L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Human Rights (191)

Roberto Fantini
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 Dalla nascita dei primi movimenti pacifisti del XIX secolo, il cammino del pacifismo si è arricchito di molteplici forme di pensiero e di straordinarie esperienze di lotta nonviolenta.

Tante, tantissime cose sono cambiate. I pacifisti, per lo più, oggi, sono trattati con moderato rispetto, non più sbeffeggiati in quanto “anime belle” malate di “panciafichismo”, ma, al contempo, senza mai essere presi veramente sul serio, né in ambito mediatico né tantomeno in ambito politico.

Le vicende balcaniche di fine secolo e l’imperante “guerra al terrorismo” del dopo 11 settembre hanno tragicamente relegato il pensiero pacifista nelle estreme periferie dell’attenzione collettiva, in una sorta di nicchia platonico-epicurea, quasi una dimensione teoretica astrattissima e metastorica. Detto in altre parole, prevale spesso la sensazione che, nel mondo brutale e spietato in cui siamo costretti a vivere, non ci sia più alcuno spazio per chi pretenda di continuare a sognare (e a costruire!) un mondo senza eserciti, con arsenali svuotati e granai riempiti.

Ma la cultura della pace e della nonviolenza è tutt’altro che estinta e tutt’altro che rassegnata a scivolare nella dimenticanza generale. E numerose sono le iniziative che testimoniano la volontà di continuare a difendere e a diffondere i valori del dialogo, dell’amicizia fra i popoli, del rifiuto della violenza in tutte le sue forme, prime fra tutte quelle istituzionalizzate.

In merito al pacifismo di ieri e a quello di oggi, nonché in merito alle reali possibilità di continuare a sperare in un mondo liberato da quello che è stato opportunamente definito “il flagello della guerra”, è nata la conversazione con Francesco Pistolato, antico e prezioso compagno di strada, fondatore del Centro Interdipartimentale “Irene” di Ricerca sulla Pace, all’Università di Udine.*

 

  • Nei testi di scuola in circolazione, dei pacifisti non si parla quasi mai. La scena del cammino storico viene occupata quasi per intero da chi la guerra l'ha voluta e l'ha fatta. Molto poco da chi l'ha subita. Quasi per nulla da chi ha cercato di impedirla. Non ti sembra che bisognerebbe ripensare in maniera sostanziale il modo di concepire, descrivere e tramandare il nostro passato?

Non si tratta solo di un discorso che riguarda il passato.

Per cecità e scarsa consapevolezza delle conseguenze che ciò comporta, noi roviniamo anche il nostro presente sommergendolo in notizie e considerazioni su ciò che di peggio avviene a livello macro, meso e micro.

È come se ci interessasse solo il negativo, come se tutta la bellezza che ancora esiste sul nostro pianeta, e al di là di esso nella meraviglia di un cosmo, che se non altro per la sua immensa vastità dovrebbe incantarci, tutto l’amore che pure è presente nel mondo – pensiamo solo all’amore di ogni madre – non solamente umana – per i suoi figli, ai legami affettivi al di là della propria famiglia, alla solidarietà che per molti non è una parola vana, ai capolavori dell’arte, al fatto di avere un corpo, di respirare, di poter comunicare con la voce, e non solo, i nostri sentimenti e pensieri e tante altre cose che il semplice fatto di essere in vita ci permette di fare, come se insomma la vita per noi non fosse di per sé un’occasione meravigliosa di apprendere e di amare, in onore a un programma propostoci e ripropostoci dagli spiriti più elevati, i quali sì che dovrebbero accompagnare sempre i nostri pensieri, anziché occuparci noi di affari meschini, di dare importanza a gente che non ha nulla da dire, di lamentarci per questo e per quello, di prendere per buone le balle che ci raccontano i media sull’economia, sulla necessità della crescita, sui nuovi despoti ai quali bisogna fare la guerra.

Insomma: se non siamo capaci di immaginare per noi stessi una vita davvero bella, se nutriamo i nostri animi di immondizia, è normale che ci raccontino la storia così, allo stesso modo in cui i telegiornali e i giornali ci inondano di schifezze.

 

  • Ma molti ci dicono che la realtà è questa, solo questa, e che sarebbe infantile cercare di baloccarsi nel sogno ingannevole di altri mondi impossibili …

Perché si racconti la storia in modo diverso, bisogna concepire la vita in modo diverso.

La diversa concezione della vita cui alludo – tra l’altro – non contempla l’opzione della guerra, se non come interruzione del processo vitale della società da parte di pochi – interruzione destinata a divenire sempre più marginale.

Mi rendo perfettamente conto che questo mio discorso può apparire uno sfogo utopistico di qualcuno che vive fuori dal mondo. Eppure l’uomo può scegliere il proprio destino, lo si insegna a scuola, l’esistenza del libero arbitrio appare essere un concetto condiviso a livello di mainstream. Possiamo anche decidere di fare un uso migliore della nostra libertà di scegliere, perché disponiamo appunto di libertà.

Chi vede sempre tutto nero, alimenta ciò che considera negativo e crea un alibi per il proprio e altrui disimpegno.

 

  • Purtroppo, però, la storia dei movimenti pacifisti  appare come una storia dolorosa, ricchissima di luce intellettuale e morale, ma costellata da continui fallimenti e sconfitte. Pensi che la situazione attuale del fronte pacifista consenta qualche ragionevole speranza o ritieni che ci sia ben poco di cui rallegrarsi ?

Le cose, per cambiare, richiedono un cambiamento del livello di coscienza generale, per il quale i pacifisti lavorano. Se i tempi sono lunghi, non credo che la cosa si possa imputare loro. Smettere di lavorare per la pace è come chiudere gli ospedali perché la gente continua a morire.

D’altra parte, fallimenti e sconfitte sono interpretazioni. Ogni serio impegno a favore della convivenza è di per sé un successo - considerate le forze che alacremente lavorano per la guerra - e porta a risultati a volte macroscopici, ma minimizzati dai professionisti dei media e dagli storici di professione. Pensiamo alla caduta del muro di Berlino, frutto di un lavoro nonviolento pluridecennale e non solo dell’implosione dell’Unione Sovietica e della RDT. Pensiamo alla stessa Unione Europea, che nel 2012 ha ricevuto il Nobel per la Pace: l’Unione è stata concepita da alcune personalità in epoche in cui le guerre imperversavano – erano anche loro pacifisti, e il loro progetto si è realizzato.

 

  •  Il pacifista austriaco  Alfred Hermann Fried, nel suo "Diario di guerra" (1914-19),** di cui hai recentemente curato la traduzione e la pubblicazione, scrive che ogni qualvolta gli capitava di sentir parlare le persone piene di odio nei confronti delle altre nazioni,  in lui si faceva strada prepotentemente  il pensiero che fosse "assolutamente necessario penetrare maggiormente nella psicologia dell'odio tra le nazioni", nella convinzione che la presenza e la forza dell'odio fossero in stretta correlazione con l'assenza di vere idee e con la latitanza della ragione.

Quanto ti sembrano travasabili nel tempo contemporaneo queste sue riflessioni?

L'attualità c'è naturalmente tutta, e i meccanismi dell'odio irrazionale sono stati studiati sufficientemente nel corso del Novecento. Per il secolo in corso e per quelli a venire proporrei una ripresa del programma mai realizzato di duemila anni fa: scoprire la presenza dell'amore nella vita umana e nella natura. Dove una luce si accende, il buio scompare. Giornali e telegiornali ci parlano delle tenebre, cioè di dove la ragione latita. Così facendo latitano anche loro nel buio e invitano noi a restarci, a rimanere nella disperazione per un mondo sempre più folle. Una ragione illuminata ci parlerebbe piuttosto del buono e del bello e così ne aiuterebbe la manifestazione in questo mondo: le persone comincerebbero a parlare di fatti piacevoli di cui hanno sentito o hanno letto, i bambini crescerebbero meno disincantati.

Vorrei ribadire questo concetto e poi venire al pratico, per non essere preso per un sognatore al limite della demenza. 

Evitare di dipingere e proporre solo il peggio di quello che succede, come fanno i media costantemente, e soffermarsi invece sul tanto di buono che c'è - e già sento, come Socrate nel Gorgia quando proponeva i re filosofi, i tanti che sghignazzano e dicono: "ma questo è un idiota, di che cosa ci sta parlando?" - è possibile, perché mai non dovrebbe esserlo? Chi obbliga i giornalisti a rovesciare addosso alla gente solo l'immondizia? Non sarebbe ragionevole e un gran sollievo per tutti parlare anche e soprattutto d'altro? Proprio non riesco a vedere perché non si possa fare a meno di propinarci tante schifezze. O meglio, so perché questo accade, e vengo al punto successivo, alla proposta pratica. 

 

  • Ma se questo oggi è il mondo dell’informazione, non sembrerebbero esserci molte possibilità per valide alternative. Forse dovremmo recuperare, dal mondo classico e dalla civiltà illuministica, un po’ della straordinaria fiducia nutrita nella autonomia della nostra ragione, nella sua illimitata potenzialità critica …

La ragione, questa facoltà splendida che ci permette di godere di tanti frutti in termini di civiltà, cultura e scienza, da sola non basta. Da sola, usata in modo unilaterale, la ragione produce esiti perversi. Esempi ne abbiamo dappertutto: in economia, ove razionalizzazione significa aumento dei profitti a scapito della forza lavoro; nella scienza, ove di fronte alla possibilità tecnica di realizzazione di un quid, magari nefasto - l'esempio della bomba atomica vale per tutti - lo scienziato non ritiene di doversi tirare indietro. Per questo nelle scienze per la pace viene introdotto l'elemento etico e negata la cosiddetta neutralità della ricerca, che è una neutralità finta, in quanto a priori c'è sempre una scelta sul da farsi e questa scelta a qualcosa si ispira, cioè non è affatto neutra. Il discorso sull'etica tuttavia è vastissimo e molto soggettivo, oltre che culturalmente determinato. 

Viviamo però in un'epoca fantastica, ove menti più avanzate, che non si nutrono dell'immondizia propinataci giornalmente, ma guardano oltre, stanno cominciando a scoprire che l'uomo è molto di più di quello che comunemente si crede e che, strutturalmente, siamo perfettamente attrezzati per elevare le nostre esistenze. Mi riferisco in particolare alle ricerche dell'HeartMath Institute - Home - HeartMath Institute e in italiano Coerenza Cardiaca - HeartMath® in Italia! Controllo dello stress, miglioramento dello stato di salute e della performance umana , laddove si vede, e si può apprendere, dato che viene spiegato a chi voglia conoscere, come il nostro cuore abbia la capacità di metterci in armonia con l'ambiente sociale in cui viviamo. Un lavoro di questo genere è realmente trasformativo e costituisce una metodologia pratica di diffusione della pace, partendo da noi stessi.

Il buon Fried, dal quale siamo partiti, viveva in un'epoca in cui tutte queste cose non erano ancora a portata di mano. Oggi lo sono, e con esse si potrebbero riempire TG e giornali.

In attesa che ciò avvenga, chi è veramente interessato alla pace, parta da queste indicazioni e inizi un percorso serio e proficuo.

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NOTE

*Francesco Pistolato, romano di nascita, insegna tedesco alle scuole medie superiori. Laureato in Giurisprudenza e in Lingue Straniere presso l’Università di Roma, ha conseguito un PhD in Sociologia presso l’Università di Granada. Nella sua vita di studioso ha privilegiato un approccio multidisciplinare, approfondendo tematiche nell’ambito della psicologia, della politica, della filosofia occidentale e orientale, della religione, della storia. Alla cultura di pace ha dedicato gran parte dei suoi sforzi negli ultimi anni.

Selezione bibliografica degli studi per la pace di Francesco Pistolato

(Ed.) Per un’idea di pace, Padova, CLEUP 2006

(Ed.)  catalogo della mostra Die verborgene Tugend / La virtù nascosta Treviso, Europrint Edizioni, 2007

Traduttore di: E. Krippendorff, Lo Stato e la guerra (Staat und Krieg, Frankfurt, Suhrkamp 1985), Pisa, Gandhi Edizioni 2008

(Ed.): Le rose fioriscono in autunno, Pisa, Gandhi Edizioni 2009

(Ed. e traduttore): A.H. Fried, La guerra è follia, Pisa, Gandhi Edizioni 2015

Nel web:

Ekkehart Krippendorff, La paz como cultura étca y libertad: http://digibug.ugr.es/handle/10481/40806

**Alfred Hermann Fried, La guerra è follia. Diario di un pacifista austriaco dal 1914 al 1919, traduttore e curatore Francesco Pistolato, Centro Gandhi Edizioni, Pisa 2015

28.11.2017 - Il CISDA – Coordinamento Italiano in sostegno donne afgane – è una rete che da anni opera a fianco delle donne afgane per la dignità della persona, contro tutti i fondamentalismi e le guerre. Ne parliamo con Laura Quagliuolo, una delle attiviste.
 
 
Quando è cominciata la vostra attività?

Il CISDA come onlus registrata si è costituito nel 2004 per poter accedere ai fondi destinati ai progetti di cooperazione, ma in realtà il nostro lavoro con le donne afgane va avanti dal 1999.  In quel momento il paese era sotto i talebani, dopo una sanguinosa guerra civile avvenuta tra il 1992 e il 1996 e i signori della guerra, finanziati a seconda dell’etnia dagli Stati Uniti, dall’Arabia Saudita eccetera, si contendevano il controllo del territorio. Non si parlava delle violenze di tutti i tipi a cui erano sottoposte le donne, fino ad arrivare alla lapidazione per adulterio. Il gruppo RAWA (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan; www.rawa.org), nato nel 1977, ha deciso di far conoscere la situazione e ha scritto a vari gruppi femministi in Europa, Stati Uniti e Canada.  In Italia il loro appello è stato raccolto dalle Donne in Nero, dalle donne che orbitavano intorno all’Arci Isolotto di Firenze e in particolare da Luisa Morgantini, che le ha invitate a partecipare alla Marcia Perugia-Assisi e poi a raccontare la situazione in vari incontri e conferenze.
Nel 2001, dopo l’invasione americana, sempre Luisa Morgantini ha guidato una delegazione composta da europarlamentari, attivisti e giornalisti nei campi profughi in Pakistan (in quel momento era troppo pericoloso andare in Afghanistan). C’è stato un altro viaggio nel marzo 2002 e da allora fino al 2014 almeno una delegazione all’anno si è recata in Pakistan e Afghanistan. Inoltre organizziamo un incontro annuale  nazionale/internazionale in Italia e convegni anche in altri paesi, invitando le donne afgane delle varie associazioni che sosteniamo – oltre a Rawa, HAWCA (Humanitarian assistance of the Women and Children of Afghanistan; www.hawca.org) ) OPAWC (Organization for Promoting Afghan Women’s Capabilities); AFCECO (Afghan Child Education and Care Organization) e SAAJS (Social Afghan Association Justice Seekers). Nel 2015 c’è stato un convegno a Berlino, organizzato dalle donne tedesche, di cui abbiamo tradotto gli atti.
In Italia il primo nucleo formatosi nel 1999 si è poi allargato ad altre associazioni e a singole donne  interessate a collaborare e oggi il CISDA è oggi attivo a Milano, Firenze, Trieste, Como, Roma, Torino, Piadena e Belluno. Il nostro scopo principale non è raccogliere fondi, ma portare fuori dall’Afghanistan il messaggio politico dei movimenti di lotta (laici e non fondamentalisti) del paese.
 

Da allora quali attività si sono sviluppate?

Le donne di Rawa sono le più dure, tanto che Meena, la loro fondatrice, è stata uccisa da sicari del fondamentalista Gulbuddin Hekmatyar. Fin dall’inizio hanno creato ospedali e ambulatori mobili e organizzato corsi di alfabetizzazione per donne e scuole per bambine e bambini sia nei campi profughi in Pakistan sia in Afghanistan.  Molti giovani che si sono formati nelle scuole di RAWA hanno poi fatto dei percorsi nella società civile, formando varie Ong registrate e riconosciute, che con il nostro sostegno hanno creato orfanotrofi e scuole di musica e organizzato corsi di alfabetizzazione e professionali per consentire alle donne di lavorare e di valorizzare le loro capacità. Vengono anche erogati micro-crediti alle vedove per permettere loro di mantenere i figli, sottraendole così alla prostituzione e dell’accattonaggio. Le case per donne maltrattate offrono protezione e cure a chi ha subito violenza all’interno della famiglia e sono previsti anche interventi per monitorare la situazione. Nessuno di questi progetti viene proposto da noi; sono loro a definire via via le esigenze e poi lavoriamo insieme per realizzarli, cercando fondi e donazioni e partecipando a bandi anche europei. E’ stato anche avviato un lavoro con i parenti delle vittime di anni di violenze commesse, partito soprattutto per documentare i crimini dei signori della guerra e dei talebani. Oggi una Procuratrice del Tribunale dell’Aia sta chiedendo autorizzazioni per istituire un processo contro talebani, forze afghane – polizia, servizi segreti, esercito –  e truppe americane (per queste ultime a partire dal 2003).

 
Com’è adesso la situazione nel paese?

Ancora disastrosa, soprattutto nelle zone rurali, dove domina una società tribale e arretrata. L’85% delle donne è analfabeta, la mortalità infantile e femminile è altissima, mancano acqua pulita, elettricità, strutture sanitarie ecc. In compenso la corruzione dilaga (anche approfittando dei fondi per la ricostruzione sviati dai progetti tipo scuole e ospedali), si spendono ancora milioni per la guerra (noi italiani ci mettiamo 1 milione di euro al giorno) e gli americani pur di mantenere le loro basi continuano a sostenere i vari signori della guerra. Ormai i talebani controllano gran parte del territorio. L’Afghanistan produce il 92% dell’oppio del mondo ed è ancora pieno di milioni di mine.  Durante la nostra ultima visita, nel marzo di quest’anno (per tre anni abbiamo dovuto interrompere i viaggi perché la situazione era troppo pericolosa), dovevamo andare in giro con una scorta armata di uomini, eppure in occasione dell’8 marzo è sempre stata organizzata una celebrazione in un luogo chiuso, ma pubblico, con canti, poesie e testimonianze. 
Da dove ti viene il coraggio per affrontare queste situazioni pericolose?
Non credo di essere molto coraggiosa, ma sono sempre stata una militante pacifista e ho voluto far parte fin dall’inizio delle delegazioni che andavano in Pakistan e Afghanistan. Non è solo questione di dare, ma anche di ricevere e io ho ricevuto tanto da loro. Sono le donne afgane a darmi forza e a spingermi e io non intendo certo mollarle. E poi questi viaggi sono un’esperienza incredibile, ti danno un altro angolo da cui vedere il mondo.

 
C’è qualche situazione che ti ha particolarmente toccato e commosso?

Il contatto diretto con le violenze tremende subite da tante donne e la loro capacità di ridere anche delle situazioni più tragiche. Le tante situazioni comiche che capitano quando ci si sposta in un paese dove spesso le fogne sono a cielo aperto e le strade ben diverse da quelle a cui siamo abituate.

 
Come vedi il futuro del paese e delle vostre attività in rete con le donne afgane?

Ecco, questo del “fare rete” è un punto fondamentale, anche perché ultimamente l’Afghanistan è un po’ sparito dall’orizzonte e quindi ogni occasione di portare qui qualche attivista e parlare della situazione precaria del paese è preziosa. Loro sono consapevoli dell’enorme lavoro che c’è ancora da fare per liberarsi non solo dei signori della guerra e della droga, ma anche delle tradizioni oppressive che calpestano i più elementari diritti umani. Noi siamo una piccola associazione di volontarie, ma stiamo facendo la nostra parte, anche se è una goccia nel mare. E questo aiuta ad andare avanti e a sentirsi meno impotenti.
 

Per gentile concessione dell'agenzia di stampa Pressenza

Sulla questione dei trapianti convergono elementi assai diversi quali: slanci etici da parte dei singoli; interesse personale nel caso prima o poi si avesse bisogno di organi altrui; grave disinformazione da parte del mainstream mediatico; pressappochismo e incompetenza dei decisori politici (e a volte anche corruzione); indecidibilità scientifica e filosofica sull’esatto statuto ontologico del morire; enormi -e preponderanti- interessi finanziari da parte di una varietà di soggetti.
Non si tratta di stabilire statisticamente se e quanti escano dal coma cerebrale. Si tratta di impedire che il bisogno di organi e il loro scambio medico-affaristico prendano il sopravvento sul diritto di ciascuno di essere curato con la massima attenzione possibile, senza che i corpimente ancora pulsanti diventino un semplice materiale di ripristino di corpimente altrui, anche con le migliori intenzioni.”
1)

Alberto G. Biuso (professore associato di Filosofia teoretica nel «Dipartimento di Scienze Umanistiche» dell’Università di Catania)

 

Una delle persone più attive nel nostro paese nel portare avanti la lotta contro le teorie e le pratiche trapiantistiche, che legittimano, esaltano e attuano il prelievo degli organi da persone dichiarate “cerebralmente morte”, ma con cuore battente e organismo ancora caldo e funzionante, è certamente Silvana Mondo, Consigliera nazionale della Lega contro la Predazione di Organi e la Morte

a cuore battente 2), madre di un ragazzo, Paolo, espiantato dei suoi organi, quasi 20 anni fa.

Mio figlio Paolo - scrive la signora Mondo - a 19 anni è stato macellato a cuore battente dopo essere stato abbandonato per 4 ore nel corridoio del pronto soccorso dell'ospedale di Trieste e poi sequestrato in rianimazione al Cattinara, ma non per salvarlo. L'espianto di mio figlio è stato un atto ingiusto e crudele. Se lo avessero curato sarebbe vivo e avrebbe 37 anni …”

L'ideologia del trapianto di organi come “cosa buona e giusta”, atto sommamente filantropico, volto a distribuire salute e anni di vita a malati in situazioni di grande gravità, non sarebbe altro che un “falso culturale”, una ideologia palesemente e spietatamente utilitaristica propagandata come solidarietà, un vero e proprio inganno “gestito dai comitati d'affari della sanità trapiantistica e della sperimentazione coatta, che vivono sul dominio assoluto degli esseri umani trasformati in cavie e in merce.”

La sanità - afferma perentoriamente Silvana Mondo - coltiva la malattia e la morte come spauracchi per piegarci al suo volere. Non siamo noi il fine, ma gli affari e la ricerca.”

Lo Stato, infatti, risparmierebbe sui traumatizzati cranici e i malati in coma (obiettivo questo, tra l’altro, esplicitamente dichiarato dagli stessi membri della Commissione di Harvard che, nel 1969, coniò e rapidamente diffuse il concetto di “morte cerebrale”), utilizzandoli nel crescente multimiliardario mercato dei trapianti.

Nell’ultimo comunicato della Lega Antipredazione degli Organi 3), la signora Mondo sostiene, poi, la tesi secondo cui quanto previsto dalla legge recentemente introdotta relativa al delitto di “tortura” dovrebbe essere applicato senza alcuna esitazione alla pratica degli espianti di organi vivi dal corpo di coloro che sono classificati come “cadaveri” solo grazie a fittizie e discutibilissime convenzioni prive di scientifica oggettività.

L’Art. 613 bis (Tortura) della Legge 14 luglio 2017, n. 110, infatti, prevede che

Chiunque, con violenze o minacce gravi, ovvero agendo con crudeltà, cagiona acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico a una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia, potestà, vigilanza, controllo, cura o assistenzaovvero si trovi in condizioni di minorata difesa, è punito con la pena della reclusione da quattro a dieci anni … se i fatti sono commessi da un pubblico ufficiale... da cinque a dodici anni...

Se dai fatti deriva la morte quale conseguenza non voluta, la pena è della reclusione di anni trenta.

Se il colpevole cagiona volontariamente la morte, la pena è dell'ergastolo”.

 

Secondo questa madre ferita quanto profondamente e sinceramente impegnata, sarebbe indubitabile che l'espianto debba essere ritenuto un atto programmato e volontario finalizzato al procacciamento di organi e che, di conseguenza, sarebbe doveroso parlare di tortura già al momento in cui una persona (con lesione cerebrale per incidente o malattia) venga sequestrata nella Rianimazione per essere posta sotto ventilazione, non col fine di essere curata, bensì per compiere esami non autorizzati e dannosi, finalizzati unicamente agli accertamenti dei caratteri immuno-genetici per la compatibilità al trapianto e la valutazione della qualità degli organi.

E si tratterebbe di tortura anche per quanto concerne l'esecuzione di test dannosi per la dichiarazione autoritaria di “morte cerebrale” effettuata a cuore battente (angiografia cerebrale, test dell'apnea che può produrre lo stato di “non ritorno”, ecc.).

Ai genitori - spiega (con chiari e dolorosi riferimenti di carattere personale) - non è permesso di capire cosa sta succedendo, di stare vicino al proprio figlio, di trasmettergli amore ed energia. Poi i genitori frastornati vengono posti di fronte al bivio crudele di donare gli organi o staccare la spina, comunque in entrambi i casi un'esecuzione di morte nella tortura. Infatti di omicidio volontario si tratta quando sotto farmaci paralizzanti i chirurghi affondano il bisturi dall'ugola al pube per asportare organi pulsanti o quando viene sospesa la ventilazione senza svezzamento ai non donatori.”

Al nostro Paolo 19enne - prosegue - non curato, hanno espiantato prima le cornee poi, nel buio della cecità, il cuore, il fegato, i reni, in 7 lunghe ore di tortura sotto farmaci paralizzanti per contrastare le contrazioni del suo corpo.

Se questa non è tortura crudele e degradante con omicidio volontario sotto l'egida delle autorità sanitarie dello Stato, che cos'è?

 

A noi, denuncia mamma Silvana, “hanno estorto una firma con l’inganno”, perché nulla le sarebbe stato detto (come d’altronde a tanti altri genitori in analoghe condizioni) in merito alle reali modalità che caratterizzano le operazioni di espianto, operazioni che riguardano non un cadavere in senso proprio, ma un individuo biologicamente vivo, privo di manifestazioni (accertabili) di coscienza.

 E qui, ovviamente, ci imbattiamo nella questione cruciale: quando parliamo di “morte cerebrale”, di cosa realmente parliamo? Per poter negare a Silvana Mondo e ai tanti filosofi, teologi e scienziati che avanzano riserve sulla fondatezza scientifica della nozione di “morte cerebrale” il diritto di lanciare l’accusa di “tortura”, dovremmo essere certi della totale assenza di qualsiasi forma di coscienza nella persona del potenziale “espiantato-donatore”. Ma quanto è possibile e quanto potrà mai essere possibile conseguire una simile certezza sul piano della assoluta incontrovertibilità scientifica?

Le accuse della signora Mondo potranno pure apparire abnormi, frutto di un’anima irreparabilmente colpita, ma fintanto che non si riuscirà a dimostrare che il cervello del “morto cerebrale” abbia veramente raggiunto un livello di totale, definitiva e irreversibile privazione di tutte le sue funzioni (come, tra l’altro, prevede categoricamente la legislazione vigente nel nostro paese), non potranno essere ignorate.

Tali accuse, infatti, dovrebbero, come minimo, indurci a riflettere, con abissale senso di responsabilità e con inesausto senso critico, su quelli che sono i parametri, i criteri, le metodologie e le tecnologie attualmente adottati per approdare alla dichiarazione di “morte cerebrale”, evitando di continuare a ritenere dogmaticamente indiscutibile, inattaccabile e immodificabile la prassi attualmente adottata e applicata.

Potrebbe venire, infatti, un tempo un cui saremo obbligati a chiederci come possa non essere stato a tutti evidente il carattere “crudele, disumano e degradante” dell’ estrarre cuore, fegato e polmoni caldi e pulsanti da un organismo umano farmacologicamente paralizzato incatenato ad un letto. E a chiederci come sia stato possibile non concedere ascolto, con la doverosa attenzione, al grido di dolore di madri come Silvana che cercano, con commovente dignità, di far nascere in noi dubbi salutari e spiragli di sensibilità critica …

.

  1. https://www.biuso.eu/2013/10/25/deliri-e-trapianti

  2. www.antipredazione.org

  3. Anno XXXIII, n. 16, 23 Novembre 2017

 

 10.11.2017 - L’affollato incontro “Cosa succede davvero al di là del Mediterraneo?”, organizzato giovedì 9 novembre nella magnifica cornice delle scuderie di Villa Borromeo ad Arcore ha visto momenti di rabbia e indignazione per tragedie che si potrebbero benissimo evitare, ma anche di commozione e speranza davanti agli esempi di coerenza e solidarietà che mostrano un lato dell’essere umano ben diverso dal cinismo e dalla mala fede di tanti rappresentanti della politica e dei media.

Il giornalista Stefano Pasta introduce l’incontro inserendolo in un momento particolare, in cui al rischio di indifferenza e fastidio (se non aperto razzismo) davanti alle continue morti in mare si contrappone quella “normalità del bene” che fa da sfondo al libro di Daniele Biella “L’isola dei Giusti – Lesbo , crocevia dell’umanità”. Gli ultimi quattro anni vissuti in Europa si potrebbero così raccontare sottolineando i muri, il filo spinato, la xenofobia, i famigerati accordi dell’Unione Europea con la Turchia e dell’Italia con la Libia, ma anche parlando di corridoi umanitari, di iniziative di aiuto ai profughi da parte di chi viene poi accusato di “reato di solidarietà”. Tornano così alla mente episodi commoventi e incancellabili come la folla che alla stazione di Monaco accoglie i profughi siriani cantando l’Inno alla Gioia, o gli austriaci che si organizzano con cortei di auto per aiutare i rifugiati ad attraversare le frontiere. Conoscere queste due Europe, insiste Pasta, aiuta a scegliere da che parte stare e a non restare indifferenti.

Ed è davvero difficile restare indifferenti davanti ai dati esposti nel corso dell’incontro: gli arrivi in Italia sono diminuiti, ma il numero di morti nel Mediterraneo è aumentato (2.097 accertati nel solo 2017), arrivando alla mostruosa proporzione di 1 persona che muore in mare ogni 34 o 42.

Il racconto delle storie di solidarietà dei sette Giusti di Lesbo risolleva l’animo con una semplice constatazione: ci sono ancora persone capaci di mettersi al posto, a disposizione dell’altro, non per pietismo, ma perché sanno che domani la stessa sorte tragica potrebbe toccare a loro. E questo rende ancora più assurda e indignante l’accusa di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina” , una criminalizzazione della solidarietà che colpisce chi, non solo a Lesbo, sceglie di seguire la propria coscienza e ignorare una legge iniqua per soccorrere esseri umani in fuga da guerra, miseria e sofferenze.

Il periodo trascorso a Lesbo per la preparazione del libro ha creato amicizie che durano ancora adesso, racconta Daniele, passando poi a descrivere l’attuale, drammatica situazione, con migliaia di persone bloccate in hotspot sovraffollati, in condizioni spaventose, costrette ad attendere mesi per conoscere la loro sorte e spesso rimandate in Turchia. Nawal, la protagonista del suo primo libro, si trova ormai da tempo proprio a Lesbo, impegnata a denunciare i continui abusi da parte di autorità e polizia e a difendere chi li subisce.

Un intermezzo intenso e commovente viene offerto dalla performance di teatro sociale “Alt! Farsi conoscere – Corpi vulnerabili in scena” della compagnia Camparada – Consorzio Comunità Brianza: dieci ragazzi provenienti da Ghana, Mali, Senegal, Gambia e Costa d’Avorio si raccontano con canti, musica, mimo e brevi discorsi scanditi dal ritmo dei bonghi e trasmettono al pubblico un messaggio semplice e profondo, accolto da calorosi applausi: “Siamo come voi. Abbiamo gli stessi diritti e vogliamo solo vivere in Italia senza essere giudicati in base al colore della pelle.” Esprimono l’affetto e la riconoscenza per la comunità che li ha accolti in un’atmosfera commossa che coinvolge tutto il pubblico.

La serata prosegue con video girati a Lesbo, ricchi di testimonianze in greco sottotitolate in inglese, che ancora una volta esprimono la scelta di aiutare gli altri senza sentirsi un eroe, ma facendo semplicemente quello che è giusto e necessario.

Si passa poi agli otto giorni trascorsi da Daniele Biella in settembre sulla nave Aquarius della ONG Sos Mediterranée, impegnata in operazioni di salvataggio dei migranti con l’aiuto di Medici senza Frontiere, più volte definita “una delle esperienze più importanti della mia vita.” Anche qui foto, video e racconti che coinvolgono il pubblico in un alternarsi di momenti drammatici e liberatori e aiutano a sentirsi vicini a chi ha superato sofferenze indicibili per arrivare in Italia.

L’intervento di Martina Cresta, referente per i corridoi umanitari della Diaconia Valdese, si contrappone alle immagini e ai dati sconvolgenti visti e ascoltati finora: è possibile arrivare in Italia in modo sicuro, in areo, con i propri bagagli, senza pagare trafficanti e rischiare di finire negli orridi centri di detenzione in Libia. E tutto questo grazie a un accordo tra i Ministeri degli Esteri e degli Interni, la Comunità di Sant’Egidio, la  Federazione delle chiese evangeliche, la Tavola Valdese e la CEI (Conferenza episcopale italiana). Un accordo che ha già portato in Italia mille siriani provenienti dai campi profughi in Libano e che, rinnovato di recente, porterà ad altri 1.000 arrivi anche da Marocco ed Etiopia. Le persone “selezionate” sono tra le più vulnerabili (spesso mutilate o con alle spalle esperienze terribili). Una volta in Italia, grazie all’impegno degli operatori della Diaconia Valdese, ottengono lo status di rifugiati in tempi molto più veloci di quanto succeda in genere e vengono aiutate a intraprendere percorsi di studio e di lavoro

Certo, i numeri sono bassi a fronte dell’enorme crisi umanitaria in corso, ma quest’esperienza dimostra che un’alternativa esiste; se la si applica solo a pochi è per una scelta degli Stati europei, che preferiscono gli accordi con la Turchia e la Libia a una politica che metta in primo piano i diritti umani.

L’incontro tocca il suo apice drammatico con la testimonianza audio di Gennaro Giudetti,  giovane volontario imbarcato sulla nave Sea-Watch, che racconta l’ultimo, tragico “incontro-scontro” con la Guarda Costiera libica, con un bilancio finale di 5 morti, tra cui un bambino piccolo e oltre 50 dispersi. E tutto questo permesso e avvallato dall’accordo stipulato dal nostro governo con la Libia!

E le emozioni non sono finite: tra gli interventi del pubblico spicca la commovente testimonianza di Vito Fiorino, il pescatore presente durante la strage del 3 ottobre 2013, che racconta come è riuscito a salvare 43 persone.

Una serata necessaria, coinvolgente e intensa, che spinge all’azione…

 

Per gentile concessione dell'agenzia di stampa Pressenza

Pochi giorni fa, è rimbalzata sulla scena mediatica e, ahimè, rapidamente scomparsa, la notizia, giudicata da tutti come sensazionale, relativa ai risultati ottenuti da una neuroscienziata italiana operante in Francia, con un paziente in stato vegetativo “irreversibile”. La dottoressa in questione, Angela Sirigu, direttrice di ricerca all’Istituto di Scienze cognitive Marc Jeannerod del Centro nazionale di ricerca scientifica (Cnrs) di Lione, è riuscita, infatti, servendosi di elettrostimolazioni applicate al nervo vago per un intero mese, a fare recuperare la coscienza ad un paziente in stato vegetativo giudicato “irreversibile” da ben 15 anni. Da precisare che, al fine di rendere particolarmente significativo l’esperimento, il paziente sia stato scelto proprio per la gravità delle sue condizioni e per il fatto di non aver mai manifestato, dal giorno dell’incidente, alcuna forma di miglioramento.

E’ stato molto importante - ha dichiarato la Sirigu nel corso di un’intervista - scoprire che i cambiamenti osservati dopo la stimolazione del nervo vago riproducono esattamente ciò che accade in natura quando un paziente migliora autonomamente da stato vegetativo a stato di minima coscienza, il che suggerisce che abbiamo attivato un meccanismo fisiologico naturale. Inoltre l’esperimento dimostra che anche in pazienti gravissimi, finora ritenuti privi di speranza, dopo molti anni la plasticità del cervello permane (la Pet ha registrato la comparsa di nuove connessioni nervose) e che un recupero della coscienza è sempre possibile.” (Avvenire 28 settembre)

Di importanza straordinaria, a prescindere da tutti gli eventuali ulteriori accertamenti che potranno essere attuati, la conclusione a cui è potuta approdare la ricercatrice:

Da oggi - ha affermato - la parola “irreversibile” non si potrà più dire”.

Insomma, ancora una volta, quello che sembrava impossibile si è verificato. Ancora una volta certezze ritenute indiscutibili sono state smentite. Ma perché stupirsi, poi?! L’intera storia della scienza, della medicina in particolar modo, non è forse perennemente alimentata dal continuo crollare di vecchie credenze e di paradigmi e canoni interpretativi, da un giorno all’altro dichiarati obsoleti o addirittura fasulli? E ogni volta che una vecchia (e falsa) certezza viene abbattuta, non dovrebbe essere per tutti noi festa grande? Anche per coloro che, alle vecchie certezze, si erano tanto affezionati?

Simili eventi, comunque, dovrebbero sempre indurci ad abbracciare la massima cautela e a invitarci alla massima prudenza nel voler erigere a Verità dimostrata quanto ricavato dallo stato attuale delle nostre (sempre modestissime) conoscenze, soprattutto per quanto concerne l’essere più straordinario e misterioso dell’intero universo (l’uomo) e il suo organo più straordinario e misterioso (il cervello).

La scienza è un sapere dinamico, in continua espansione, sempre chiamato ad arricchirsi e a rinnovarsi, di rivoluzione in rivoluzione. E il suo campo è il piano fenomenico, non certamente quello meta-fenomenico o, kantianamente parlando, noumenico. Ovverosia essa è chiamata a cercare di comprendere il “come” della realtà, non certo ad indagare né tantomeno a rispondere in merito ai grandi “perché” e in merito ai massimi problemi della vita umana. Lì entra in gioco la filosofia (oggi alquanto bistrattata) e, per chi sceglie di credere, la teologia. Ma sempre più la scienza tende a mettere le mani sui momenti più sacri e sfuggenti della nostra esistenza, quali il nascere e lo spegnersi della vita. Il pensiero teologico e la morale cattolica hanno tentato e tentano tuttora di non lasciare “carta bianca” al crescente strapotere scientifico, schierandosi fermamente a difesa della vita nascente e di quella morente. Ma, mentre sul primo fronte, indipendentemente dalla loro accettabilità, le posizioni assunte ufficialmente dalla Chiesa presentano una innegabile coerenza, non è possibile dire altrettanto per quanto concerne il secondo. Questo perché, mentre a livello di dichiarazioni di principio si continua a ribadire l’urgente dovere di “affermare il diritto alla morte naturale” (Amoris laetitia, Cap.III, 83), rinunciando però, di fatto, a sollevare il benché minimo dubbio in merito al nuovo criterio di morte (svincolato dalla cessazione del respiro e del battito cardiaco), utilitaristicamente e a-scientificamente introdotto dalla Commissione di Harvard nel 1969, finisce per abbracciare acriticamente la pratica dei trapianti di organi, che proprio dall’accettazione incondizionata della validità della cosiddetta “morte cerebrale” trae fondamento e legittimazione .

Ma quanti, fra di noi, si sono chiesti e si chiedono cosa si debba intendere per morte cerebrale, e, soprattutto, cosa veramente essa sia? Quanti sono disposti ad escludere con categorica certezza che, nel cosiddetto “morto cerebrale” (individuo il cui organismo, pur continuando a presentare una vasta gamma di fenomeni vitali, resi possibili da organi chiaramente funzionanti e quindi vivi, risulta non in condizione di manifestare forme di vita cerebrale), sia totalmente e definitivamente scomparsa quella cosa impalpabilissima che chiamiamo coscienza? Quanti, poi, fra coloro che credono all’esistenza dell’anima e che, pertanto, non si rassegnano a pensare l’essere umano come semplice somma di atomi e di organi destinati, prima o poi, a diventare “concime per i fiori”, sono pronti ad asserire con inattaccabile fermezza che la morte cerebrale coincida (o sia successiva) con la definitiva separazione dell’anima dal corpo? Ovvero, quanti sono pronti ad escludere, senza il minimo dubbio, che, nel più profondo dell’essere di una persona dichiarata “cerebralmente morta”, oltre, cioè, il suo fenomenico, epidermico apparire, al momento in cui il bisturi e la sega elettrica dei chirurghi entreranno in azione, non sia più presente una qualche forma di legame con la sua anima, in grado quindi di provare sensazioni di atroce sofferenza, ancora dotata di libero arbitrio, ancora immersa nel suo lento (ma quanto lento?) processo di distacco dal corpo e dal mondo, ancora capace di ravvedimento, di pentimento e di eventuale conversione, in modo da poter modificare a proprio vantaggio (anche radicalmente) il destino ultraterreno che l’attende?

Possibile, mi chiedo, che il mondo dei cristiani, sia oramai conquistato (ipnotizzato?) a tal punto dai valori terreni (per tanto tempo tanto condannati), da aver totalmente messo in soffitta il concetto di anima e il problema della sua salvezza? Possibile che non si pensi che le pseudo-garanzie e le pseudo-certezze offerteci dall’attuale sapere scientifico (diverso da quello di ieri e diverso da quello di domani) in merito a ciò che veramente siamo e in merito ai confini (imperscrutabili) tra il vivere e il morire non dovrebbero in alcun modo indurre i credenti a dimenticare e a rinnegare il proprio credo, come se parlare di anima e di salvezza sia divenuto anacronistico, come se, di fronte agli sfavillanti progressi della scienza, entrambi i concetti siano diventati oggetti ingombranti di cui ci si dovrebbe magari (in un’epoca così “moderna”), addirittura vergognare?

A proposito del rapporto di sconcertante sudditanza instauratosi fra Chiesa cattolica e Medicina, per quanto attiene la questione morte cerebrale-trapianto di organi, credo possa risultare utile esaminare con attenzione quanto affermato nell’Evangelii gaudium (Cap. IV, 243).

Scrive papa Bergoglio che

Quando il progresso delle scienze, mantenendosi con rigore accademico nel campo del loro specifico oggetto, rende evidente una determinata conclusione che la ragione non può negare, la fede non la contraddice.”

Ora, chiediamoci: cosa “il progresso delle scienze” potrebbe avere a che vedere con la tesi secondo cui la morte cerebrale rappresenterebbe il totale-irreversibile annichilimento di ogni forma di coscienza? Detto progresso è stato certamente determinante, ma non nel senso che ci ha permesso di acquisire maggiori conoscenze tali da farci sentire autorizzati a rivoluzionare radicalmente i millenari criteri di accertamento del processo di morte, bensì soltanto perché, come recita la dichiarazione della Commissione di Harvard, le nuove tecnologie possono consentire di sostenere (spesso rianimare) e mantenere in vita un numero continuamente crescente di malati in condizioni anche molto gravi. Cosa questa che ha inevitabilmente comportato una altrettanto crescente (alquanto dispendiosa) occupazione di posti letto nelle strutture ospedaliere. Proporre l’adozione del criterio della morte cerebrale come via pratica per la risoluzione di un problema di ordine pratico (come esplicitamente dichiarano coloro che per primi hanno coniato tale criterio) cosa avrebbe a che vedere con il “rigore accademico”, con l’evidenza teoretica, con il potere, i diritti e i doveri della ragione e della fede?

Il testo prosegue dicendo che

Tanto meno i credenti possono pretendere che un’opinione scientifica a loro gradita, e che non è stata neppure sufficientemente comprovata, acquisisca il peso di un dogma di fede.”

Ora, una simile affermazione può esattamente essere riferita proprio alla nostra questione. Il credere alla assoluta fondatezza del criterio della morte cerebrale, infatti, è solo e soltanto “opinione scientifica” tutt’altro che “sufficientemente comprovata” (tanto è vero che è stata contestata e continua ad esserlo, oltre che da filosofi e teologi, anche da autorevoli uomini di scienza), ma, ahinoi, molto gradita a larga parte del mondo cattolico, che la abbraccia con favore perché impropriamente correlata alla cosiddetta “cultura del dono”: solo l’accettazione incondizionata, infatti, dell’indiscutibilità della morte cerebrale può rendere legalmente possibile (come ben dichiarano gli stessi membri della Commissione Harvard) espiantare organi vivi destinati al trapianto, nonché vedere nella prassi della “donazione” degli organi una auspicabile manifestazione di straordinaria generosità, volta ad allungare vite e a ridurre sofferenze. Aspirazioni indiscutibilmente nobili e sante, ma non certo in grado di trasformare una mera “opinione scientifica” in verità evidente e razionalmente innegabile, tantomeno “dogma di fede”!

Quando poi il papa si riferisce agli scienziati che “vanno oltre l’oggetto formale della loro disciplina e si sbilanciano con affermazioni o conclusioni che eccedono il campo propriamente scientifico”, come non pensare a quanti pretendono di definire, con boria sprezzante, i confini certissimi dell’inizio e della fine della vita umana? Confini, fra l’altro, continuamente riveduti e corretti dalle continue ricerche ed esperienze scientifiche, che sempre più ci dovrebbero obbligare ad un umile ed onesto atteggiamento di “sospensione del giudizio”.

In dubio pro vita”! Così la migliore saggezza teologica si è espressa per secoli. E così le autorità ecclesiastiche cattoliche continuano a porsi, per quanto concerne l’inizio-vita. Perché, invece, mi chiedo, non per il fine-vita, che, fra l’altro, agli occhi della sensibilità e della dottrina cattoliche, dovrebbe apparire sommamente sacro e doverosamente inviolabile (in quanto decisivo per quanto concerne la “vita eterna”)? Anzi, dubbi e perplessità vengono sollevati a profusione soltanto in merito ai pazienti in stato vegetativo (vedi caso Eluana Englaro). Per quelli ritenuti in stato di morte cerebrale (da qualche ora!), invece, perché no? Chi garantisce che sia davvero così sostanzialmente diversa la condizione dei secondi da quella dei primi? E, inoltre, chi potrà mai offrirci garanzie assolute rispetto alle possibilità umane di determinare con oggettiva sicurezza i confini fra l’una e l’altra condizione? Chi potrà mai escludere a priori che, nella determinazione dello status del paziente, non possano intervenire, oltre ai limiti delle conoscenze scientifiche e della strumentazione tecnologica, fattori contingenti, imprevedibili e incontrollabili, legati a componenti strettamente “umane” (stanchezza, approssimazione, precipitazione, superficialità, interessi di carattere economico e/o carrieristico)?!

Molto opportunamente le parole di Papa Francesco chiamano in causa il rischio del sovrapporsi, inquinante e deformante, di una “determinata ideologia”. Ma tutto il percorso argomentativo che dovrebbe condurci al credere nella validità del criterio di morte cerebrale non è forse totalmente sorretto e legittimato da una ben precisa visione della natura umana di carattere materialistico e meccanicistico?

Il dire: non si registrano più segnali fisici di attività del cervello, quindi tizio è defunto (anche se il suo cuore batte) e lo possiamo lecitamente trattare come una costruzione Lego, prenderci questo e quello, certi che non vi sia in lui più alcunissima forma di coscienza, non è forse una convinzione palesemente ideologica?

Il fatto di far coincidere totalmente cervello e coscienza non è forse una convinzione di chiara natura ideologica, che esclude dogmaticamente la possibilità di forme di coscienza non necessariamente derivanti e dipendenti dall’organo cerebrale (sempre ammesso che si possa davvero, senza dubbi di sorta, dichiararlo definitivamente e irreversibilmente “spento”)?

Non è pura ideologia materialistica non contemplare minimamente (in palese contraddizione con quanto percepibile a livello empirico sensoriale) il poter esserci, nella persona umana, di una dimensione coscienziale non fenomenicamente registrabile attraverso gli strumenti tecnologici a nostra disposizione (sempre limitati e in continuo, travolgente progresso)?

Si dirà: ma la scienza non pretende - non deve pretendere -   di indagare il piano metafisico! Ma, nel momento in cui dichiara “morto” un individuo che empiricamente “sembra vivo” (in quanto caldo e respirante), si arroga indiscutibilmente il diritto/potere di stabilire con certezza l’esserci o meno della coscienza (e quindi della vita interiore), presupponendo di sapere cosa essa veramente sia, cosa la produca e in che modo si relazioni con la dimensione corporea. Così facendo, non irrompe forse, come un elefante infuriato, nella cristalleria delle ideologie metafisiche? E, nel momento in cui si esclude aprioristicamente l’esserci nell’uomo di quella cosa che da millenni chiamiamo “anima”, non stiamo facendo pura metafisica?

E perché - torno a chiedermi con stupore e amarezza - la Chiesa cattolica ha scelto di farsi trascinare su questo carro ideologicamente materialista anti-scientifico, anti-filosofico e anti-teologico?

Potrà forse il successo dell’esperimento condotto dalla dottoressa Angela Sirigu indurre a preziosi ripensamenti, a prendere, cioè, in considerazione, con la necessaria e dovuta serietà, l’eventualità che il “morto cerebrale” non sia una “cosa”, ma sia ancora “persona”, non sia cioè realmente un morto, ma soltanto un (probabile) morente? E quindi un nostro fratello fragilissimo, bisognoso - per quanto possibile - di assistenza, di conforto e di profonda pietà?

Potranno le sue fermissime parole (“da oggi la parola “irreversibile” non si potrà più dire”) incitare il mondo della medicina e della Chiesa a usare maggiore umiltà, a rinunciare a stolte pretese di onniscienza, in rispettosa sintonia con un sano filosofico “sapere di non sapere”, a rispettare, con maggiore coerenza quanto tutti osannano in coro, il “valore della vita” e la “dignità inviolabile della persona”?

A scegliere, in nome della sapiente norma “in dubio pro vita”, di non correre mai e in nessun caso il rischio di trattare un paziente vivo (probabilmente moribondo) come se fosse già cadavere, un vivo come se fosse un morto?

geutruAll’ONU il 7 luglio scorso è stato adottato uno storico Trattato che proibisce gli ordigni “atomici” promosso dalle nazioni che non possiedono il nucleare, assenti le 9 nazioni che possiedono la bomba “atomica” e tutti i paesi NATO (eccetto l’Olanda).

Un movimento mondiale disarmi sta , che ha sospinto il voto coraggioso di 122 stati “battistrada” – per lo più del “movimento dei non allineati” -, ha reso concreta la speranza che l’Umanità riesca finalmente a liberarsi della più terribile minaccia per la sua sopravvivenza, tenendo conto che una guerra nucleare può essere scatenata addirittura per caso, per incidente o per errore di calcolo.

Anche il Parlamento Europeo ha approvato, il 27 ottobre 2016, una risoluzione su questi temi (415 voti a favore, 124 contro, 74 astenuti), invitando tutti gli stati membri Dell’Unione Europea a “partecipare in modo costruttivo” ai negoziati ONU, quelli che successivamente hanno varato il Trattato del 7 luglio.

Il governo italiano è stato assente alle sedute dei negoziati in sede ONU.

Giovedì 21 settembre scorso si è svolta una manifestazione a Roma avanti il nostro Ministero degli Esteri dei movimenti anti-nuclearisti per chiedere al nostro governo di lavorare perché questi ordigni siano ripudiati, di attivarsi perché vengano ovunque aboliti e che l’Italia ratifichi al più presto il Trattato di interdizione delle armi nucleari del 7 luglio scorso, in coerenza con l’articolo 11 della nostra costituzione, anche per dare impulso ad un’economia di pace.

Di conseguenza, per essere coerente e credibile con quanto richiesto, il nostro Paese deve liberarsi con decisione autonoma delleruuu bombe nucleari USA ospitate a Ghedi ed Aviano, anche perché violano il Trattato di Non Proliferazione Nucleare. Si tratta delle bombe B6 1 indicate dalla Federation of atomic Scientists (ufficialmente è “riservato” quante e dove siano), che ora verranno rimpiazzate dalle più micidiali B6 1-12. Da mettere anche in conto la possibilità di Cruise con testata atomica a bordo della VI flotta USA con comando a Napoli e che attracca anche in numerosi altri porti italiani.

“Eliminiamo le armi nucleari prima che loro elimino noi !”, l’appello di Russell ed Einstein è stato fatto proprio dalle numerose associazioni presenti: Disarmisti Esigenti, WILPF Italia, No guerra No NATO, Pax Cristi, IPRI-CCP, Pressenza, LDU, Accademia Kronos, Energia Felice, Fermiamo chi scherza con il fuoco atomico (Campagna OSM-DPN), Peace-link, la Fucina per la Nonviolenza di Firenze, la Chiesa Valdese di Firenze, Mondo senza guerre e senza violenza, Comitato per la Convivenza e la Pace di Danilo Dolci-Trieste.

 

Abbiamo raccolto qualche testimonianza.

Giuseppe Padovano, Coordinatore Nazionale del Comitato No Guerra No Nato:” Il nostro comitato niente affatto ideologico, niente affatto legato a partiti politici o a progetti elettorali, vuole allontanare dal nostro paese ogni rischio di coinvolgimento militare in guerre che servono esclusivamente a tutelare interessi non dei nostri concittadini ma dei potenti di altri paesi.

Questo rischio è sempre più concreto e sempre più nucleare. Quini noi siamo partiti dal presupposto che l'uscita dalla Nato e una politica autenticamente neutrale sia l'obiettivio da conseguire. Per farlo drrtdobbiamo avere la consapevolezza e poi l'appoggio dell'insieme del popolo italiano in quanto, lo ripeto, ne va direttamente delle nostre vite il cui destino verrebbe ykklldeciso da altri, assai lontani da noi.

Per questo la nostra mobilitazione è rivolta a tutti, non è una invenzione di ambienti di sinistra per uscire dall'attuale insignificanza politica.

Nota a parte, ma decisiva, il Partito Democratico non è più un partito della sinistra storica italiana, ma è l'autentico partito americano nel nostro paese.

In questa campagna popolare abbiamo trovato una grande attenzione del mondo cattolico che è molto presente e collabora alle nostre iniziative, certamente un significativo intervento lo giocano ma  sporadicamente, non ancora con una linea chiara, coerente, e conseguente sia i partiti della sinistra radicale, sia a macchia di leopoardo i 5 stelle. Ma una svolta importante, ed è questo il motivo della  nostra campagna assieme a Disarmisti esigenti a Wilpf ed altre espressini pacifiste, l'abbiamo avuta quando si è concretizzata una iniziativa internazionale per la interdizione  completa degli armmamenti atomici e da quel momento abbiamo deciso di unificare la nostra richiesta politica e pratica di far rispettare al nostro paese la firma che nel 1975 ha posto al trattato di non proliferazione che impedisce  al nostro paese di detenere a qualsiasi titolo (direttamente o per conto di altri) qualsiasi tipo di ordigni nucleari, alla battaglia perché il nostro paese aderisca positivamente alla battaglia di civiltà e di  sopravvivenza per l'intera umanità che vota a favore dela risoluzione ONU su tale argomento. Sul piano pratico unitariamente investiremo tutte le istituzioni rappresentative del nosra paese di mozioni  dirette in questo senso. Finisco osservando che già due Consigli regionale (Toscana e Puglia) ed alcuni consigli Comunali tra cui quelli di Ancona e Firenze hanno votato questi O.D.G.. Sarà nostra cura non farli restare nei cassetti.”

Giovanna Pagani – delegata della società civile italiana alla conferenza ONU per il Trattato di interdizione delle armi nucleari: “ Un appuntamento doveroso per pacifisti convinti come noi appartenenti a tante associazioni che sono per l’abolizione del nucleare. E' stato approvato all’O.N.U. il trattato di interdizione delle armi nucleari, 50 stati hanno già firmato, di cui tre anche ratificato i precetti della Santa Sede, siamo qui per chiedere al Governo italiano, con forza e determinazione, che si associ agli stati e firmi, ratifichi il trattato, abbiamo un’urgenza straordinaria in quanto sul nostro territorio sono depositate circa 70 bombe nucleari USA nelle basi di Ghedi e di Aviano, abbiamo circa 12 siti nucleari che mettono a rischio la popolazione civile per via del problema della contaminazione; facciamo questa battaglia di civiltà in nome dell’umanità intera, perché il rischio nucleare non è legato ad uno stato ma al Mondo intero.”

Marco Palombo, attivista,” questa campagna, secondo me, potrebbe diventare qualcosa di storico; io quel poco che posso fare lo faccio, cosa succederà comunque lo vedremo; vedo che c’è  la possibilità di spingere per l’eliminazione delle armi nucleari, quindi quel poco che posso fare lo faccio.”

Ada, dell’associazione “Disarmisti Esigenti” , “ Questa mattina sono venuta qui per partecipare a questa manifestazione che è importantissima per quanto riguarda la pubblicità all’appello del trattato contro le armi nucleari, mi sto occupando in particolare della traduzione del libro dal francese, che è la copia originale, all’inglese, di Stephane Hessel: “Esigete! Un disarmo nucleare totale”, a cura di Mario Agostinelli, Luigi Mosca e Alfonso Navarra; cosa molto ardua, dato il fatto che sia l’Inghilterra che gli U.S.A. sono potenze nucleari; difficile trovare un traduttore in possesso anche di quei dati tecnici e scientifici per trattare gli argomenti, ma spero comunque di riuscirci.”

Alfonso Navarra, disarmista esigente e obiettore di coscienza: “ Con l’appuntamento che abbiamo tenuto questa mattina davanti al Ministero degli affari Esteri iniziamo a premere con questa campagna della ratifica italiana del trattato di proibizione che non è il trattato di “Non proliferazione”. Proibizione significa che le armi nucleari sono illegali, fuori legge, non solo per quanto riguarda l’uso, ma anche per la semplice minaccia d’uso, dice il trattato, quindi lo stesso possesso: questo è un fatto molto importante. Lo stesso fatto di minacciare come ora vediamo che succede nell’attuale crisi mondiale. Non interessa capire chi è stato primo o chi è stato secondo... o chi è più grosso: con questo trattato tutte le armi nucleari diventano fuori legge, tutte vanno smantellate e questo è il nostro compito futuro: riferendomi a quello che diceva poc’anzi Marco Palombo; bisogna riuscire a passare dalla proibizione giuridica, all’eliminazione effettiva di questi ordigni.”

6575765Patrizia Sterpetti del WILPF, Women's International League for Peace and Freedom,” Sono qui questa mattina perché credo fermamente in questa iniziativa, in questa campagna di progressiva ratifica. Il punto fondamentale è che il fatto stesso della presenza di arsenali nucleari, o che ci siano alleanze militari, impedisce di usare risorse economiche per altri aspetti dell’organizzazione della vita sociale. Questo è un aspetto molto sentito dalla WILPF, cioè occorre assolutamente togliere il badget destinato alle spese militari e destinarlo alla spesa sociale, all’istruzione,alla sanità, all’agricoltura, all’arte, cioè a tutto ciò che può consentire un progresso e un avviamento più compiuto alla democrazia e al rispetto dei diritti umani.”

Pino: antinuclearista, “ Penso che questa manifestazione sia da moltiplicare in tutte le sedi possibili; nel mondo ognuno di noi dovrebbe avere un tremendo terrore della probabilità che questo secolo, anziché come si prospettava sia il secolo dell’America, o anziché come si dice adesso, il secolo della Cina, possa essere il secolo della fine dell’umanità perché causata da un presidente folle messo a capo di una delle nazioni più potenti, oppure perché casualmente si preme un bottone, o c’è un errore di interpretazione, di calcolo, ecco, tutte queste possibilità si sono fatte sempre più vicine come testimonia anche l’associazione degli scienziati contro la guerra che spostato in avanti le lancette dell’orologio di questo nostro povero pianeta a due minuti e mezzo dalla mezzanotte: cioè il pericolo è molto più imminente di quando se ne parlava tanto tempo fa, prima della caduta del muro di Berlino, durante l’epoca della

deterrenza reciproca, cioè del terrore reciproco.”

 

 

La lista degli aderenti sarà sempre aperta:singoli e gruppi potranno sottoscrivere anche on line alla URL: https:www.petizioni24.com/italiaripensacisulbandodellearminucleari

20170913 181650Era la prima guerra mondiale e il 24 agosto 1917, da poco scoccate le 20 e trenta, a Roma una micidiale esplosine riecheggia violentemente in tutta la capitale. L’immane fragore è così intenso da essere udito fino in centro, al palazzo della Regia Questura. Si scoprirà che quell’immensa sciagura riguarda la Caserma dell’Appia Nuova che, altro non era, che il Vecchio Forte dell’Acqua Santa, ovvero il deposito carburanti per Aerostati e Dirigibili dell’aviazione italiana, in quella che era allora aperta campagna oltre l’estrema periferia di Roma. In estrema segretezza e fuori del recinto murario del Forte, 20170913 200958erano stati approntati due enormi capannoni che rilevati da privati, dopo lavori di ampliamento, erano stati attrezzati per la fabbricazione di bombe da lanciare proprio da mezzi d’aria, come aerostati o palloni, sulle trincee nemiche. Ma il laboratorio allestito all’Acqua Santa era sempre meno in grado di assicurare spazi di lavoro adeguati e di accogliere in condizioni di sicurezza, sia i materiali da utilizzare nelle lavorazioni, in particolare gli esplosivi, sia i prodotti finiti. Due giorni prima dello scoppio, il 22 agosto il lavoro della polveriera era stato ulteriormente intensificato a causa di nuove richieste avanzate in quei giorni dal Comando Supremo.

In seguito allo scoppio si parlo di almeno 98 morti. Le autorità preposte all’indagine propesero per la tesi che all’origine del disastro c’era stata la deflagrazione di una piccola quantità di perclorato di ammonio, mentre veniva triturata prima di essere utilizzata per caricare le granate. I morti, in realtà, furono molti di più come dimostra, documenti alla mano, Enrico Malatesta, professore, giornalista e scrittore autore del libro:” Orrore e sangue a Roma – Padre Pio e la strage dell’Acqua Santa”. Incrociando i documenti militari con altri altrettanto sconosciuti e segretati della Questura di Roma, l’autore scopre che i morti del Forte dell’Acqua Santa, alias Caserma Appia, sono più di 240 e che, oltre i 98 artificieri dichiarati morti, gli altri sono tutti ragazzi tra i diciassette e i  vent’anni, analfabeti e soldati di bassa forza, senza la minima cognizione e competenza da artificiere, ai quali segretamente era stato affidato il medesimo incarico: armare 20170913 192326bombe, granate ed altri proietti, con polveri anche scadenti. Di questi ultimi, a tutt’oggi, a distanza di cento anni, non se ne conosce né nome, né cognome.

Il triste evento è stato ricordato a Roma in una commovente cerimonia il 13 settembre scorso presso il reparto sistemi informativi automatizzati dell’Aeronautica Militare, situato nello stesso luogo dove esisteva la polveriera dell’Acqua Santa. Al termine della celebrazione della S. Mesa, a ricordo dei caduti, è stata scoperta e benedetta una targa commemorativa. A seguire una tavola rotonda dal titolo: Il contributo dell’Acqua Santa alla grande guerra” cui hanno partecipato il Gen. Giovanni Fantauzzi, Comandante Logistico A. M, l’arch. Simone Ferretti, Presidente dell’associazione “Progetto Forti”, il prof. Enrico Malatesta, giornalista e scrittore, e il Gen. Isp. GArm Basilio Di Martino, storico militare.

Sempre più spesso, i mezzi di comunicazione di massa, riportano fenomeni sociali e spinosi, legati alla violenza sulle donne. Oggi,    sebbene l’evoluzione e il progresso della società, ha raggiunto alte vette, le donne continuano ad essere vittime di violenze, fisiche e psicologiche. Il più delle volte, la violenza viene perpetrata da persone che vivono nello stesso contesto familiare. I casi più diffusi di violenze, secondo dati statistici, sono infatti quelli che si consumano dentro le mura domestiche. Il dato più inquietante è che, nella maggior parte dei casi, le vittime amano i loro carnefici e sono disposte a tessere la loro difesa, nella speranza di un cambiamento. Le donne, nella storia, sebbene rappresentano l’altra metà del cielo, hanno dovuto lottare parecchio per l’affermazione dei loro diritti. Molti passi avanti sono stati fatti, ma la strada è in salita e, ancora oggi, la donna viene considerata il “sesso debole”. Questa debolezza fisica, che biologicamente può essere anche vera, si è tramutata nel tempo, in taluni casi, in una forma di sottomissione obbligata della donna all’uomo. Ogni qualvolta le donne cercano di cambiare questa condizione, spesso tacitamente accettata e considerata normale dalla società, hanno dovuto subire ritorsioni di ogni genere, in alcuni, assimilabili al concetto di violenza. Il silenzio è ovviamente la forma peggiore di accettazione, per questa ragione, la violenza sulle donne è un tema ampiamente dibattuto ai nostri giorni. Femminicidio è una parola coniata, proprio per esternare alla società di oggi, che esiste un problema, grande, grave, serio e apparentemente irrisolvibile. Un fenomeno che porta con se paura, dolore, incertezze e in casi estremi, può portare anche alla morte.


Nella pienezza dei tempi, il fenomeno della violenza contro le donne è stato considerato degno di nota, al punto da essersi meritato una giornata mondiale, che si svolge il 25 novembre, con manifestazioni che hanno risonanza in tutto il mondo.
Una giornata dedicata e rivolta alle donne, però, non è sufficiente ne esaustiva. Per cambiare la realtà bisogna, innanzitutto, provocare un cambiamento nella mentalità radicata nella nostra società. Le donne che subiscono violenza non sempre trovano la forza per denunciare l’accaduto, specie quando si tratta dei loro compagni. Tutto può iniziare con uno schiaffo o una presa un po’ troppo forte delle braccia, che genera qualche livido. Alcuni lividi sono facili da nascondere, ma con il passare del tempo, le ferite provocate diventano insanabili e si perde progressivamente la forza di reagire e di chiedere aiuto a qualcuno. La seconda volta è un pugno, la terza un oggetto che viene lanciato contro. La quarta potrebbe diventare l’ultima.
Bisogna cambiare le mentalità di tutti: delle donne in primis. Bisogna imparare ad essere sensibili alla violenza, a riconoscerla in quanto tale, per poterla combattere nel modo giusto. Per farlo è importante partire dal basso, dalle piccole cose del quotidiano, a volte trascurate.

Violenza non è soltanto quella fisica; nel concetto di violenza vanno annoverate tutte quelle azioni che si compiono per annullare volontà e libertà, elementi sui quali si costruisce l’autostima. E’ notorio che le parole hanno un peso e spesso possono ferire più delle azioni. Usare termini denigratori contro una donna è un modo per farle del male, per screditare il suo valore. Tutto ciò è un dramma di non facile soluzione. Ma questo non vuol dire che non si possa far nulla per cambiare la realtà: basterebbe partire dall’assunto che non esistono assolutamente differenze tra gli uomini e le donne e che, queste ultime, andrebbero trattate esattamente allo stesso modo. La parità di genere è una locuzione che deve trovare applicazione nella pratica e ciò con l’intento di garantire all’uomo, e alla donna, gli stessi diritti e la stessa dignità. Solo così la donna può veramente rappresentare l’altra metà del cielo.

                                                 

                                                                            “7 agosto 1914

                     Un dolore tremendo mi opprime. La guerra mi pesa come se avessi addosso una pietra da un quintale; è come se tutto ciò che nella vita ha valore fosse stato soffocato. Quando mi sveglio al mattino, mi capita sempre lo stesso: per un istante mi sento bene, ma solo per un istante, poi subentra l’idea della guerra e lo stato di benessere scompare, sostituito da un gran peso psichico. Lo stesso mi succede durante il giorno, quando, leggendo o conversando mi dimentico per qualche minuto della situazione: il pensiero della guerra ritorna subito e mi schiaccia.

Per me il mondo ora è completamente diverso. Non è più come prima, come due settimane fa. Come per un incantesimo tutto appare differente. I monti dinanzi alla mia finestra, il verde dei prati, le ville deliziose, tutto mi si presenta come i resti di una vita da me un tempo vissuta ed ora perduta per sempre. Un criminale deve sentirsi così dopo la condanna. Pensa a un mondo esterno pieno di splendore e felicità, dal quale è escluso. Anch’io mi sento come dietro mura di ferro che mi separano dal passato.

Dal 25 luglio, giorno della rottura delle relazioni diplomatiche fra l’Austria e la Serbia, non riesco più né a lavorare, né a leggere un libro. Mi muovo inquieto su e giù senza combinare niente, leggo i giornali e aspetto il numero successivo dei quotidiani. Non è possibile né concentrarmi per lavorare né riflettere. Mi sento peggio di coloro che passivamente accettano quello che sta succedendo: le famiglie che devono separarsi dai loro cari arruolati, l’economia bloccata. Vedo già quello che sta per accadere, tutta la miseria che genererà la guerra appena cominciata e il tempo infinito che durerà, ben più di un anno. Tutto questo mi divora.”

(pp.37-38)

             Potrebbe, forse, questa pagina con cui si apre il diario di Alfred Hermann Fried (La guerra è follia. Diario di guerra di un pacifista austriaco dal 1914 al 1919, Centro Centro Gandhi Edizioni) risultare già ampiamente sufficiente per entrare in contatto con le dimensioni profonde della sua anima di generoso e sempre coerente pacifista, caratterizzate, in maniera particolarmente pronunciata, da:

-          viscerale empatia nei confronti della sofferenza umana;

-          naturale tendenza a sentirsi moralmente responsabile verso coloro che più sono colpiti dalle sventure;

-          lucidità intellettiva nitida e penetrante;

-          capacità clinica di lettura dei fatti;

-          attitudini intuitive che, in più casi, acquistano il volto della chiaroveggenza.

Scrive Paul Fussell che, benché ogni guerra possa essere definita “ironica”, risultando sempre “peggiore di quel che ci si aspettasse”, la Grande Guerra - senza alcun dubbio - si impone come la più ironica di tutte le precedenti e anche di tutte le successive, perché nessun evento bellico sarebbe stato in grado di arrivare, in modo tanto radicale e sconvolgente, a capovolgere la stessa “idea di Progresso”.

Ma la follia nazional-militarista di inizio secolo, che ha saputo ubriacare intere opinioni pubbliche e anche nutrite e titolate schiere di intellettuali, non è riuscita minimamente ad intossicare le acutissime capacità di analisi di Fried che, come gli altri pochi veri pacifisti dell’epoca, si è costantemente dimostrato perfettamente consapevole dell’immensità del baratro che si stava aprendo sotto le fondamenta stesse della civiltà moderna, nonché delle incalcolabili rovinose conseguenze che ne sarebbero derivate.

Per molti, infatti, la Grande Guerra ha rappresentato un traumatico squarciarsi di “veli di Maya”, tutto un crollare di mitologie beote, un liquefarsi di deliri statolatrici e di nefandezze parolaie farsescamente titanico-superomistiche.

Per uno spirito saggio come Fried, l’unico immenso stupore che non finirà mai di straziarlo scaturirà dal dover constatare, con incommensurabile amarezza, l’oltremodo prolifico generarsi di mostruosità derivanti dal sonno miope ed ottuso della ragione. E alla ragione insistentemente si riferisce in tutte le pagine del suo straordinario diario, sempre animato da una passione etico-civile incrollabile, che lo spinge a lottare con tutte le sue forze per tentare di dimostrare come il dire NO a quella guerra (e così pure a tutte le guerre) non fosse una stolta forma di ingannevole chimericità degna soltanto di ingenue “anime belle”, ma l’unica strada obbligata indicata da un uso corretto del pensiero inteso sia nel senso più raffinatamente e nobilmente ideale, sia nel modo più sanamente e concretamente pragmatico ed utilitaristico. Per lui, è una “vecchia favola” il ritenere che per far cessare le guerre tutti gli uomini dovrebbero “diventare angeli”. I pacifisti, invece, hanno sempre spiegato - dice - che per liberarsi dalla piaga della guerra occorrerebbe semplicemente “essere egoisti intelligenti” (pp.107-8).

Gli utopisti, - scrive - quelli si badi bene più pericolosi, non sono oggi i tecnici della pace, ma coloro che ripetono la frase “guerra perpetua”. Sono questi che hanno causato la presente sventura mondiale, che impediscono che si concluda e che cercano fin d’ora di far ripiombare il mondo in questa disgrazia.”

E proprio appellandosi all’analisi razionale, Fried denuncia, innanzitutto, la rozza quanto perfidamente abile opera di sistematica propaganda bellicista portata avanti dalle forze governative e dal mondo dell’informazione, nonché da buona parte della “migliore” cultura e delle varie gerarchie ecclesiastiche.

Con tutte le forze - annota a questo proposito nell’agosto 1914 - si cerca di presentare ogni atto compiuto dal nemico come folle, perfido e indegno. Si esagera ogni azione del singolo e la si rinfaccia a tutta la nazione cui appartiene. Non contano più niente i contributi culturali di un popolo, tutti dimenticati nel momento in cui gli si può rimproverare un singolo comportamento scorretto.” (p.39)

Dal punto di vista militare ­- scriverà con gelido quanto amaro realismo quasi quattro anni dopo (8 giugno 1918) - la censura è figlia dell’istinto di sopravvivenza. La guerra e il militarismo non potrebbero sopravvivere per tre mesi se venisse abolita la censura. Solo nascondendo la verità su queste istituzioni si permette loro di continuare ad esistere …” (p.146)

Ma già dall’ottobre del ’14, Fried riesce ad individuare e a smascherare con estrema precisione i meccanismi economico-mediatici che riescono ad esercitare un’enorme influenza sull’intera società, ed anche a fare una raffinata lettura psicologica delle dinamiche che vengono innescate e alimentate dalla efficientissima macchina della guerra.

   “Quando sento parlare le persone così piene di odio nei confronti delle altre nazioni, - scrive nel settembre 1914 - penso sempre che è assolutamente necessario penetrare maggiormente nella psicologia dell’odio tra le nazioni. Questo sembra diffondersi meglio laddove mancano le idee. Riempie il vuoto della ragione. (…) Al posto dell’idea subentra la rappresentazione, ma non una rappresentazione oggettiva, bensì quella influenzata dai sentimenti d’odio, che riprende tutti i dettagli riportati dalla stampa o da altri organi della pubblica opinione. Nella mente della maggior parte delle persone si crea così un’immagine spaventosa, infondata e primitiva dell’altra nazione.” (pp.50-1)

Alfred Hermann Fried dimostra, poi, un’intelligenza critica davvero portentosa non soltanto quando mette allo scoperto le trame e le strategie che hanno prodotto il conflitto in corso e nel denunciare le continue mistificazioni, strumentalizzazioni e manipolazioni dell’informazione e delle coscienze ad opera del potere, ma anche nell’intuire, in maniera limpidissima, le conseguenze disastrose del conflitto, sia in seguito al generale abbrutimento morale e alle immense paludi avvelenate di odio rovesciate negli animi delle popolazioni, sia in seguito alla feroce iniquità dei cosiddetti “accordi di pace”. Le sue valutazioni su quanto si delinea nelle fasi conclusive del conflitto e a conflitto concluso sono sempre esatte e calzanti, caratterizzate da una visione storica ariosa, priva di pregiudizi di qualsiasi tipo e rigorosamente ancorata alla realtà dei fatti. La Germania - a suo parere - avrebbe potuto riprendersi soltanto alle seguenti condizioni:

-          restituendo l’Alsazia-Lorena e lasciando ai suoi abitanti il diritto di decidere le loro futuro;

-          abbandonando i territori occupati ad est e riconoscendo il diritto di autodeterminazione al popolo polacco;

-          pagando equi risarcimenti per i delitti commessi;

-          accettando “apertamente il disarmo e l’applicazione del diritto a livello internazionale”;

-          liberandosi dagli Hohenzollern, dagli junker prussiani, dai pantedeschi, dai militari e militaristi fanatici.

Nello stesso tempo, è fermamente convinto che costringere “al disarmo un solo Stato, mentre gli altri restano armati”, sarebbe stata una vera “mostruosità”. (p.168)

La Germania - scrive - sopporterà quest’umiliazione per tutto il tempo che non potrà fare altro che sopportare” (ivi), preparandosi alacremente al momento in cui sarebbe stato possibile liberarsi dalle imposizioni, in modo tale da rivitalizzare i gruppi militari e nazionalisti solo momentaneamente e apparentemente sconfitti.

Le riflessioni di Fried, infine, hanno anche il pregio di risultare di grande utilità per la corretta comprensione di alcuni aspetti cruciali del pensiero pacifista (non soltanto di inizio secolo XX), mettendone in luce la solida portata speculativa, la scientifica attenzione verso la genesi dei fenomeni bellici, l’incisiva potenza demitizzatrice e smascheratrice, l’ intelligente e responsabile consapevolezza della necessità di un sistematico lavoro costruttivo su più piani, mirante, in primissima istanza, al rinnovamento radicale del tessuto culturale degli interi orizzonti mentali e morali delle coscienze individuali e collettive.

   Insomma, con   La guerra è follia siamo di fronte ad un’opera che arricchisce significativamente il già vasto panorama bibliografico relativo alla Prima guerra mondiale, consentendo di entrare in contatto con una delle voci più ferme e cristalline che si siano battute contro lo scatenarsi e lo svolgersi dell’ignobile mattanza, e permettendo di meglio comprendere le intime, autentiche ragioni che animano e sostengono, nella teoria quanto nella prassi, ogni sincera forma di pacifismo.

Non facile, pertanto, riuscire a ringraziare adeguatamente i promotori ed artefici di questa eccellente iniziativa editoriale, primi fra tutti Rocco Altieri, infaticabile direttore del Centro Gandhi di Pisa (editore dei Quaderni Satyagraha**) e Francesco Pistolato, traduttore e curatore puntualissimo e illuminante dell’opera.

Il volume, inoltre, è corredato da tre pregevoli contributi critici:

Rocco Altieri (Gli intellettuali e la guerra);

Raffaello Saffioti (Se vuoi la pace, educa alla pace); Rosario Greco (In ricordo di Thomas Merton, pacifista nonviolento nel centenario della sua nascita: 1915-2015).

 

 

La guerra è follia. Diario di guerra di un pacifista austriaco dal 1914 al 1919

Alfred H. Fried

Curatore:F. Pistolato

Editore:Centro Gandhi

Collana:Quaderni Satyagraha

Anno edizione: 2015

*Paul Fussell, La grande guerra e la memoria moderna, Il Mulino, Imola, 1984.

** GandhiEdizioni è una casa editrice nata per riempire un vuoto presente nell’editoria italiana sui temi della Pace e della nonviolenza.
Nasce in risposta all’appello dell’ONU contenuto nella risoluzione 52/15 del 1997 dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite che aveva proclamato il 2000 “anno internazionale della cultura della pace” e alla risoluzione 53/25, approvata il 10 Novembre 1998 che proclamava per il 2001-2010 il “Decennio Internazionale per una Cultura di Pace e Nonviolenza per i Bambini del Mondo”.
Il Centro Gandhi onlus organizza corsi di formazione, laboratori educativi, convegni di studio in collaborazione con scuole e università.
Accoglie i maggiori studiosi italiani e internazionali dei conflitti e della pace.
Dispone di una biblioteca specialistica con 30 mila volumi, una videoteca e spazi per le arti, la musica, la pittura e il teatro.
E’ specializzata nello studio dei conflitti moderni e dei metodi per la loro trasformazione nonviolenta.
Pubblica una serie di collane: i Quaderni Satyāgraha,
i classici della spiritualità e del pensiero politico, i manuali di formazione.

GandhiEdizioni svolge la sua attività editoriale senza fini commerciali e senza scopo di lucro.

I Quaderni Satyāgraha sono ideati e curati da Rocco Altieri,
già docente di “Teoria e prassi della Nonviolenza” nel corso di laurea di Scienze per la pace dell’Università di Pisa.

http://www.gandhiedizioni.com/page2/files/category-quaderni-satyagraha.html

Circa ben due secoli e mezzo fa, il buon Beccaria ci insegnava, sostenuto dalla forza della logica e dallo slancio di un grande cuore, che

   “il fine delle pene non è di tormentare ed affliggere un essere sensibile, né di disfare un delitto già commesso

e che le “strida di un infelice” non dovrebbero mai rappresentare il fine delle pene previste da una giustizia sana.

Ma, ancora oggi, nonostante i grandi, ciclopici passi avanti compiuti, la voglia di vendetta, unita all’ingannevole convinzione che, in determinate circostanze e di fronte a determinati crimini e criminali, sia necessario mettere da parte eccessivi sentimenti umanitari, continua a generare e ad alimentare una cultura politico-giudiziaria che colpisce in maniera grave l’integrità e la dignità della persona del reo. Integrità psico-fisica e dignità morale che sempre e in ogni caso, invece, andrebbero viste come beni assolutamente e universalmente irrinunciabili.

Il dibattito scoppiato qualche settimana fa intorno al caso Totò Riina, relativamente alla eventualità che, in seguito al deteriorarsi delle sue condizioni di salute, gli venga concesso di abbandonare il regime del 41 bis, credo che possa rappresentare una buona occasione per riflettere sulla cultura giuridica, sulla sensibilità morale e sulla filosofia politica della società dei nostri giorni.

Intorno a tale questione, abbiamo avuto la fortuna di ragionare insieme a Carmelo Musumeci, ex ergastolano e scrittore dal sentito impegno civile*.

-            Carmelo, a proposito della possibilità di rivedere le condizioni carcerarie a cui è attualmente sottoposto Totò   Riina, si sono scatenate diverse reazioni che hanno suscitato in te - come hai avuto occasione di dichiarare - profonda amarezza. Cosa, in particolar modo, nel bailamme delle varie esternazioni, ti ha maggiormente colpito e ferito?

Quello che mi ha dato più fastidio sono state le dichiarazioni di alcuni politici che, per consenso politico e in nome delle vittime, pensano di risolvere il problema solo ed esclusivamente sbandierando misure di sicurezza draconiane. Penso che i diritti non possano rincorrere la sicurezza, ma debbano precederla con la prevenzione, l’amore e la giustizia sociale. Lo so, in questo modo non si potranno evitare morti o stragi, perché qualche folle criminale fuori di testa ci sarà sempre in azione e non sarà sempre possibile fermarlo. Eppure credo che questo sia l’unico modo per limitare i danni dei mafiosi e dei terroristi.

-           In un tuo bellissimo e appassionato  articolo, ad un certo punto, affermi che:

“le vittime innocenti prodotte da Riina si rivolterebbero nella tomba se la Giustizia lo lasciasse andare all’inferno senza aver fatto nulla per tentare di farlo pentire interiormente.” (http://comune-info.net/2017/06/mostro-riina-la-vendetta-dello/)

Cosa avrebbe dovuto fare e cosa dovrebbe ancora cercare di fare la nostra Giustizia?

E come zittire, o almeno rintuzzare, tutti coloro che dichiarano che uno come Riina sia assolutamente e convintamente impermeabile a qualsiasi forma di pentimento, di sensibilità umana, di vera pietas?

La pena dovrebbe fare bene e non male, il compito delle giustizia dovrebbe essere quello di fare uscire il senso di colpa del condannato per il male che ha commesso. Non credo che lo Stato con il carcere duro, anche quando non è più necessario, ci riesca.

È difficile immaginare che un uomo che deve stare chiuso in una gabbia in condizioni disumane per tutta la vita possa cambiare o migliorare.

-            Tu dici, inoltre, che

“ergastolo e carcere duro non sono dei deterrenti”.

Mah … non si potrebbe, però, sostenere che, almeno in determinati casi (boss mafiosi, terroristi, ecc.), possano/debbano rappresentare una “dolorosa  necessità”?!

Non so se Riina sia ancora pericoloso (ne dubito) ma sono sicuro che il suo mondo stragista non esiste più ed io lo userei per sconfiggere la cultura mafiosa, curandolo e, se lui accettasse, lo manderei anche a lavorare, a spazzare le strade di Corleone.

Una volta si pensava che per risolvere il problema della sicurezza della società bastasse mettere in carcere le persone pericolose, condannarle a morte e infliggere loro la pena dell’ergastolo. Ma con i terroristi che si danno la pena di morte da soli e con i mafiosi che scontano l’ergastolo e il carcere duro senza battere ciglio che fare?  Non lo so. Tuttavia, so che spargere odio politico e sociale equivale a mettere benzina sul fuoco.

Ti confido che, nei miei lunghi ani di carcere, mi è capitato in alcuni casi di essere rimproverato da alcuni mafiosi di spessore perché lottavo per l’abolizione dell’ergastolo rinfacciandomi: “Noi siamo all’altezza di farci l’ergastolo a testa alta”. Ecco … io questi preferirei mandarli fuori a testa bassa.

     

-            In polemica con le affermazioni di Rosy Bindi, che ha affermato che non esiste per nessuno il diritto di morire a casa propria, tu dici che bisognerebbe ricordarle che, oltre alle leggi scritte, esistono le leggi non scritte dell’umanità.

Ovvero?!

Ricorderei a Rosy Bindi che la Norvegia ha scelto, dopo la strage di Breivik all’isola di Utova nel luglio 2011, di non mettere in discussione i suoi principi di Stato di diritto, i cui valori sono validi anche per i nemici che lo vogliono distruggere.

-          I commentatori, poi, si dividono fra quelli che considerano Riina ancora in grado di svolgere, all’interno dell’organizzazione mafiosa, una pericolosa azione di direzione/orientamento, e coloro che, invece, ritengono che, di fronte ai mafiosi, egli abbia oramai perduto in maniera irreparabile importanza e autorevolezza.

Tu che ne pensi?

Ricordo che sono secoli che lo Stato lotta (o fa finta) per combattere la mafia, ma non ci riuscirà mai se non inizia a farlo culturalmente, con le scuole, lavoro e legalità.

La mafia non è solo Riina, anzi adesso che lui non comanda più con la sua tecnica stragista, paradossalmente la mafia è molto più forte di prima.

Dentro al 41 bis c’è solo la carne da cannone, che ha osato ribellarsi ai suoi referenti politici.

-          Una eventuale morte in carcere di Riina, senza che ci sia stato alcun tipo di intervento umanitario a suo favore, non potrebbe rilanciare la sua immagine, facendogli assumere, agli occhi dei giovani futuri mafiosi, la dimensione di un eroe, di una vittima degna di rispetto e anche di ammirazione?

È ovvio! La mafia si nutre anche di miti. Mia nonna aveva grande ammirazione per il bandito Salvatore Giuliano e diceva che lo aveva venduto la mafia allo Stato, perché era diventato troppo ingombrante. Diceva anche che gli americani sono sbarcati in Sicilia nella seconda guerra grazie all’aiuto della mafia siciliana in America. Se adesso fosse ancora viva,  forse mia nonna direbbe anche che i mandanti politici delle stragi Falcone Borsellino sono al potere, temuti e rispettati e chissà quanti di loro sono passati all’antimafia.

Peccato che nessuno crederebbe a mia nonna, ma io continuo a crederle.    

 

*Carmelo Musumeci, ergastolano, dopo venticinque anni di carcere ora è in regime di semilibertà, è autore di libri e articoli e tra i promotori di alcune campagne contro l’ergastolo: carmelomusumeci.com.

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