
L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni. |
Nella attuale tragica situazione internazionale, può certamente risultare di grande aiuto provare a sintonizzarsi con il pensiero di uno dei maggiori messaggeri di pace e di nonviolenza del XX e del XXI secolo: il maestro buddhista Thich Nath Hanh, scomparso oramai da quasi due anni (22 gennaio 2022)*.
Molto stimolante, in particolar modo, è quanto ebbe a scrivere in quel Messaggio per il nuovo secolo, in cui, dopo una breve analisi degli orientamenti dominanti nel nostro tempo, ci indicava le cose principali che avremmo dovuto operare nel secolo da poco iniziato, in vista di una profonda rigenerazione dell’intera famiglia umana.
Questi i punti salienti relativi al recente passato e agli auspici per il nuovo secolo:
Tutti questi sviluppi positivi potrebbero rappresentare una fonte splendente di luce capace di mostrare il giusto cammino da seguire.
Ed ecco le sue raccomandazioni, rivolte in particolar modo ai membri del Sangha (la comunità buddhista composta da monaci, monache e laici), miranti ad indicare all’umanità la giusta direzione da seguire:
Realizzando l’ideale della compassione in campo educativo, culturale, spirituale e sociale, sarà così possibile “toccare le meraviglie della vita, della trasformazione e della guarigione.”
Il XXI secolo, ci dice Thich Nath Hanh, è “una bella collina verde, con uno spazio immenso, con le stelle, la luna e tutte le meraviglie della vita.” Su di essa, il nostro maestro Zen ci esorta a salire “insieme, mano nella mano con i nostri antenati spirituali e di sangue e con i nostri bambini”, generando, ad ogni nostro passo,
libertà, gioia e pace.
Dopo i due abbondanti decenni trascorsi (traboccanti di strategie politiche cinicamente aggressive, cruente e discriminatorie), il procedere in questo nuovo secolo, più che salire su una ridente collina, ci è sembrato, in alcuni casi, uno sprofondare in paludi nebbiose, in altri un inerpicarci su aspre pareti, e, molto spesso, un angosciato perderci in deserti aridi e inospitali. E libertà, gioia e pace non sembra siano cresciute o stiano crescendo. Odio, avidità e intolleranza, invece, appaiono sempre più incontrastatamente dominare al centro della scena planetaria.
Ma i “semi di saggezza” di cui parla il nostro monaco gentile fortunatamente non mancano e, nonostante tutto, benché ignorati dalle ribalte mediatiche rozze e menzognere e mal sopportati dagli ipocriti padroni del potere, continuano lentamente e silenziosamente a crescere.
Dipenderà da ognuno di noi (come ci ripete insistentemente Thich Nath Hanh) decidere se impegnarci o meno ad innaffiarli.
Con cura, con costanza, con delicato Amore.
NOTE
*https://www.flipnews.org/index.php/life-styles/spirituality/item/3149-thich-nhat-hanh-maestro-di-pace-ovvero-l-arte-della-consapevolezza-e-del-ringraziamento.html
“Non possiamo più permetterci di adorare il dio dell’odio o inginocchiarci davanti all’altare della vendetta.”
Sono ben pochi i personaggi che si sono battuti per la causa dei diritti umani che, all’interno dell’immaginario collettivo, risultino oggetto di un consenso tanto ampio e trasversale come si verifica nel caso di Martin Luther King: il suo volto luminoso e la sua voce decisa e appassionata rimangono, infatti, vivi e ben radicati in qualche angolo privilegiato delle nostre anime.
Di lui, un po’ tutti conosciamo gli appassionati discorsi e le tenaci e coraggiose iniziative pubbliche di lotta contro quelli che venivano considerati i grandi mali dell’epoca: razzismo, povertà e guerra.
Molto meno conosciuto è, però, il pensiero filosofico che ha alimentato le sue parole e le sue azioni.
Mio obiettivo sarà, perciò, quello di presentarne una breve sintesi, al fine di rendere più comprensibile la ricchezza di questo personaggio, nonché più stimolante ed attuale il suo messaggio morale, straordinariamente denso di insegnamenti al contempo politici e religiosi.
E sarà proprio tale fermissima convinzione a costituire il centro gravitazionale della sua lotta antisegregazionistica:
“L’immoralità della segregazione è che essa tratta gli uomini come mezzi piuttosto che come fini e perciò li riduce a cose piuttosto che a persone.
Ma un uomo non è una cosa. Non deve essere trattato come uno “strumento animato”, ma come una persona sacra in se stessa. Fare diversamente è come spersonalizzare la persona potenziale e profanarla in quello che è.”
(Dove stiamo andando: verso il caos o la comunità?, SEI, Torino 1970, pp. 138-140)
Fino al momento della sua scoperta, Martin Luther King ritiene che i princìpi evangelici del Discorso della montagna abbiano senso solo per quanto concerne i rapporti fra singoli individui. La grandezza di Gandhi starebbe, invece, nell’aver inteso e proposto l’amore come FORZA SOCIALE, come strumento, cioè, per operare un mutamento collettivo.
L’etica della nonviolenza gli appare una felice fusione creativa fra elementi culturali afroamericani, cristiani e induisti:
l’amore è “il nucleo e il battito del cuore del cosmo”, gli individui non sono stati creati per vivere in solitudine:
TUTTI sono il prossimo.
Gli uomini sono “anime d’infinito valore metafisico” entrate “attraverso la stessa misteriosa porta della nascita umana (… ) nella stessa avventura della vita mortale”: tutti gli uomini sono interdipendenti.
Si tratta di un metodo passivo soltanto da un punto di vista fisico, ma fortemente attivo da quello spirituale: “Non è non-resistenza passiva al male, è invece attiva resistenza nonviolenta al male”.
“Reagire nella stessa maniera non farebbe altro che intensificare l’esistenza dell’odio nell’universo. Lungo il corso della vita, qualcuno deve avere giudizio e moralità sufficienti per troncare la catena dell’odio.”
La via da percorrere è, quindi, quella dell’Amore inteso come comprensione e buona volontà redentrice: AGAPE.
Agape significa il riconoscimento della correlazione sussistente alla base della vita intera:
“Tutta l’umanità è coinvolta in un singolo processo, e tutti gli uomini sono fratelli. Nella misura in cui faccio del male al mio fratello – non importa cosa egli mi stia facendo – faccio del male a me stesso.”
“Sia che la chiamiamo processo inconscio, impersonale Brahman, o Essere personale di impareggiabile potenza e infinito amore, c’è una forza creativa in questo universo che lavora per portare gli aspetti sconnessi della realtà in un tutto armonioso.”
(da Pellegrinaggio alla nonviolenza, 1958, in Martin Luther King, Lettera dal carcere di Birmingham. Pellegrinaggio alla nonviolenza, Edizioni del Movimento nonviolento, Verona 1993, pp.25-28)
RAZZISMO
POVERTA’
GUERRA.
Problemi da lui considerati strettamente connessi: la vera sfida è quella di rendere il mondo UNO in termini di fratellanza.
Se, infatti, possiamo considerare ragionevole preoccuparsi del benessere del proprio gruppo o nazione, risulta del tutto irragionevole concentrarsi esclusivamente su questo.
Avendo la realtà una struttura interconnessa, infatti, la strada da seguire non potrà che essere quella della salvaguardia dei diritti umani nella prospettiva della CASA MONDIALE.
La sua proposta è quella di una società in cui esigenze individualistiche e collettivistiche possano confluire in maniera armonica, superando sia discriminazioni e oppressioni socio-economiche, sia misure statolatriche e liberticide.
“La lettura di Marx - scrive - mi convinse anche che la verità non si trova né nel marxismo né nel capitalismo tradizionale. Ciascuno rappresenta una verità parziale. Storicamente il capitalismo non riuscì a vedere la verità nell’impresa collettiva e il marxismo non riuscì a vederla nell’iniziativa privata. Il capitalismo del XIX secolo non capì che la vita è anche sociale e il marxismo non comprese e ancora non comprende che la vita è anche individuale e personale..”
(Pellegrinaggio alla nonviolenza, pp. 20-21)
“Quando macchine e computers, moventi dei profitti e diritti di proprietà vengono considerati più importanti delle persone, il gigantesco trio del razzismo, materialismo e militarismo non può essere vinto. Una civiltà può cadere di fronte al fallimento morale e spirituale facilmente come lo può per un fallimento finanziario.
Questa rivoluzione di valori deve andare oltre al capitalismo tradizionale e oltre al comunismo. Dobbiamo, onestamente, ammettere che il capitalismo ha spesso lasciato un abisso fra la ricchezza superflua e l’abbietta povertà, ha creato condizioni da permettere che si togliesse il necessario ai molti per dare il lusso ai pochi, e ha spinto uomini gretti a diventare freddi e senza coscienza (… ).
Il movente del profitto, quando è la sola base di un sistema economico, incoraggia una concorrenza spietata e un’ambizione egoistica che ispira gli uomini ad avere come loro centro l’”io” piuttosto che il “tu”.
Egualmente il comunismo riduce gli uomini a un dente nella ruota dello Stato. Il comunismo può obiettare, dicendo che nella teoria marxista lo Stato è una “realtà ad interim” che finirà quando emergerà una società senza classi. Ciò è vero in teoria; ma è anche vero che, finché dura lo Stato, è il fine. L’uomo è un mezzo per quel fine. Egli non ha diritti inalienabili. I suoi unici diritti sono derivati, e conferiti, dallo Stato. In un simile sistema, la fonte della libertà si inaridisce. Limitate sono le libertà di stampa e di assemblea, la libertà di votare e la libertà di ascoltare e di leggere.
La verità non si trova né nel capitalismo tradizionale, né nel comunismo classico. Ognuno di essi rappresenta una verità parziale.”
L’America, dice - riferendosi alla guerra in corso del Vietnam - ha tutte le possibilità economiche per un cambiamento di rotta, operando la scelta di smettere di
“bruciare degli esseri umani con il napalm, di riempire le case della nostra nazione di orfani e di vedove, di iniettare droghe velenose, di odio nelle vene di popoli normalmente umani, di rimandare a casa, da tristi e sanguinosi campi di battaglia, uomini fisicamente minorati e psicologicamente sconvolti”.
Nulla impedirebbe, infatti, qualora ci fosse una volontà politica adeguata, di rimuovere le cause delle ingiustizie socio-economiche.
Scelta assolutamente prioritaria: smettere di continuare ad incrementare gli investimenti in ambito militare e, conseguentemente, dirottare tali immense risorse a favore di concreti e sostanziali miglioramenti sociali.
“Non c’è nulla, se non il desiderio di una morte tragica, che ci impedisca di riordinare le nostre priorità, in modo che la ricerca della pace abbia la precedenza sulla ricerca della guerra.
Non c’è nulla che ci impedisca di rimodellare, con le nostre mani ferite, un recalcitrante status quo, finché l’abbiamo trasformato in una fratellanza.”
Per poter sconfiggere il comunismo (definito come un severo “giudizio sul nostro fallimento nel realizzare la democrazia”) - afferma King, in un periodo storico avvelenato dallo scontro feroce fra due blocchi ideologici, politici, economici e militari radicalmente contrapposti - occorre eliminare le cause reali che lo hanno fatto nascere e che continuano ad alimentarlo.
“La risposta non è la guerra.
Il comunismo non sarà mai sconfitto con l’uso delle bombe atomiche o delle armi nucleari. (…)
Non dobbiamo chiamare comunista o pacifista chiunque riconosce che l’odio e l’isterismo non sono le risposte finali ai problemi di questi giorni torbidi. Non dobbiamo impegnarci in un anticomunismo negativo, ma piuttosto in una spinta positiva verso la democrazia, rendendoci conto che la nostra maggiore difesa contro il comunismo è prendere l’offensiva a favore della giustizia e dell’equità.
Dopo aver eloquentemente espresso la nostra condanna della filosofia del comunismo, noi dobbiamo, con un’azione positiva, cercare di rimuovere quelle condizioni di povertà, di insicurezza, di ingiustizia e di discriminazione razziale che sono il fertile suolo in cui cresce e si sviluppa il seme del comunismo.
Il comunismo prospera solo quando le porte delle possibilità sono chiuse e le aspirazioni umane sono soffocate.”
(La forza di amare, SEI, Torino, 1972, p. 196)
“Che metodo ha usato la sofisticata ingenuità dell’uomo moderno per trattare la paura della guerra?
Ci siamo armati fino all’ennesima potenza. L’Occidente e l’Oriente si sono impegnati in una febbrile gara di armamenti: le spese per la difesa sono salite a proporzioni di montagne, e agli strumenti di distruzione si è data priorità su tutti gli altri sforzi umani. Le nazioni hanno creduto che maggiori armamenti avrebbero eliminato la paura, ma ahimé! essi hanno prodotto una paura più grande. In questi giorni turbolenti, battuti dal panico, noi dobbiamo ricordarci una volta di più le giudiziose parole antiche: “ Il perfetto amore caccia via la paura.”
Non armi, ma amore, comprensione e buona volontà organizzata possono cacciar via la paura.
Solo il disarmo, basato sulla buona fede, potrà fare della fiducia reciproca una realtà vivente.” (ivi, p. 222)
“Va oltre ogni immaginazione pensare quante vite potremmo trasformare se dovessimo cessare di uccidere. (…)
Le bombe nel Vietnam esplodono in patria; distruggono le speranze e le possibilità di un’America decente.”
(Dove stiamo andando: verso il caos o la comunità?, pp. 123-4)
In più circostanze, M. L. King esprime la sua profonda amarezza in merito al comportamento assunto dal mondo cristiano, sia nel passato sia in epoca contemporanea, di fronte alle tante gravissime forme di ingiustizia sociale.
La Chiesa (o, meglio, le Chiese) non ha mai, infatti, perso occasione per condannare la blasfemia o i peccati legati alla sfera dei piaceri sensuali, ma ha scelto, invece, di restare silenziosa spettatrice o, addirittura, di farsi complice attiva di fenomeni disumani e criminali quali il razzismo, il militarismo e la povertà.
“ … sono stato profondamente deluso - dice - dalla Chiesa bianca e dalle sue autorità. Naturalmente vi sono alcune importanti eccezioni”
(… )
Quando fui improvvisamente catapultato alla guida della “protesta degli autobus” a Montgomery, diversi anni fa, avevo la singolare sensazione che avremmo avuto l’appoggio della Chiesa bianca. Credevo che i pastori bianchi, i preti e rabbini del Sud sarebbero stati alcuni dei nostri più forti alleati. Invece, alcuni sono stati nostri aperti avversari, rifiutandosi di comprendere il movimento per la libertà e mettendo in cattiva luce i suoi dirigenti, troppi altri sono stati più prudenti che coraggiosi e sono rimasti in silenzio dietro l’anestetizzante sicurezza delle vetrate colorate.
Profondamente deluso, ho pianto sulla fiacchezza della Chiesa. Ma siate certi che le mie lacrime sono state lacrime d’amore. Sì, amo la Chiesa, amo le sue sacre mura; come potrebbe essere diversamente? (… )
Sì, vedo la Chiesa come il corpo di Cristo. Ma come l’abbiamo macchiato e sfregiato quel corpo, con il disinteresse per le questioni sociali e il timore di essere non conformisti!”
(Lettera dal carcere di Birmingham, in Lettera dal carcere di Birmingham. Pellegrinaggio alla nonviolenza, pp.13-14)
“In nessun luogo la tragica tendenza al conformismo è più evidente che nella Chiesa, una istituzione che spesso è servita a cristallizzare, conservare e anche benedire i moduli dell’opinione della maggioranza. L’assenso dato in passato dalla Chiesa alla schiavitù, alla segregazione razziale, alla guerra ed allo sfruttamento economico è la prova del fatto che la Chiesa ha prestato orecchio più all’autorità del mondo che all’autorità di Dio. Chiamata ad essere la custode morale della comunità, la Chiesa a volte ha protetto ciò che è immorale e anti-etico; chiamata a combattere le ingiustizie sociali, è rimasta silenziosa dietro i vetri delle finestre; chiamata a guidare gli uomini per la via maestra della fraternità e ad ammonirli a sollevarsi al di sopra degli angusti confini di razza e di classe, ha enunciato e praticato l’esclusivismo razziale.” (La forza di amare, p. 36)
La Chiesa viene accusata, quindi, di essere rimasta sconcertantemente silenziosa e di aver “preso spesso parte attiva nel formare e cristallizzare gli schemi del sistema di razza e di casta”. (ivi, p.192)
Colonialismo, apartheid in Sud-Africa, la schiavitù per 250 anni in America, le forme di segregazione e discriminazione ancora esistenti non sarebbero state possibili, infatti, senza la loro legittimazione da parte delle varie Chiese cristiane.
Ma in M. L. King resta viva la speranza che il mondo cristiano possa finalmente mobilitarsi per mettersi alla guida di un nuovo corso di rinascita morale, capace, attraverso la forza dell’empatia, di risanare ferite antiche e di dissolvere odi recenti, favorendo e costruendo una reale prospettiva di affratellamento.
“La Chiesa – scrive – ha l’opportunità e il dovere di far sentire la propria voce e dichiarare alle genti l’immoralità della segregazione. Deve affermare che ogni vita umana è un riflesso della divinità, e che ogni atto di ingiustizia guasta e mutila l’immagine di Dio nell’uomo. La filosofia che sta alla base della segregazione è diametralmente opposta alla filosofia che sta alla base della nostra eredità giudaico-cristiana, e tutte le dialettiche dei logisti non potranno mai farla coincidere.
Ma le dichiarazioni contro la segregazione, per quanto sincere, non sono sufficienti. La Chiesa deve prendere l’iniziativa nelle riforme sociali. Deve avanzare nell’arena della vita e lottare per la santità degli impegni religiosi.”
(Dove stiamo andando: verso il caos o la comunità?, pp. 140-143)
La nuova edizione di Vivi o Morti?, rinnova l’invito a riflettere sul dovere del dubbio, con l’aggiunta di riflessioni e interviste che suscitano interrogativi interessanti sulla questione dell’espianto e della donazione di organi. Una questione che riguarda non solo la bioetica, ma può essere considerata uno spunto per una riflessione generale sul confine tra vita e morte.
Sul concetto di morte cerebrale, infatti, c’è tutt’altro che unanimità, anche all’interno della Chiesa cattolica, che pure sulle questioni bioetiche ostenta spesso sicurezza. Dunque, quando mancano "gli elementi di base necessari (sia quantitativi che qualitativi) per poter comprendere la complessità della questione sotto tutte le sue numerose sfaccettature”, la posizione più saggia è quella del dubbio. Tanto più su una questione che implica riflessioni sulla “vera natura dell’uomo”, “sui confini tra vita e morte, sul giusto modo di intendere la dignità della persona e sui diritti della persona stessa”.
Dopo diversi anni dalla pubblicazione della prima edizione, l’autore, Roberto Fantini, ribadisce il presupposto alla base della sua opera: “la convinzione che la stragrandissima maggioranza delle persone (anche di ottimo livello culturale) si trovi totalmente all’oscuro della vera condizione del cosiddetto ‘morto cerebrale’, del fatto, cioè, che esso sia un ‘qualcosa’ (semplice organismo o ancora persona a tutti gli effetti?) assai differente da come siamo abituati a rappresentarci un defunto”. Infatti, spiega l’autore, esso “gode di normale temperatura corporea, ha cuore battente con relativo sangue circolante e polmoni respiranti (anche se, sovente, meccanicamente coadiuvati), si può ammalare e, se curato, è in grado anche di guarire, produce liquido seminale fertile (se di sesso maschile), è in grado di concepire e / o condurre a termine una gravidanza (se di sesso femminile)”.
Di particolare interesse sono, inoltre, le riflessioni sulla rivoluzione culturale che è alla base della “teoria-prassi dei trapianti”, come la definisce l’autore. Tale rivoluzione consiste nell’aver abbandonato repentinamente come qualcosa di “obsoleto e pre-scientifico” la concezione della morte che aveva prevalso per millenni, ovvero l’esalazione dell’ultimo respiro e la cessazione delle pulsazioni cardiache. Di contro, la Commissione di Harvard ha imposto il paradigma della morte cerebrale, che identifica la morte con la cessazione delle attività cerebrali “oggettivamente registrabili”, indipendentemente dalle funzioni di altre parti dell’organismo, come, ad esempio cuore e polmoni.
La nuova sezione aggiunta nella seconda edizione di Vivi o Morti? include gli articoli scritti in questi ultimi anni da Roberto Fantini su tematiche collegate con l’introduzione di tale paradigma, come la fine della vita, i trapianti di organi, e i “risvegli che dovrebbero farci riflettere”. Questi ultimi, infatti, suscitano la questione se sia “scientificamente possibile ottenere certezze incontrovertibili in merito all’irreversibilità di una condizione comatosa”. Inoltre, inducono a chiedersi se sia “scientificamente dimostrabile la totale cancellazione di qualsivoglia forma di coscienza nei pazienti immersi nelle varie condizioni comatose” e, in relazione alla prassi dell’espianto di organi, “fino a che punto possiamo essere certi che coloro che classifichiamo come ‘donatori’ di organi non conservino una loro sensibilità, una loro coscienza che non siamo capaci di riscontrare”.
In appendice, rispetto alla prima edizione, sono state aggiunte due interviste alla teologa e bioeticista Doyen Nguyen, che l’autore ha conosciuto durante un convegno internazionale della John Paul II Academy for Human life and the Family. Specializzata in medicina ematologica e successivamente laureatasi in Teologia morale, specializzandosi in Bioetica, oggi Nguyen insegna alla Pontificia Università di San Tommaso d’Aquino (Angelicum).
Nella prima intervista, si affronta il tema dei trapianti d’organi e dei dubbi sul momento della morte, poiché i concetti di “morte cerebrale” e “morte a cuore fermo”, utilizzati come paradigmi per stabilire la morte ufficiale di un paziente, spesso non corrispondono alla “morte biologica” di un essere umano. Entrambi i concetti, inoltre, secondo la docente, sono fondati sulla stessa concezione utilitaristica, dal momento che servono a dare il via libera per l’espianto d’organi da un paziente vittima di un grave incidente o affetto da grave disabilità. Di contro, secondo Nguyen, per accertare la morte di qualcuno occorre che si manifestino”determinati segni”, tra i quali figura la caduta della temperatura, di pari passo con la cessazione delle attività metaboliche (è il metabolismo che genera calore, mantenendo la temperatura corporea al di sopra di un certo livello). Inoltre, entro pochi minuti dalla morte, inizia il processo di putrefazione e disintegrazione del corpo, che diventa evidente entro due o tre giorni. Nondimeno, la morte, secondo la docente, è anche un “evento metafisico”, coincidendo con la “separazione dell’anima dal corpo”. A tal proposito, non abbiamo strumenti per rilevare la presenza dell’anima, il che rende impossibile stabilire con certezza il momento esatto della morte, così come è impossibile stabilire il momento esatto del concepimento. Per questo motivo, due papi, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, avevano sollevato perplessità sul concetto di morte cerebrale. Nella seconda intervista, si solleva il dubbio che gli espianti d’organi siano praticati su persone vive, come dimostrano le contrazioni muscolari che si rilevano durante le operazioni. Nella stessa intervista, inoltre, si avanza l’ipotesi che talvolta la morte cerebrale sia “provocata”, in particolare nel caso di “morte cardiaco-circolatoria controllata”. Quando il paziente viene trasportato in sala operatoria, viene staccato dal supporto vitale e, per “alleviare o prevenire il fastidio”, gli vengono somministrati “narcotici e sedativi”. Successivamente, al paziente si inserisce una “cannula femorale” e “la sua pelle viene preparata e coperta”. Quindi, dopo un “breve periodo di osservazione”, l’insorgenza dell’arresto cardio-respiratorio fa sì che il paziente sia “dichiarato morto”. Nel 25 per cento dei casi, aggiunge Nguyen, “il potenziale donatore è ancora vivo dopo un’ora dalla rimozione del supporto vitale”. Di conseguenza, conclude la docente, sia nel caso della morte cerebrale, sia in quello della morte cardiaco-circolatoria controllata, si tratta di “forme velate di eutanasia progettate primariamente per lo scopo di ottenere organi”.
ROBERTO FANTINI
VIVI O MORTI?
MORTE CEREBRALE E TRAPIANTO DI ORGANI: CERTEZZE VERE E FALSE, DUBBI E INTERROGATIVI
Edizione aggiornata e ampliata
EDIZIONI EFESTO
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Narges Mohammadi |
“La democrazia prima di essere un sistema politico è una cultura. Sono le persone, con i loro comportamenti, a fare la democrazia.” — Shirin Ebadi
Narges Mohammadi ha ricevuto il premio Nobel per la pace 2023. La cerimonia per la quale il Comitato del Premio ha chiesto la presenza della donna ancora detenuta in carcere, sarà a Dicembre.
Attivista iraniana, carcerata dal 2016, vice presidente del Centro per la difesa dei diritti Umani l'organizzazione non governativa guidata da Shirin Ebadi,(in esilio dal 2009) ha ricevuto l'onorificenza per la sua continua ed estenuante lotta alla promozione dei diritti umani e per la libertà di ognuno.
In prima linea contro l'oppressione alle donne in Iran. Attivista per i diritti umani. Arrestata diverse volte dal regime Iraniano.
Ha dovuto subire punizioni fisiche, arresti, condanne. In una delle tante prigionie subite, ha ricevuto oltre 150 frustate e altre forme di torture.
Nata a Zanjan, 51 anni fa, laureata in fisica si è battuta oltre che per le donne, anche per la difesa dei diritti dei detenuti. Ha combattuto contro la pena di morte. Madre di due gemelli, mai si è arresa alla lotta. A Narges, in una delle diverse carceri che l'hanno detenuta, non furono neppure concesse le medicazioni nonostante soffrisse e soffre di una grave forma di polmonite. L'Unione Europea è intervenuta a favore dell'attivista invitando l'Iran a rispettare le leggi sui diritti internazionali sottolineando la grave forma di malattia di Mohammadi. Persino Amnesty International richiamò l'attenzione sull'attivista per il non diritto concessogli alle cure mediche.
La donna è ancora in detenzione nonostante gli interventi di varie associazioni e dal carcere continua ancora la sua battaglia contro le torture di ogni genere e le violazioni sessuali delle donne arrestate. Nel 2022 momento in cui la giovane Iraniana Amini fu uccisa dalla polizia perché priva del hijab, si sono incrementate le lotte delle donne stanche dei troppi soprusi; la stessa attivista Narges Mohammadi dall'interno della prigione a Teheran ha trovato il modo di esternare il proprio appoggio attraverso articoli.
Donna decisa, coerente con la propria idea, impegnata totalmente rischiando costantemente la propria vita, lontano di propri affetti, è sempre stata decisa a combattere una battaglia verso l'immane forza di violenza e crudeltà alle donne Iraniane anche all'interno del carcere non si è lasciata intimorire. E' riuscita addirittura a fare arrivare un messaggio alla BBC dove raccontava i tipi di torture e di violenze inaudite alle detenute del carcere a Ervin; nello specifico parlava di un'attivista violentata dagli agenti di sicurezza.
Condannata l'ultima volta nel 2022 dove ha subito ben 74 frustate per avere diffuso una propaganda contro lo Stato Iraniano Arrestata 13 volte per un totale di 31 anni di carcere: Si sta adesso battendo per la tortura bianca del quale ne ha parlato in un libro pubblicato nel 2022 dal titolo White Torture. Si tratta di punire con un lungo isolamento (anche oltre due mesi) nella sezione 209 del carcere di Evin. Possiamo solo immaginare lo stato psico fisico ed emotivo che le donne andrebbero a subire. Un'altra forma di tortura infame non corporale ma di abbandono all'oblio mentale.
Narges Mohammadi; un premio Nobel che tutte le donne del mondo dovrebbero applaudire nel rispetto, nella gratitudine, nel coro unanime di un grazie a chi non ha vissuto di sole parole ma di azioni degne di una donna fra le donne che per i loro diritti ancora si batte nonostante tutto.
Grazie Narges Mohammadi!
Confesso di aver commesso a lungo un grossolano peccato di sciocca superficialità:
ho guardato, cioè, alla produzione artistica di Botero (con tutte le sue ciccione e con tutti i suoi ciccioni), come ad una sorta di pittura ingenuamente naiffeggiante, gradevole e simpaticamente buffa sì, ma non certamente degna di essere troppo presa in considerazione.
Poi, vennero le decine di opere da lui dedicate, con un intensissimo lavoro di circa un anno (2005), alle vicende orribili relative alle foto provenienti dal carcere iracheno di Abu Ghraib, che ritraevano soldati e soldatesse statunitensi esercitare, con ostentazione e festoso compiacimento, indegni atti di tortura nei confronti di prigionieri nemici, imbavagliati, incappucciati, denudati, ammucchiati come sacchi e fatti oggetto di derisione.*
Di fronte a quell’orgia di carni sanguinolente, in cui la dignità della persona veniva fatta a pezzi con tanta vergognosa quanto inconsapevole ferocia, il mio rapporto con il pittore colombiano è mutato radicalmente.
In lui ho scoperto qualcosa di molto simile allo spessore concettuale e alla serietà morale che tutti quanti noi riscontriamo nella Guernica di Pablo Picasso, la stessa voglia divorante di urlare al mondo il proprio dolore, la stessa volontà di servirsi del proprio linguaggio pittorico per far viaggiare, nello spazio e nel tempo, un durissimo messaggio di condanna verso la follia della tortura e della guerra, nonché delle loro cause culturali:
assolutizzazione santificante delle ragioni e delle azioni del “noi” e delegittimazione e disumanizzazione viscerale di tutto quello che riguarda il “loro”.
Ora che Botero ha lasciato questo mondo, da lui tanto amato ed entusiasticamente cantato per le sue infinite meraviglie, il mio pensiero è un pensiero di sincera gratitudine per la lezione di eticità che ha saputo donarci: per averci ricordato che, di fronte alle ingiustizie di questo mondo, siamo tutti chiamati a scegliere da che parte stare, siamo tutti obbligati a non restare ammutoliti e indifferenti, bensì chiamati a contemplare, a denunciare, a combattere (per quanto in nostro potere e con le armi, piccole e grandi, in nostro possesso) la violenza di tutti gli aguzzini e di tutti i massacratori, dei loro innumerevoli ben celati complici, dei loro mandanti, dei loro istigatori e difensori, dei loro diretti ed indiretti grandi istruttori.
Forse, chissà, come qualcuno ha detto, fra cento anni, il mondo si ricorderà ancora di Abu Ghraib solo grazie al ciclo pittorico creato da Botero …
*Le fotografie dei soldati statunitensi intenti ad umiliare e terrorizzare prigionieri inermi nel carcere iracheno di Abu Ghraib, diffuse nel corso del 2004, hanno scioccato il mondo intero. Ma le azioni riprese dalle fotocamere non erano aberrazioni isolate. Già nei due anni precedenti, infatti, Amnesty International aveva denunciato casi del genere non soltanto in Iraq, ma anche in Afghanistan e a Guantanamo Bay, e altrettanto ha fatto negli anni successivi. Le ricerche condotte hanno spinto, pertanto, a concludere che le torture che hanno avuto luogo ad Abu Ghraib non abbiano costituito un semplice episodio di anomala crudeltà, ma abbiano, al contrario, fatto parte di un preciso modello coerente implicante l’utilizzo di tecniche ben programmate, quali: incappucciamento, privazione sensoriale, isolamento, costrizione a posizioni dolorose, denudamento forzato, impiego di cani, ecc. Su una piccola parte di simili casi sono state aperte inchieste, conclusesi nella maggioranza dei casi con lievi condanne penali e amministrative ai danni di militari di basso grado. Solo nel caso di Abu Ghraib (probabilmente per l’amplificazione determinata dai mezzi di informazione), sono state comminate pene detentive di un certo rilievo.
Nessuna delle indagini governative ha messo l’accento sulle responsabilità dei vertici militari e politici che, di fatto, avrebbero autorizzato, o per lo meno tacitamente avallato certe pratiche e certi metodi che rappresentano gravissime inaccettabili violazioni dei diritti umani.
“L’abisso verso il quale ci stiamo dirigendo è ben visibile: armandoci sempre di più e distruggendoci a vicenda nelle guerre, non otterremo nient’altro che l’annientamento reciproco, come ragni intrappolati nella propria ragnatela.”
LEV TOLSTOJ
Merzoug Hamel, giovane musulmano figlio di immigrati, aderente a gruppi islamisti radicali, in seguito al massacro del 25 febbraio del 1994, compiuto da un colono israeliano nella moschea di Hebron, venne inviato, qualche tempo dopo, in Marocco per compiere una strage vendicativa all’interno di una sinagoga.
Una volta trovatosi di fronte alla gente che avrebbe dovuto colpire, alcuni bimbi si voltarono verso di lui, fissandolo. Vide i loro occhi incontaminati e quegli sguardi riuscirono a rovesciare nei labirinti del suo cuore un vento di innocenza ignaro delle lotte fra popoli diversi, ignaro delle terre contese e delle infinite violenze che inseguono e che creano altre violenze infinite. E così, Merzoug decise che non sarebbe stato seminatore di morte: sparò sul muro del cimitero, svuotando l’intero caricatore sopra le loro teste.
“Non potevo più far loro del male né potevo farne degli orfani”, disse, affermando anche che “Ogni essere umano dotato di coscienza morale e di umanità non può essere un mostro e ancor meno un assassino di bambini.”*
Qualcosa di straordinario era accaduto. Come se tutto un complesso meccanismo, entrato massicciamente in funzione per indurre un essere umano a diventare l’autore mostruoso di una strage di ampie proporzioni (presentata come un doveroso ed eroico atto di giustizia), si fosse inceppato di fronte alla comparsa di un elemento del tutto imprevisto. Come se, a un certo punto, tutte le forze (che sembravano irresistibili) in azione da una parte avessero improvvisamente trovato, dall’altra, una forza ancora più grande, capace di bloccarle: lo sguardo di quei bimbi.
Qualcosa di straordinario sì, ma non di “miracoloso”, però … E’ accaduto, per usare un’immagine pirandelliana, che la forza di quegli sguardi ha saputo squarciare il cielo di carta sopra il teatrino della storia, facendo apparire le mani e i volti dei grandi burattinai: le maschere ideologiche, i paraventi costruiti dall’odio, le giustificazioni nobilitanti partorite dal desiderio di vendetta hanno finito per rivelarsi, di fronte alla verità della luce di quegli occhi, come ciò che realmente sono, qualcosa di fittizio, di menzognero e di spregevolmente ingannevole.
Merzoug dichiarò, poi, che, in quanto credente e musulmano, aveva “appreso che tutte le religioni divine spingono alla pace, all’amicizia tra i popoli e al rispetto della vita umana, e che appartiene solo a Dio di decidere del momento della morte.”
E il suo auspicio è stato che ogni soldato israeliano, prima di sparare ad un bambino palestinese, avrebbe dovuto pensare alla propria coscienza, al proprio cuore, ai padri e alle madri, “al dolore, alla sofferenza, allo strappo nei loro cuori che non guarisce né si cancella mai.”
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Hermann Hesse |
Auspicio che merita di essere esteso, oggi più che mai, a tutti coloro che impugnano le armi, con questa, con quella o con nessuna divisa, a tutti quelli che finanziano armi, progettano armi, fabbricano, vendono o “regalano” armi. A tutti quelli che, in un modo o nell’altro, le giustificano, le invocano e le benedicono.
Solo la conoscenza della nuda realtà, solo la consapevolezza di cosa implichi davvero affidare le proprie speranze di giustizia e di pace all’uso delle armi, solo il pensiero delle vite distrutte e delle sofferenze … solo questo potrà salvarci dalla retorica delle fanfare e delle bandiere, dagli ingannevoli sofismi, dal culto della violenza e degli eserciti, dalla dittatura ideologica della pseudofilosofia del “mali estremi estremi rimedi”.
Perché è sempre verissimo che, come insegnava Socrate, è l’ignoranza la grande madre di ogni male e che il rifiuto della tirannia delle armi non nasce dalla non conoscenza della realtà, bensì sempre da un giusto e concreto sapere.
Come ebbe a scrivere Hermann Hesse nel 1918:
“L’amor di pace, al pari di ogni umano progresso, è frutto del sapere.
Ma ogni cognizione, se con ciò si intende qualcosa di tangibile e non accademico, ha soltanto un oggetto, cosa riconosciuta da migliaia e migliaia di persone, espressa in mille formule diverse e che tuttavia è sempre e soltanto un’unica verità:
il riconoscimento di quel che c’è di vivente in ciascuno di noi, in me e in te;
il riconoscimento di quella segreta magia, di quella segreta divinità che ognuno di noi reca in sé;
il riconoscimento della possibilità di superare, a partire da questo intimissimo nucleo, ogni antitesi tra opposti in ogni momento, di trasformare il bianco in nero, il male in bene, la notte in giorno.
L’indiano parla di “atman”, il cinese di “tao”, il cristiano di “grazia”. E ovunque si abbia questa suprema cognizione (come ad esempio in Gesù, in Buddha, in Platone, in Lao Tze), ecco che si supera una soglia, al di là della quale cominciano i miracoli. Qui hanno termine guerra e ostilità.”**
A fermare la mano di Merzoug, allora, furono gli sguardi di quei bimbi che, forse, ebbero la straordinaria, naturalissima capacità di fargli scoprire (o riscoprire) quell’ unica, grande, immensa, eterna verità:
la “segreta magia”, la “segreta divinità che ognuno reca in sé”.
*M. Giro, Gli occhi di un bambino ebreo. Storia di Merzoug terrorista pentito, Guerini e Associati, Milamo 2005.
*Hermann Hesse, Guerra e pace, in Non uccidere, Mondadori, Milano 1987.
In tema di sanzioni amministrative nei confronti di tutti gli ultracinquantenni che si fossero rifiutati di sottoporsi alla vaccinazione obbligatoria, imposta dalle autorità governative per quanto attiene il Covid-19, vi riproponiamo l'impostazione giuridica illustrata dal collega Luca Scantamburlo già nel giugno del 2022 e oggi confermata dalla sentenza del 2 agosto 2023 del Giudice di pace di Rovigo.
"Quanto tempo può durare una istruttoria di accertamento sanzionatorio dal momento del suo avvio?
Domanda importante e così la sua risposta, soprattutto in merito all'avvio del procedimento sanzionatorio che l'Agenzia delle entrate - Riscossione ha avviato nei mesi scorsi nei confronti di alcuni (non tutti) over 50 anni di età, per non essersi conformati all'obbligo di profilassi vaccinatoria anti-SARS-CoV-2 stabilito dalla legge italiana DL 7 gennaio 2022, nr 1 coordinato con la legge di conversione 4 marzo 2022 n.18.
Una sottrazione all'obbligo che - per altro - risponde a diritti sacrosanti di tutela di habeas corpus, principio consensualistico in ambito medico e della biologia, di tutela della propria dignità e del proprio convincimento personale, tutti tutelati dalla giurisprudenza di Cassazione e della Corte Costituzionale (sentenza n.438/2008), sulla scorta della Convenzione di Oviedo (ex art 5) e soprattutto sulla scorta della Carta dei Diritti Fondamentali della UE (ex art 3) la quale e' legge vigente nel diritto eurounitario e di rango superiore alle leggi nazionali degli Stati.
Dei 90 GG ha parlato anche il Consiglio di Stato: Sentenza nr 1330, Sez III 13 marzo 2015.
Vedi anche Delibera A.G. Con n 136/06/CONS, L. 241/1990 art 5 comma 2)
Rif. Anche sentenza Cassazione n 4042 del 21 marzo 2001, che indica espressamente i 90 GG come tempo massimo per la conclusione del procedimento amministrativo
Vi e' un orientamento di Cassazione che invece parla dei cinque anni (il termine di prescrizione), ma e' per me una VIOLAZIONE del diritto all'equo processo ex art 6 CEDU.
Così come del diritto alla buona amministrazione (ex art 41 CDFUE, per cui ogni cittadino ha diritto che le questioni che lo riguardano siano trattate "entro un termine ragionevole dalle istituzioni")
Anche la Costituzione della Repubblica italiana riconosce e garantisce "il buon andamento e l'imparzialità della amministrazione", secondo quanto disposto dall'art 97 Cost.) Non si può considerare la conclusione entro termini ragionevoli, un procedimento che dura cinque anni.
La sentenza che sconfessa il primo orientamento di cui sopra, e' la sentenza del 27 aprile 2006, n 9591, Cassazione Sez. Unite.
Il Consiglio di Stato ha espresso il suo parere nel 2015 e taglia la testa al toro:
(...) "La fase istruttoria del procedimento sanzionatorio che precede la notifica della sanzione al trasgressore non può, tuttavia, per scelte organizzative dell'Autorita', dilatarsi oltre i limiti temporali ragionevoli e congrui allo scopo perseguito"
E quindi, dal momento della contestazione della sanzione al trasgressore, scattano i 90 GG di tempo come termine entro il quale la P.A deve concludere il suo accertamento per irrogare una legittima sanzione, decorsi i quali ogni qualsiasi sanzione irrogata oltre questo limite temporale e' da ritenersi illegittima.
Non si può protrarre ad libitum una istruttoria sanzionatoria.
I cinque anni sono un chiaro abuso ed una sorpassata convinzione giurisprudenziale.
L'obbligo vaccinale per gli over 50 anni di età era poi previsto dalla legge in vigore fino al 15 giugno 2022, termine di scadenza della obbligatorietà di profilassi anti-SARS-CoV-2.
L'obbligo e' scaduto da tre giorni. La vaccinazione per questa coorte non è più obbligatoria. Stando a quanto riferisce ilSole24ore (news del 16.06.2022 Riccardo Ferrazza), sinora sono stati individuati 1,7 milioni di inadempienti per i quali è scattato l'avvio del procedimento sanzionatorio.
1,7 milioni su 2,4 milioni di nominativi individuati. Se partissero ulteriori avvii di procedimento sanzionatorio, anche per i rimanenti (nonostante la scadenza dell'obbligo) valgono le considerazioni già sopra svolte: dal momento dell'accertamento scattano i 90 GG.
Rispondere con istanza in autotutela di richiesta di immediata archiviazione e' sempre cosa buona e giusta
In ogni caso, rimane la possibilità di ricorso dinanzi al GdP."
Luca Scantamburlo
18 giugno 2022
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Lev Tolstoj |
“Io, in qualità di uomo, non posso, né direttamente né indirettamente, né dirigendo, né aiutando, né incitando, partecipare alla guerra; non posso, non voglio e non lo farò.”
Lev Tolstoj
All’inizio dello scorso secolo, Tolstoj, grande maestro di cultura della Pace e della Nonviolenza, di fronte ai conflitti del suo tempo e al dilagare frenetico di deliri nazionalistici e di aggressività imperialistica, si trovò a riscontrare, con grande amarezza, che i saggi insegnamenti filosofico-religiosi e gli appassionati messaggi etico-politici delle menti migliori del passato sembravano non aver lasciato alcunissima traccia sulla coscienza collettiva dell’umanità.
A molti di noi, credo, sarà certamente capitato, con sconfinata facilità, di condividere tale amara e sconfortante considerazione.
Per cui, al fine di tentare di porre un argine all’avanzata della paralizzante sensazione di sfiducia nelle capacità evolutive del genere umano, penso possa risultare utile e rivitalizzante rituffarsi, almeno per qualche minuto, nel pensiero di alcuni intelletti che hanno cercato di metterci in guardia in merito alla follia della guerra e di offrirci anche preziosi suggerimenti in vista della costruzione di una pace vera e duratura.
Ed ecco, quindi, come dono per un fausto e proficuo Ferragosto di riflessione, una piccola antologia di parole di Luce, per non dimenticare che, se è pur vero che la strada da percorrere per espellere la guerra dal nostro comune destino è lunga e piena di incognite, molto dipenderà da quanti saremo a voler proseguire a percorrerla e molto ancora dipenderà dalla determinazione e dalla forza dei nostri passi.
Uno rammenta tutto questo e, guardandosi attorno, non rimane più inorridito dagli orrori della guerra, ma da qualcosa che li supera tutti: la consapevolezza dell’impotenza della ragione umana.” LEV TOLSTOJ
BLAISE PASCAL
La guerra stessa produce altra guerra e la prolunga all’infinito. Una nazione vittoriosa, inebriata dal successo, cerca di riportare nuove vittorie; una nazione ferita, irritata dalla sconfitta, si affretta a recuperare l’onore e le perdite subìte.
Le nazioni, incattivite dalle reciproche offese, si augurano l’un l’altra umiliazione e distruzione. Gioiscono quando malattie, fame, urgenze, sconfitte affliggono un Paese ostile.
L’uccisione di migliaia di persone, al posto della compassione, provoca in loro una gioia estatica: le luminarie riempiono le città e tutto il Paese festeggia.
In questo modo, il cuore dell’uomo s’indurisce, e le sue passioni peggiori vengono alimentate. L’uomo rinuncia alla solidarietà e all’umanità.”
WILLIAM ELLERY CHANNING
Dunque riunirsi in branchi di quattrocentomila uomini, camminare senza riposo, giorno e notte, non pensare a niente, non studiare niente, non imparare niente, non leggere niente, non essere utile a nessuno, marcire nel sudiciume, dormire nella sporcizia, vivere come bestie in un perenne istupidimento, saccheggiare città, incendiare villaggi, distruggere popoli, poi imbattersi in un alto mucchio di carne umana, saltargli addosso, versare fiumi di sangue, ricoprire i campi di carne lacerata e mucchi di cadaveri, venire mutilati e devastati senza utilità per nessuno, e infine spirare in un angolo del campo avversario, mentre i genitori, la moglie e i figli muoiono di fame: ecco ciò che chiamano non cadere nel più abominevole materialismo!”
GUY DE MAUPASSANT
Gli abitanti di questo strano pianeta vengono tutti istruiti a credere che esistano nazioni, confini e vessilli, e tutti hanno una coscienza così labile dell’umanità, per cui questo sentimento scompare completamente di fronte alla nozione di patria …”
CAMILLE FLAMMARION
ANTON CECOV
Questa grande verità va ribadita continuamente: che queste parole si imprimano nelle nostre menti, che si diffondano ad altri, fino a diventare un mantra ripetuto in tutto il mondo, che il loro suono si faccia assordante e infine sommerga il rumore dei fucili, dei razzi e degli aerei.”
HOWARD ZINN
ALDO CAPITINI
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MARIA MONTESSORI |
Questo principio deve condurre a realizzare la scienza della pace e l’educazione degli uomini per la pace.”
MARIA MONTESSORI
Come ho fatto osservare ad alcuni amici e amiche, ha molto più senso sensibilizzare la Corona britannica e le Autorità britanniche, nei modi civili e di protesta pacifica stabiliti dalla Legge. Non certo quelle americane. Per delle ragioni molto semplici. In America il già Presidente USA B. Obama concesse commutazione di pena alla talpa di WikiLeaks - l'ex soldato Chelsea Manning - solo dopo diversi anni di prigione (almeno sette anni) scontati, cioè dopo aver imparato la lezione di un carcere duro (questo il ragionamento di Obama e degli americani nel tema di giustizia, chi sbaglia deve essere punito, in misura severa ma giusta, e negli Stati Uniti, al netto di tanti problemi, la certezza della pena e di tempi ragionevoli nella amministrazione della giustizia, sono rispettati).
Invece un gesto possibile di grazia da parte della Corona britannica attraverso una formale richiesta di un Ministro o un funzionario pubblico britannico rivolto a sua Maesta' Re Carlo III, ha una valenza diversa perché parte da un presupposto di difesa di un cittadino in territorio europeo, dove dagli anni Cinquanta vige la CEDU di Strasburgo (ma CEDU non significa solo andare in Tribunale in ricorso dinanzi alla Corte EDU di Strasburgo, ma significa anche impegno nella difesa dei principi e valori dei diritti umani in ogni circostanza, perché essi informano e permeano o dovrebbero orientare ogni decisione delle istituzioni dei 47 Paesi membri del Consiglio d'Europa, di cui anche il Regno Unito fa parte).
Inoltre, la difesa legale di Julian Assange si fonda soprattutto sulla contestazione che la estradizione richiesta dagli USA al Regno Unito sembra più un atto di persecuzione politica che un atto fondato da ragioni oggettive di giustizia, connesse alle pretese accuse di spionaggio. Pertanto, mi auguro che la opinione pubblica e le associazioni a tutela dei diritti umani e civili, perorino la causa di liberta' di Assange dinanzi alla Corona britannica perché intervenga con un atto di grazia che possa bloccare definitivamente la estradizione dal Regno Unito. Un gesto difficile e poco probabile ma non impossibile. Me lo auguro dal profondo del cuore per il fondatore di WikiLeaks e per quanto ha fatto per tutta la umanità, aiutando a prendere coscienza di certe dinamiche di potere e di manipolazione dalla verita'.
Roberto Fantini, saggista e già docente di filosofia, ha insegnato filosofia e storia in diversi Licei di Roma, occupandosi anche, come volontario, di Educazione ai diritti umani all’interno di Amnesty International. Per questa associazione, ha curato: Pena di morte: parliamone in classe; Liberarsi dalla paura. Tutela dei diritti umani e “guerra al terrore”; Una giornata particolare (in collaborazione con Antonio Marchesi).
Lo abbiamo intervistato per parlare del suo vivacissimo metodo didattico, e siamo arrivati a esplorare il soggiorno indiano di Maria Montessori, la filosofia anti-violenta di Aldo Capitini e lo sciopero come mezzo per fermare la guerra. Temi senza tempo e questioni attualissime.
Roberto Fantini, una scuola socratica nell’era della digitalizzazione
Prof. Fantini, nel 2019 La Repubblica le ha dedicato un articolo dal titolo “Fantini, che classe seduti in cerchio e con filosofia”, in cui si spiegava che nelle sue lezioni “Non c’è cattedra e in un certo senso non c’è nemmeno il professore, almeno nella percezione degli studenti. Non ci sono le classiche spiegazioni e interrogazioni: in classe si discute ciò che si è studiato a casa e i compiti scritti diventano esercizi creativi, con dialoghi immaginari tra diversi esponenti di scuole di pensiero”.
Per me l’insegnamento è stata un’avventura grandiosa, fatta di mille scoperte, fuori e anche dentro di me. Più che un metodo collaudato il mio è stato un percorso, che è emerso spontaneamente con l’esperienza e tanti tentativi più o meno felici, perché l’insegnamento (se vissuto con passione e responsabilità) è un cantiere sempre aperto in cui si sperimentano diverse modalità di ricerca, comunicazione e trasmissione.
Quando ero un professore in erba mi sentivo insicuro, insegnavo in maniera tradizionale e cattedratica, diciamo che non potevo ancora permettermi di uscire dagli schemi. Studiavo come un matto perché mi rendevo conto di quante cose non sapessi e anche perché temevo sempre di fare tremende figuracce. Poi, negli anni, lavorando sulla mia autostima, ho acquisito sicurezza e ho allargato la fantasia.
Ho capito che si poteva scardinare la gerarchia, rendere la lezione più interessante e stimolante, entusiasmando i ragazzi invece di costringerli: questo rendeva più avvincente il mio lavoro, dinamiche le lezioni e più disponibili gli studenti.
Tutto questo non significava rinunciare al mio ruolo, non esprimere valutazioni sulle verifiche o non dare compiti. Quando assegnavo alcune pagine da leggere, non le spiegavo prima: volevo che i ragazzi si facessero innanzitutto una loro idea libera dal mio condizionamento e che si sforzassero di interpretare i testi entrando direttamente in contatto con essi.
Poi, invitavo qualcuno ad esporre quanto credeva di aver compreso, lasciando ampio spazio all’esame delle difficoltà, delle incertezze e dei dubbi e, ovviamente, delle domande dell’intera classe.
Dato che non ero io a spiegare prima di loro, spesso si creavano dibattiti, confronti coinvolgenti. Ecco, questo è imparare! Imparare dai grandi poeti e filosofi, ma anche imparare ad ascoltare e farsi capire.
Chi è stato il suo maestro in questo percorso pedagogico a doppio filo?
Il mio maestro è Socrate, quindi parliamo di un insegnamento millenario: quello della dialettica e della maieutica. Il dialogo collaborativo, aperto, che esclude una posizione di superiorità netta, preferendo il mettersi a fianco. Anche per questo motivo facevo il possibile per disporre i banchi a cerchio: non si può parlare e ascoltare solo il professore e vedere la nuca dei compagni; che razza di circuito comunicativo potrebbe mai essere?
Le giustificazioni mensili? Ma che formalità… Io dicevo ai miei studenti: “se avete litigato con la fidanzata o il fidanzato o con i genitori, ecc., basta dirlo all’inizio della lezione e non abusare di pretesti falsi o sotterfugi”. E’ così che si costruisce un rapporto corretto:sulla fiducia, sul rispetto reciproco e sulla responsabilizzazione. Non sulla coercizione.
Non crede che, però, la perdita di autorità e disciplina di questo momento storico in Italia confonda i ragazzi e lasci i giovani senza punti di riferimento sociali e regole morali? Tra le recenti notizie di cronaca abbiamo letto di un giovane che ha sparato ad una professoressa con una pistola ad aria compressa. Non sono casi isolati.
Penso che un metodo troppo lassista sia inefficace come uno eccessivamente autoritario. Al concetto di autorità ho cercato di contrapporre quello di autorevolezza. Essere autoritari significa imporre, e imporre è il contrario di insegnare, di indurre a sviluppare una vera coscienza critica.
La paura allontana lo studente dalla voglia di apprendere. E’ una cosa che ho deciso quasi subito: i ragazzi non dovevano temermi e vedermi come una minaccia, dovevano vedermi come una risorsa. Spesso ho ottenuto buoni risultati sia didattici sia umani, a volte meno, non voglio autoincensarmi. In quante circostanze, continuo a chiedermi, avrei potuto fare di più e di meglio?
La paura è il contrario della dialettica di Socrate. Socrate, infatti, era invece temuto da coloro che erano autoritari e intendevano mantenere tale autorità.
Certo, temevano di essere smascherati nella loro forza coercitiva che, in realtà, non era altro che debolezza e bluff, un inganno insomma.
Da Socrate alla scuola digitalizzata. Si va verso la scuola 4.0 prevista dal PNRR, cosa ne pensa?
Premetto che sono decisamente un paleolitico, ma ho cercato di rinnovarmi e superarmi nella tecnologia. Penso che, se adottati con intelligenza e misura, questi strumenti possano essere efficaci e utili. La lavagna elettronica, ad esempio, è un dispositivo dalle potenzialità sorprendenti, soprattutto per invogliare lo studente demotivato attraverso filmati, video, docufilm. Certo, non è il punto di arrivo, ma può essere un input: chissà che poi quel ragazzo non se ne vada in biblioteca…
E così il registro elettronico, da non tenere più chiuso nel cassetto come accadeva con il registro cartaceo personale, ma che diventa un mezzo di comunicazione con gli studenti per mandare esortazioni a fare meglio, campanelli di allarme per i più pigri, segnali di approvazione per i più collaborativi, sempre al fine di renderli più consapevoli. Nessun congegno può o deve sostituire l’insegnante ma non dobbiamo temere questi marchingegni.
Una questione preoccupante è invece quella della ChatGPT basata su intelligenza artificiale, non sappiamo davvero dove ci potrebbe portare.
Lei è anche autore del saggio Maria Montessori. Teosofica maestra di pace. Ci spiega perché l’educatrice, pedagogista, filosofa, medico e neuropsichiatra infantile sarebbe anche stata un’appartenente alla scuola teosofica della Blavatsky?
Per me la Montessori è sempre stata una figura grandiosa, spesso sottovalutata in Italia. Studiandola, ho scoperto che si era iscritta alla Società Teosofica da giovanissima e che, negli anni della Seconda guerra mondiale, è stata in India, ospite presso la sede mondiale della Società Teosofica, in Adyar, vicino Madras, invitata dal presidente George Arundale, che nutriva pronunciati interessi pedagogici e grande stima nei suoi confronti. Antica spiritualità indiana, teosofia e pedagogia del bambino come nuovo Messia, si fondevano nella sua speculazione filosofica e spirituale di altissimo livello. Una figura da mettere nell’Olimpo dei nonviolenti insieme ad Aldo Capitini, Gandhi, Don Milani e Tolstoj.
Maria Montessori si è dedicata molto al tema della pace e lo ha fatto in maniera molto carismatica ed è anche stata candidata più volte al Nobel per la Pace. Il minimo che potessi fare, insomma, era scrivere un saggio su di lei, con lo scopo di mettere in risalto aspetti della sua vita e del suo pensiero poco conosciuti, ma di fondamentale importanza.
Aldo Capitini e lo sciopero di massa contro la guerra
Parliamo della guerra e verso la pace. In un suo articolo lei scrive che Aldo Capitini, filosofo che portò il movimento non violento gandhiano in Italia, affermava che “La pace è troppo importante perché possa essere lasciata nelle mani dei soli governanti” e che, di conseguenza, in ogni nazione, tutto il popolo avrebbe dovuto “continuamente e liberamente informarsi” e tutti coloro che fossero disposti ad opporsi e a resistere alla guerra avrebbero dovuto costituire una fraterna coalizione di portata internazionale per ristabilire la pace.
“Noi – scriveva Capitini nel 1964 – dobbiamo dire NO alla guerra ed essere duri come le pietre; oggi i governi, con la decisione di fare la guerra e di usare le armi atomiche e chimiche, sono infinitamente più dannosi di qualsiasi disordine della popolazione, perché un’ora di guerra atomica può distruggere la vita di tutto un popolo.” E ci ricordava che “Giacomo Matteotti, nel febbraio 1915, scrisse che tutti i lavoratori dovevano fare, se scoppiava la guerra, lo sciopero generale. Intuì che l’arma della popolazione intera davanti alla guerra è la vigilanza e la non collaborazione, il rifiuto di massa.”
Sciopero generale e non collaborazione restano il metodo non violento più efficace per contrastare una guerra. Ma oggi la situazione è paralizzante. I sindacati si sono dati da soli l’estrema unzione durante la “pestilenza”, i pochi partiti contro il sistema non riescono ad emergere, i media sono asserviti, associazionismo e volontariato ammutoliti. Il referendum “Italia per la pace” è stato censurato da quasi ogni giornale e canale.
L’opinione pubblica non sa neppure cosa pensare di questa guerra se non ciò che dice la tv. Quando c’era Matteotti le piazze erano spaccate, l’opinione pubblica non voleva la guerra e lo gridava per le strade.
Pensa che oggi uno sciopero generale contro la guerra in Ucraina potrebbe essere utile? Gran parte dell’opinione pubblica è contraria alla guerra, ma alcuni cittadini credono anche che si debbano inviare armi per ristabilire la pace…
E’ un discorso doloroso e complesso. Per esaminare la situazione attuale bisognerebbe partire da un po’ più lontano: da diversi anni è stata messa in moto una macchina “occulta” e anche molto manifesta di persuasione di massa che ci sta convincendo che l’antimilitarismo e il pacifismo sono cose da santi e da eroi d’altri tempi e non cose alla portata di tutti e doverose per tutti. Ovvero, siamo tutti, in astratto, sostenitori dei diritti umani ma, essendo concretamente realistici, di fronte “a mali estremi”, ci sentiamo chiamati a ricorrere a “estremi rimedi”. La pace diventa, così, esito paradossale della conquista tramite il conflitto.
Questa operazione concettuale deriva dall’antica idea secondo cui, in questo mondo crudele e spietato, l’unica strada valida sia quella della forza. La forza per esportare la democrazia, per fermare i terroristi, per ristabilire i diritti: in questo gli Stati Uniti sono il traino ideologico e militare. Lo abbiamo visto con la guerra in Iraq negli anni ’90, con le operazioni NATO in Kosovo, con il post 11 settembre. I diritti umani vengono strumentalizzati come qualcosa di esclusivamente occidentale che ci fa sentire autorizzati a difendere con le armi i nostri paesi, anche portando disordine e sofferenze in altri territori.
La “psicopandemia” ha poi reso la manipolazione dell’informazione pressoché totale, fino alla rigida polarizzazione ipersemplificante che contrappone aggredito ed aggressore, come nel caso della questione della guerra in Ucraina.
Chissà se, più dialettica socratica e meno ottusità e sofismi, possono ancora salvarci dal peggio.
A questo punto, possiamo soltanto cercare di fare in modo che la diffusione dello spirito della salutare dialettica socratica e del coerente e coraggioso pensiero della nonviolenza aiutino tutti noi a liberarci dall’ottusità, dai pregiudizi e dall’inclinazione sempre più diffusa alla cieca obbedienza.
da https://www.quotidianoweb.it/
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Erasmo da Rotterdam - Aldo Capitini |
“La guerra è grata a chi non l’ha sperimentata, ma chi l’ha sperimentata prova un grande orrore se essa si avvicina al suo cuore.”
PINDARO
Sappiamo da sempre quanto la Pace sia difficile da conseguire, difficile da difendere e difficile da consolidare. Ma, dopo tante dolorose esperienze della nostra Storia, abbiamo finito, in tanti, per illuderci che la nostra comune sensibilità e il nostro comune pensare si fossero, oramai, efficacemente immunizzati di fronte al pericolo di subire, accettare, propugnare la guerra.
Mezzo millennio fa, Erasmo da Rotterdam ci diceva che, ai suoi tempi, nonostante apparisse evidentissimo, agli occhi della ragione, che nessun male di questo mondo fosse più dannoso, più rovinoso ed indegno della guerra che gli uomini usano praticare contro i propri simili, chi avesse tentato di mettere in discussione tale abominio sarebbe stato trattato da “stravagante” se non addirittura da “irreligioso” addirittura in odore di eresia. E ci invitava a domandarci
“qual genio malvagio, quale flagello, quale calamità, quale Furia infernale abbia immesso un impulso così bestiale nell’animo dell’uomo”. 1)
Ma il fatto è che, dopo le guerre spaventose che hanno massacrato la famiglia umana nel ventesimo secolo, davvero arduo risulta il continuare a credere nella fondamentale bontà della natura umana, attribuendo a forze esterne ad essa (terrene, divine o diaboliche) l’origine dell’inclinazione alla bellicosità e alla belligeranza. Per cui, l’interrogativo più sensato e più urgente da porsi non è più, oggi, quello relativo alla genesi metafisica della guerra in sé, bensì, molto più concretamente, quello di chiedersi cosa poter fare per cercare di arginare (se non estinguere) detta inclinazione con le sue devastanti manifestazioni.
Dopo la conclusione del secondo conflitto mondiale, si verificò, da parte degli spiriti più illuminati, primi fra tutti Albert Einstein e Bertrand Russell, un grande e ammirevole impegno nel tentativo di inchiodare l’umanità alle proprie inderogabili responsabilità, mettendo in risalto come, nella neonata era atomica, non fosse più possibile non essere irremovibilmente fermi nella condanna della guerra e nel suo radicale e definitivo rifiuto: la pace avrebbe dovuto, infatti, essere intesa come un valore assoluto, non esistendo più realistiche alternative ad essa.
Come ebbe a dire Gunther Anders, divenute anacronistiche ormai, con l’avvento dell’era atomica, le alternative contemplate nel passato (pace e libertà; pace e onore; pace e giustizia, ecc …), l’unica alternativa rimasta è quella tra l’essere e il non essere.
Quando Aldo Capitini, nel 24 settembre 1961, dette vita alla Marcia per la Pace Perugia-Assisi, nei Princìpi contenuti nella Mozione del Popolo per la Pace, venne molto sapientemente scritto che
“La pace è troppo importante perché possa essere lasciata nelle mani dei soli governanti”
e che, di conseguenza, in ogni nazione, tutto il popolo avrebbe dovuto “continuamente e liberamente informarsi” e tutti coloro che fossero disposti ad opporsi e a resistere alla guerra avrebbero dovuto costituire una fraterna coalizione di portata internazionale. 2)
Affermava Capitini, infatti, che le popolazioni continuano a commettere l’errore abnorme di fidarsi troppo dei loro governanti.
“Noi - scriveva nel lontano 1964 - dobbiamo dire NO alla guerra ed essere duri come le pietre; oggi i governi, con la decisione di fare la guerra e di usare le armi atomiche e chimiche, sono infinitamente più dannosi di qualsiasi disordine della popolazione, perché un’ora di guerra atomica può distruggere la vita di tutto un popolo.”
E proseguiva ricordandoci che
“Giacomo Matteotti, nel febbraio 1915, scrisse che tutti i lavoratori dovevano fare, se scoppiava la guerra, lo sciopero generale. Intuì che l’arma della popolazione intera davanti alla guerra è la vigilanza e la non collaborazione, il rifiuto di massa.” 3)
Ma concetti come “sciopero generale”, “noncollaborazione” e “rifiuto di massa” sembrano oramai del tutto scomparsi dalle odierne coordinate culturali e da ogni capacità di progettualità politica, tristemente trattati come polverosi oggetti appartenenti ad arcaiche mitologie: chi ardisse tentare di farne uso, ai nostri giorni, finirebbe certamente per apparire ancor più “stravagante”, eretico e scandaloso dell’ ipotetico uomo di pace dei tempi del menzionato buon Erasmo.
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L'avvocato e scrittore Robert Francis Kennedy Jr. - nipote di JFK e figlio del fratello Bon Kennedy già a capo del Dipartimento di Giustizia USA - lo scorso giugno 2023 ha tenuto un memorabile discorso allo Saint Anselm College in Goffstown, nel New Hampshire.
Una orazione civica straordinaria che tocca il tema della guerra in Ucraina - che egli riconosce essere una guerra per procura e pretesto per la ingerenza statunitense - contro la Federazione russa dopo la sua invasione a sostegno delle minoranze russofone nel Donbass, anche per spezzare la tenaglia di progressiva espansione a Est della NATO.
Kennedy ricorda le preoccupazioni di JFK che lo portarono pochi mesi prima della sua morte a volere a tutti i costi la messa al bando dei pericolosi esperimenti nucleari in atmosfera: il trattato "Treaty Banning Nuclear Weapon Tests in the Atmosphere, in Outer Space, and Under Water", firmato a Mosca nel 1963 e ostacolato dal Pentagono, dai falchi del Dipartimento di Stato e da molti politici americani di allora.
Ma l'avvocato Kennedy rievoca anche l'anima più profonda della politica estera americana condotta dalla Presidenza di suo zio JFK, che per la prima volta sottolineo' la importanza del "mettersi nei panni dei Russi" e delle loro "legittime preoccupazioni" per la sicurezza del loro Paese.
Raramente in vita mia ho sentito un discorso così lucido, appassionato e denso di significati, arrivando a cogliere il nesso fra la politica aggressiva e militarista USA condotta a livello globale negli ultimi trent'anni circa, e la violenza domestica e urbana che sempre più scuote la società statunitense nelle ultime decadi.
Un discorso - quello di Robert F. Kennedy Jr. - che merita di essere ascoltato interamente e che può veramente sensibilizzare la opinione pubblica statunitense ed europea e aiutare le classi politiche nazionali a invertire il processo di pericolosa escalation e di tensione geopolitica che negli ultimi mesi sta sempre più avvicinando alla mezzanotte le lancette dell'orologio dell'apocalisse ATOMICA.
Le parole di Kennedy - oltre che ricordare aneddoti storici e familiari - mettono ordine e giustizia e sono veramente un trampolino per la distensione e una pace più che mai desiderabile, che non può prescindere dal riconoscimento della verità e delle reciproche istanze di giustizia di tutti coloro che sono coinvolti negli attuali conflitti.
Possano le parole del nipote di John F. Kennedy fare breccia in tutti coloro che ancora oggi non hanno compreso la grave crisi che stiamo vivendo, non solo geopolitica ma soprattutto sociale e spirituale, e con la forza e luce della verità, condurci tutti sulla via dello discernimento e della autentica diplomazia e desiderio di armoniosa convivenza fra popoli, prima di superare una linea rossa fatale per il mondo intero.
Fra le numerose manifestazioni di interesse e di consenso incontrate in seguito alla pubblicazione dell’articolo del 2 Maggio scorso*, relativo alla questione dei trapianti di organo( “Donne ‘cerebralmente morte’ come madri surrogate? Ma il vero abominio è il criterio di “morte cerebrale!”), ho ritenuto proficuo dare spazio a quanto scritto da un mio amico professore di Filosofia, nonché filosofo autentico.
Le sue intelligenti osservazioni mi hanno invitato a puntualizzare con chiarezza e completezza maggiori quanto già asserito nel sopra menzionato articolo. Ciò nella speranza che detto scambio di riflessioni possa favorire in chi ci legge una migliore consapevolezza degli aspetti problematici insiti nella complessa (e molto ignorata) questione di morte cerebrale e di espianti/trapianti di organi.
Alberto Stirati:
Alla base della pratica abominevole degli espianti sta il materialismo più bieco o il pregiudizio cartesiano che il “pensiero” sia eterogeneo rispetto al corpo.
Che il pensiero possa prolungarsi in una “verticalità” al di sopra (Supercoscienza) e al di sotto (precoscienza e subcoscienza) dell’orizzontalità della coscienza di veglia, non genera alcuno scrupolo nei difensori della pratica degli espianti di organi.
Se la mente fosse riducibile alla corteccia cerebrale o anche all’intera rete neuronale, come potrebbero spiegarsi tutte quelle ultracomplesse, meravigliose e coerenti operazioni che anche un corpo in condizioni di “morte cerebrale” continua, invece, perfettamente a compiere?
Una donna in stato di “morte cerebrale” può essere fecondata e portare a compimento la gravidanza senza alcun problema né per sé né per il nascituro. Giordano Bruno parlava di “Mens insita omnibus” e di “Intelletto artefice”, che “da l’intrinseco della germinal materia risalda l’ossa, stende le cartilagini, incava le arterie, inspira i pori, intesse le fibre, ramifica gli nervi e con sì mirabile magistero dispone il tutto”. Una “mens” demiurgica, quindi, che plasma il corpo; una “mens” di cui la mente di cui facciamo quotidianamente uso non è che la punta dell’iceberg.
Santa Romana Chiesa, se possibile più dualista di Cartesio, pensò bene di bruciarlo vivo.
Supercoscienza, coscienza, precoscienza e subcoscienza sono tutte funzioni che cooperano affinché l’essere vivente non si disintegri, disperdendosi in una molteplicità di elementi privi di sinergia. La “morte” è il dividersi di queste funzioni che non restano, però, MAI in uno stato di separazione, ma passano immediatamente a tessere nuovi centri di vita e di sinergia, in un processo di trasformazione perenne.
Roberto Fantini:
Alberto ti ringrazio molto per le tue preziose considerazioni, che mi offrono l’occasione per alcune fondamentali puntualizzazioni.
Io, in maniera molto più elementare, vorrei riuscire a far capire alle persone (anche a quelle che hanno difficoltà a parlare di “supercoscienza” o di metafisica bruniana), che si lasciano ingannare dalla potentissima propaganda filotrapiantista, almeno due o tre cosette di estrema semplicità, che basterebbe non avere troppi pregiudizi per poter prendere in considerazione: