativo di “tutelare l’ambiente naturale” coltivando no food su terre fertili sottratte all’agricoltura di sussistenza nei Paesi in cui ancora si muore di fame? Gli investitori, per giustificare i loro accordi finanziari, sostengono farisaicamente di farlo proprio per la sostenibilità ambientale, perché le terre accaparrate vengono destinate alla produzione delle biomasse per l'energia rinnovabile. In realtà il risultato di tante transazioni è solo la povertà generata dall’alienazione delle terre all’agricoltura famigliare di sussisten­za e l’al­lon­tanamento coatto dai territori d’origine di interi gruppi umani costretti ad emigrare.

La sostenibilità delle nuove formule di sfruttamento agricolo è infatti platealmente contraddetta dalla vastità delle superfici predate e scandalosamente mai messe a coltura, più dei 4/5 del totale accaparrato, con valori di superficie coltivata (SAC) sul totale acquisito che, in alcuni casi, non raggiungono nemmeno l’1% (Liechtenstein, Korea, Djibouti, Emirati Arabi), come pure dalla scelta degli ordinamenti monocolturali (canna da zucchero, jatropha, olio di palma) tipici dell’economia di piantagione, che accelera i cambiamenti climatici in atto, sfruttando e abbandonando i terreni desertificati dall’aggressività dei mezzi meccanici e chimici.                                                                                                      

C'è da chiedersi piuttosto quanto incida sul cambiamento climatico globale l’agricoltura di speculazione, oggi in gran parte no food, che espone migliaia e centinaia di migliaia di ettari all’inquinamento e alla desertificazione e per contro quanto pesa sull’abbattimento dei costi di produzione degli alimenti (poche decine di centesimi di euro per un chilo di farina o per un pacco di pasta o per una bottiglia di pomodoro o di latte) la concorrenza garantita da spese di esercizio pressoché nulle (terreni a meno di 1 dollaro l’ettaro e manodopera assoggettata al caporalato). E, infine, chiediamoci anche da dove partono i flussi migratori dei disperati che perdono, insieme alla terra espropriata con la forza, la possibilità stessa di assicurare la sopravvivenza a sé e alle loro famiglie tanto da essere pronti ad affrontare viaggi “della speranza” carichi di sevizie e di morte.

 

 

-          E' quindi difficile ravvisare effetti positivi del fenomeno?

Purtroppo è proprio così. Gli effetti del land grabbing sono oltremodo rovinosi:

sottrazione senza adeguata compensazione del solo mezzo da cui intere comunità umane traggono il necessario per l’autoconsumo; fame e forzato, definitivo abbandono di quelle terre che assicuravano la magra economia di sussistenza.

Più che l’esportazione di pratiche agricole sostenibili e la produzione di energia rinnovabile, azioni ipocritamente invocate a giustificazione dei loro accordi dagli investitori, il risultato di tante transazioni è dunque l’al­lon­tanamento coatto dai territori d’origine di interi gruppi umani costretti ad emigrare.

 

 

* MARIA GEMMA GRILLOTTI DI GIACOMO

Professore Ordinario di Geografia e responsabile delle problematiche "Alimentazione nel mondo" all’Università Campus-BioMedico di Roma, è Membre d’Honneur della Société de Géographie di Parigi ed è stata insignita del Grand Prix de Catographie 2001 per aver realizzato l’opera Atlante tematico dell’agricoltura italiana e del Premio Letterario Nazionale 2013 gli scrittori dalla penna verde "Parco della Maiella", conferito alla prima edizione del volume Nutrire l'uomo, vestire il pianeta. E’ Corresponding member e National Network Coordinator for Italy della Commissione UGI "Sustainability of Rural Systems" nell’ambito della quale è stata nominata National Network Coordinator for Italy. Coordinatore Scientifico del Gruppo di Ricerca Interuniversitario "Geografia comparata delle aree agricole europee ed extraeuropee" (GECOAGRI-LANDITALY) ha messo a punto una metodologia di indagine innovativa, applicata in varie ricerche condotte in Italia e all'estero e nello studio condotto sulla realtà dei Monti Lepini, cui è stato attribuito il Premio paesaggio Europa 2011. In occasione della presentazione del Codex Alimentarius del 2005, ha organizzato presso la FAO, il Colloquium internazionale Quality Agriculture: Historical Heritage and Environmental Resources for an Integrated Development of Territories e ha realizzato la mostra scientifica Ouer countryside’ s agri-cultures: quality of landscapes, values and tastes. Consulente scientifico per la stesura del Disegno di Legge n. 1600 del 25-05- 2007 “Disposizioni per la Tutela e la Valorizzazione del Paesaggio Rurale”, ha coordinato la 29° sessione del Congresso Geografico Italiano 2017 dedicata a L'attuale rivoluzione dei modelli alimentari e gli effetti colti nello straordinario dinamismo delle campagne italiane. Tra le circa 180 pubblicazioni si segnalano le due opere Atlante tematico dell’agricoltura italiana e Atlante tematico delle acque d’Italia; i testi metodologici Una geografia per l'agricoltura (vol. I e II); il volume La regione della geografia. Verso la cultura del territorio; la seconda edizione del libro Nutrire l'uomo, vestire il pianeta Alimentazione-Agricoltura-Ambiente tra imperialismo e cosmopolitismo e il volume curato con Pierluigi De Felice Land grabbing e land concentration I predatori della terra tra neocolonialismo e crisi migratorie.

 

 

**Land grabbing e land concentration. I predatori della terra tra neocolonialismo e crisi migratorie

Autori e curatori

Maria Gemma Grillotti Di GiacomoPierluigi De Felice

Contributi

Francesco Bruno, Francesca Krasna, Mario Lettieri, Paolo Raimondi, Vittoradolfo Tambone

Dati

pp. 166,   1a ristampa 2019,    1a edizione  2018   

Edizioni Franco Angeli, Milano.

Spiragli di luce in Pakistan per il caso Asia Bibi, la giovane madre pakistana di religione cattolica processata, imprigionata e violentata in carcere in virtù di una discussa legge del paese che punisce la blasfemia. Dopo l'assoluzione lo scorso 31 ottobre, che ha scatenato l'ira degli islamisti che ne chiedono la condanna a morte, la Corte Suprema potrebbe emettere il pronunciamento definitivo entro la fine di gennaio. Il Tribunale, secondo una possibilità prevista dall’ordinamento giudiziario pakistano, è chiamato a esprimersi sulla «istanza di revisione del verdetto», presentata dall'accusa alla fine del processo. Senza udienza né dibattimento, la Corte dovrà riesaminare la sentenza, per rilevare eventuali vizi formali e sostanziali. Che la Corte rinneghi e capovolga un giudizio che essa stessa ha emesso due mesi fa, in un caso tanto sensibile e di alto profilo, appare decisamente improbabile. Il team dei legali di Asia Bibi «crede al 100% del rigetto di quella istanza». Sarebbe la fine del caso e renderebbe Asia, una volta per tutte, una donna realmente libera. Libera di disporre della sua vita.

La Corte Suprema del Pakistan, proprio per dare al paese un segnale di tutela dello Stato di Diritto contro ogni connivenza politica, ha da poco emesso una sentenza “suo motu” imponendo ai governi federali e provinciali di risarcire i cittadini che hanno subito danni di beni e proprietà durante i tre giorni di proteste organizzate dai partiti islamisti all'indomani dell'assoluzione di Asia Bibi. E restano in carcere gli oltre 300 militanti e i leader del gruppo Tehreek-e-Labbaik Pakistan (TLP) come Khadim Hussain Rizvi, organizzatori di quelle manifestazioni violente contro Asia Bibi.

Non possiamo che auspicare l'esito positivo del caso di Asia, perché sia l'inizio di una nuova stagione politica in Pakistan di rispetto dei Diritti umani. Auspichiamo inoltre che il caso di Asia possa scuotere le coscienze. In Pakistan, dove rimane in vigore la legge per la quale Asia ha rischiato la condanna a morte e che i gruppi islamisti utilizzano per discriminare la minoranza cristiana e negare il diritto alla libertà religiosa. E nel resto del mondo, nel quale le persecuzioni contro i cristiani e le discriminazioni a sfondo etnico-religioso sono aumentate in modo esponenziale di anno in anno nell'indifferenza dei media e dei governi.

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Responsabile Gruppo di lavoro Diritti civili - Disagio giovanile - Città Internazionale

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