L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Human Rights (195)

Roberto Fantini
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Vi è nella coscienza dell’uomo un’inquietudine che nessuna riforma e nessun benessere materiale potranno mai placare. La storia dell’utopia è perciò la storia di una sempre delusa speranza, ma di una speranza tenace.”

Ignazio Silone

 

Quando fra noi non più giovanissimi, che abbiamo letto, studiato e amato i libri di Hermann Hesse, Erich Fromm, Etty Hillesum, ecc., e i nostri ragazzi, i quali, continuamente attingendo a tv, cinema, web, hanno accatastato nei sotterranei della loro psiche una mole incommensurabile di immagini di deflagrante violenza, si viene ricorrentemente a creare, parlando del senso della vita umana, del suo valore e del suo destino, una netta spaccatura, sarebbe opportuno non lasciarsi scivolare in una contrapposizione da guerra di trincea, bensì tentare di promuovere, secondo il più franco stile colloquiale, una riflessione serena intorno ai termini esatti della questione. Quando un ragazzo (magari nostro figlio o nostro alunno) ci dice che, secondo lui, tutti i nostri illuminati discorsi sull’uguaglianza, la solidarietà, la pace, ecc., non sono altro che “utopie”, belle sì, ma destinate a restare nel mondo dell’iperuranio, dichiarandosi pertanto, in nome di un presunto “realismo”, ostentamente pessimista, invece che essere commiserato oppure sommerso da fiumi di accorata retorica, avrebbe bisogno - credo - di essere invitato ad esaminare con maggiore attenzione il senso delle proprie affermazioni, in modo da comprendere quanto siano labili, opinabili, sfuggenti e ineluttabilmente soggettivi i confini fra ciò che possiamo classificare o meno come realistico, raggiungibile e razionalmente pretendibile.

 

In campo filosofico e socio-politico, in particolare, potrebbe risultare utile far riferimento alla concezione di K. Mannheim di utopia intesa come progetto destinato a realizzarsi (in alternativa a ciò che dovrebbe essere inteso come mera ideologia) e a quella di E. Bloch che, dell’utopia, fa ben risaltare la funzionalità critico-propositiva e, quindi, felicemente rivoluzionaria. Ma un occhio di tutto riguardo dovrebbe essere riservato, ancor prima, a Rousseau e, successivamente, a Kant, vero punto di riferimento per quanto concerne la fondazione concettuale della funzione dell’utopia nella storia.

 

Nella prefazione all’Emilio, nella quale il filosofo francese, rivolgendosi ai tanti critici che lo rimproveravano di avanzare proposte troppo ardite e contrastanti con la realtà dei fatti, così scriveva:

Proponete quello che è fattibile, non si cessa dal ripetermi. E’ come se mi si dicesse: proponete di fare ciò che si fa …”

Infatti, nel dichiarare irrealizzabile un’aspirazione, che pur riconosciamo degna di apprezzamento, e nell’invocare maggiore adesione al cosiddetto “reale”, in verità noi non facciamo altro che assolutizzare il presente (anzi, soprattutto il passato), trasformando un particolare momento del cammino storico nell’unica realtà possibile. In pratica, ci stringiamo forte a questo presente qui, per paura che qualcuno o qualcosa ce lo porti via, lasciandoci in cambio chissà quale futuro.

Un viaggiatore - scrive Nietzsche in apertura del suo Schopenhauer come educatore - che aveva visto molti paesi e popoli e più continenti, interrogato su quale qualità degli uomini avesse ovunque ritrovato, rispose: essi sono inclini alla pigrizia.

A molti - prosegue - parrà che, più giustamente e più validamente, avrebbe potuto dire: sono tutti pavidi. Si nascondono dietro costumi e opinioni.”

E sì, se siamo tanto rapidi nel marchiare con l’etichetta dell’utopia (intesa come fantasticheria vuota, patetica o ridicola) qualsiasi discorso che vada oltre lo stato presente delle cose, ciò accade perché c’è, in noi, una grande paura di perdere quello che siamo e quanto abbiamo, unitamente al timore di dover intraprendere un cammino duro, faticoso, nonché denso di interrogativi.

 

Dire no a tutto ciò che sa di “utopistico” ( e quindi di strappo, di lacerazione, di rifiuto del vecchio e del collaudato) è una permanente strategia difensiva della nostra psiche e delle nostre società, nel tentativo di conservare quanto già conseguito. Potremmo dire che, molto spesso, finiamo per parlare di “utopia” ogni volta che ci viene proposto di allargare le nostre coordinate mentali un poco più appena di quanto ci riesca possibile senza che si producano in noi sforzo e dolore. Perché, si sa, ogni cambiamento radicale e sostanziale dei nostri schemi interpretativi della realtà e delle nostre prassi per la risoluzione dei problemi rischia sempre di apparire come un attentato a quanto di noi ci è più caro.

 

Accanto a Rousseau, prima, citavo Kant. Questo perché il discorso kantiano sul valore regolativo delle idee della ragione, e, pertanto, sull’esigenza della mente umana di trascendere (pur senza la pretesa di certezze di ordine metafisico) i limiti di quanto acquisito, potrebbe servire come valido strumento orientativo. Utopia, dunque, non verrebbe qui a significare irrazionale rifiuto dei dati empirici e conoscitivi, ma capacità di prospettare, intravedere (e produrre) aperture teoriche e rinnovamenti pratici che possano rappresentare delle risposte valide a problemi di ardua risoluzione.

Si veda, come esempio particolarmente emblematico, il caso della geniale operetta sulla Pace perpetua, nella quale il filosofo tedesco lumeggia un progressivo trionfo della forza della ragione e del diritto sulla forza delle armi e degli interessi particolari.

Queste le parole conclusive:

Se è un dovere, ed anche una fondata speranza, realizzare uno stato di diritto pubblico, anche se solo con una approssimazione progressiva all’infinito, allora la pace perpetua, che succederà a quelli che sono stati sino ad ora falsamente denominati trattati di pace (propriamente, armistizi), non è idea vuota. Ed anzi sarà un compito che, assolto per gradi, si avvicinerà sempre più velocemente al suo adempimento (perché è sperabile che i periodi di tempo in cui avverranno tali progressi si faranno sempre più brevi)”.

Un esempio, questo kantiano, sicuramente assai eloquente, anche per il fatto che, ad avversare tale irenico progetto, sarà poi Hegel, idealista fin troppo incatenato alla ben poco realistica e razionale fede nella perfetta coincidenza fra reale e razionale.

E un’operazione assai efficace, per fare breccia nelle arroccate posizioni dei tanti giovani rassegnati al ripetersi ineluttabile quanto di iniquo della storia, potrebbe essere quello di guidarli ad una attenta analisi dei tanti aspetti (spirituali e materiali) felici e irrinunciabili del mondo in cui si trovano a vivere (dalla libertà di pensiero a quella di espressione e di libera associazione, ecc.), mettendo ben in evidenza come, dietro ad essi, ci siano grandi e durissime lotte, grandi e straordinarie conquiste, scaturite sempre da un pensiero vivo e creativo, da una immensa capacità di pensare l’impensabile e di credere nel cosiddetto irrealizzabile. Particolarmente proficuo potrebbe risultare, quindi, il cercare di favorire una chiara consapevolezza della travagliata e faticosa genesi storica di quanto siamo soliti chiamare nostri diritti inviolabili e libertà fondamentali, affermatisi in questo mondo, per dirla con Rousseau, non certo per merito dei sostenitori del “fattibile”.

 

Tutto ciò cercando sempre di ribadire come sia arbitrario tracciare un confine netto tra possibile e impossibile, essendo sempre, tale linea, relativa al soggetto che la pone ed essendo continuamente la nostra visione del mondo suscettibile di infinite e imprevedibili variazioni. E sottolineando anche che, come stigmatizza Seneca, nulla ci potrà mai risultare tanto impossibile quanto le cose che noi sceglieremo di ritenere impossibili.

“… ognuno fu grande secondo quello che sperò. Uno fu grande sperando il possibile; un altro sperando l’eterno; ma chi sperò l’impossibile fu il più grande di tutti”.

S. Kierkegaard

 

 

Riferimento ai due precedenti articoli di "Utopia"

http://www.flipnews.org/human-rights/se-l-utopia-muore-oltre-ottimismo-e-pessimismo.html

http://www.flipnews.org/human-rights/se-l-utopia-muore-riflessioni-su-disincanto-giovanile-e-diritti-umani.html

 

 

 

 

Non sono pochi 4 anni della propria vita terrena. Soprattutto se si collocano in quella fase straordinaria in cui, da ragazzi adolescenti si cerca di diventare adulti … E 4 sono gli anni che sono stati rapinati ad Ibrahim Halawa, tenuto arbitrariamente recluso in alcune delle peggiori prigioni egiziane, a partire dall’oramai lontana estate del 2013. Ben 1472 giorni, per l’esattezza: giorni di paura, di angoscia, ma sempre anche di speranza. Giorni che, finalmente, sono approdati al tanto atteso momento della libertà, reso possibile soprattutto dall’impegno infaticabile dei familiari, sostenuto dai tanti attivisti che hanno saputo continuare a lottare, resistendo alla tentazione (sempre forte in questi casi) di cedere alla rassegnazione.

Ibrahim è venuto a Roma, in questi giorni, e ha avuto modo di far sentire la sua voce e di far conoscere la sua storia, dolorosa quanto istruttiva.

Figlio di uno dei principali imam irlandesi, recatosi al Cairo, con lo scopo di far visita ai parenti in compagnia delle sorelle Somaia, Fatima e Omaima, venne arrestato in seguito alle manifestazioni di metà agosto, promosse dalla Fratellanza Musulmana contro il colpo di stato di Abdel Fattah al-Sisi,

Le sorelle, rilasciate ed rispedite in Irlanda dopo tre mesi di carcere, al rientro a Dublino hanno denunciato le vessazioni subite dal fratello, confermate poi anche dal giornalista di al-Jazeera Peter Greste, suo compagno di detenzione nel carcere di Tora. Per Ibrahim, invece, sono stati anni di durissima prigionia, trascorsi per lunghi periodi anche in isolamento, con oltre 30 rinvii dei processi, senza assistenza legale e senza cure mediche.

Racconta Ibrahim che, a 17 anni, non si occupava di politica, cosa che riteneva oltremodo noiosa. Ma, dopo il massacro di Rabat, in cui sono rimasti uccisi anche alcuni suoi amici, ha ritenuto doveroso scendere in piazza, con la convinzione che, in un sistema democratico, la giustizia debba essere richiesta pacificamente, senza l’uso della violenza e delle armi. Quando le forze dell’ordine sono intervenute con i lacrimogeni, lui e molti altri hanno cercato rifugio all’interno di una moschea. Questo non ha però impedito alla polizia di prelevarli ed imprigionarli. Si è ritrovato, così, in una cella militare che avrebbe potuto ospitare una sessantina di persone, mentre ve ne furono collocate almeno il doppio. Tremende le condizioni di detenzione descritte assai efficacemente da Ibrahim: mancanza di acqua, cibo scarso e pessimo distribuito anche senza piatti e posate, riposo pressoché impossibile a causa del sovraffollamento e della sistematica azione di disturbo.

Emblematici, per comprendere adeguatamente il livello di disumanità dominante, il caso di un ragazzo picchiato selvaggiamente solo per aver richiesto di entrare in contatto con la madre e quello di un ragazzo divenuto cieco in seguito alle percosse subite da parte degli agenti, costretto a dichiarare di essere rimasto vittima di una rissa fra detenuti.

Il risveglio era spesso orribile, causato dalle urla di un torturato. Molto acute le riflessioni proposte da Ibrahim in merito alle tecniche di tortura miranti, soprattutto, ad “entrarti nella testa”, a “distruggerti il cervello”.

Non poteva certo mancare, nelle parole del giovane irlandese, un incisivo riferimento al caso di Giulio Regeni, caso visto da tante vittime capace di far comprendere al mondo intero quanto stesse succedendo all’interno dell’Egitto, e tale da alimentare la speranza di potersi vedere finalmente ascoltati. E non sono state certo risparmiate parole critiche nei confronti del governo italiano che, secondo Ibrahim, avrebbe dovuto fare come quello irlandese in merito al suo caso, ovvero minacciare di interrompere i rapporti commerciali.

Bellissimo, poi, quanto detto in chiusura dell’incontro a proposito dell’azione fondamentale svolta da Amnesty International a suo favore:

Oggi sono al fianco di Amnesty che si batte per tutti i prigionieri politici e le incarcerazioni ingiuste, specialmente in Egitto. Sono la prova vivente della forza di Amnesty ed è per questo che voglio dare il mio contributo”.

Voglio parlare soprattutto agli italiani che stanno ancora aspettando giustizia per un caso molto importante, quello di Giulio Regeni. Quindi, per favore, lavorate sodo per questo caso. Io sono la prova che si può fare”.

Io sono la prova che persone normali possono vincere grandi battaglie"…*

Parole queste che rendono più che mai terribilmente attuali e pertinenti le affermazioni di Yves Ternon che chiamano brutalmente in causa tutti noi :

Solo le crisi degli spettatori, complici se sanno e tacciono, interromperanno la rappresentazione del crimine. Bisogna occupare la scena. (…)

La sopravvivenza dell’umanità dipende dal modo in cui l’individuo sarà protetto nella società dal potere e dal diritto nel rispetto di principi e di valori universali.” (Lo Stato criminale, Corbaccio, Milano 1995, p. 379)

 

*Per approfondire la conoscenza della situazione dei diritti umani in Egitto:

https://www.amnesty.it/rapporti-annuali/rapporto-annuale-2017-2018/medio-oriente-africa-del-nord/egitto/

            

         

In seguito al mio articolo dedicato al tema dell’Utopia (Se l’utopia muore - Riflessioni su disincanto giovanile e diritti umani) ci sono pervenuti numerosi commenti di indubbio rilievo. Ho ritenuto utile, pertanto, raccogliere e proporre almeno le riflessioni critiche più stimolanti, tentando anche di rispondervi con qualche mia breve annotazione.

 

 

               “Ancora una volta sollevi un problema importantissimo e sul quale si riflette e si discute poco. Mi sono posto questi tuoi interrogativi più nei confronti del messaggio che trasmetto (ho trasmesso) ai miei figli con il mio atteggiamento quotidiano, di quello, certamente più costruttivo, che riesco a proporre nelle occasioni di incontri nelle scuole. Purtroppo anch'io mi sono risposto che intimamente sono disilluso e che l'orientamento che ho visto assumere dall'umanità nel corso della mia esistenza è divergente dai principi che mi sono stati indicati dalla mia famiglia, dai miei insegnanti e che io stesso avverto come auspicabili ma sempre, e forse sempre più, disattesi. Il trionfo dell'egoismo e dell'avidità sono i due aspetti dell'animo umano che reputo alla base dell'imbarbarimento a cui assistiamo quando, tutto sommato, i progressi tecnici e le esperienze dei conflitti del secolo scorso, avrebbero potuto consentire una presa di coscienza e una convivenza più equilibrata. Aggiungo che anche alcune dinamiche naturali come l'incontrollata crescita demografica dei paesi poveri, sembrano spingere verso nuovi attriti e nuovi conflitti.
In poche parole, la disillusione ha colto anche me ed è difficile predicare bene razzolando male.
Attualmente risolvo la questione riconoscendomi assolutamente incapace di interpretare i disegni della storia e il significato dell'esistenza ma, certamente, si tratta più di una fuga dal problema che di un tentativo di affrontarlo
.”

Claudio Rossi

(senior financial analyst e volontario di Emergency)   

 

   

                “L'articolo è molto interessante e affronta una questione su cui stavo appunto riflettendo nei giorni scorsi a partire da uno spunto di Luciano Canfora (da La schiavitù del capitale). Canfora afferma la necessità di promuovere l'"utopia della fratellanza e della solidarietà", per evitare che si affermino forze che il capitalismo ha evocato e rischia di non riuscire più a gestire.

Mi chiedevo quanto la "disillusione" generalizzata di fronte alla quale ci troviamo oggi, il catastrofico tramonto delle utopie (che in parte mi coinvolge, dopo due decenni abbondanti di militanza politica) dipendano dal fallimento di quegli ideali, di quelle utopie che noi, sia pure da posizioni politiche diverse, abbiamo finora tenuto in vita.

Personalmente, mi sono imbattuta, più che nella convinzione aprioristica della malvagità per natura del genere umano, in filosofie di vita improntate alla ricerca dell'utile personale, in particolare della ricchezza materiale. La frase che sento più spesso quando parlo delle grandi utopie del passato, in gran parte di ispirazione ottocentesca, è: "a che cosa sono servite?". E' una domanda che sento fare spesso anche sulle materie di studio, tipo: "a che cosa serve il latino?", oppure "a che cosa serve la storia?". 

Inoltre, sto iniziando a leggere due libri: uno è "Supernotes" di Luigi Carletti e dell'ex agente Kasper; l'altro è "Il puzzle Moro" di Giovanni Fasanella. Da entrambi emerge come le forze detentrici del potere (che siano i servizi segreti, deviati o no, o che siano le oligarchie finanziarie) siano sempre, sistematicamente, riuscite a infiltrarsi nei movimenti progressisti distruggendoli dall'interno, oltre che con la consueta arma della repressione. In base a queste considerazioni, quali utopie possono ancora trovare spazio? La speranza e il sogno di un mondo giusto ed equilibrato, in fondo, possono essere declinati in mille modi: dai socialismi ai nazifascismi. Oggi in molte scuole si fa leggere "A cercar la bella morte" di Carlo Mazzantini, a sottolineare che anche i repubblichini, e non solo i partigiani, combattevano "per un mondo migliore", anche se per mondo migliore intendevano un mondo che secondo me è persino peggiore di quello reale.

Non è forse rischioso quindi dare nuova linfa alle utopie? E se qualcuno se ne appropriasse (come finora è accaduto) per far passare svolte autoritarie in nome della creazione di una società perfetta? D'altronde, l'utopia spesso sfocia nell'anelito a una società perfetta. Poi, non è forse pericoloso suscitare false speranze? In fondo la generazione del cosiddetto "riflusso" è in buona parte il prodotto del disincanto riguardo gli ideali e i sogni dei decenni precedenti.

Compio queste riflessioni con inquietudine, da ex-idealista (in senso politico) che non riesce più ad esserlo. Nel contesto degradato della periferia in cui vivo, ad esempio, non c'è spazio per le utopie, ed è difficile trovarne se pensiamo che viviamo in una città (Roma) incancrenita dalla criminalità organizzata, ma i cui abitanti non fanno nulla neanche per smettere di finanziarla. Chi rinuncia infatti ai luoghi di divertimento per una scelta etica, pur sapendo di rischiare di finanziare le cosche criminali? Altro che Arabia Saudita, Yemen... anche qui viviamo tra meccanismi tribali (come appunto quelli mafiosi) che non abbiamo la capacità di spazzare via. E non riusciamo a farlo perché questi meccanismi generano un potere economico che è funzionale al capitalismo.

In questo contesto, trovo comprensibile che gli adolescenti abbiano in mente solo la corsa al benessere materiale. Anche perché mi sembra che sia sempre più folta la schiera di chi vede questo benessere materiale dissolversi giorno per giorno.”

Carlotta Caldonazzo

(docente e collaboratrice di flipnews.org)

 

 

           “Non è questione di utopia, ma di presa di coscienza di una realtà più alta di quella che normalmente osserviamo. Per prendere coscienza, e non sognare, bisogna lavorare molto su se stessi, guardare più il cielo che la terra, praticare tecniche (orientali o occidentali) che elevino lo sguardo, coltivare una filosofia costruttiva e soprattutto viverla, più che predicarla. Cambiando noi stessi cambiamo il mondo, come ben sai diceva Gandhi, viviamo la “compresenza” di cui parlava Capitini, e come esito di tutto questo educhiamo i giovani, e gli adulti.

I giovani, se sono così disincantati e disinteressati ai discorsi della nostra generazione, è perché la visione che quotidianamente gli proponiamo esprime, anche magari per contrapposizione, la prevalenza di una materialità arida e senza speranza. Bisogna invece fornire modelli sorridenti, appagati, solerti e sereni.”

Francesco Pistolato

(ricercatore per la Pace)

 

 

             Il mondo che ci circonda è senza dubbio, sotto molteplici angolature, terribile e spietato. I migliori pensatori dell’umanità non lo hanno mai negato, anzi, è proprio da simile constatazione che hanno preso le mosse per i loro viaggi intellettuali ed esistenziali. Vale per Gautama Buddha come per Leopardi, per Platone come per Schopenhauer, per Voltaire come per Freud … il mondo del divenire è il mondo della scissione e del conflitto, il mondo del trionfo del “principium individuationis” … E proprio per questo le religioni, le filosofie e le ideologie politiche hanno cercato di scoprire o di costruire vie d’uscita, vie di liberazione, vie di salvezza …

Certo, la cosiddetta “morte di Dio” ha spazzato via molte illusioni e anche molte speranze. E ad essa è seguita, nel secolo che abbiamo alle spalle, e nei pochi anni di questo secolo nuovo, tante e tante volte la “morte dell’Uomo” … il naufragio, cioè, di quanto pensato come massimamente sacro e inviolabile. Gli esseri umani sono stati macellati in tutti i modi, umiliati e profanati nella loro più intima essenza e le titaniche costruzioni politiche e religiose invocate e attuate col dichiarato intento di portare Giustizia hanno prodotto sfracelli ed orrori senza fine …

E gli orizzonti dell’avvenire non sembrano certo meno carichi di potenzialità distruttrici. Il disincanto, la paralisi interiore, il cercare stordimento e un qualche conforto (per quanto fugace e ingannatore) nelle tante cose senza senso che dilagano nei nostri tempi possono pure apparire come comprensibilissime forme di reazione o di autodifesa …

Ma se la mente non riesce più a ritenere degna di essere nemmeno ipotizzata una società “altra” rispetto a quella che tanto ci indigna, allora siamo veramente perduti.

Diceva Norberto Bobbio che dovremmo ben guardarci dal cadere nelle trappole dell’ottimismo che instupidisce e del pessimismo che paralizza. Cercando, invece, di muoverci sempre con ferma e ben ponderata fiducia nella ragione, al fine di poter introdurre qualche spiraglio di luce in questo triste e storto mondo …

E lo si può fare in tanti modi. Certamente, insegnare e ricordare quante cose meravigliose noi poveri e piccoli sognatori siamo riusciti a fare, ad esempio, in questi ultimi secoli (dall’abolizione della tratta degli schiavi africani, all’emancipazione femminile, dall’affermazione dei diritti dell’infanzia all’ abolizione in tanti Paesi della pena capitale, ecc.) può risultare di preziosissimo aiuto. Come anche il conoscere e il far conoscere le vite, le battaglie, le conquiste rivoluzionarie dei tanti grandi e piccoli portatori di luce del passato e del presente. Molti dei quali non necessariamente “martiri ed eroi”, ma semplicemente umili, caparbi e coerenti ricercatori di verità e costruttori di pace.

Senza dimenticarci mai che è sempre molto più saggio e salutare provare ad accendere anche una flebile fiammella, piuttosto che limitarsi a maledire l’oscurità …

 

E' partito in bicicletta da Serravalle, in provincia di Alessandria, il 12 di maggio per incontrare la Delegazione Italiana del Parlamento Europeo, a Strasburgo, e consegnarle un appello per il rispetto dei diritti umani e contro la violenza di genere, contro il femminicidio e contro il bullismo. Lui è Vittorio Barbanotti, ha 66 anni, è cardiopatico ed ha subito un intervento chirurgico per l'installazione di una valvola meccanica aortica. Eppure, nonostante ciò, ha fatto la pedalata da solo senza assistenza ne' meccanica, ne' sanitaria, della quale avrebbe potuto avere forse bisogno.

 

Ha affrontato pioggia, fatica, freddo, salite scoraggianti, vento contro, stanchezza fisica. A volte, per risparmiare, non avendo ricevuto sufficienti contributi, ha mangiato solo di sera.

Un'altra volta, in Francia, un guidatore maleducato, lo ha fatto cadere perché parlava al telefono mentre guidava. Tante volte le tappe si sono allungate anche di 20 o 30 chilometri per indicazioni sbagliate. Una volta lo ha colto una vera tempesta di acqua ed è arrivato alla fine della tappa "più bagnato dell'acqua che scendeva", come ha scritto sui social, ma non ha mai desistito perché nel cuore c'era tanta voglia di creare una vita migliore per i nostri giovani raggiungendo Strasburgo, quel luogo autorevole, molto autorevole che può accendere i riflettori sui diritti umani. Lungo il percorso molti gli hanno manifestato la loro solidarietà e a quelli lui ha fatto firmare l' Alta Bandiera dei Diritti Umani.

 

Questa bandiera è nata dal desiderio dell'alpinista Daniele Nardi di unire alle sue avventure il suo impegno umanitario; idea che è stata raccolta e realizzata con entusiasmo dall’associazione “Arte e Cultura per i Diritti Umani” onlus che, insieme a Daniele, porta avanti nelle scuole la campagna internazionale “GIOVENTU’ PER I DIRITTI UMANI“ ed è parte integrante del progetto “LA SCUOLA SULLE ALTE VETTE CON I DIRITTI UMANI“.

E' stata realizzata con il logo di “Youth for Human Rights International” e con i colori della bandiera italiana.

I primi a firmarla sono stati i 20.000 studenti incontrati nelle scuole del Lazio che si sono impegnati a realizzare prima di tutto nella propria vita gli articoli della Dichiarazione Universale dei diritti umani dell'ONU. Dopo di loro personaggi dello sport, della cultura e della politica si sono impegnati a loro volta firmandola.

Daniele ce l'ha sempre nello zaino quando scala le più alte vette del mondo così come Vittorio ce l'aveva nello zaino durante la sua Pedalata Longa per i Diritti Umani.

 

Lui si definisce uno che parla poco e che cerca di attivarsi sempre di più e, senz'altro, a questa impresa ne seguiranno altre. Durante il suo percorso in Italia ha incontrato anche sindaci e politici che ha cercato di sensibilizzare. A Ginevra si è fermato nella sede dell' Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati ed è stato ricevuto dal Primo Consigliere della Rappresentanza Italiana con delega ai Diritti Umani.

 
 Vittorio Barbanotti

Il 6 di giugno , con ben 13 giorni di anticipo, è arrivato finalmente a Strasburgo e lì ha avuto la grande sorpresa di esser ricevuto non dai rappresentanti italiani ma da un organismo superiore che è il Consiglio Europeo. Lì ha potuto finalmente consegnare l'appello per l'introduzione dell'insegnamento dei Diritti Umani nelle scuole e, soprattutto, fare vedere le tante, tantissime firme sulla bandiera.

 

L'orgoglio ed il rispetto verso il messaggio della pedalata sono stati più forti di qualunque fatica sopportata e questo è segno di grande integrità personale. Era commosso Vittorio quando ha concluso la sua impresa e ha fatto commuovere anche chi ha letto della sua impresa. Grazie Vittorio.. E' grazie a persone come te se i diritti umani diventeranno una realtà e se i nostri ragazzi avranno una vita migliore.

      

Chiunque abbia avuto occasione di colloquiare con i giovani di questo nostro complicato tempo, intorno a questioni di attualità e, soprattutto, in merito alle prospettive per il futuro (loro e del mondo), si sarà sicuramente imbattuto in atteggiamenti molto diffusi caratterizzati da quello che potremmo definire rifiuto dell’utopia.

Di fronte a problemi come la violenza in tutte le sue più efferate declinazioni, i conflitti sempre presenti, l’inquinamento ambientale, le innumerevoli forme di ingiustizia socio-economica, ecc., assai frequentemente, infatti, i giovani (ancor più dei meno giovani) si trovano ad esprimere ferme convinzioni a sostegno del cosiddetto carattere “naturale” (e, dunque, incorreggibile e ineliminabile) della malvagità umana e della consequenziale impossibilità di cambiare il corso della storia, presentandoci pertanto, in maniera più o meno amara e rassegnata, una sorta di “filosofia di vita” in cui il mondo risulterebbe dominato dal “Male”, a causa della natura malvagia, egoista e violenta dell’uomo, cosa questa che renderebbe irrealizzabile qualsiasi sogno di trasformazione radicale della nostra storia. E’ evidente che, qualora non si riuscisse a mettere in crisi questo tipo di visione del mondo (aprendovi almeno qualche breccia), evidenziandone i punti deboli, le contraddizioni, gli apriorismi poco razionali e molto dogmatici, se non si riuscisse a immettere nella coscienza giovanile i necessari anticorpi psicologici, etici e conoscitivi, sarebbe impresa assai ardua, se non proibitiva, riuscire a portare avanti qualsiasi discorso ed iniziativa incentrati sul valore universale e costruttivo dei Diritti Umani e sulla concreta possibilità di liberare veramente il mondo dal “flagello della guerra”.

Di fronte a un simile disincanto, credo che tutti noi adulti, insegnanti, educatori, professionisti dell’informazione, politici, ecc., non dovremmo limitarci ad esprimere amarezza e delusione, bensì sentirci chiamati a mobilitarci per far sì che non venga a spegnersi del tutto la capacità di sognare un “mondo più umano”. Ma, prima di ogni altra cosa, non dovremmo, però, mai eludere i seguenti interrogativi:

-          Questi giovani così poveri di speranza in che rapporto stanno con la società adulta? Ne sono l’insolita negazione o la coerente oggettivazione? E noi tutti cosa abbiamo fatto per riempire il loro vuoto, cosa stiamo facendo e cosa, soprattutto, non abbiamo fatto e dovremmo invece cominciare a fare?

Chi ha operato la non semplice scelta di lavorare per un futuro in cui sia sempre più solido e rispettato il valore della dignità umana, sa bene che le dolenti rampogne e i mea culpa di rito dovrebbero lasciare il campo ad un impegno senza sosta, in ogni ambito, volto a favorire un effettivo rinnovamento delle coordinate teorico-pratiche del comune pensare e sentire, e che, per fare questo, non potrà certo bastare ricorrere enfaticamente alle tanto a lungo (e invano) sbandierate “magnifiche sorti e progressive”.

Ma, soprattutto, la domanda che non possiamo assolutamente pretendere di non porci è quella relativa al come siamo diventati noi, a quanto veramente possiamo dichiararci non soggiogati anche noi stessi da una visione cupa e disillusa della vita. Perché, per poterci ritenere “buoni maestri” è indispensabile che il nostro pensiero e il nostro cuore continuino a credere, in maniera quanto più possibilmente razionale, equilibrata e critica, nell’uomo e nei suoi diritti, nonché nelle sue infinite possibilità di crescita. Altrimenti, non potremmo essere credibili, non potremmo essere di alcuno aiuto nel cercare di tener in vita (o di far rinascere) la speranza. Se anche la nostra anima fosse invasa dalle macerie dei nostri ideali, e se noi stessi non sapessimo più sognare un mondo rigenerato, se fossimo diventati incapaci di progettare un mondo bonificato dai muri e dai fili spinati, dalle urla dei torturati, dalla disperazione dei ragazzi di strada, dalle fosse comuni, dai patiboli e dagli arsenali, ecc., come potremmo efficacemente spingere i nostri giovani verso una scelta socialmente e autenticamente impegnata?

Chiediamoci e richiediamoci se, per caso, la resistenza dei nostri ragazzi ad aprirsi ad una visione della realtà fondata sulla fiducia non dipenda in buona dose dal fatto che siamo stati tutti noi i primi a lasciarla fuori dal recinto delle mura in cui ci siamo barricati … Perché abbiamo finito, troppe volte, per sentirci scavalcati e sconfitti dalle ipocrisie di tutti i poteri, dalla brutalità ammaliante dell’”avere”, dalla vacuità dei chiacchiericci politichesi, dall’insaziabile capacità corruttiva del denaro, ecc … Perché abbiamo finito per non sentirci più in grado di poter contare e di poter fare granché, abbiamo finito per credere che il grande compito di costruzione di giustizia e di pace indicatoci dai grandi documenti ONU, UNESCO, UNICEF fossero diventati nobili feticci da riporre in bacheca o, ancor peggio, in soffitta …

Diceva perentoriamente Adolphe Ferrière che non è possibile che ci sia vera educazione in assenza di gioia, e che, di conseguenza, coloro che si venissero a scoprire privi di “gioia nel cuore” dovrebbero immediatamente smettere di fare gli educatori (o di far finta di esserlo). E che gioia mai potrebbe davvero esserci nei nostri cuori senza più la capacità di immaginare/ di desiderare/ di volere un mondo incommensurabilmente lontano dal nostro?

Soltanto se riusciremo a meditare a lungo e con il massimo senso di responsabilità sui pericoli insiti nella morte dell’utopia (ma anche nel suo letargo), la nostra presenza in mezzo ai giovani potrà risultare in grado di aprire squarci preziosi in cieli spesso tanto grigi e desolati.

Altrimenti, se   “le oasi dell’utopia” arrivassero a seccarsi, rischieremmo tutti di ritrovarci smarriti in “un deserto di banalità e confusione” (Habermas).

       L’articolo 26 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani indica esplicitamente le coordinate entro le quali sviluppare una efficace opera educativa indirizzata a costruire un mondo liberato dal cosiddetto “flagello della guerra”:

“ (…) Essa (l’istruzione) deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l’amicizia fra tutte le Nazioni, i gruppi razziali e religiosi …”

Nell’articolo 5, 3 della Dichiarazione sulla razza e i pregiudizi razziali (Unesco, 1978) ritroviamo una analoga enunciazione delle stesse finalità anche a proposito dei mezzi di comunicazione:

“ I grandi mezzi di informazione e coloro che li controllano o li gestiscono (…) sono chiamati - tenendo nel dovuto conto i principi formulati nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e specialmente il principio della libertà di espressione - a promuovere la comprensione, la tolleranza e l’amicizia tra gli individui ed i gruppi umani, ecc.”

E nella successiva Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia (1989), a proposito degli obiettivi fondamentali dell’educazione, inserita in un contesto più ampio e circostanziato, l’articolo 29, 1, afferma:

“ (…) l’educazione del fanciullo deve avere come finalità: (…) d) di preparare il fanciullo ad assumere le responsabilità della vita in una società libera, in uno spirito di comprensione, di pace, di tolleranza, di uguaglianza tra i sessi e di amicizia tra tutti i popoli e gruppi etnici, ecc.”

Ritenendo evidente il fatto di trovarci di fronte a scelte lessicali di natura non fortuita, al fine di meglio comprendere la filosofia politica di cui sono coerente espressione, sarà utile porsi i seguenti quesiti:

  1. L’ordine dei tre termini ricorrenti (comprensione- tolleranza-amicizia) quale concatenazione teorica sottintende?
  2. Perché, prima ancora della tolleranza e dell’amicizia, viene evidenziata la necessità della comprensione?
  3. Quale/i significato/i dovremmo attribuire a tale termine?

Credo che si sia voluto conferire un’importanza basilare e propedeutica al concetto di comprensione al fine di asserire che ogni discorso in merito a tolleranza e ad amicizia tra i popoli che non presupponesse una adeguata formazione conoscitiva, potrebbe risultare del tutto vano, se non addirittura retorico o ingannevole. Ciò secondo un procedimento logico-argomentativo analogo a quello rintracciabile già nello stesso incipit del Preambolo della Dichiarazione del 1948, relativamente alla inscindibile concatenazione

DIRITTI UMANI - LIBERTA’- GIUSTIZIA - PACE:

Considerato che il riconoscimento della dignità umana inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo …”

Un avvertimento, quindi, un’ esortazione miranti a mettere in luce come, volendo prescindere dalla comprensione, risulterebbe del tutto fallimentare parlare poi di tolleranza e di amicizia.

Perché? Perché altrimenti si potrebbe rischiare di propagandare, troppo semplicisticamente, una sorta di “strategia dei buoni sentimenti” o delle “buone intenzioni”, senza andare minimamente ad intaccare e ad attaccare, sul piano conoscitivo (ma anche psicologico), quelle che sono le barriere, le resistenze, le diffidenze che tanto spesso ci impediscono di relazionarci all’altro con serenità e rispetto, in un’ottica di sincero spirito di uguaglianza.

Si potrebbe affermare, anche, che dietro il rifiuto dell’altro ci sia sempre un deficit di carattere conoscitivo. Guardiamo con perplessità - sospetto - timore ciò che non comprendiamo e il timore è, molto probabilmente, la causa principale di ogni intolleranza. Perché se ci sentiamo in pericolo, se guardiamo con timore colui che non comprendiamo, saremo facilmente indotti ad assumere atteggiamenti ostili, con tutto quello che ne potrebbe conseguire. E se ci troviamo in una condizione di ostilità - rifiuto, ogni appello alla tolleranza, all’accoglienza e all’amicizia è tristemente destinato o ad essere ignorato o ad essere recepito in maniera epidermica se non addirittura infastidita.

In un prezioso lavoro di Paola Tabet (La pelle giusta, Einaudi) di qualche anno fa, ma ancora attualissimo, fra le tante reazioni e risposte fornite da bambine/i di scuola elementare e media inferiore al quesito “Se i miei genitori fossero neri”, possiamo imbatterci in terribili parole come le seguenti:

Ma ogni mattina a vedere due neri in casa passerei paura e a mezzogiorno mangerei vermi anche a cena e ciò farebbe venire il vomito” (Tamara, Ferrara, III elementare);

Se i miei genitori fossero neri io li manderei di casa anche se fossero buoni. Perché io ho paura dei neri perché uccidono i bambini e fanno del male” (Montedoro, Caltanissetta, IV elementare);

I negri rubano per vivere, certi negri invece, per guadagnare molti soldi vendono anche la droga …” (Roma, V elementare).

Di fronte all’altro (in questo caso le persone di pelle scura, ma il discorso potrebbe riproporsi per rom, musulmani, sikh, testimoni di Geova, disabili, ecc…) questi bambini dimostrano di trovarsi culturalmente e psicologicamente impreparati , sprovvisti, cioè, di chiavi di lettura che possano loro consentire di entrare in relazione con esso, avvertito come realtà impenetrabile - indecifrabile. E quindi come realtà irraggiungibile in quanto priva di ogni indispensabile aspetto di affinità con il proprio sé e i propri orizzonti di riferimento.

Nello stesso tempo, però, ecco che a tale mancanza vengono a supplire gli schemi interpretativi socialmente acquisiti e sedimentati nella propria coscienza, i quali riescono a cancellare ogni possibilità alternativa (“… anche se fossero buoni …”). In quanto risultato di un processo di iper-generalizzazione, essi hanno, infatti, la capacità di annullare ogni distinzione, ogni sfumatura, ogni peculiarità individuale, hanno la capacità, cioè, di mettere a tacere la voce dell’esperienza prima ancora che possa esprimersi e prima ancora, quindi, che possa produrre conoscenza. In tal modo, l’altro, che non si è in grado di comprendere, finisce per essere risucchiato nel “noto”, inglobato, cioè, all’interno di ben determinati e collaudati stereotipi (nero=selvaggio=soggetto subumano “naturalmente” capace di ogni “bestialità”), grazie ai quali ogni singolo spezzone di realtà viene ad inserirsi in un tutto dove regnano ordine e chiarezza e dove nulla appare imprevedibile.

Stereotipi dalle radici antiche: antiche, potremmo dire, quanto le paure degli uomini e il loro bisogno di ordine e di sicurezza, filtrate e plasmate, però, sulla base delle disumanizzanti esperienze coloniali. Sarà un caso, mi chiedo, che i neri immaginati dalla nostra bambina ferrarese mangino vermi come i “selvaggi” descritti da certi osservatori europei di qualche secolo fa, approdati sul continente americano?!

Di fronte a ciò, appellarsi semplicemente al dovere di “essere generosi, solidali e antirazzisti”, può ottenere soprattutto (e forse soltanto) il risultato di stendere una patina ottundente sopra un coacervo assai intrigato e stratificato di pregiudizi, ostilità, diffidenze, timori, ecc. Riuscendo, nel migliore dei casi, a creare soltanto qualche fragile argine inibitorio e finendo, molto spesso, nel favorire atteggiamenti ipocriti e contraddittori, sorgenti inesauribili di sventure.

Ma una strategia fondata sulla comprensione cosa dovrebbe comportare?

Innanzitutto, direi che dovrebbe promuovere, in ogni ambito e a tutti i livelli, un atteggiamento di accentuata intonazione socratica, ovvero di umile riconoscimento del proprio “non sapere” e non poter comprendere, del proprio non essere in grado di comprendere fino in fondo l’insondabile misteriosità dell’altro. Se sono consapevole di questo, infatti, se ho il coraggio di non mascherare od occultare la mia condizione di ignoranza, allora qualcosa di importante in me potrebbe davvero accadere. Ma passaggio obbligato sarà quello di prendere le distanze dalle tante risposte già date, dalle tante immagini codificate, nonché dalle innumerevoli e ingombranti etichette pre-confezionate …

Sarà indispensabile, cioè, imparare a guardare dal di fuori gli schemi interpretativi a cui meccanicamente facciamo ricorso, imparare a liberarci delle lenti colorate che ci sono state (e che ci siamo) affibbiate e che noi abbiamo finito per credere parte integrante del nostro io.

Operazione non facile, certo, perché, come ci ha ben spiegato Primo Levi :

“Sradicare un pregiudizio è doloroso come estrarre un nervo”.

Ma operazione irrinunciabile e irrimandabile se vogliamo veramente costruire un mondo in cui regnino il dialogo e la pacifica collaborazione. Come ci insegna il monaco vietnamita Thich Nhat Hanh, le nostre vite non sarebbero al sicuro dalla violenza e dalla paura neppure se trasportassimo tutte le bombe sulla luna, “perché le radici della guerra e delle bombe sarebbero ancora nella nostra coscienza collettiva”.

Soltanto grazie ad un responsabile e accurato lavoro sul piano del cogito, sul piano, cioè, delle nostre gerarchie valoriali e delle nostre chiavi di lettura della realtà, sarà possibile poter sperare in una liberazione della nostra coscienza personale e collettiva da tutte le tossine (generatrici di bombe) dell’ignoranza camuffata da verità.

14.05.2018 - Madrid, Spagna - European Humanist Forum 2018

Care amiche e cari amici, ci siamo incontrati qui a Madrid, nei giorni 11, 12 e 13 maggio 2018 in un momento di enorme preoccupazione, tanto per la situazione sociale, in cui la violenza cresce e la vita giorno dopo giorno diventa sempre più difficile, quanto per la situazione interna degli esseri umani. La mancanza di senso e di fede nella possibilità di cambiare le cose, porta alla disperazione, all’intolleranza, al nichilismo, alla violenza interna e perfino al suicidio in molti casi.

Ma di fronte a questa situazione, in questo Forum, abbiamo dimostrato che parallelamente si sta costruendo un’altra realtà, che il discorso “ufficiale” nasconde. Abbiamo potuto vedere esempi, dimostrazioni e abbiamo potuto sperimentare tra di noi in questi giorni questa Nazione Umana Universale, che non esiste solamente nel futuro, ma che anzi già oggi sta diventando realtà.

Nelle 21 aree tematiche, alle quali hanno partecipato più di 600 persone provenienti da 40 Paesi, abbiamo discusso di una grande varietà di argomenti, quasi impossibile da sintetizzare – per quanto proveremo a farlo nelle prossime settimane – pubblicando sintesi nel sito internet e in un libro che prepareremo il prima possibile.

Durante tutta la durata del Forum siamo stati costantemente alla ricerca di ciò che ci unisce partendo dalla nostra diversità, coscienti che non è possibile risolvere i problemi da soli, bensì solamente attraverso gli sforzi intenzionali, e in una direzione di convergenza, di tutte le persone del mondo che si sentono umaniste.

Ma cos’è stato ciò che ci ha unito in questi giorni così intensi? E come si irradierà nel futuro l’esperienza di questo Forum?

Abbiamo visto che l’essenza di “ciò che ci unisce” è il considerare l’essere umano come valore massimo, al di sopra del denaro, dello Stato, della religione, dei modelli e dei sistemi sociali. È dare impulso alla libertà di pensiero. È promuovere l’uguaglianza di diritti e l’uguaglianza di opportunità per tutte e tutti. È riconoscere e incoraggiare la diversità dei costumi e delle culture. È opporsi a ogni tipo di discriminazione e consacrare la giusta resistenza a ogni forma di violenza fisica, economica, razziale, religiosa, sessuale, psicologica e morale.

Il mondo in cui viviamo oggi si trova ad un crocevia, in cui abbiamo bisogno di nuove risposte e di una nuova coscienza. Oggi è necessario cercare la buona conoscenza. Quando questa avanza, il dolore e la sofferenza, che sperimentiamo noi esseri umani, retrocedono. La buona conoscenza porta alla giustizia. La buona conoscenza porta alla riconciliazione. La buona conoscenza porta, inoltre, a svelare il sacro nella profondità della coscienza.

Ci unisce la non-discriminazione dell’altro sulla base della sua religione o della sua irreligiosità; ci unisce la libertà di proclamare, o no, la propria spiritualità o la credenza nell’immortalità e nel sacro. La rivendicazione, una volta di più, della millenaria regola aurea, che ha accompagnato l’essere umano nei migliori momento della sua Storia e che proclama “tratta l’altro come vuoi essere trattato”. Infine, ci unisce il nostro anelare a una nuova cultura di riconciliazione e nonviolenza.

Amiche, amici, il lavoro di questo Forum non finisce oggi in questo atto di chiusura: questo è stato semplicemente un momento di sintesi. Le varie iniziative e proposte che abbiamo appena ascoltato continuano nella direzione tracciata da questo incontro e ci portano a progettare un nuovo momento di sintesi in un futuro non molto lontano.

È per questo che, con tanta allegria, possiamo annunciare oggi che questo Forum si riunirà nuovamente tra due anni.

Proponiamo di rincontrarci a Roma, nei giorni 12, 13 e 14 giugno 2020.

Per tutti pace, forza e allegria!

Madrid, 13 maggio 2018

qui nel video raccontera' una breve storia della battaglia che sta conducendo contro questa malattia...Il video e' una richiesta di aiuto per raccogliere soldi per avere una vita ''normale''...(VIDEO)

 

 

 Non pochi pregiudizi, da sempre, ruotano intorno al concetto di nonviolenza. E sempre i suoi grandi alfieri ed annunciatori hanno avvertito l’urgente necessità di fugare equivoci e di combattere ed abbattere fuorvianti e svilenti fraintendimenti.

Il primo errore (diffusissimo) da evitare è il ritenere che la nonviolenza sia qualcosa di semplicemente “negativo”, ovvero una prassi che si limiterebbe a voler evitare l’esercizio della violenza. Nonviolenza non è soltanto astensione dalla violenza. Nonviolenza è, come dice Aldo Capitini (che non a caso ha sempre preferito parlare di nonviolenza invece che di non violenza), “scelta di un modo di pensare e di agire che non sia oppressione o distruzione di qualsiasi essere vivente, e particolarmente di esseri umani.”

Questo significa che non si tratta soltanto di un mero divieto morale, ovvero di un semplice non dover fare qualcosa , bensì di una vera e propria filosofia di vita, di una vera e propria visione del mondo che pretende di essere radicalmente alternativa a quella imperante, condivisa e rispettata in maniera schiacciante nel mondo di oggi, come nel mondo di ieri.

La nonviolenza - dice sempre Capitini - “non è cosa negativa, come parrebbe dal nome, ma è attenzione e affetto per ogni singolo essere proprio nel suo essere lui e non un altro, per la sua esistenza, libertà, sviluppo.” 1)

La nonviolenza non andrebbe mai confusa con aprioristico rifiuto di ogni genere di conflitto. La nonviolenza è rivolta, è ribellione contro un presente che divinizza la forza, che esalta “lo schiaffo e il pugno”, che assolutizza il dominio incondizionato degli arroganti, degli spregiudicati, dei prevaricatori. E’ tensione continua, sempre imperfetta e sempre insoddisfatta, sempre assetata di trasformazione e attraversata da una perenne e operosa impazienza.

Chi sceglie la nonviolenza parla col suo atto a tutti: segnala una via per tutti, e rompe l’indifferenza o l’incantamento mentre si prepara un’altra guerra.”2)

La nonviolenza non è cosa - dice Gandhi - con cui ammantarsi e nobilitarsi, senza aver spazzato via da se stessi tutto ciò che sa di meschinità e di egoismo.

La prima grande operazione necessaria non è, quindi, tanto deporre la spada impugnata dalla nostra mano, bensì di gettare via quella che insanguina il nostro cuore. Cioè liberare la nostra anima da ogni sudditanza nei confronti di ogni ideologia e di ogni prassi che prevedano, tollerino o addirittura auspichino o magnifichino forme di oppressione e di distruzione dell’Altro, inteso come sostanzialmente diverso da me, come tale inconciliabile con i miei valori, con il mio “stile di vita”, inteso, cioè, come pericolo, come fonte di contaminazione, di disordine morale, come sottrazione di sicurezza, di benessere, ecc …

La nonviolenza si fonda sull’affratellante apertura verso i membri della “famiglia umana”, al di là delle innumerevoli e più o meno fantasiose etichette che giustapponiamo ad essi in base alle differenze etniche, linguistiche, religiose, sessuali, ecc …

La nonviolenza, pertanto, non andrebbe mai vista come una scelta comoda, come un tirarsi indietro, un fuggire la mischia, una sorta di “lathe biosas (λάθε βιώσας) ”, mosso da opportunismo, pigrizia o, ancor peggio, da viltà. Non ha nulla a che fare col “lasciarsi vivere”. Il suo primo bersaglio, anzi, è, semmai, proprio l’indifferenza. Perché l’indifferenza - come ci spiega Elie Wiesel -“è più pericolosa della rabbia e dell’odio”. Perché la rabbia e l’odio possono anche risultare stimolanti e produttivi. Mai, invece, l’indifferenza. Perché l’indifferenza non è e non potrà mai essere un inizio, ma sempre soltanto una fine, la fine di qualsiasi possibilità di cambiamento e di miglioramento. L’indifferenza “è sempre amica del nemico, perché giova all’aggressore”. Consente all’aguzzino, al torturatore di lavorare indisturbati. 3)

L’indifferenza è la grande tentatrice, la grande maga che ci affascina e ci seduce, che ci paralizza e che ci fa sentire lontane le sofferenze altrui, che ci fa sentire irraggiungibilmente e irreparabilmente lontane tutte le vittime di tutte le ingiustizie che ogni giorno massacrano il nostro mondo.

La nonviolenza nulla ha a che vedere, quindi, con rassegnazione, mediocre tatticismo e fuga dalla realtà verso astratti mondi di sogni chimerici e consolatori. “Non accetta - dice sempre Capitini - nemmeno le violenze passate, e perciò non approva l’umanità, la società, la realtà, come sono ora.” 4)

E’ sempre schierata dalla parte delle vittime, sempre pronta a difendere i deboli, gli emarginati. E’ “dramma tormentoso”, è lotta vivificata dalla convinzione che “non può mettersi nel mondo com’è, e lasciarlo tale e quale” 5), ma che sia doveroso battersi con forza travolgente per affermare e difendere l’insostituibilità di ogni singolo essere.

La nonviolenza è impegno “a parlare apertamente su ciò che è male, costi quel che costi, non cedendo mai su questa libertà, e rivendicandola per tutti”. 6)

Il “nonviolento è portato ad avere simpatia particolare con le vittime della realtà attuale, i colpiti dalle ingiustizie, dalle malattie, dalla morte, gli umiliati, gli offesi, gli storpiati, i miti e i silenziosi, e perciò tende a compensare queste persone ed esseri (anche il gatto malato e sfuggito) con maggiore attenzione e affetto, contro la falsa armonia del mondo ottenuta buttando via le vittime.” 7)

La nonviolenza è nemica severa e scomodissima sia della prepotenza dei tiranni, sia dell’indifferenza degli ignavi, sia di quello che Martin Luther King ebbe efficacemente a chiamare “lo spaventoso silenzio dei buoni”. 8)

La nonviolenza è insistente e inesausta operazione di sgretolamento di falsità e menzogne, di censure pianificate e subite, di omissioni meschine e di rimozioni vigliacche, di miti consolatori e di timori paralizzanti. Aspira continuamente a portare allo scoperto le piaghe che avvelenano il nostro mondo, convinta che soltanto quando l’ingiustizia sarà esposta in tutta la sua brutale ripugnanza “alla luce della coscienza umana e all’aria dell’opinione pubblica” potrà essere compresa, combattuta e curata nelle sue radici più profonde. 9)

In questo nostro mondo e in questo nostro tempo, in cui a dominare sono sempre i fabbricanti e i mercanti di morte, chiediamoci, allora, con estrema umiltà ed onestà:

siamo sempre nel mondo iperuranico delle meravigliose utopie create dai grandi sognatori per asciugare le lacrime roventi sul volto delle anime fragili e belle?

Siamo sempre sul piano delle cose buone e auspicabili, ma troppo lontane e troppo difficili?

Delle cose tanto sperabili proprio perché tanto irrealizzabili?

 

NOTE

1) A. Capitini, Religione aperta, p.106
2) ivi, p.108
3) E. Wiesel, The Perils of Indifference, discorso alla Casa Bianca del 12 aprile 1999, in A. Cassese, Voci contro la barbarie, Feltrinelli, Milano 2008, p.363
4) ivi, p.109
5) ivi, p.110
6) A. Capitini, Azione nonviolenta, in Le ragioni della nonviolenza, Ed. ETS, Pisa, 2004, p.179
7) ib
8) M.L.King, Lettera dal carcere di Birmingham, Edizioni del Movimento Nonviolento, Verona, 1993, p. 10
9) Ib

 

Gaza, 7 aprile 2018 - In questo momento, ora locale 2 del pomeriggio, si stanno svolgendo i funerali dell’ultima mattanza israeliana, regolarmente e impunemente annunciata, in risposta alla marcia pacifica del popolo di Gaza che chiede il rispetto delle Risoluzioni Onu. Ma l’Onu, al di là della ridondanza del nome e dei palazzi che occupa, è un’organizzazione timida, e di fronte a Israele si limita, quando lo fa, ad esprimere qualche rimprovero, e generalmente a posteriori!

Chiunque conosca anche soltanto l’alfabeto del Diritto, sa che senza sanzioni non c’è efficacia della norma. Anche all’Onu lo sanno bene e infatti in molti casi le sanzioni scattano anche per una sola Risoluzione violata. Ma Israele no, Israele ne ha violate molte decine, praticamente tutte quelle che lo riguardano e questa continua violazione senza sanzioni è in parte la causa del discredito ormai evidente che ha reso l’Organizzazione delle Nazioni Unite simile a un orso addestrato, capace di mostrare la sua imponente figura, ma muovendo i passi decisi dal suo addestratore.

Questo è il regalo che Israele ha fatto al mondo, mentre sua intenzione era soltanto quella di liberarsi dei palestinesi scomodi.

Ieri, secondo venerdì della “grande marcia del ritorno” l’esercito israeliano ha ferito ancora un migliaio di manifestanti pacifici e ne ha uccisi almeno sette. Il numero potrebbe crescere anche mentre noi scriviamo, perché pare che alcuni dei proiettili usati siano del tipo butterfly, vietati. Ma questo non è un problema per chi ha usato il fosforo bianco per bruciare vivi un bel numero di bambini nell’ultima aggressione militare. Pare che anche Yaser Muntaja, il giovane giornalista palestinese ucciso ieri mentre filmava la marcia a Khuza’a, nei pressi di Khan Younis, sia stato colpito all’addome da un proiettile butterfly. Così ci dicono dall’European Gaza Hospital in cui hanno provato a salvarlo, ma senza successo.

Yaser portava il giubbetto con la scritta PRESS e quindi era ben riconoscibile. Qui a Gaza molti avanzano l’ipotesi che proprio quella scritta l’abbia reso target per i cecchini. Non sappiamo se ciò sia vero, ma sappiamo quanto Israele tema il resoconto reale dei fatti, capace di interrompere la vulgata offerta dagli opinion makers internazionali tra cui, triste a dirsi, quelli italiani brillano.

L’Italia delle testate mediatiche importanti non ha nessun inviato nella Striscia di Gaza per cui le notizie fornite non sono testimonianze ma solo opinioni, opinioni acquisite sotto dettatura e contrastanti con quella realtà che Yaser Muntaja spandeva per il mondo attraverso i social. Con lui sono stati feriti altri giornalisti palestinesi col giubbetto ben in vista e questo rinforza l’ipotesi che quella scritta sia stata un target piuttosto che una protezione, visibile nonostante il fumo nero di migliaia di pneumatici bruciati come tattica difensiva dai manifestanti. Proprio due giorni fa testimoniavamo la determinazione a resistere verificata di persona a Khuza’a e osservata durante una delle normali serate del “popolo degli accampamenti” che partecipa alla grande marcia. E proprio a Khuza’a, cittadina massacrata oltre ogni dire durante l’aggressione del 2014, è stata spenta la voce di un testimone mediatico tanto bravo quanto scomodo. Questo venerdì la nostra testimonianza riguarda il concentramento di Al Breji, Nusseirat, nella zona centrale della Striscia, dove l’esercito occupante ha fatto 5 martiri la scorsa settimana e 2 ieri oltre a 118 feriti.

Quel che abbiamo potuto osservare, e che è testimoniato da migliaia di foto che girano nei social oltre alle nostre, è stata la tattica difensiva usata dai gazawi per limitare gli effetti micidiali dei tiratori scelti: un nutrito gruppo di giovani uomini e donne, facendosi scudo col fumo dei copertoni, si è avvicinato il più possibile al border, restando più o meno a cento metri, sempre all’interno della linea d’assedio, e lì ha dato fuoco a centinaia di pneumatici. Dietro di loro e per una distanza di diverse centinaia di metri, si svolgeva il pacifico e quasi festaiolo concentramento di qualche migliaio di manifestanti. I lacrimogeni superavano comunque la cortina di fumo e arrivavano all’interno della pacifica manifestazione colpendo anche chi stava semplicemente osservando. I nuovi gas usati da Israele sono micidiali e se inalati senza protezione provocano delle strane convulsioni che i medici dello Shifa Hospital stanno cercando di curare. Le maschere artigianali fatte indossare ai bambini hanno una loro efficacia ma solo se l’uso dei gas non è massiccio.

Tra fumo nero dei copertoni, fumo bianco dei lacrimogeni, diversi colpi di fucile sparati dai cecchini, sirene delle ambulanze che raccoglievano i feriti, tende con i nomi dei villaggi distrutti e solenne e commossa commemorazione dei 5 martiri dello scorso venerdì, la manifestazione ha seguitato a svolgersi incredibilmente come una grande festa. Bancarelle con i falafel, i lupini e le nocciole, bancarelle e carretti con frutta fresca, musica, caffè e perfino un clown che mostrava ai bambini come indossare la maschera quasi-anti-gas e, infine, una cosa che forse in occidente sembrerà incredibile: il barbiere mobile. Sì, alla grande marcia per il diritto al ritorno ci si può anche sedere e far tagliare i capelli. Dietro la sedia, il cartello col prezzo e il nome del barbiere. Questa scena ci ha regalato un sorriso, anche se poco prima un candelotto israeliano ci aveva spaccato il parabrezza nonostante fossimo a notevole distanza dalla linea di fuoco. Mi sono chiesta come ci si possa illudere di sconfiggere un popolo così! Passi per le bancarelle, l’offerta del caffè e pure il clown, ma il barbiere da manifestazione è il massimo. O li ammazzano tutti o non ce la potranno mai fare!

Dopo il tramonto, quando ormai si spera che l’esercito si ritiri, si va all’ospedale Al Aqsa, dove le ambulanze della zona centrale portano i feriti. Da un’ambulanza è caduta una scarpa. E’ insanguinata. Quando si muore il piede si rattrappisce e si perdono le scarpe. E’ la scarpa di uno dei due martiri che non ce l’hanno fatta. Vengono portati via correndo su una barella coperta da un telo diventato rosso di sangue. Corrono tutti,sia fuori che dentro l’ospedale. Molti sono volontari. Molti lo sono pur essendo dipendenti dell’ospedale, perché non prendono più lo stipendio in seguito ai tagli dell’UNRWA e alla politica punitiva di Ramallah che l’attentato-farsa del mese scorso ha ottusamente rilanciato.

Non prendono salario né alcuni infermieri né alcuni medici ma non fa niente, sono lì e cercano di ridurre il danno su corpi centrati dai cecchini israeliani. Centrati in modo che sembra scientifico: il bacino, con conseguente asportazione o riduzione della funzionalità dell’apparato genitale, e le gambe nei punti giusti per restare invalidi, come la rotula. Stentiamo a credere che sia voluto e quindi ci limitiamo a riferire quanto ci viene detto dal personale sanitario. Non obiettiamo. Ci troviamo di fronte a situazioni troppo tristi per farlo, come l’uomo cui hanno dovuto amputare entrambe le gambe, il giovane in coma farmaceutico operato al bacino e alla gamba e a rischio di sopravvivenza, l’uomo operato alla gamba che sa di restare invalido e ha 6 bambini, quello operato al fegato per un proiettile che gli ha attraversato il corpo lasciandolo vivo, e anche il ragazzo che non sa come uscirà dall’ospedale né quando né se, ma che riesce a fare un sorriso e a dire shukran, cioè grazie per il supporto dell’Italia.

Per pura umana comprensione non precisiamo che il nostro governo è complice di Israele, ma diciamo soltanto che il popolo italiano che conosce la situazione è con loro. Anche i medici ci ringraziano, e chi scrive non ha il cuore di dirgli che non è l’Italia intesa come Stato né tanto meno come governo a mandare il suo saluto, ma solo quel pezzetto d’Italia che esce dalla narrazione israeliana ed è solidale con la loro lotta. Non possiamo dirglielo in questo momento.

Le parole giuste da dire alle famiglie non ci sono, o almeno chi scrive non le trova, ma l’interprete è bravissima e riesce a trasmettere in arabo quello che in inglese suona solo come frase di circostanza. Usciamo e sappiamo che se la rete ce lo consentirà passeremo la notte a scaricare video e foto per testimoniare di un’altra giornata che poteva essere di festa se la legalità internazionale avesse vinto sulla legge del più forte.

Uscendo i nostri occhi cadono ancora su quella scarpa sporca di sangue. E’ una scarpa da ginnastica, è quasi nuova. Forse portava i passi di un altro sognatore oggi diventato martire. Come Yasser, il giornalista ucciso a Khuza’a, o come Mohammed, lo scultore ucciso lo scorso venerdì. O come tutti gli altri martiri di questa marcia che avendo vinto la paura seguitano ad andare a mani nude di fronte a un nemico armato e micidiale per chiedere al mondo di svegliarsi.

 

*Articolo pubblicato su Pressenza e riproposto su gentile concessione dell'Autrice

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