L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Human Rights (172)

Roberto Fantini
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Mai come in questo periodo infelicissimo siamo stati tanto bombardati da osannanti apologie della scienza, unica nostra guida e fonte di risposte e soluzioni salvifiche. Eppure, in mezzo ai rutilanti "bla bla" mediatici e, cosa assai più grave, all'interno dei vari provvedimenti governativi, ben poco, a esaminare il tutto con occhi allenati al rigore di vera analisi scientifica e perciò privi di pregiudizi, si riesce ad intravedere di pienamente e coerentemente “scientifico”, ovvero oggettivamente controllato ed esaustivamente verificato.

Vedi, ad esempio, la questione mascherine. Questione che più nessuno osa sollevare per il timore di essere sommerso da valanghe di isteriche accuse di voler sostenere e favorire negazionismi folli, irresponsabili e scellerati.

Tutti, oramai da mesi, siamo obbligati ad indossarle in nome dell'emergenza sanitaria che ha stravolto la nostra intera esistenza. Ma quali certezze è possibile avere in merito alla loro effettiva utilità e, quindi, indispensabilità?

In realtà, nessuna .

Tutto si basa su semplici valutazioni di carattere congetturale, ovvero su opinioni (come tali "opinabili"!) Prive di appropriati riscontri di natura empirico-sperimentale.

Tant'è vero che lo studio più importante condotto in merito, quello condotto fra aprile e giugno dello scorso anno dagli scienziati dell'Università di Copenaghen e pubblicato a novembre su Annals of Internal Medicine (ritenuto fino ad ora il migliore nel suo genere), non è stato in grado di approdare ad alcuna certezza in merito all'effettiva capacità protettiva derivante dall'utilizzo di mascherine.

Il che significa che, di fatto, sotto il profilo del puro e più elementare rigore scientifico (senza neppure dover scomodare Hume, Popper o Feyerabend), non essendo stata riscontrata alcuna differenza significativa in termini di contrazione del virus tra chi indossa e chi non indossa la mascherina, ci troviamo di fronte ad una questione apertissima .

E 'cosa eccessivamente impertinente, mi chiedo, domandarsi come mai potere politico e potere mediatico continuino a non prenderne ragionevolmente ed onestamente atto?

Ma, se sulla reale utilità delle mascherine nulla è possibile sapere in modo certo, molto è invece possibile sapere (anche se ben poco se ne parla) sulle conseguenze disastrose di inquinamento ambientale che la loro diffusione sta provocando.

In merito a un tale fenomeno, già lo scorso aprile il WWF lanciava un monito fortemente drammatico ed eloquente:

Se anche solo l'1% delle mascherine venisse smaltito non correttamente e magari disperso in natura questo si tradurrebbe in ben 10 milioni di mascherine al mese disperse nell'ambiente. Considerando che il peso di ogni mascherina è di circa 4 grammi questo comporterebbe la dispersione di oltre 40mila chilogrammi di plastica in natura: uno scenario pericoloso che va disinnescato. "

E a settembre, con la riapertura (purtroppo momentanea) delle scuole, rinnovava gli appelli, mettendo in luce che

“Se anche solo 1 ragazzo per classe (il 5% della popolazione studentesca all'incirca) disperdesse volontariamente o accidentalmente la propria mascherina, ogni giorno verrebbero rilasciate in natura 1,4 tonnellate di plastica”, comportando, entro la fine dell'anno scolastico , la dispersione di  "oltre 68 milioni di mascherine per un totale di oltre 270 tonnellate di rifiuti plastici non biodegradabili in natura."

In pratica, come se si gettassero nelle viscere del nostro povero pianeta già tanto malconcio 100mila bottigliette di plastica ogni giorno dell'anno scolastico!

Ma appelli saggi ed avveduti come questi quanto sono stati responsabilmente recepiti?

Purtroppo, in questi mesi, giorno dopo giorno, l'emergenza planetaria per inquinamento da plastica non ha fatto che peggiorare.

Secondo un ben documentato rapporto dell'organizzazione ambientalista OceansAsia ( https://www.greenme.it/wp-content/uploads/2020/12/Marine-Plastic-Pollution-FINAL-1.pdf ),

nel corso del 2020 ben 1,5 miliardi di mascherine hanno finito per riempire i nostri oceani. Ciò ha causato e continuerà a causare, per i prossimi 450 anni, la presenza di migliaia di tonnellate di rifiuti di plastica che renderanno sempre più ardua la sopravvivenza di innumerevoli specie animali e vegetali.

Per arginare quello che si sta rivelando un immane disastro ambientale, numerose associazioni ambientaliste (vedi, in particolar modo Greenpeace) raccomandano di ricorrere il più possibile a mascherine di stoffa lavabili e riutilizzabili e, nel caso risultasse impossibile fare a meno delle mascherine usa e getta , di evitare assolutamente la loro dispersione nell'ambiente, favorendone il corretto smaltimento e provvedendo sempre a tagliare gli elastici, in modo da ridurre i rischi per gli animali, qualora dovessero erroneamente finire nell'ambiente. Altra raccomandazione che meriterebbe di essere prontamente accolta è senza dubbio quella di Donatella Bianchi, presidente del WWF Italia, che esorta tutte le istituzioni a provvedere e predisporre opportuni raccoglitori di mascherine e guanti.

Il problema - spiega Georg Leonard, a capo della ong Ocean Conservancy - è che l'intero ecosistema è a rischio, perché quando queste materie plastiche si rompono nell'ambiente le particelle sempre più piccole e queste possono avere un impatto praticamente su tutta la rete alimentare, dagli animali più piccoli a quelli più grandi . "

Non considerare questi aspetti della questione - scrive il prof. Marco Mamone Capria in una sua pregevole ricerca - significa mettere a rischio la presente e le future generazioni, e mi auguro che chi si è fatto garante dell'adozione di questa misura protettiva da parte di tutta o quasi la popolazione in nome della guerra covid- 19 "(magari raccomandando le mascherine subito dopo aver scritto che non c'erano prove scientifiche dell'utilità!) Sia chiamato a risponderne nelle sedi opportune." ( http://www.dmi.unipg.it/mamone/sci-dem/nuocontri_3/mamone_covid-dic20.pdf )

Ci spostiamo tutti verso quella direzione temendo qualcosa di drammatico, ma in meno di due secondi si scopre che erano urla di felicità e si aggiungono voci che scandiscono: Julian Assange is free.

Bene, il giudice non ha concesso l'estradizione per le gravi condizioni psico-fisiche in cui Assange è stato ridotto in questi lunghi mesi passati nel famigerato carcere britannico di Belmarch e ha motivato la sentenza con il rischio che Assange correrebbe se finisse in un carcere di massima sicurezza negli Usa.

Rischio di suicidio, dice la sentenza. Quindi no all'estradizione.

Assange è la prova vivente del coraggio della verità, non quella “medicata” delle veline del potere, anche quando si maschera di democrazia, ma quella vera. Quella che racconta i crimini segreti e che quindi il potere non può tollerare.

Al momento Assange ha superato il rischio più grande: quello dell'estradizione nel paese di cui ha denunciato i crimini più abietti e le bugie che hanno addormentato pubblico affinché i crimini denunciati potessero passare come "essere di democrazia". Cioè l'estradizione negli USA.

Ora vedremo il seguito, ma intanto possiamo condividere l'emozione, la soddisfazione e la gioia delle centinaia di persone che, fuori del tribunale, aspettavano - e temevano - la sentenza.

Un cartello diceva: dopo Assange chi sarà il prossimo?

Ora possiamo avere un briciolo di speranza, ma la lotta per la verità non è finita e neanche quella per restituire ad Assange i suoi diritti. Gli Usa intanto fanno sapere che si appelleranno contro la sentenza di non estradizione.

Chiudiamo questa prima parte della mattinata con una frase pronunciata da Assange una decina di anni fa proprio qui a Londra: "Se le bugie servono alle guerre, la verità può essere utile per iniziare la pace".

Per ora da Londra è tutto, ma ricordiamo che non all'estradizione non è ancora la vittoria completa.

 

per gentile concessione dell'agenzia di stampa Pressenza

 

 

Amnesty International, in un rapporto pubblicato a metà dello scorso dicembre, ha provveduto a denunciare come, in almeno 60 stati, le forze di polizia, in nome dell’applicazione e del rispetto delle misure di contrasto alla  “pandemia covid 19”, abbiano fatto ricorso a forme di violenza tali da produrre gravi violazioni dei diritti umani e, in alcuni casi, anche peggioramenti della crisi sanitaria.

Molti stati, inoltre, vengono accusati di aver utilizzato pretestuosamente e strumentalmente l’allarme pandemico, introducendo leggi e prassi che hanno violato i diritti umani, riducendo le garanzie in materia, come ad esempio le limitazioni innecessarie ai diritti alla libertà di manifestazione pacifica e alla libertà d’espressione.

Il quadro che scaturisce dal rapporto è quanto mai allarmante: 

persone sospettate di aver violato le misure di contenimento o che protestavano per le condizioni di detenzione sono state ferite o uccise;

è stato violentemente represso il dissenso;

un po’ ovunque  sono stati effettuati arresti di massa (persone accusate di aver violato la quarantena, trasgredito al divieto di spostarsi da un luogo all’altro, tenuto riunioni, preso parte a manifestazioni pacifiche e criticato la risposta del governo alla pandemia); 

imposti rimpatri illegali;

effettuati sgomberi forzati e repressioni violente di manifestazioni pacifiche.

Ecco qualche caso particolarmente eloquente e emblematico:

·       In Iran, le forze di polizia hanno usato proiettili veri e gas lacrimogeni per stroncare le proteste nelle carceri, uccidendo e ferendo parecchi detenuti.

·       In Kenya, solo nei primi cinque giorni di coprifuoco, le forze di polizia hanno ucciso almeno sette persone e hanno costretto altre 16 al ricovero in ospedale.

·       In Sudafrica le forze di polizia hanno sparato proiettili di gomma contro persone che “vagabondavano” in strada durante il primo giorno di lockdown.

·       In Cecenia, alcuni agenti hanno aggredito e preso a calci un uomo che non indossava la mascherina.

·        In Angola, tra maggio e luglio, sono stati uccisi almeno sette giovani.

·       Nella Repubblica Dominicana, tra il 20 marzo e il 30 giugno, le forze di polizia hanno arrestato circa 85.000 persone accusate di aver violato il coprifuoco.

·  In Turchia, tra marzo e maggio, 510 persone sono state arrestate e interrogate per aver scritto “post provocatori sul coronavirus”, in evidente violazione del diritto alla libertà d’espressione.

·       In Etiopia, nella Zona di Wolaita, almeno 16 persone sono state uccise dalle forze di polizia per aver protestato contro l’arresto di dirigenti e attivisti locali accusati di aver manifestato in violazione delle limitazioni adottate per il contrasto alla pandemia.

·       In numerosi stati le forze di polizia hanno mostrato un’attitudine discriminatoria e razzista nell’applicazione delle norme sul Covid-19, colpendo, in particolar modo,  rifugiati, richiedenti asilo, lavoratori migranti, persone Lgbti o di genere non conforme, lavoratori e lavoratrici del sesso, persone senza dimora.

·       In Slovacchia, durante la quarantena, le forze di polizia e l’esercito hanno isolato gli insediamenti rom, contribuendo ad alimentare lo stigma e il pregiudizio che quelle comunità già subivano.

·       In Francia, tra marzo e maggio, i volontari di “Osservatori sui diritti umani” hanno documentato 175 casi di sgombero forzato di migranti, richiedenti asilo e rifugiati nella zona di Calais. 

Dure ed inequivocabili le parole di Patrick Wilcken, vicedirettore del programma Temi globali di Amnesty International:

                   “Durante la pandemia, in ogni parte del mondo le forze di polizia hanno ampiamente violato il diritto internazionale ricorrendo a una forza eccessiva e innecessaria per far rispettare il lockdown e il coprifuoco. Col pretesto di contrastare la diffusione della pandemia, in Angola un ragazzo è stato ucciso per aver violato il coprifuoco e in El Salvador un uomo è stato ferito alle gambe mentre era uscito di casa per andare a comprare qualcosa da mangiare”.

Aggiungendo che, pur considerando che il mantenimento dell’ordine pubblico rappresenta senza alcun dubbio un elemento fondamentale nella protezione della salute e della vita delle persone, un

                   “eccessivo affidamento a misure coercitive per applicare le limitazioni per motivi di salute pubblica sta facendo peggiorare la situazione”  e che il “profondo impatto della pandemia sulla vita delle persone richiede che le forze di polizia agiscano nel pieno rispetto dei diritti umani”.

                  “È fondamentale -  ha dichiarato inoltre AnjaBienert, direttrice del programma Polizia e diritti umani di Amnesty International Olanda - che le autorità diano priorità alle migliori prassi sanitarie rispetto ad approcci coercitivi che si sono dimostrati controproducenti. I dirigenti delle forze di polizia devono dare al loro personale istruzioni e ordini precisi affinché i diritti umani siano al centro di ogni valutazione posta in essere. Coloro che hanno esercitato i loro poteri in forma eccessiva o illegale devono essere chiamati a risponderne. Altrimenti, si verificheranno ulteriori violazioni dei diritti umani”,

L’organizzazione umanitaria invita, pertanto, i governi di ogni parte del mondo ad assicurare che le forze dell’ordine  rispettino correttamente e coerentemente la loro più importante missione: servire e proteggere la popolazione.

Infine, Amnesty International richiede che, nei casi in cui si siano verificate violazioni dei diritti umani derivanti da operazioni di mantenimento dell’ordine pubblico e dall’uso della forza, gli stati svolgano tempestivamente  indagini approfondite, efficaci e indipendenti, in modo da assicurare che i responsabili ne rispondano in un giusto processo.

“ABBANDONATI”

Degno della massima attenzione risulta anche il Rapporto della sezione italiana di Amnesty, dall’eloquente titolo “Abbandonati”, presentato sempre alla metà del mese di dicembre,  relativo alle violazioni dei diritti umani verificatesi nelle strutture di residenza sociosanitarie e socioassistenziali italiane durante la pandemia da Covid-19.

Lo studio, che raccoglie oltre 80 interviste effettuate in tre regioni d’Italia (Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto), analizza l’impatto delle decisioni e delle pratiche adottate dalle istituzioni all’interno di dette  strutture, rilevando la mancata tutela del diritto alla vita, alla salute e alla non discriminazione degli ospiti anziani.

 “Oltre a violare il diritto alla vita, alla salute e alla non discriminazione, decisioni e pratiche delle autorità a tutti i livelli hanno anche avuto un impatto sui diritti alla vita privata e familiare degli ospiti delle strutture ed è possibile che, in certi casi, abbiano violato il diritto a non essere sottoposti a trattamenti inumani e degradanti”, ha dichiarato Donatella Rovera, ricercatrice esperta di crisi di Amnesty International.

“La pandemia - ha aggiunto Martina Chichi, campaigner di Amnesty International Italia - ha mostrato l’inadeguatezza del sistema di controllo delle strutture per anziani. La nostra indagine ha evidenziato che nel periodo in cui i controlli avrebbero dovuto essere più frequenti e più approfonditi – vista l’impossibilità di vigilanza da parte dei familiari o altri nel periodo di chiusura delle case di riposo al mondo esterno – spesso invece le verifiche condotte dalle aziende sanitarie locali sono state solo formali e amministrative” .

Il Rapporto, fra le altre numerose osservazioni critiche, evidenzia come l’emergenza sanitaria abbia  acuito problemi sistemici delle strutture oggetto della ricerca, come la carenza di personale  (aggravata dall’alto numero di operatori sanitari in malattia e dai reclutamenti straordinari dei presidi ospedalieri), cosa  che ha comportato un grave abbassamento del livello di qualità dell’assistenza e della cura degli ospiti e fatto sì che si realizzassero condizioni di lavoro terribili per gli operatori stessi, sottoposti a un grave stress fisico e psicologico e sovraesponendoli al rischio di contagio.

Infine, in considerazione del fatto che, a partire dall’inizio dell’emergenza sanitaria,   governo e autorità regionali e locali non hanno mai reso pubblici dati e informazioni omogenei e completi relativi alla diffusione del contagio nelle strutture residenziali sociosanitarie e socio assistenziali (essenziali per una lettura puntuale del fenomeno e tale da consentire, tra le altre cose, di rispondere alle esigenze del settore evitando il ripetersi delle violazioni e della mancata tutela dei diritti alla vita, alla salute e alla non discriminazione dei pazienti anziani), l’Organizzazione umanitaria, oltre a richiedere alle autorità di garantire agli ospiti delle case di riposo il diritto al più alto standard di assistenza ottenibile e l’accesso non discriminatorio alle cure, nonché di attuare politiche di visita che permettano un contatto regolare con le famiglie, esprime l’importante esigenza di  un’inchiesta pubblica e indipendente che chiarisca le responsabilità e suggerisca misure concrete per affrontare le criticità riscontrate (tra cui il miglioramento dei meccanismi di sorveglianza delle strutture)  e sottolinea il dovere ineludibile  delle autorità di assicurare la massima trasparenza sui dati relativi alla gestione dell’emergenza sanitaria.



 

Abbiamo il piacere di intervistare Moncef Marzouki, medico, attivista per i diritti umani e politico tunisino. È stato Presidente della Tunisia del dopo “primavere arabe” dal 2011 al 2014, il suo programma è stato incentrato sulle libertà civili, come l'abolizione della polizia politica, della censura e l'approvazione di una Costituzione rispettosa della Dichiarazione universale dei Diritti Umani .

Come Presidente della Lega tunisina per la difesa dei diritti umani che idea si è fatto sulla vicenda di Julian Assange negli ultimi dieci anni per aver denunciato i crimini commessi dallo Stato e soprattutto dall'esercito degli Stati Uniti?

Prima di tutto, grazie a Pressenza per avermi invitato e per avervi incontrato, sono un uomo della società civile, ho lavorato molto nelle ONG, quindi mi sento molto a mio agio con voi, grazie ancora per questo invito. Sì, sono stato e rimango ancora un'attivista per i diritti umani e rimango estremamente sensibile alla questione di Assange. Inoltre, come forse saprete, nel 2012, quando ero presidente, l'ho chiamato da Cartagine, e abbiamo avuto una comunicazione tra lui e me da Cartagine, e gli ho detto che sarei stato molto felice di riceverlo in Tunisia come attivista per i diritti umani, che era il benvenuto in Tunisia. E sono sicuro che se gli fosse stato permesso di uscire, avrebbe esitato tra due o tre paesi, ma in ogni caso sarebbe stato accolto molto favorevolmente in Tunisia. Io ero indignato per il modo in cui è stato trattato, che cosa ha fatto quest'uomo? Ha fatto quello che oggi chiamiamo un lavoro di denuncia. La democrazia non può vivere senza denuncia, ci sarebbero molti crimini che passerebbero inosservati, così quest'uomo ha fatto il suo dovere di informare, ha detto ciò che andava detto su una serie di crimini; purtroppo, sapete che il presidente uscente sta amnistiando alcuni di questi criminali per atti commessi in Iraq. Quindi per me è un uomo che ha fatto il suo dovere, il suo dovere di cittadino e di attivista per i diritti umani ed è per questo che sarebbe stato il benvenuto in questo paese, la Tunisia, che era all'epoca, e che è ancora un luogo di rifugio per gli attivisti per i diritti umani. Sono stato totalmente impegnato fin dall'inizio, sia quando ero al potere, sia oggi, nel caso di Assange, che è un tipico caso di violazione dei diritti umani.

Lei che è stato medico personale di Mandela e che ha fatto tanto, nel suo mandato presidenziale, per la difesa dei Diritti Umani cosa vorrebbe dire a coloro che torturano Assange nel “democratico” Regno Unito?

Vorrei correggere quest’informazione, non ero il medico personale del presidente Mandela, ho incontrato il presidente Mandela nel 1991 e ho avuto una lunga conversazione, in particolare sui diritti dei bambini, perché all’epoca stavamo discutendo dei diritti dei bambini e purtroppo l’ho visto una seconda volta quando sono andato a rappresentare la Tunisia al suo funerale. Così ho visto questo grande uomo in piedi, ed ero triste quando l’ho visto su un catafalco, per me è un maestro, ma non ho avuto l’onore di essere il suo medico, se non altro perché lui ha vissuto soprattutto in Sudafrica e io in Tunisia. Ma per me, lui è il mio maestro, è il mio maestro spirituale e per tutto il tempo che sono stato a Cartagine avevo il suo ritratto dietro di me, non avevo il ritratto di un tunisino, ma avevo il ritratto di Mandela.

Per me c'è un parallelo tra Mandela e Assange, perché Mandela è stato prigioniero per 27 anni in una piccola cella semplicemente perché si è opposto ai crimini dell'apartheid e anche Assange è in qualche modo prigioniero da tanti anni, allo stesso modo, perché si è opposto a un crimine. E quindi quello che mi sembra più aberrante in questo caso, è che nel caso Mandela possiamo accettare, possiamo capire che è stato imprigionato da un regime di apartheid, un regime razzista, un regime senza diritti, ma in quello di Assange che fosse un prigioniero e che è stato trattato in questo modo da uno Stato democratico, è al di là di ogni immaginazione. Sappiamo che dietro ogni stato, qualunque esso sia, c'è lo sfarzo e poi c'è la cucina, il cortile, e il cortile di tutti gli stati, compresi gli stati democratici, non è mai molto pulito, non è mai molto pulito. Quindi tutti gli Stati non sono conseguenti rispetto alle idee che sbandierano, ma ci sarebbe aspettato che la Gran Bretagna, con la sua tradizione democratica e il fatto di essere la sede di Amnesty International, si sarebbe comportata diversamente, ma purtroppo direi che la vigliaccheria delle autorità britanniche di fronte alle pressioni americane è stata grande. Hanno accettato questa situazione che è totalmente indebita, infame, penso che purtroppo i britannici non usciranno da questa situazione in modo positivo, compenseranno forse alla fine ma in questo momento si nascondono dietro la legge e dicono no, no, no, no, questa è la legge, è la legalità. Ma tutti sanno che si tratta di una questione politica per eccellenza e che, se avessero voluto, avrebbero trovato una soluzione che consentisse ad Assange,

Cosa direbbe a chi si ostina a stare in silenzio, ai governi ei giornalisti che cercano di mettere “sotto il tappeto” gli orrori compiuti in Afghanistan, in Iraq e in tanti altri contesti?

Sapete, il silenzio è assolutamente inaccettabile perché ci sono uomini e donne che sono lì per difendere i diritti, e uomini e donne per difendere gli interessi; penso a tutti i giornalisti e tutte le persone che non si sono mobilitate per il caso di Assange; perché, alla fine, questi uomini difendono la libertà di espressione, la libertà di diffondere informazioni soprattutto quando è così importante per la pace e la sicurezza mondiale; penso anche alle molte persone non sono cresciute con la minaccia americana; persone a cui può essere proibito di tornare negli Stati Uniti.

Più gente avrebbe dovuto prendere posizione, ma quando si tratta di attaccare piccoli paesi o governi deboli, va bene, tutti vanno avanti e attaccano quel paese africano per le violazioni dei diritti umani, ma quando si tratta di attaccare gli Stati Uniti e dire no no , ci sono violazioni dei diritti umani negli Stati Uniti, ci sono molte persone che esitano e questo non le fa sentire meglio, ma fortunatamente ci sono persone come te sono capaci nonostante tutte le difficoltà, nonostante tutti i rischi, tutti i problemi di presa di responsabilità; quindi rimango ottimista per il fatto che, nonostante tutte le pressioni che gli americani esercitano su Assange, ci sono ancora persone che sono in grado di dire: NO, non vogliamo questo, quest'uomo è una fonte di informazione,

Lei pensa che sia giusto che non esistano "segreti di Stato" e che chi commette crimini, anche se riveste cariche politiche e militari, vada perseguito?

Sì, c'è giustizia uguale per tutti nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, è molto chiaro; vi ricordo che la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani ha una madrina chiamata Eleanor Roosevelt, quindi è americana, quindi gli americani hanno avuto un ruolo importante nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, come possono negarla oggi? Quella dichiarazione, è chiaro che c'è un divieto totale di torturare le persone e oggi quello che Assange sta subendo è tortura.

Il segreto di stato, tu sai cos'è il segreto di stato, tu sai cos'è? Va e viene, ci sono persone che hanno paura che i loro crimini vengono rivelati, ma qual è la cosa più importante? la verità, la pace. Il popolo americano vuole sapere tutto, perché questo non è più importante dei cosiddetti segreti militari che consistono nel nascondere i crimini e nel perdonarli? Quello che non perdono a Trump è il perdono dei crimini che sono stati rivelati, tra l'altro, in parte da Assange e da persone come lui. Ciò che è importante è che la società civile, che la gente dica NO NO, c'è qualcosa di più importante dei segreti, segreti di Pulcinella; la cosa più importante è il diritto della gente, cioè il diritto della giustizia di processare tutti i crimini perché così potremo andare avanti.

In un'intervista che Assange fece all'ex Presidente dell'Ecuador, Rafael Correa, nel 2012, Julian fece riferimento a lei in merito a un dialogo che avete avuto sul poco potere che spetta ai presidenti. Ci parli degli ostacoli che deve affrontare chi è un capo di un governo e degli ostacoli che cercano di imporre i poteri forti a chi realmente vuole cambiare le cose?

Un presidente non è una persona onnipotente: quando arriva al potere, ha una burocrazia, ha tradizioni di potere prima di lui, ci sono lobby estremamente importanti, e ci sono industrie dietro, ci sono interessi enormi, e poi c'è il suo stesso interesse a essere rieletto e così via… Quindi rimanere fedeli alle convinzioni è estremamente difficile perché ovviamente si entra in contatto con le lobby economiche, con i servizi segreti che hanno una loro politica, perché si sa che un presidente va e viene, ma i servizi e le autorità e le lobby economiche restano, sono lì da 20,30 anni, ma comunque i presidenti possono fare qualcosa. Io personalmente, quando sono arrivato, ho vietato la tortura ed è stata rispettata questa decisione; negli incontri che ho avuto con il Consiglio di sicurezza nazionale, sia che si trattasse di militari o di polizia, ho detto: “La tortura è finita in Tunisia”. E non venite a dirmi questo o quello, e non ci sono stati casi di tortura, o comunque, se ci sono stati, si trattava di veri e propri errori individuali, ma la tortura, che era qualcosa di sistematico in Tunisia, si è fermata . Così, nonostante tutto, si può fare qualcosa ed è così che le società possono andare avanti.

Assange è incriminato per l '”Espionage Act”, una legge americana del 1917 scritta “contro i traditori della patria” ma gli Stati Uniti non sono la sua patria perché lui è australiano e non ha tradito nessuno, al contrario ha denunciato governi e militari che, loro sì, hanno commesso crimini gravissimi e hanno tradito la patria ei suoi cittadini. Qual è il suo punto di vista sulla questione?

Il mio punto di vista è che non ha nulla a che fare con lo spionaggio, non ha nulla a che vedere, è una semplice vendetta e soprattutto un esempio, cioè voilà, vogliamo che Assange sia un esempio, voilà, se fai, se osi rivelare i nostri segreti ecc… questo è quello che probabilmente succederà, quindi stanno cercando di fare di Assange un esempio per intimidire tutti coloro che vorrebbero fare la stessa cosa. Ancora una volta, capisco che ogni paese mantenga un certo numero di segreti militari, io stesso non sono stato in grado di divulgare un certo numero di temi che erano veramente legati alla sicurezza del paese, segreti militari, i piani d'azione contro i terroristi ecc. Ma quando si tratta di crimini o di errori commessi dalle forze di sicurezza, non c'entra nulla la sicurezza nazionale. La sicurezza nazionale, al contrario, è obbligata a non accettare gli errori, a non tollerare che i soldati uccidano in missione, come è successo in Afghanistan: questo non è accettabile. C'è una confusione tra ciò che è veramente un segreto di Stato da mantenere perché anche lo Stato ha bisogno di mantenere segreti e il fatto di nascondere i crimini: i crimini non è un segreto di Stato, perché in linea di principio gli Stati non sono criminali, e in linea di principio gli Stati non proteggono il crimine, quindi non si può dire che sia un segreto di Stato. Per me l'atteggiamento del governo americano non ha nulla a che fare con i segreti di Stato, vogliono intimidire le persone afinché non lo facciano più, e questo pone un problema sul funzionamento della democrazia americana. I nostri alleati americani acquistano sollevare la questione su questo tipo di legge, di questo tipo di comportamento perché ciò mette in discussione la loro stessa “democrazia”, indipendentemente dall'influenza che essa ha sul mondo. Assange non è né americano né inglese, se deve essere giudicato, dovrebbe esserlo in Australia, per esempio, e certamente non dagli Stati Uniti.

Come forse saprà, Fatou Bensouda, Procuratore Capo della Corte Penale Internazionale, a seguito dell'inchiesta per Crimini di guerra commessi da Israele in Palestina e degli USA in Afghanistan è stata minacciata e sanzionata dal governo USA insieme ad altri della Corte Penale Internazionale. Come ha accolto questa notizia e che cosa vorrebbe dirle se volesse mandarle un messaggio?

Ho avuto il piacere di ricevere Fatou Bensouda quando ero presidente perché è venuta a trovarmi per una storia simile, ma diversa, c'era una riunione tra i capi di Stato africani che non volevano che l'Unione africana riconoscesse il ruolo della Corte Penale Internazionale , perché i capi di Stato africani si sentivano minacciati dalla CPI. È venuta a chiedere il mio sostegno e la mia opinione, perché voleva che la CPI si applicasse a tutti, compresi gli africani, e mi ha detto, ma no, non vogliamo assolutamente prendere di mira i capi di Stato africani. Io le risposi che ero completamente d'accordo con lei, non c'è motivo per cui i capi di Stato africani debbano sentirsi più sotto mira o protetti perché sono africani e le ho detto che la consideravo una donna coraggiosa, e che le davo tutto il mio appoggio,

Non la vedo intimidita, per me questa donna non si lascia intimidire, le do il mio pieno appoggio e l'incoraggio a continuare, ed è grazie a uomini e donne come lei che il processo per uno stato di diritto internazionale sta prendendo forma, e questa sarà la cosa più importante.

Qualche tempo fa lei ha annunciato la sua uscita dalla scena politica: quali solo i suoi progetti per il futuro?

Sì, sono uscito dalla politica tunisina, cioè dalla lotta per il potere in Tunisia, ma sono ancora Presidente dell'Associazione per i Diritti Umani, quindi rimango impegnato nella causa palestinese, in cui sono molto coinvolto cercando di istituire un consiglio nazionale arabo per la promozione della democrazia e per la difesa della primavera araba, che è sotto estrema minaccia. Quindi sono ancora molto attivo, faccio parte di un gruppo di saggi africani, ci incontriamo ogni anno, siamo circa dieci capi di Stato africani che sono capi di Stato africani democratici e che non hanno precedenti di corruzione, ecc…, un club molto chiuso, ci incontriamo ogni anno per riflettere sul futuro dell'Africa, sullo sviluppo di una strategia ecc. Sono quindi molto attivo sul piano africano, sul piano arabo, ma ho effettivamente evitato,

Per gentile concessione dell'agenzia di stampa internazionale  Pressenza

Lunedì 7 dicembre alle 11 davanti al Ministero dello sviluppo economico si è svolta la conferenza stampa organizzata da Sardegna Pulita, Donne Ambiente Sardegna, Don 

 
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Angelo Pittau della Pastorale del Lavoro e Wilpf Italia con il presidente, Patrizia Sterpetti.

L'obiettivo è stato la presentazione di un progetto studiato dal sociologo rurale Ennio Cabiddu per la riconversione della fabbrica produttrice di bombe RWM in un polo caseario regionale che produca vari tipi di formaggio locale in modo biologico, con il sistema della terra cruda, denominata universalmente Adobe. Il gruppo di attiviste/i ha rimarcato nei vari interventi l'urgenza di ottenere il rinnovo della sospensione delle licenze di vendita di bombe della RWM alla coalizione guidata dall'Arabia Saudita in vista dello scadere dei 18 mesi di blocco deciso dal Parlamento. È stata sottolineata l'importanza di usare il Recovery Fund per finanziare il progetto di riconversione, che è supportato anche da La Società della cura e coincide con la richiesta di Sbilanciamoci di usare in modo alternativo i sei miliardi stanziati dalla legge di bilancio 2021 per dotazioni d'arma.

Wilpf (Lega Internazionale Donne per la Pace e la Libertà), associazione pioniera nell'aver dimostrato il legame tra il commercio delle armi e le violazioni dei diritti umani nel Sistema ONU, ha ricordato come il disarmo sia un prerequisito per creare le condizioni di una pace duratura e che l'Italia è stata incalzata sul tema della vendita di armi a Paesi belligeranti in occasione dell'ultima Universal Periodic Review presso il Consiglio dei Diritti Umani a Ginevra nel novembre 2019. Ancora nel giugno 2021 dovrà rispondere su questo tema alle raccomandazioni di tre Paesi: Namibia, Equadir e Islanda. La sospensione va quindi rinnovata.

È stato letto un comunicato della presidente Muna Luqman in rapporto con Wilpf Italia per un progetto sulla Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza (che riconosce il ruolo delle donne per la Pace), per un aggiornamento sulla situazione in Yemen. Un aspetto toccante della proposta di riconversione è la creazione di una filiale della nuova fabbrica di formaggi proprio in Yemen, a parziale risarcimento del danno procurato dalle bombe prodotte in Sardegna. La delegazione ha ottenuto di essere audita mercoledì 9 dalla Sottosegretaria del MiSE Todde.

 

 

Lo schiavismo, vergogna indelebile e prerogativa solo della specie umana, è sempre esistito, ma lo schiavismo moderno si è espresso nel modo più detestabile perché  praticato ed accettato dai cristiani.

           Nel 1344 Clemente V ordina la colonizzazione dei territori africani. Più tardi furono il re cattolico Ferdinando d’Aragona (1452-1516),   l’imperatore Carlo V (1500-1558) e Luigi XV re Sole (1710-1774) che per primi diedero il permesso per trasportare i primi schiavi nel Nuovo Mondo. Ma fu il papa Alessandro VI, (1431- 1503) che,

appellandosi alla falsa donazione di Costantino delle terre di Occidente, a dividere il , globo e consegnarlo alle potenze coloniali nascenti, la spagnola e la portoghese con lo scopo di cristianizzare popolazioni pagane. E le conseguenze furono devastanti.

           I Conquistadores distrussero le fiorenti civiltà Inca, Maya, Azteca. Nel 1500 nel continente americano c’erano 80 milioni di persone, 50 anni dopo era ridotta a 10 milioni. Nel giro di un secolo era stato sterminato un terzo della popolazione mondiale, come se oggi si uccidessero 2,5 miliardi di persone. E tra il 1600 e il 1900 altri 80 milioni di nativi perirono. La popolazione in Messico dal 1520 al 1595 passò da 25 milioni a meno di un milione e mezzo: avevano annientato il 95% della popolazione

locale.

          Cortez per placare una ribellione convocò 60 dignitari aztechi con i loro eredi. Li fece bruciare tutti vivi alla presenza dei loro parenti per convincerli a non opporsi agli spagnoli. E Vasco da Balboa fece sbranare dai cani 40 indio.

          Gli spagnoli si divertivano a provare il taglio delle loro spade sulla popolazione, staccando braccia, gambe, teste: 600 persone furono squartate come bestie. Nel 1517 nelle isole caraibiche alcuni cristiani incontrarono un’indiana che teneva in braccio un bambino a cui dava il latte; il cane degli spagnoli aveva fame, strapparono il bambino dalla madre e lo diedero in pasto al cane che lo fece a pezzi. Se i neonati piangevano li prendevano per i piedi e li sbattevano contro le rocce. Nel 1570 un giudice affermò pubblicamente che se dovesse mancare l’acqua per irrorare le piante delle fattorie degli spagnoli sarebbe stato utilizzato il sangue degli indigeni. E non era una metafora.

           Quando nel 1592 C. Colombo sbarcò a Cuba c’erano 8 milioni di abitanti; dopo 4 anni la popolazione era ridotta a meno della metà. Usare la polvere da sparo contro i pagani era considerato come offrire incenso a Dio.

           Oltre alle stragi, le malattie portate dai Conquistadores mieterono più vittime di tutte le guerre e massacri messi assieme. Las Casas denunciò episodi in cui gli  spagnoli diedero in pasto agli indio la carne di altri indio trucidati oppure ai cani. Il vescovo dello Yacatan, Diego de Landa, narra di aver visto un grande albero ai rami del quale un capitano aveva impiccato un gran numero di indiane e alle loro caviglie aveva appeso per la gola i loro figlioletti.

           Non si contano gli indigeni morti per costruire Città del Messico. Si camminava sui cadaveri, o su mucchi di ossa, per centinaia di km e le nuvole di stormi che venivano a divorarli erano così numerose da oscurare il sole.

           Quando le epidemie di vaiolo, peste, morbillo uccidevano decine di milioni di persone i Conquistadores li consideravano un segno voluto da Dio. Molte tribù vennero contagiate di proposito attraverso indumenti o oggetti infettati. L’epidemia di vaiolo che distrusse l’80% della popolazione fu vista come un dono divino. Moltissimi indio si suicidavano dalla disperazione o si lasciavano morire di fame o di inedia. Rifiutavano perfino di accoppiarsi con le loro donne. I neonati morivano subito dopo il parto perché la madri erano debilitate.

           Dopo aver sterminato quasi l’intera popolazione, visto che non vi erano più schiavi il vescovo Las Casas propose di importarli da altre parti del mondo.

           Le guerre tra gli indiani potevano durare decenni, anche senza vittime e di solito risparmiavano le donne e i bambini, cosa che non fecero i cristiani.

           Moltissimi indio morirono in campagne di avvelenamento come attuali derattizzazioni.

           L’iscrizione sulla tomba di un puritano del 1600 diceva: “Alla memoria di Lynn S. Love che, nel corso della sua vita uccise 98 indiani che il suo Signore gli aveva destinato. Egli sperava di portare questa cifra a 100 quando si addormentò nella braccia di Gesù”.

           Tra il 1500 e il 1900 si calcola che i Conquistadores abbiano causato la morte di 150 milioni di persone (100 milioni a causa di epidemie causate, 50 a causa di massacri e trattamenti disumani).

           Dopo pochi decenni dell’arrivo degli inglesi molte popolazioni erano state distrutte fino al 98%. Il pastore Saloman Stoddard nel 1703 chiese al governatore del Massachusetts una grande muti di cani per stanare gli indiani alla maniera degli orsi.

           I trattati di pace venivano stipulati con l’idea di violarli, mentre gli indiani non ruppero mai un trattato. Verso il 1850 vengono costruite le riserve indiane, veri e propri campi di concentramento, per rinchiudervi i popoli nativi.

           I missionari venivano inviati per aprire varchi con trattati ingannevoli, se gli africani si rifiutavano di cedere arrivavano i Conquistadores. I missionari francescani benedicevano i massacri e fin dal 1500 organizzarono per contro proprio una tratta degli schiavi.

           Nel 1650 la Compagnia di Gesù possedeva una quantità di schiavi tale da impressionare gli stessi portoghesi. Allo stesso modo si comportavano i missionari protestanti (metodisti, calvinisti anglicani) i quali per fiaccare gli schiavi ribelli li torturavano in piazza. Alla tratta parteciparono anche Olanda, Svezia e Danimarca. Decine di milioni di schiavi venivano trucidati durante la tratta. Per ogni schiavo catturato vivo altri 9 venivano uccisi nel tentativo di resistere. Solo da Goreè dal 1680 al 1700

vennero esportati 20 milioni di schiavi. Le donne venivano sistematicamente stuprate e chi si opponeva veniva uccisa. I domenicani, i gesuiti e la compagnia di Gesù divennero vere e proprie potenze economiche.

           L’Africa era un serbatoio inesauribile di materia prima e gli schiavi potevano essere sfruttati fino all’estremo perché a differenza dei bianchi garantivano almeno dieci anni di duro lavoro, dall’alba al tramonto, a costo zero, se non un pò di cibo, e senza il diritto di poter chiedere nulla. Il prezzo di ogni schiavo in buona salute era di poche centinaia di pesos nelle colonie spagnole e portoghesi. Stenti, torture, fame, sete decimavano sulle navi a vela quei poveri esseri costretti in piccole stive, incatenati, in condizioni igieniche spaventose, stipati come sardine; per recuperare spazio nelle stive venivano fatti sdraiare per terra sul fianco a mò di cucchiaini e a mano a mano che morivano venivano gettati in mare. Tra inenarrabili sofferenze gli schiavi venivano portati nelle Americhe dove venivano smerciati con lauti guadagni per le compagnie schiaviste mentre nei salotti e nelle corti europee si dissertava di cultura, filosofia, diritti, libertà, giustizia. Solo dopo la guerra di secessione Americana, verso il 1800, si cominciò a dare libertà agli schiavi finiti in 10 milioni nelle piantagioni di canna da zucchero, di caffè, nelle miniere, nella coltivazione di cotone, nelle fabbriche e nelle industrie.

Anche nell’Enciclica Fratelli tutti, papa Francesco persevera nel suo appassionato impegno di rifiuto radicale nei confronti della pena di morte, operazione indubbiamente meritevole di essere apprezzata e salutata con gioia da parte di tutti coloro che hanno a cuore la sorte dei diritti umani e, quindi, dell’intera umanità.*

Ciò che disturba non poco, però, in tale operazione, è il palese tentativo di rilettura del passato mirante a far apparire la Chiesa cattolica come sostanzialmente abolizionista fin dalle sue origini, cercando di far scomparire, con un’ abile mossa tattica (in puro stile gesuitico) secoli e secoli non soltanto di mero assenso nei confronti della pena di morte, ma, anzi, di pugnace teorizzazione teologica, nonché di convinta e sistematica applicazione pratica.

Basterebbe, a tale proposito, ricordare che, nell’Antico Testamento, la legge mosaica prevede non meno di 36 peccati gravi punibili tramite lapidazione, rogo, decapitazione, strangolamento, che il libro di Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene venne messo all’Indice dei libri proibiti, e che lo Stato Pontificio, prima, e lo Stato del Vaticano, poi, hanno ritenuta la pena capitale pienamente legittima: nel primo, impiegata fino al papato di Pio IX (ultima esecuzione per ghigliottina nel luglio del 1870), mentre nel secondo è stata legale fino al 1969 e rimossa dalla Legge fondamentale solo nel 2001.

Ma, per quanto concerne il lontano passato, Francesco si limita a dirci che “Fin dai primi secoli della Chiesa, alcuni si mostrarono chiaramente contrari alla pena capitale” . E, “ad esempio” di ciò, cita le parole di Lattanzio, il quale ebbe a definire “un crimine” la pena di morte (al di là di qualsiasi distinguo) e quelle di Papa Nicola I, il quale esortò a liberare “dalla pena di morte non solo ciascuno degli innocenti, ma anche tutti i colpevoli”, aggiungendo poi un ampio stralcio di una lettera di S. Agostino al giudice cristiano Marcellino (lett.139), in cui si esorta a non fare ricorso alla pena capitale nel processo relativo ai crimini di sangue commessi da alcuni aderenti all’eresia donatista.**  

Tutto questo dopo aver evidenziato che papa Giovanni Paolo II aveva espresso “in maniera chiara e ferma” che la pena capitale doveva essere considerata “inadeguata sul piano morale” e “non più necessaria sul piano penale”.***

In questo modo, con un vero e proprio gioco di prestigio, la rivoluzionaria scelta abolizionista attuata da Francesco (concretizzatasi nella revisione dello stesso Catechismo) finisce per essere presentata come cosa in piena sintonia sia con le lontane radici storiche della Chiesa che con il suo coerente sviluppo nel tempo, non risultando più  un radicale quanto felice momento di rottura (quale essa incontestabilmente rappresenta), bensì soltanto il punto di approdo di un organico processo corale.

Ma la realtà è ben diversa! Secoli e secoli di sostegno teologico e di ricorso alla pena capitale (nonché alla tortura) non possono essere messi in soffitta da un paio di isolate citazioni di personaggi non certo di primissimo piano, né tantomeno da una lettera (innegabilmente bellissima) di un S. Agostino insolitamente mite e clemente, in cui, tra l’altro, non si condanna affatto la pena di morte in sé,   ma soltanto se ne sconsiglia l’impiego esclusivamente in merito ad un ben determinato caso giudiziario. Quello che risulta, pertanto, particolarmente intollerabile e che indigna fortemente è l’indecente operazione volta a far apparire Agostino d’Ippona (fierissimo sostenitore della pena di morte e vero e proprio pilastro e punto di riferimento filosofico-dottrinale per tutti coloro che, nel tempo, si sono schierati a favore di questa) come alfiere e pioniere della causa abolizionista.

Siamo, cioè, costretti a riconoscere che, anche con un papa per tanti aspetti ammirevole come Bergoglio, ci ritroviamo, ancora una volta, di fronte ad una prassi ricorrentemente adottata dalla Chiesa cattolica, costituita da una intenzionale manipolazione della storia, dal tentativo, cioè, di una riscrittura del passato in funzione dei propri “superiori interessi”, al fine di poter sempre apparire come la somma, perenne e fedelissima annunciatrice e portatrice del Bene e del Vero.

Comprensibile, certo, l’imbarazzo di questo papa straordinario nell’assumere una posizione tanto radicalmente in antitesi con quanto predicato e praticato dalla propria amata Chiesa, il cui magistero, “per sapientissima disposizione di Dio”, pretende di essere sempre considerato indissolubilmente connesso e congiunto con la sacra Scrittura e con la sacra Tradizione****. Ma la sua è e resterà una scelta innovatrice e rivoluzionaria (forse la più rivoluzionaria del suo pontificato) e come tale merita di essere intesa ed apprezzata. Per fare questo, però, in maniera onesta (e quindi pienamente credibile) è indispensabile che ci sia, innanzitutto da parte dello stesso papa, coraggiosa chiarezza sul piano della conoscenza storica.

D’altronde, proprio nell’Enciclica Fratelli tutti, Bergoglio, con una lunga autocitazione *****, ci insegna che

                                         «la verità è una compagna inseparabile della giustizia e della misericordia. Tutt’e tre unite, sono essenziali per costruire la pace e, d’altra parte, ciascuna di esse impedisce che le altre siano alterate. […] La verità non deve, di fatto, condurre alla vendetta, ma piuttosto alla riconciliazione e al perdono. Verità è raccontare alle famiglie distrutte dal dolore quello che è successo ai loro parenti scomparsi. Verità è confessare che cosa è successo ai minori reclutati dagli operatori di violenza. Verità è riconoscere il dolore delle donne vittime di violenza e di abusi. […] Ogni violenza commessa contro un essere umano è una ferita nella carne dell’umanità; ogni morte violenta ci “diminuisce” come persone. […] La violenza genera violenza, l’odio genera altro odio, e la morte altra morte. Dobbiamo spezzare questa catena che appare ineluttabile».

E verità impone che, prima di ogni altra cosa, si riconoscano, da parte ecclesiastica, i propri difetti, i propri limiti, le proprie colpe, le proprie contraddizioni: operazione questa certamente difficile e dolorosa, meritevolmente avviata sotto il pontificato di Giovanni Paolo II e ripresa più volte da Bergoglio, ma ancora troppo blanda e incompleta . E verità irrinunciabile dovrebbe essere, da parte di papa Francesco, in vista di un futuro di vera giustizia e vera misericordia, il riconoscere e confessare, senza censure, omissioni, minimizzazioni ed equilibrismi, le incommensurabili responsabilità nei confronti dei fiumi di sangue fatti scorrere dalla Chiesa di Roma per tanto tempo, in nome del cosiddetto mantenimento dell'ordine sociale e della preservazione dell'integrità dottrinale. Fiumi di sangue resi possibili da una Chiesa postcostantiniana, guidata dall’etica del compromesso e dominata dalla nefasta influenza del pensiero agostiniano. Da una Chiesa, cioè, rinnegatrice dei principi del Discorso della montagna, traditrice del suo dovere di farsi costruttrice di pace e sostegno dei diseredati. Da una Chiesa fattasi, invece, per innumerevoli volte, spietata persecutrice e sterminatrice di quanti, nel tempo, quegli altissimi principi e valori hanno tentato di ricordare, insegnare, difendere, diffondere e praticare.

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*https://www.flipnews.org/component/k2/e-la-chiesa-disse-no-alla-pena-di-morte.html

** Lettera Enciclica Fratelli tutti del Santo padre Francesco sulla fraternità e l’amicizia sociale265. http://www.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20201003_enciclica-fratelli-tutti.html

***ibidem, 263.

****Dei Verbum, Costituzione dogmatica sulla divina rivelazione promulgata dal Concilio Vaticano II, Capitolo II, 10.

*****Discorso nel grande incontro di preghiera per la riconciliazione nazionale, Villavicencio, Colombia, 8 settembre 2017.

In questi giorni difficili, in cui il bombardamento mediatico e le misure governative ci gettano sempre più in una condizione psicologica di ansia e di timore, credo che la “Lettera aperta” redatta da numerosi medici e operatori sanitari del Belgio, inviata, già da diverse settimane, alle autorità e ai media del proprio Paese, possa aiutarci ad assumere una visione più corretta e oggettiva dell’attuale “fenomeno pandemico”.
Si tratta di un documento che andrebbe seriamente e serenamente esaminato, meditato e discusso, evitando arroccamenti aprioristici e abbandonando i tanto diffusi atteggiamenti di rifiuto nei confronti di qualsivoglia voce fuori dal coro. Ed evitando, soprattutto, di lasciarsi fuorviare dalle ben collaudate (e sempre tragicamente efficaci) strategie di delegittimazione del dissenso, che tendono a gettare qualsiasi tentativo di analisi critica e indipendente nel tanto comodo e rassicurante calderone dei cosiddetti negazionismi, acchiappanuvolismi, irresponsabilismi, ecc.
Quello che colpisce, in particolare, del documento, è la fortissima corrispondenza fra quanto viene riscontrato accadere, a livello mediatico-governativo, in terra belga con quanto possiamo riscontrare quotidianamente nel nostro Paese, soprattutto per quanto concerne l’assenza di un corretto, rispettoso e pluralistico confronto fra diversità di opinioni.
Pur invitando i nostri amici e simpatizzanti alla lettura integrale dell’interessante documento, ne propongo qui una schematizzazione sintetica, avvalendomi spesso di ampi e significativi stralci del testo in traduzione italiana.
La “Lettera aperta” risulta firmata, al momento, da 611 medici, 1.928 professionisti della salute con formazione medica e 14.248 cittadini.

(https://docs4opendebate.be/en/openletter/;http://omgekeerdelockdown.simplesite.com/?fbclid=IwAR0sQJmD6tyBo1jOgMrVnGJCDQQDYnvqdFdnWOViGhrmG_nkrZTZKgJLDzc)

  • Prima di ogni altra cosa, viene esortato il mondo della politica ad informarsi in maniera critica e indipendente e a rendere possibile un dibattito aperto, privo di qualsiasi forma di censura.

  • I dati oggettivi sembrano dimostrare che, attualmente, non sussisterebbero giustificazioni mediche per una politica di emergenza.

  • La gestione della crisi in atto viene dichiarata del tutto sproporzionata e fonte di danni palesemente superiori agli eventuali benefici.

  • Vengono pertanto richiesti la cancellazione delle misure obbligatorie introdotte (ritenute non sufficientemente fondate scientificamente) e il ripristino della normale governance democratica e delle libertà civili.

  • Le attuali misure adottate per combattere la SARS-CoV-2, come l'obbligo di indossare una mascherina anche all'aria aperta, il distanziamento fisico e l'isolamento sociale, sarebbero in contrasto con una corretta visione della salute (intesa, cioè, anche come benessere emotivo e sociale dell’individuo) e dei diritti umani della persona.

  • Il decorso del Covid-19, in contrasto con gli allarmi lanciati dall’OMS, avrebbe seguito il corso di una normale ondata d’infezione, simile a una stagione influenzale.

  • Viene messa in dubbio la validità scientifica dell’uso del test PCR, che, non essendo mai stato auto-testato seriamente, finirebbe per produrre molti falsi positivi. Il test, infatti, non sarebbe in grado di misurare “quanti virus sono presenti nel campione”, ovverosia se sia presente o meno una massiccia presenza di virus tale da autorizzare a parlare di reale “carica virale”. Il risultato positivo al test non significherebbe, perciò, che la persona in questione sia effettivamente infetta clinicamente, che sia malata o che si ammalerà. A tale proposito, si ricorda che lo stesso creatore di tale test avrebbe espressamente avvertito che esso era “destinato alla ricerca e non alla diagnostica”.

  • L’inattendibilità dei test PCR implicherebbe la mancanza di adeguata giustificazione delle relative misure sociali previste.

  • Per quanto riguarda il lockdown, il confronto operato tra paesi con politiche di blocco rigorose e paesi che hanno evitato di adottarle dimostrerebbe non sussistere alcun collegamento tra blocco imposto e decorso dell’infezione. Il calo dei casi non sarebbe stato frutto delle misure adottate, risultando esso già in atto prima ancora dell’imposizione del lockdown.

  • Misure eccessive di protezione igienica rischiano di produrre effetti dannosi sulla nostra immunità: solo “persone con un sistema immunitario debole o difettoso dovrebbero essere protette da un'igiene approfondita o dall’allontanamento sociale”.

  • La maggior parte delle persone ha quindi già un'immunità congenita o crociata perché era già in contatto con varianti dello stesso virus”. La maggior parte delle persone risultate positive non manifesta alcun disturbo, in quanto “Il loro sistema immunitario è abbastanza forte. Rafforzare l'immunità naturale è un approccio molto più logico. La prevenzione è un pilastro importante, non sufficientemente evidenziato: l’alimentazione sana e completa, l’esercizio all'aria aperta, senza maschera, la riduzione dello stress e lo sviluppo di contatti emotivi e sociali.” Mentre la dilagante paura, lo stress persistente e la solitudine non possono che esercitare una forte influenza negativa sulla salute psicofisica generale, soprattutto dei soggetti più fragili.

  • L'isolamento sociale e il danno economico hanno causato un forte aumento di depressione ed ansia, nonché di suicidi, di casi di violenza familiare e di abusi su minori.

  • “Il numero di decessi per Corona registrati sembra quindi ancora essere sovrastimato. C’è una differenza tra la morte per corona e la morte con corona. Gli esseri umani sono spesso portatori di più virus e batteri potenzialmente patogeni allo stesso tempo. Tenendo conto del fatto che la maggior parte delle persone che hanno sviluppato sintomi gravi soffrivano di patologie aggiuntive, non si può semplicemente concludere che l'infezione da corona fosse la causa della morte. Questo per lo più non è stato preso in considerazione nelle statistiche.”

  • Per coloro che mostrano gravi sintomi di malattia, l'applicazione rapida di terapia sicura ed efficiente, sotto forma di HCQ (idrossiclorochina), zinco e AZT (azitromicina), porterebbe al recupero e spesso renderebbe non necessario il ricovero.

  • La contaminazione non sarebbe possibile all'aria aperta, verificandosi esclusivamente per gocciolamento (solo per pazienti che tossiscono o starnutiscono) e aerosol in stanze chiuse e non ventilate. Inoltre le persone sane (o portatori asintomatici testati positivamente) risulterebbero virtualmente incapaci di trasmettere il virus.

  • Le maschere orali (mascherine) appartenendo a contesti in cui avvengono contatti con gruppi a rischio comprovati o persone con disturbi delle vie respiratorie superiori e in un contesto medico, come l’ospedale o la casa di riposo, in individui sani sarebbero inefficaci contro la diffusione d’infezioni virali.

  • Inoltre, indossare una mascherina non sarebbe privo di “effetti collaterali”. “La carenza di ossigeno (mal di testa, nausea, affaticamento, perdita di concentrazione) si verifica abbastanza rapidamente, un effetto simile al mal di montagna. (…) Inoltre, la CO2 accumulata porterebbe ad un'acidificazione tossica dell'organismo che finirebbe per incidere negativamente sulla nostra immunità”. 

  • Risulterebbe improprio parlare di “seconda ondata”: il numero di ricoveri ospedalieri o di decessi ha mostrato un aumento minimo di breve durata nelle ultime settimane, e, inoltre, la stragrande maggioranza delle vittime appartiene ancora alla fascia di popolazione maggiore ai 75 anni. “La stragrande maggioranza delle persone “infette” testate come positive appartiene alla fascia d'età della popolazione attiva, che non sviluppa alcun sintomo o si limita a sviluppare sintomi modesti, a causa del buon funzionamento del sistema immunitario.”

  • Per quanto concerne il tanto invocato vaccino, si dichiara che le “Ricerche d’indagine sulle vaccinazioni antinfluenzali mostrano che in 10 anni siamo riusciti solo tre volte a sviluppare un vaccino con un tasso di efficienza superiore al 50%. Vaccinare i nostri pazienti anziani sembra essere inefficace. Oltre i 75 anni di età, l'efficacia è quasi inesistente.”

  • Inoltre, a causa della continua mutazione naturale dei virus, come accade ogni anno anche nel caso del virus influenzale, un vaccino potrebbe rappresentare, tutt’al più, una soluzione temporanea, richiedente ogni volta nuovi vaccini. Un vaccino non testato, che viene implementato mediante procedura di emergenza e per il quale i produttori hanno già ottenuto l'immunità legale da possibili danni, solleva seri interrogativi.

Non intendiamo usare i nostri pazienti come cavie.”

  • Il sistema mediatico, piuttosto che svolgere una funzione critica di ricerca della verità, volta a controbilanciare la comunicazione a senso unico del governo, è apparso (in contrasto con i suoi stessi codici deontologici) acriticamente succube di essa. “Ciò ha portato a una comunicazione pubblica nei nostri mezzi d’informazione, che era più simile a propaganda che a reportage oggettivi.”

  • La formula continuamente ripetuta secondo cui “un blocco era necessario, che questa era l'unica soluzione possibile e che tutti appoggiavano questo blocco” ha, di fatto, reso estremamente difficile poter semplicemente esprimere una diversa opinione.

Le opinioni alternative sono state ignorate o ridicolizzate. Non abbiamo assistito a dibattiti aperti sui media, dove si potrebbero esprimere opinioni diverse.”

  • Siamo stati anche sorpresi dai numerosi video e articoli di molti esperti scientifici e autorità, che sono stati e sono tuttora rimossi dai social media. Riteniamo che questo non si adatti a uno Stato costituzionale libero e democratico, tanto più che porta a una visione a tunnel. Questa politica ha anche un effetto paralizzante e alimenta la paura e la preoccupazione nella società.” 

  • Il bombardamento implacabile di cifre, che si scatenavano giorno dopo giorno, ora dopo ora, sulla popolazione senza interpretare quelle cifre, senza confrontarle con morti per influenza in altri anni, senza paragonarle a morti per altre cause, ha indotto una vera e propria psicosi di paura nella popolazione. Questa non è informazione, questa è manipolazione.”

  • Deploriamo il ruolo dell'OMS in questo, che ha chiesto che l'infodemia (cioè tutte le opinioni divergenti dal discorso ufficiale, anche da esperti con opinioni diverse) sia messa a tacere da una censura dei media senza precedenti.” 

Fonte: https://docs4opendebate.be/en/open-letter/

 

In tutta l’Unione europea, anche per via dell’inasprimento rozzo ed esasperato del dibattito relativo ai flussi migratori, le minoranze religiose hanno continuato, in questi ultimi anni, ad essere spesso bersaglio di odio e di fenomeni di discriminazione. Fra le minoranze colpite, emerge in maniera lampante la situazione di quelle musulmane, verso cui si è andato focalizzando, in molti ambienti, un diffuso sentimento di diffidenza e di sospetto, quando non di vero e proprio rifiuto.

 

In un sondaggio dell’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (2018) si rileva che 4 musulmani su 10 si sono sentiti discriminati in modo ricorrente nei cinque anni precedenti e che il fenomeno dell’islamofobia ha interessato più fronti, dalla ricerca di casa e di lavoro all’ambito educativo. Il 27% degli intervistati, inoltre, ha dichiarato di aver subito aggressioni che, 9 volte su 10, non sono state denunciate alle forze dell’ordine né ad altre autorità.

 

 

Soprattutto in seguito alle tragedie dell’11 settembre 2001, la dilagante (spesso esibita) ignoranza, con la relativa incapacità o indisponibilità ad operare opportune ed adeguate distinzioni all’interno dello sconfinato universo islamico (tra differenti orientamenti dottrinali ed ideologici, tra arabi e islam, tra le diverse condizioni dei paesi arabi, nonché tra questi e i paesi non arabi ma a maggioranza musulmana, tra governanti e governati, ecc.), ha fatto nascere o rinascere terrori, rigide chiusure e atteggiamenti di disprezzo nei confronti di coloro che professano l’islam.

 

In vista di una convivenza più aperta, armoniosa e collaborativa, la strada maestra da percorrere appare essere, oggi più che mai, quella di una corretta conoscenza e di una educazione capace di bonificare la mente dalle innumerevoli immagini deformate e deformanti dell’Altro.

In questa direzione, si è nuovamente ed encomiabilmente mossa, con il suo ultimo lavoro, l’islamologa Viviana Isernia*, con la quale è nata la conversazione che qui riportiamo.

-          Il tuo ultimo lavoro presenta una impostazione di carattere educativo molto accentuato. Viene quasi da pensare che sia stato progettato e realizzato come una sorta di applicazione pratica in ambito didattico del tuo precedente Mille e un volto dell'Islam. **

   E' così o i due libri vanno intesi come del tutto svincolati l'uno dall'altro?

     In realtà sì, lo vedo come il prosieguo di Mille e un volto dell'Islam che è prevalentemente un saggio che può essere utilizzato per approfondire alcune nozioni rilevanti in due o tre attività presenti in questo manuale educativo. Il fine di entrambi è di abbattere quegli stereotipi e pregiudizi che nella nostra società colpiscono persone di fede musulmana.

Ho ricevuto alcune critiche sul “pensare solo ai musulmani e non alla fobia nei confronti di altre religione in primis quella cristiana”. Così come una studiosa di piante da frutto difficilmente scriverebbe un libro sui funghi velenosi, io da islamista non mi cimenterei su un tema diverso dal mondo arabo-islamico, senza opportuni studi.

Però, come suggerito nella legenda di alcune attività presenti nel manuale Allah Akbar***, un altro obiettivo di questo manuale è sensibilizzare il lettore a saper accettare chi ha una diversa cultura, una diversa lingua, una diversa religione e una attività presente nel manuale può essere strutturata per esplorare il diritto di libertà di qualsiasi altra religione.

-          Quanto ti appare grave il problema dell'islamofobia nel mondo giovanile? E quali fattori ritieni costituiscano le cause di maggior rilievo del fenomeno?

     Il problema dell'islamofobia sta crescendo molto a causa soprattutto dell'errato uso dei socialmedia e il proliferare delle fake news e i primi utenti di questi attuali mezzi di comunicazione sono sì sicuramente i giovani, i quali senza una guida su determinati temi condividono le notizie senza accertarsi della loro veridicità o meno. Ma il fenomeno non ha età: nel 2019 la comunità musulmana è stato il gruppo religioso maggiormente bersagliato dal discorso politico italiano online (da parte dei candidati e dai loro followers) ed anche oggetto di molte aggressioni per strada o su mezzi pubblici a danno di donne musulmane - anche italiane - da parte di altre donne o uomini adulti.

-          Ti sembra che nel mondo scolastico il problema venga adeguatamente avvertito e, almeno in parte, anche affrontato?

     Dalla mia esperienza nel mondo scolastico ritengo che in buona parte venga affrontato in classi con alta presenza di giovani stranieri e/o giovani musulmani o grazie alla diffusione di svariati progetti educativi contro gli stereotipi e pregiudizi proposti da enti associativi esterni.

Le vittime dell'islamofobia possono essere ancora tante: prese in giro a causa del hijab (velo islamico), chiamate con nomignoli e soprannomi a causa della religione, minacciate perché si vuole seguire la fede islamica; queste vittime però non sono solo a scuola, quindi spero che una maggiore attenzione nella lotta contro i pregiudizi religiosi cresca in tutti gli ambienti frequentati dai giovani.

-          Pensi che un libro come il tuo possa venire agevolmente utilizzato all'interno dell'insegnamento curricolare? Nell'ambito di “Cittadinanza e Costituzione”, forse, o della neoresuscitata Educazione Civica?

     All'interno dell'insegnamento curricolare certamente può essere un buono strumento per la materia di Educazione Civica o Cittadinanza e Costituzione, soprattutto perché l'obiettivo di queste materie, secondo il nuovo Decreto Ministeriale, è di portare gli studenti e le studentesse alla consapevolezza che i principi di solidarietà, uguaglianza e rispetto della diversità - quindi anche quella religiosa - sono i pilastri che sorreggono la convivenza civile e favoriscono la costruzione di un futuro equo e sostenibile. Ma non si può limitare solo a queste materie. Potrebbe essere utile durante le lezioni di insegnamento della religione cattolica o se si affronta la Storia delle Religioni, in Storia o Geografia se si studia la storia di determinati Paesi arabi; o ancora può essere sperimentato durante lezioni di lingua straniera. E, viste le disposizioni anti-Covid, alcune attività potrebbero essere prese come spunto di attività all'aperto durante l'Educazione Fisica.

Il libro, inoltre, essendo un manuale di educazione, è pensato per essere utilizzato in qualsiasi contesto educativo anche extrascolastico, ma soprattutto – e ci tengo a sottolinearlo – non è rivolto ad un target di educatori precisi: le attività presenti nel libro vengono proposte con una legenda che permette di valutare durata, numero dei partecipanti, materiali e svolgimento della stessa e accorgimenti di facilitazione. I giovani stessi, dopo aver appreso tali attività con la facilitazione di un educatore, potranno sperimentarle con i loro coetanei …

-          Il tuo lavoro ha ricevuto l'importante Patrocinio da parte di Amnesty International. Questo significherà anche che Amnesty ne farà uso all'interno dei suoi progetti educativi (EDU)?

     Amnesty Italia lo ha inserito in alcuni progetti. In particolare, voglio menzionare la formazione per operatori e operatrici di Ong, all'interno del progetto europeo “Hatemeter” (Hate speech tool for monitoring, analysing and tackling Anti-Muslim hatred online) coordinato dall’Università di Trento e con cui Amnesty International ha collaborato insieme a Fondazione Bruno Kessler, Teesside University (UK), University Toulouse1 Capitole (FR), Stop Hate UK (UK) e Collectif contre l’islamophobie en France (FR).

   Poi verrà inserito nel progetto denominato “Hatemeter 2”, il quale prevede un corso per insegnanti e laboratori per studenti sui discorsi d'odio, con particolare attenzione all'islamofobia e alla xenofobia.

Infine, è stato inserito nel Catalogo “Educare ai diritti umani - 2020/2021”, consultabile online al seguente link: https://www.amnesty.it/entra-in-azione/progetti-educativi/ e che arriverà nelle scuole grazie agli educatori e alle educatrici di Amnesty International presenti su tutto il territorio nazionale.

 

 

         *Viviana Isernia ha conseguito un corso di diploma universitario presso l'IBLV in Tunisia e due lauree in Italia, rispettivamente in “Arabo Moderno”, “Filologie, Storia e Culture dei Paesi Islamici e del Mediterraneo” e “Traduzione Araba”. Da diversi anni collabora come traduttrice di lingua araba per tribunali, agenzie di traduzione italiane ed estere e privati.
Ha pubblicato presso il Centro di Cultura Italia-Asia (Collana Quaderni Asiatici) articoli sulla letteratura e cultura arabo-islamica; infine con Edizione Efesto nel 2017 ha pubblicato “Mille e un volto dell'Islām” (Collana Theoretika).
E' attivista volontaria di Amnesty International dal 2005, in cui ha ricoperto diversi ruoli e da circa dieci anni si occupa della educazione ai diritti umani per ogni ordine e grado, tenendosi in continuo aggiornamento sulle metodologie partecipative. Nel 2019 ha partecipato al HRE-Load COMPASS National and Regional Training Courses in Human Rights Education (NRTC’s) promosso da APICE in partenariato con Redu Cifa, Giosef Italy, GCE e Amnesty International, Hreyn e NO HATE Speech Movement Italia.
Nel 2020 fonda, insieme ad altri educatori, una Associazione di Promozione Sociale dedita alla educazione non formale e informale sui temi ambientali e sviluppo sostenibile.
I settori di suo maggiore interesse sono l'agricoltura, la lingua e calligrafia araba, la lingua esperanto, i diritti umani.
** https://www.flipnews.org/component/k2/mille-e-un-volto-dell-islam-una-guida-preziosa-contro-i-diffusi-travisamenti-e-banalizzazioni.html
***Viviana Isernia, Allak Akbar- Manuale di educazione ai diritti umani contro l’islamofobia, Edizioni Efesto, Roma 2020

 
 Marcia della Pace Perugia-Assisi 

Il 24 settembre, il Presidente del Parlamento Europeo, on. David Sassoli, ha voluto rendere omaggio alla figura di Aldo Capitini, ricordando la Marcia della Pace Perugia-Assisi del 24 settembre del 1961 ed evitando encomiabilmente la vuota retorica e servendosi di parole ben ragionate, espressione di conoscenza approfondita e corretta.

Una iniziativa così merita di essere sottolineata con vera gioia.

Aldo Capitini, infatti, intellettuale antifascista e anticlericale fuori da ogni coro e da ogni parrocchia, dalla filosofia convintamente nonviolenta, pacifista e animalista, continua, nel nostro Paese, ad essere tristemente trascurato quando non del tutto dimenticato. Il suo pensiero, straordinariamente acuto e preveggente, costantemente accompagnato da inesausto impegno civile e pedagogico, dovrebbe invece essere considerato come un prezioso quanto inesauribile serbatoio di riflessione critica e di proposte operative, sia in ambito politico e civile che in ambito etico e sociale.

Questo il testo diffuso da David Sassoli:

"Il 24 di settembre cadeva di domenica, quando Aldo Capitini, con un seguito di coraggiose e coraggiosi cittadini, diede vita sulla strada che conduce da Perugia ad Assisi alla prima Marcia della Pace e per la fratellanza dei popoli nel 1961.

Brillante filosofo che sotto il regime fascista aveva conosciuto l'isolamento, l'ostracismo e la galera, Capitini con l'iniziativa visionaria della Marcia testimoniò che "il pacifismo, la nonviolenza, non sono inerte e passiva accettazione dei mali esistenti, ma sono attivi e in lotta, con un proprio metodo che non lascia un momento di sosta

Aldo Capitini
nelle solidarietà così come nelle noncollaborazioni, nelle proteste, nelle denunce aperte".

Un'intuizione formidabile, così come l'utilizzo, per la prima volta in Italia, della Bandiera della Pace con i colori dell'arcobaleno, oggi conservata presso la Biblioteca San Matteo degli Armeni a Perugia, con i colori un po' sbiaditi dal tempo.

Dopo il grandissimo successo, molti enti ed associazioni gli chiesero di ripetere l'iniziativa annualmente. Capitini rifiutò sempre, per evitare il rischio che la Marcia, e di conseguenza lo stesso ideale di Pace, divenissero ritualità e stanca ricorrenza.

Oggi la responsabilità dell'eredità di quella visione di Pace la viviamo noi. Sta a noi tentare di esserne all'altezza, con uno sguardo sempre aperto verso il futuro che abbiamo dinanzi; non dimenticando, mai, il passato che l'ha reso possibile."



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