L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Human Rights (198)

Roberto Fantini
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Conversazione con Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia

 

Amnesty International, a metà di agosto, con un suo dettagliatissimo rapporto (intitolato Nessun luogo è sicuro per i civili: attacchi dal cielo e da terra nello Yemen), ha accusato le forze della coalizione a guida saudita e i gruppi armati favorevoli e contrari agli houti di aver ucciso centinaia di civili, tra cui decine di bambini, in azioni militari a Ta'iz e Aden equivalenti a crimini di guerra.*

Nel rapporto si illustrano le rovinose conseguenze dei bombardamenti contro zone residenziali densamente abitate e degli attacchi da terra, indiscriminati e sproporzionati, compiuti dalle forze pro-houti e da quelle anti-houti, evidenziando una strategia di bombardamenti su aree densamente popolate, nei pressi delle quali, nella maggior parte dei casi, non è stato possibile rinvenire alcun obiettivo militare.

"Le forze della coalizione - ha affermato Donatella Rovera, alta consulente per le crisi di Amnesty International - sono del tutto venute meno all'obbligo, previsto dal diritto internazionale umanitario, di prendere le misure necessarie per ridurre al minimo le perdite civili. Gli attacchi indiscriminati che provocano morti e feriti tra i civili costituiscono crimini di guerra".
A fine ottobre, poi, Amnesty International Italia, unitamente alla Rete Italiana per il Disarmo e all'Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e Politiche di Difesa e Sicurezza (OPAL) di Brescia, ha fatto richiesta al Governo italiano di sospendere l'invio di bombe e armamenti a tutti i paesi militarmente impegnati nel conflitto in Yemen, dichiarando inaccettabile che, mentre l'Unione Europea attua la scelta di assegnare il Premio Sakharov al blogger saudita incarcerato Raif Badawi (condannato a subire 1.000 frustate), dall'Italia siano partite nuove bombe destinate all'Arabia Saudita, principale responsabile dei bombardamenti che - senza alcun mandato internazionale - da sette mesi stanno causando migliaia di morti (e indicibili sofferenze) tra i civili della popolazione yemenita.
In questi ultimi giorni, poi, a seguito delle sconcertanti dichiarazioni del Ministro della Difesa, Roberta Pinotti, secondo cui le forniture italiane di bombe aeree all'Arabia Saudita sarebbero "regolari" e "nel rispetto della legge", le suddette organizzazioni hanno fatto richiesta di un incontro urgente con il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, per chiarire la posizione del Governo italiano sulle esportazioni di armamenti.

A Riccardo Noury, portavoce ufficiale di Amnesty Italia, abbiamo chiesto di provare a fare il punto della questione.

- Quali richieste sono state avanzate al Governo italiano e che tipo di risposte, al momento, sono state rilasciate?
- Abbiamo chiesto, ormai diverse volte negli ultimi mesi, al governo di sospendere ogni trasferimento di armi verso l'Arabia Saudita. Al momento queste richieste non risultano accolte e, rispetto al silenzio imbarazzato delle scorse settimane, ora il governo - attraverso il ministro della Difesa - rivendica la legittimità dell'invio di bombe tertalle forze armate saudite.

- Quanto incide la nostra fornitura militare sull’apparato bellico dell’Arabia Saudita? E quali sono gli altri grandi fornitori internazionali?
- Ha la sua parte rilevante, anche se i principali fornitori sono gli Usa, che hanno trasferito armi per un valore di 1 miliardo e 300 milioni di dollari. Per quanto riguarda l'Italia, solo l'azienda coinvolta nei recenti invii, la RWM, ha spedito negli ultimi tre anni forniture all'Arabia Saudita per oltre 60 milioni di euro.

- La condizione dei diritti umani, in Arabia Saudita, stando a quanto si evince dal Rapporto 2014-2015 ** di Amnesty International, appare tutt’altro che felice. Si parla, infatti, di discriminazioni sessuali e religiose, di arresti e detenzioni arbitrari, di torture, maltrattamenti, di numerose condanne a morte. In esso leggiamo, tra l’altro, che
“Il governo ha imposto rigide restrizioni alle libertà d’espressione, associazione e riunione e ha represso duramente il dissenso, arrestando e incarcerando persone che lo avevano criticato, compresi difensori dei diritti umani. Molti hanno affrontato procedimenti giudiziari iniqui, celebrati da tribunali che non hanno rispettato le procedure dovute”, equiparando al terrorismo le critiche nei confronti del governo e altre attività del tutto pacifiche.
Certamente, il caso di Raif Badawi*** ha goduto, a livello mediatico, di una qualche visibilità. Quante situazioni analoghe, assai meno note, sono state recentemente registrate?
- Di prigionieri di coscienza, condannati per reati di opinione, ne contiamo almeno 10, tra cui lo stesso avvocato di Raif. I principali fondatori e dirigenti della più importante organizzazione per i diritti umani, l'Associazione saudita per i diritti civili e politici, stanno scontando pesanti condanne. Ci sono poi i casi dei due al-Nimr, zio e nipote, sceicco il primo, attivista il secondo della minoranza religiosa sciita, entrambi condannati a morte. Da ultimo, c'è il caso di un poeta palestinese condannato a morte a metà novembre per aver messo in dubbio l'esistenza di Dio ...

- In questi ultimi anni, le ricerche condotte da Amnesty International sono state in grado di constatare qualche significativo miglioramento della salute dei diritti umani in Arabia Saudita?

- Al contrario, abbiamo assistito a un peggioramento. Le leggi antiterrorismo emanate di recente hanno prodotto già i primi danni, con arresti arbitrari e processi irregolari. Il numero delle condanne a morte eseguite fin qui nel 2015 è arrivato a 150, un record negativo. C'è poi sempre la questione della discriminazione nei confronti delle donne, cui, come è noto, è impedito di guidare da sole e di prendere importanti decisioni sulla loro vita (sposarsi, viaggiare all'estero, intraprendere una carriera universitaria o professionale, persino sottoporsi ad alcuni interventi chirurgici) senza l'autorizzazione di un "tutore", di solito un parente maschio.

- Molti commentatori e opinionisti, in questi ultimi giorni, indicano spesso l’Arabia Saudita fra i massimi finanziatori dell’Isis: ipotesi azzardate o degne di essere prese in considerazione?
- Si è molto speculato su questa ipotesi. Che l'Isis abbia ricevuto almeno inizialmente sostegno dalle monarchie sunnite del Golfo, Arabia Saudita inclusa, è indubbio. Fondazioni private (che però in paesi del genere possono operare solo col consenso o con l'autorizzazione dei governi), in Arabia Saudita e in Kuwait, hanno finanziato l'Isis. Addirittura uomini delle forze di sicurezza del Bahrein sono stati scoperti tra le fila del gruppo armato. A un certo punto, gli obiettivi delle monarchie sunnite e dell'Isis non sono più coincisi e l'Isis, da strumento da armare per rovesciare il presidente siriano Assad, è diventato una minaccia per i regimi dell'area. Ufficialmente, il flusso di aiuti e armi è terminato. Sottolineo l'avverbio ufficialmente...

 

*http://www.amnesty.it/Bombe-italiane-ad-Arabia-Saudita-inaccettabile-che-per-ministro-Pinotti-sia-tutto-regolare
**http://rapportoannuale.amnesty.it/2014-2015
***https://appelli.amnesty.it/raif-badawi/

 

 Nel testo dell’Enciclica Laudato sì, una importanza del tutto particolare è accordata al concetto di interdipendenza. Papa Francesco, infatti, attingendo al Catechismo, afferma che è proprio Dio a volere che, fra le sue creature, ci sia questo strettissimo e indissolubile legame.

              “Il sole e la luna, il cedro e il piccolo fiore, l’aquila e il passero: le innumerevoli diversità e disuguaglianze jjstanno a significare che nessuna creatura basta a se stessa, che esse esistono solo in dipendenza le une dalle altre, per completarsi vicendevolmente, al servizio le une delle altre”. (Papa Francesco, Laudato sì, Capitolo secondo, IV, 86)

Ora, papa Francesco, dopo aver puntualizzato che simili concetti non dovrebbero, però, autorizzarci ad “equiparare tutti gli esseri viventi” (ivi, Capitolo secondo, IV, 90), togliendo all’essere umano quel “valore peculiare che implica allo stesso tempo una tremenda responsabilità”, né comportare una sorta di “divinizzazione della terra” (evidentemente ritenuta pericolosamente filo-pagana), dichiara assolutamente inautentico (e come tale inaccettabile) “un sentimento di intima unione con gli altri esseri della natura” che non implichi anche “tenerezza, compassione e preoccupazione per gli esseri umani.” (ivi, Capitolo secondo, IV, 91)

Ma la cosa veramente rivoluzionaria è che tale asserzione venga poco più avanti capovolta, in modo tale da poter affermare che

               “è vero anche che l’indifferenza o la crudeltà verso le altre creature di questo mondo finiscono sempre per trasferirsi in qualche modo al trattamento che riserviamo agli altri esseri umani. Il cuore è uno solo e la stessa miseria che porta a maltrattare un animale non tarda a manifestarsi nella relazione con le altre persone.” (ibidem)

Aggiungendo, subito dopo, che ogni forma di maltrattamento nei confronti di ogni creatura debba essere considerata contraria alla “dignità umana” e, quindi, come tale, impossibile da ritenersi moralmente irrilevante o semplicemente tollerabile.

E’ impossibile, infatti, secondo papa Bergoglio, che ci si possa stimare persone “che amano veramente” quando si verrebbe ad escludere dai propri interessi “una parte della realtà”.

A questo proposito, I.Kant, in una delle sue Lezioni di etica, più di due secoli fa, sosteneva che

                            “ l’uomo deve mostrare bontà di cuore già verso gli animali, perché chi usa essere crudele verso di essi è altrettanto insensibile verso gli uomini. Si può conoscere il cuore d’un uomo già dal modo in cui egli tratta le bestie.” (I.Kant, Lezioni di etica, Laterza, Bari 1971, p.273)

   “Tutto è in relazione - scrive Francesco in interessantissimo accordo con il principio dell’unità della vita, pilastro fondativo e costitutivo del pensiero ermetico-teosofico - e tutti noi esseri umani siamo uniti come fratelli e sorelle in un meraviglioso pellegrinaggio, legati dall’amore che Dio ha per ciascuna delle sue creature e che ci unisce anche tra noi, con tenero affetto, al fratello sole, alla sorella luna, al fratello fiume e alla madre terra.” (op.cit., Capitolo secondo, IV, 91)

Citando poi un testo episcopale del 1987, il pontefice sottolinea che “Pace, giustizia e salvaguardia del creato sono tre questioni del tutto connesse” e che, pertanto, mai andrebbero affrontate separatamente. Principio questo abbracciato e insistentemente difeso da tutti i grandi maestri della nonviolenza, da Tolstoj a Schweitzer e a Gandhi. Aldo Capitini, in particolare, in sintonia con le grandi esperienze filosofico-religiose del passato (dal jainismo al pitagorismo e al buddhismo), decise di operare la scelta vegetariana come atto politico-pedagogico di rivolta nei confronti della dittatura fascista e della sua barbarica (in)cultura, ritenendo che il diffondersi del rifiuto dell’esercizio della violenza nei confronti degli animali avrebbe reso meno facilmente accettabile la pratica della violenza nei confronti degli stessi uomini.

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Il prof.Aldo Capitini

 “ Il vegetarianesimo - afferma infatti Capitini - è il rivolgersi a un gruppo di esseri non umani prendendo l’iniziativa di stabilire un rapporto di apertura, e non più di indifferenza o di crudeltà. E questo allargamento fa sì che sia a maggior ragione difficile l’indifferenza o la crudeltà verso gli uomini. Confesso che io diventai vegetariano proprio sotto il regime della violenza fascista che preparava la guerra, perché pensavo che se si imparava a risparmiare l’uccisione di animali, con maggior ragione si sarebbe risparmiata l’uccisione di uomini.” (Aldo Capitini, L’educazione è aperta. Antologia degli scritti pedagogici, Levante editori, Bari 2008, p.210)

E’ stato proprio nell’ottica (tanto cara a papa Francesco) dell’indissolubile carattere di interdipendenza di tutto ciò che vive, che Capitini, come tanti altri grandi personaggi prima di lui (dal Buddha a Leonardo da Vinci, da Mazzini ad Einstein), approdò con rigore logico alla scelta di ridurre il più possibile qualsiasi forma di

violenza nei confronti di ogni essere, ritenendo il rifiuto del carnivorismo un atto dovuto e ineludibile in vista della promozione di un mondo sempre più liberato dall’ingiustizia e dal dolore.

               “Oltremodo drammatica è la realtà di tutti - scrive il filosofo perugino - perché ravvisa in noi il senso dell’insufficienza di uno stato di cui quasi ci accontenteremmo ottusi, e ci riaccende la protesta contro l’umanità-società-realtà attuale, e il dolore per ogni essere che vediamo soffrire, anche il gatto morente che ho

visto questa mattina nell’angolo di una strada che ha alzato lo sguardo dei suoi occhi celesti e ancora brillanti verso me che lo chiamavo; ma nel farci vivere profondo il dramma, ci radica il senso della liberazione, dell’autenticità della realtà in cui tutti gli esseri sono presenti.” (ivi, p.75)

Arriverà anche questo papa (come già anche non pochi cristiani prima di lui) ad operare una simile scelta, anche al fine di un utilizzo necessariamente più equo e razionale delle risorse del pianeta (assorbite in maniera abnorme dalla zootecnia) nonché di una significativa diminuzione delle forme attuali di inquinamento?

Credo che, sulla base delle rivoluzioni culturali in atto all’interno della visione cattolica della realtà, abbracciare il vegetarianesimo, con possibile ulteriore apertura verso il veganismo, dovrebbe essere considerato come un elementare gesto di coerente concretezza.

Che senso avrebbe, infatti, limitarsi a parlare dei “legami invisibili” che fanno di tutte le creature “una sorta di famiglia universale, una comunione sublime che ci spinge ad un rispetto sacro, amorevole e umile” (op.cit., Capitolo secondo, IV, 89) e poi continuare (tra agnelli pasquali e tacchini natalizi) a tollerare e a causare le infinite forme di sofferenza atroce a cui miliardi di creature senzienti sono sottoposte per consentirci di riempire la nostra tavola e il nostro stomaco con ciò che resta dei loro corpi ben poco fraternamente macellati?

Triste davvero sarebbe il trovarci costretti a constatare, ancora una volta, dopo pur tanti luminosi progressi, il perdurare nella Chiesa cattolica della ben collaudata strategia della contraddittorietà fra le cose “predicate” e quelle “razzolate” …

In altre parole, se il papa crede davvero in ciò che scrive e predica, ovverosia che “lo stile di vita attuale, essendo insostenibile, può sfociare solamente in catastrofi” (ivi, Capitolo Quarto, III, 161), e che, pertanto, tutti noi (e i cristiani in prima linea) siamo invitati a praticare una conversione da lui definita “ecologica”, sforzandoci, cioè, di farci custodi virtuosi del mondo e non più suoi brutali tiranni, prendendo tra l’altro a modello Francesco d’Assisi, e instaurando così “una sana relazione col creato come una dimensione della conversione integrale della persona” (ivi, Capitolo Sesto, III, 218), come non procedere poi, conseguentemente, alla promozione e all’adozione di una alimentazione fondata sulla massima eliminazione possibile dello sfruttamento, della schiavizzazione, della reificazione, del massacro di miliardi di esseri viventi, fragili membri di quella “famiglia universale” in cui dovremmo vivere in uno stato di “comunione sublime”?

In definitiva, come conciliare “l’amorevole consapevolezza di non essere separati dalle altre creature, ma di formare con gli altri esseri dell’universo una stupenda comunione universale” (ivi, Capitolo Sesto, III, 220) con il continuare ad opprimere e sterminare masse incalcolabili di animali?

Papa Francesco si riferisce anche a Gesù che, nel Vangelo di Luca (12,6) parla degli uccelli, affermando che ognuno di loro è destinatario dell’attenzione paterna di Dio, chiedendosi se “saremo capaci di maltrattarli e far loro del male” e invitando, di conseguenza,

     “tutti i cristiani a esplicitare questa dimensione della propria conversione, permettendo che la forza e la luce della grazia ricevuta si estendano anche alla relazione con le altre creature e con il mondo che li circonda, e susciti quella sublime fratellanza con tutto il creato che san Francesco d’Assisi visse in maniera così luminosa.” (ivi, Capitolo Sesto, III, 221 )

Ecco quindi il problema che papa Bergoglio pone e che, d’ora in avanti, i cattolici che vorranno proseguire il loro pellegrinaggio in sua compagnia non potranno più facilmente eludere:

come conciliare l’aspirazione ad una vita di “sublime fratellanza” con l’intero creato continuando a mangiare spensieratamente le carni dei propri fratelli (meno intellettualmente dotati e più fragili di noi umani)?!

 

Gran festa ieri a Roma , l’arte ha voluto rendere omaggio a coloro che si prodigano per il bene del prossimo. Organizzato dalla Free Lance International Press, associazione di giornalisti freelance a carattere internazionale, con la collaborazione di Amnesty International Italia, Cittanet e lo studio Scopelliti-Ugolini , si è svolto presso l’aula magna della facoltà di teologia valdese il “Premio Italia Diritti Umani 2015” per commemorare la tragica scomparsa dell’ ex Vice-presidente dell’associazione Antonio Russo, ucciso nel 2000’ mentre indagava sulla tragedia cecena. Di grandissimo spessore le persone premiate: Riccardo Rossi, Silvia Cutrera e Massimo de Angelis. Una menzione speciale per i diritti umani è andata alla poetessa Anna Manna.

Prima della premiazione ci sono stati gli interventi di Yilmaz Orkan - Membro Congresso Nazionale Kurdistan KNK (il problema curdo in Siria e in Turchia), Antimo della Valle - Giornalista e saggista, direttore di Editorpress (L'informazione che cambia nell’epoca dei digital media), Vittorio Badalone – col. cap. uff. operazioni di addestramento Isp. Naz. corpo militare della CRI (Gli interventi umanitari del corpo militare della CRI), Riccardo Noury -  Portavoce di Amnesty International sezione Italia (La crisi dei rifugiati e l'egoismo dell'Europa), Antonio Cilli: Cittanet founder (Il nuovo ruolo del giornalismo locale), Roberto Zaccaria - Presidente del Cir – Consiglio Italiano per i Rifugiati (Il ruolo dei media nel comunicare le migrazioni), Andrea D’Emilio ed Erica Greco (Antonio Russo a “Rivoluzioniamo Rancitelli”: il suo ritratto nel ghetto della Rivoluzione, a Pescara.)

Queste le motivazioni dei tre premi:

A Riccardo Rossi

 MG 6400Si conferisce il premio Italia diritti umani 2015
A RICCARDO ROSSI.
Riccardo Rossi, il giornalista chiamato il “mastino napoletano”, addetto stampa di politici noti, frequentava deputati e personaggi illustri e scriveva per loro ciò che loro pretendevano che venisse scritto andando anche contro la verità contingente.

La scoperta di avere un fratello soggiogato alla droga, esasperato dalle pressioni di linee editoriali legate a giri di malaffare ed il ricordo di un bambino di strada incontrato in Romania, lo convinsero a dedicarsi totalmente agli altri, ai diritti umani innanzitutto.

Riccardo Rossi ha scelto di vivere presso la Casa Famiglia “Oasi della Divina Provvidenza” a Pedara (CT), antico borgo alle falde dell’Etna, in Sicilia.

Oggi Riccardo aiuta i disabili e i malati terminali. Scrive notizie e articoli ma solo quelle belle, positive, quelle notizie che ad ascoltarle danno gioia e felicità oltre ad infondere tranquillità profonda. “La Gioia” è un giornale di buone notizie che vuole ispirare gesti solidali. Nasce come braccio operativo dell’Associazione “La Gioia onlus” che vuole, tramite la comunicazione, ispirare percorsi di carità.”

 

A Silvia Cutrera

“Si conferisce il premio Italia diritti umani 2015
a Silvia Cutrera, Presidente dal 2006 dell'Associazione di persone con disabilità, Agenzia per la Vita Indipendente onlus   di Roma, per il suo impegno caparbio, assiduo e coraggioso per l'affermazione e la tutela dei diritti delle persone con disabilità, sempre sostenuto da raffinata sensibilità e da lucida intelligenza.

L'associazione Agenzia per la Vita Indipendente Onlus costituitasi nel settembre 2002, promuove e sostiene la realizzazione di programmi personali di assistenza autogestita di persone con disabilità, organizza eventi in occasione dei quali viene sensibilizzata l'opinione pubblica in relazione al tema della Vita indipendente e dell'inclusione sociale, presenta proposte per la realizzazione di servizi di affiancamento delle persone con d MG 6376isabilità, promuove iniziative culturali per lo sviluppo della conoscenza dell' Aktion T4 rispetto agli eventi di segregazione e sterminio nei confronti delle persone disabili durante il nazismo, organizza eventi e premi per la promozione culturale della visione positiva della persona con disabilità.

Attualmente offre servizi a circa 500 associati, a cui è stato possibile garantire una migliore accoglienza, ascolto e affiancamento.

In questi anni l'associazione è diventata un punto di riferimento per le persone con disabilità che scelgono la forma di assistenza indiretta, anche per il continuo dialogo che l'associazione ha instaurato con molti municipi, offrendo anche servizi a persone provenienti da altri comuni.

L'Agenzia per la Vita Indipendente Onlus provvede direttamente a realizzare i progetti, privilegiando l'impiego volontario (e in prospettiva lavorativo) di persone con disabilità, caratterizzando la sua attività come servizi offerti da persone disabili in favore di persone disabili, al fine di promuovere il loro impegno attivo , in quanto soggetti attivi e non solo fruitori dei servizi. “

A Massimo de Angelis

“Dopo aver lavorato per quasi 20 anni nella carta stampata, occupandosi tra l’altro di scuola, ambiente e anni di piombo, Massimo de Angelis ha ricoperto per altri 20 anni l’incarico di inviato speciale in Rai, quasi esclusivamente al Tg1.

Oltre ai più gravi fatti di terrorismo e di mafia e a eventi tragici (terremoti, DC9 di Ustica, tsunami), ha testimoniato dal campo i principali conflitti internazionali degli ultimi  MG 6384anni: Somalia, Bosnia, Albania, Sierra Leone, Kossovo, Libano, Sud Sudan, Afghanistan.

Sul tema dei diritti dell’infanzia ha realizzato inchieste e “speciali” sullo sfruttamento dei bambini in India, in Congo e in Guatemala.

Da freelance ha realizzato per conto di organizzazioni di volontariato documenti filmati su numerosi temi tra cui i bambini in carcere, la maternità minorile e la sclerosi multipla. Ha inoltre collaborato con Cesvi, Save the Children, Coopi realizzando fra l’altro reportage filmati in Uganda, Tagikistan, Haiti e Niger.

Dal 2013, Massimo de Angelis ha messo la sua professionalità ed esperienza a disposizione di Amnesty International, realizzando con estrema sensibilità e competenza in materia di diritti umani due documenti filmati, rispettivamente sulla violenza contro le donne e sul 40° anniversario di Amnesty International Italia.

Questi documenti filmati, trasmessi dalla Rai, hanno dato un grande contributo alla conoscenza di Amnesty International che, per questo, è fortemente riconoscente a Massimo de Angelis e ha deciso di ringraziarlo attraverso questo premio della Free Lance International Press per i diritti umani del 2015.”

 

Per la poetessa Anna Manna di seguito la motivazione della menzione speciale:

”La poesia di Anna Manna è un essere dentro il mondo, ma insieme è creare un altro mondo dove amore e comprensione trovano compimento. Poetessa e scrittrice dai molti riconoscimenti nazionali ed internazionali, è qui premiata soprattutto per le sue liriche che ritraggono il dramma dei migranti e della loro disperata fuga verso un futuro migliore troppo spesso perito in mare.

La poesia che è particolarmente menzionata invoca nella Vergine una icona quasi archetipica di protezione e misericordia, un femminile universale cui tutti, cattolici e non , possono guardare nella speranza di costruire un avvenire a dimensione più umana.

O è forse la poesia di Anna che esorcizza il male e ci aiuta a riscoprire, pur tra le tragedie, una luce in fondo al tunnel?

Per le sue liriche e per l’importante azione in favore della poesia come promozione umana e civile, si conferisce ad Anna Manna la Menzione speciale del Premio Italia  MG 6326Diritti Umani 2015.”

Hanno consegnato i premi:

l’attrice Chiara Pavoni, di origini marchigiane, da anni impegnata nel sociale, la quale ha lavorato con i maggiori registi del mondo dello spettacolo e della performance. Da oltre un anno è in scena con un monologo contro la violenza sulle donne “Tragicamente rosso”, scritto da Michela Zanarella. Suo è stato l’applauditissimo monologo al Premio Italia Diritti Umani 2005: "Il mio nome è freelance", scritto sempre da Michela Zanarella e diretto da Giuseppe Lorin.

La scultrice Alba Gonzales. E’ conosciuta come la sintesi dell'eredità michelangiolesca commista all’eredità araba, normanna, etrusca e celtica. Le sue opere scultoree racchiudono il concetto di archetipo femminile, ovvero l’eterno femminino riferito al

 L'attrice Chiara Pavoni

Rinascimento perché è anche con lo scalpello e la fusione del bronzo che si scrive la

storia dell’umanità.

A Fregene, ha fondato nel suo spazio, il Museo di scultura all'aperto “Pianeta Azzurro”, con il Centro Internazionale di Scultura Contemporanea. In occasione dell’evento “L’Isola del Cinema”, alcune sue opere in bronzo sono state esposte sulla riva destra del Tevere.

Vittorio Pavoncello, romano, regista, drammaturgo, artista nelle arti visive, fondatore del teatro ebraico Kavvana e dell'ArteEcò (arte ed ecologia) è regista, autore, poeta e attore.È un uomo di cultura. Sue opere sono esposte nei maggiori musei del mondo. Tra queste si ricordano "La lampada della Pace", scultura per il Santuario Francescano di Greccio (Rieti) per l'Appello di Pace al mondo UNICEF, e "Le città invisibili" in omaggio a Italo Calvino. È l’ideatore dell’illuminazione dell’Anfiteatro Flavio, il Colosseo, per i Diritti Umani al Senato di Roma ha presentato “La mia storia ti appartiene, persone con disabilità si raccontano”.

Sono state donate opere degli artisti:

Federico Gismondi: scultore, pittore, incisore, medaglista, poeta, scrittore, operatore culturale, nasce a Ridotti, Balsorano (Aq.) nel 1936, vive abitualmente ad Alatri (Fr).

Le sue opere sono collocate in collezioni e importanti musei regionali, nazionale ed esteri, tra cui: Citta del Vaticano. Museo di Arte Moderna di Citta del Messico- Museo di Arte Moderna di Baghdad - Museo di Arte Contemporanea Italiana di Durazzo - Gabinetto delle Stampe di Reggio Emilia- "Stauros"Museo lnternazionale di Arte Sacra,IsoIa del Gran Sasso(TE)- "Controguerra"Museo lnternazionale Mai|Art della Citta di L'Aquila- Fondazione U.Mastroianni di Arpino- Museo del Presepe degli Artisti Contemporanei di L'Aquila - "Un Arcobaleno di Angeli" MailArt lnternazionale, S.Giuliano di Pug|ia (CB) - Fondazione E.Mattei, Civitella Roveto (Aq.) - Collezione Giorgio Mondadori, Milano - Collezione Ada Zunino, Milano.

Nell’intermezzo, tra gli interventi e la premiazione, per gli ospiti è stato preparato in ricco buffet gentilmente offerto dal Ristorante “Al 59”di Roma e dall’azienda agricola Castel De Paolis di Grottaferrata.

 

 

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“Premio Italia diritti umani 2015” ®

Dedicata alla memoria dell’ ex Vice-presidente della Free Lance International Press Antonio Russo.


Aula Magna della facoltà valdese di teologia
Via Pietro Cossa  40  (piazza Cavour) ROMA

Roma 15 Ottobre 2015

 

Il Premio Italia Diritti Umani nasce dall’esigenza da parte delle associazioni coinvolte di voler dare un giusto riconoscimento a coloro che, per la loro attività, si sono distinti nel campo dei diritti umani. In un mondo in cui il profitto sembra essere lo scopo ultimo di ogni intento, bisogna sostenere chi lotta veramente, sacrificando spesso gran parte (o del tutto) la propria esistenza per aiutare il prossimo. I Mass Media spesso non prestano la dovuta attenzione al tema dei diritti umani, se non in maniera superficiale. È giunto quindi il momento, non solo di dare un giusto riconoscimento a chi lotta per la difesa dei più deboli, ma anche di parlare su come possano essere tutelati meglio questi diritti che, anche in paesi come l’Italia oltre che all’estero, sono sistematicamente violati, soprattutto nei confronti dei più deboli.

In collaborazione con - Amnesty International – sezione italiana , Cittanet, Studio Scopelliti-Ugolini

 

       

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PROGRAMMA

Moderatrice e presentatrice del premio: Neria De Giovanni, giornalista, Presidente dell’Associazione Internazionale dei Critici Letterari. 

Interventi

Ore 16.00 - Saluti 
Virgilio Violo – giornalista- Presidente della Free Lance International Press

Ore 16.05 - il problema curdo in Siria e in Turchia
Yilmaz Orkan - Membro Congresso Nazionale Kurdistan KNK

Ore 16.15 – L’informazione che cambia nell’epoca dei digital media
Antimo della Valle - Giornalista e saggista, direttore di Editorpress

Ore 16.30Gli interventi umanitari del corpo militare della CRI
Vittorio Badalone – col. cap. uff. operazioni di addestramento Isp. Naz. corpo militare della CRI

Ore 16.45 - "La crisi dei rifugiati e l'egoismo dell'Europa"
Riccardo Noury - 
 Portavoce di Amnesty International sezione Italia

Ore 17.00l’esperienza di un’insegnante alla città dei ragazzi.
Maria Foffo -
professoressa di italiano e pedagogista

Ore 17.15– Il nuovo ruolo del giornalismo locale
Antonio Cilli: Cittanet founder

Ore 17.15 - Il ruolo dei media nel comunicare le migrazioni.
Roberto Zaccaria - Presidente del Cir – Consiglio Italiano per i Rifugiati

Ore 17.30 - Antonio Russo a “Rivoluzioniamo Rancitelli”: il suo ritratto nel ghetto della Rivoluzione (a Pescara)
Andrea D’Emilio ed Erica Greco

                                                                        _________________________________

 

Ore 17.40 Monologo: "Il mio nome è freelance"

scritto da Michela Zanarella, diretto da Giuseppe Lorin, interpretato da Chiara Pavoni.

 

PREMIAZIONE  ore 18,00

 

Menzione speciale per i diritti umani

Legge la motivazione Giuseppe Lorin

 

- Consegnano i premi e leggono le motivazionii:

Chiara Pavoni attrice, Alba Gonzales scultrice e Vittorio Pavoncello regista.

 

Donate opere degli artisti: Federico Gismondi, Patrizia Borrelli, Anna San

 

 

FREE LANCE INTERNATIONAL PRESS
 via Federico Cesi 44 - 00193 Roma, Italy
  -t. /fax 0039 06-96039188
sito web www.flipnews.org  e mail: This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.

                              

Afghanistan: ospedale di Medici Senza Frontiere* distrutto da bombe americane

di Roberto Fantini

Ogni tanto, ma sempre più di rado, ci ritroviamo a parlare di Afghanistan…

Ma come, i feroci talebani, colpevoli di tutti i mali del mondo, non erano stati sbaragliati e dispersi, già qualche mese dopo la tragedia delle Torri gemelle? Non ci avevano forse raccontato le galvanizzate frotte di pennivendoli nazionali che i liberatori avevano stravinto, portando trionfalmente la “civiltà” in quelle terre selvagge, fra un taglio di barba e un festante falò di burqa colorati?!

Ma chi sa qualcosa della storia di questo malandato nostro mondo sa benissimo che la prima vittima di tutte le 66uguerre è sempre lei: la verità. E, molto spesso, la verità viene uccisa e fatta a pezzi con grande sistematicità già molto prima che le guerre siano, al fine di crearne gli indispensabili prodromi.

Quello che un po’ tutti ci siamo dimenticati è che, da quasi 15 anni, nel paese più povero e sfortunato del globo, si prosegue una guerra concepita e partorita dalle menzogne e portata avanti nelle menzogne. E, a volte, capita che lo spesso velo mediaticomilitare dell’inganno si squarci e lasci apparire l’”orrido vero”. E’ il caso, in queste ultime ore, dell’ignobile bombardamento americano dell’ospedale di Medici Senza Frontiere a Kunduz, con l’inevitabile, incalcolabile bilancio di vite distrutte, di devastazione e di sofferenza.

La cosa più insopportabile e repellente, poi, in casi come questi, è sentir parlare di “incidente” o di “tragico errore”. Proprio come ha subito provveduto a fare l’efficientissimo colonnelloBrian Tribus, portavoce delle forze Usa in Afghanistan, con la seguente vergognosa dichiarazione:

"Le forze americane hanno condotto un attacco aereo nella città di Kunduz alle 2.15 (ora locale) contro individui che minacciano le forze. L'attacco potrebbe avere provocato danni collaterali a una struttura medica vicina".

In un comunicato di qualche giorno prima (29 settembre), Medici Senza Frontiere rivelava che l’ospedale di Kunduz, in seguito ai pesanti combattimenti tra forze governative e dell’opposizione, era stracolmo di feriti (tra cui molti bambini) e che la struttura (capace di effettuare nell’intera giornata di lunedì della passata settimana ben 43 interventi chirurgici) era al limite e in grandi difficoltà nel gestire il continuo crescente afflusso di feriti.

Il comunicato si concludeva assai opportunamente sottolineando:

-       Che, essendo in questo momento l’ospedale provinciale del governo non in funzione, l’ospedale di MSF costituiva l’unica struttura a Kunduz in grado di fornire cure traumatologiche urgenti.

-       Che i medici di MSF, come sempre, nel prendersi cura delle persone bisognose, non fanno alcuna distinzione in base a etnia, credo religioso o affiliazione politica.

-    jj   Che l’organizzazione si trovava “in contatto con tutte le parti del conflitto” le quali si erano impegnate a garantire l’incolumità di personale medico, pazienti, ospedali e ambulanze.

Nel comunicato del 3 ottobre, MSF ribadisce poi, con la necessaria fermezza,

che tutte le parti in conflitto, comprese Kabul e Washington, erano perfettamente informate della posizione esatta delle strutture MSF  - ospedale, foresteria, uffici e unità di stabilizzazione medica a Chardara (a nord-ovest di Kunduz)”, specificando chiaramente che, come in tutti i contesti bellici, era stata cura dell’organizzazione comunicare

 le coordinate GPS a tutte le parti del conflitto in diverse occasioni negli ultimi mesi, la più recente il 29 settembre”.

Inoltre, il comunicato evidenzia il fatto che

il bombardamento sia stato proseguito “per più di 30 minuti da quando gli ufficiali militari americani e afghani, a Kabul e Washington, ne sono stati informati”.

“Questo attacco è ripugnante ed è una grave violazione del Diritto Internazionale Umanitario” ha dichiarato Meinie Nicolai, presidente di MSF, attualmente in Italia.

“Chiediamo alle forze della Coalizione completa trasparenza. Non possiamo accettare che questa terribile perdita di vite umane venga liquidata semplicemente come un ‘effetto collaterale’.” 

Aggiungendo poi che, oltre ad aver provocato la morte di personale medico e di pazienti,

“questo attacco ha privato la popolazione di Kunduz della possibilità di accedere alle cure nel momento in cui ne ha maggiormente bisogno”.

Al  momento dell’attacco aereo nell’ospedale, c’erano 105 pazienti insieme alle persone che li accudivano, oltre a più di 80 operatori internazionali e nazionali di MSF.

Ora, dopo una ventina di morti e decine di feriti e dispersi, MSF si trova costretta ad abbandonare Kunduz …

rtEmergency, che in Afghanistan gestisce 3 ospedali, ha accolto alcuni feriti nella sua struttura di Kabul, dichiarando di restare a disposizione di MSF e della popolazione di Kunduz per curare gli altri feriti che potranno essere evacuati dalla città.

L’associazione si è poi dichiarata molto preoccupata per il costante peggioramento delle condizioni di sicurezza, affermando che la violenza e l'instabilità in cui l'Afghanistan sta precipitando rendono sempre più difficile garantire l'attività degli operatori umanitari, aggravando ulteriormente le condizioni della popolazione.

(http://www.emergency.it/comunicati-stampa/solidarieta-a-medici-senza-frontiere-e-condanna-attacco-a-ospedale-kunduz-3-ottobre-2015.html)

Vittorio Zucconi, in un suo articolo di domenica 4 ottobre, scrive che l'attacco aereo all'ospedale di Kunduz

ha il sapore disperante, eppure prevedibile, del " deja vu", della replica di tragedie già viste” e che “la cronistoria della spedizione punitiva contro il regime che aveva accolto e protetto i comandi di Al Quaeda negli anni '90 è punteggiata di episodi come questo dell'ospedale di Kunduz, prodotti non della crudeltà, della stupidità militare, della stoltezza di bombe che non possono mai essere più " intelligenti" di chi le lancia, ma figli dell'inevitabile degenerazione di guerre che dopo l'illusione iniziale della " missione compiuta" si trasformano in interminabili e controproducenti " missioni incompiute".

(http://www.repubblica.it/esteri/2015/10/04/news/tra_le_rovine_di_quell_ospedale_l_america_scopre_l_ultimo_inganno-124269401/?ref=search)

No, caro Zucconi, questi orribili eventi non sono figli di nessuna “inevitabile degenerazione”, sono bensì il coerente e ricercato effetto di questa guerra e i responsabili hanno volti e nomi umani, quelli di coloro che questa guerra l’hanno accuratamente progettata, l’hanno prepotentemente promossa, l’hanno dichiarata (e fatta dichiarare) necessaria e giusta. Sono anche tutti coloro che, nei parlamenti come nelle redazioni dei giornali, questa guerra continuano (dal lontano settembre 2001) a sostenere e a benedire. Sono tutti coloro, cioè, che, in nome di rabberciate “vulgate”, di aprioristici feticci ideologici e di indicibili interessi, continuano a dimenticare quello che il grande Erasmo (cinque secoli fa) si sforzava di ricordarci:

           che chi vuole la guerra “non l’ha vista in faccia” e che, soprattutto, non vuole che tutti noi la vediamo per quello che effettivamente rappresenta, ovvero la più grande e criminale delle violazioni dei diritti umani

* Le attività di Medici Senza Frontiere nel Paese:

MSF ha iniziato a lavorare in Afghanistan nel 1980. A Kunduz, come nel resto del paese, operatori nazionali e internazionali lavorano insieme per garantire la migliore qualità dei trattamenti. MSF supporta il Ministero della Salute nell’ospedale Ahmad Shah Baba, nella zona orientale di Kabul, la maternità Dasht-e-Barchi nell’area occidentale di Kabul e al Boost Hospital a Lashkar Gah, provincia di Helmand. A Khost, in Afghanistan orientale, MSF gestisce un ospedale specializzato in maternità. MSF lavora in Afghanistan esclusivamente grazie a fondi privati e non accetta finanziamenti da nessun governo.

www.medicisenzafrontiere.it

Si può cercare di rendere migliore il mondo anche regalando un sorriso ai bambini meno fortunati

 

di Roberto Fantini

 

Oramai sono in tanti a conoscerlo e ad amarlo come il ragazzo che gira il mondo per giocare con i bambini degli orfanotrofi e i ragazzi di strada.

Ha venticinque anni, studi di cooperazione internazionale alle spalle e già migliaia e migliaia di chilometri nelle gambe, percorsi in decine e decine di paesi, per portare un sorriso ai bambini che ne hanno un abissale bisogno.

Durante i pochi giorni di una breve pausa estiva nella sua Sicilia, siamo riusciti a strappargli l’intervista che segue. Ora è già lontanissimo, ytua Soddo, a duemila metri di altitudine, ad 8 ore dalla capitale etiopica, con l’intento di girare per tutta l’Africa.

Poi, quando questa nuova esperienza sarà stata portata a termine, ha già in mente la splendida idea di fare un nuovo giro del mondo in carrozzina, per richiamare l’attenzione sul problema delle difficili ed ingiuste condizioni di vita dei disabili.

-          Andrea, il tuo pellegrinaggio planetario, alla ricerca dell’infanzia  colpita da sofferenze di ogni tipo, è certamente qualcosa di molto bello. Quando e come è nato in te questo desiderio? E quali sono gli obiettivi che ti prefiggi?

-          Non smetterò mai di ringraziare l'esperienza, la mia esperienza. Già da ragazzo avevo fatto dei progetti solidali in Europa e, a soli 19 anni, mi sono ritrovato a fare attività in un orfanotrofio in Sudafrica. Ho scoperto la semplicità della gioia. Ho vari obiettivi, ma il principale è dimostrare come le culture sono diverse ma i bambini sono uguali in tutto il mondo e, per ringraziarli, vorrei fare costruire una piccola scuola o un ospedale primario in Africa.

-          Che accoglienza hai trovato da parte delle istituzioni che gestiscono gli orfanotrofi? Gelosia, diffidenza, collaborazione, disponibilità?

-          Le accoglienze che ho trovato sono state delle accoglienze che rispecchiavano i misteri delle istituzioni stesse. Dove le istituzioni avevano segreti da nascondere, si vedeva la diffidenza che si trasformava in paura. Dove le istituzioni erano più o meno oneste, di vedeva una diffidenza che si trasformava in collaborazione quando capivano i miei buoni e reali interessi.

-          E dalle autorità governative dei vari paesi in cui ti sei mosso?

     - Le accoglienze sono quasi sempre state di indifferente formalità nel mondo, l'unica nazione dov'è stato sempre difficilissimo entrare negli orfanotrofi è stata l’ India. Il governo è molto rigido, ho dovuto dichiarare al mio ingresso nel paese che ero lì per turismo e non per volontariato. 

-          Quali sono stati i momenti più difficili durante i tuoi viaggi?

-          Il momento più difficile è stato, anzi è, trovare una risposta a questa domanda. Vivo di serenità e voglia di vivere. Forse i “no” di alcuni orfanotrofi, dopo chilometri di cammino, mi avevano un po' reso le giornate difficili, ma il riuscire ad entrare e giocare con nuovi amici ha avuto sapori molto più forti!

-          Sei mai stato catturato dallo sconforto, arrivando a pensare di ritornartene a casa?

-          La mia casa è il mondo, quindi ovunque sono stato mi sono trovato a mio agio. Sono arrivato a pensare, tutte le volte che sono stato male di salute, di passare da luoghi scomodi ad abitazioni di lusso, solo per vivere i malanni fra i lettoni e le infermiere! Ma, alla fine, la forza di alzarmi dai luoghi, scomodi accompagnato dai cori dei bambini fuori dalle mie porte, ha avuto sempre la meglio!

-          E hai mai pensato, invece, che tutte le tue fatiche ben poco potranno cambiare la drammatica situazione di questo nostro povero mondo ammalato di odio? Che il destino dei bimbi con cui entri in contatto continuerà immutato  il suo corso, presieduto da forze contingenti su cui non hai alcun potere?

-          Ho la certezza che io non potrò cambiare l'odio sparso nel mondo, ma di sicuro ho due grandi e forti certezze. La prima è che le migliaia di bambini con i quali ho giocato scavalcano le mie fatiche e mi ricompensano ampiamente per essermi impegnato per 5y64una giusta causa. La seconda certezza è che almeno un paio dei bambini, fra i tanti con cui ho giocato e fatto attività, andrà avanti, perché avrà come punto di riferimento  un ragazzo bianco che ha saputo credere nel suo sogno di girare il mondo per provare a cambiare il futuro di tutti i bambini da lui incontrati.

-          Quali sono i tuoi progetti per il medio e per il lungo periodo?

-          Finire di scrivere il mio libro, una miscela fra il diario di viaggio e le storie dei bambini, in cui, fra le tante cose, mi interrogo sulle cause che hanno prodotto e continuano a produrre tanti orfani. E, poi, mi piacerebbe presentare un format televisivo per diventare un presentatore di qualche programma educativo per i bambini … il presentatore allegro dall'accento siciliano! Mi piace!

Per contattare Andrea Caschetto:

www.facebook.com/andrea.caschetto.31

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di Roberto Fantini

 

               Papa Francesco, nella sua Enciclica Laudato sì, giustamente definita “unica” e “stupenda” da Leonardo Boff (Avvenire, 19 giugno), appellandosi all’autorevolezza dell’amatissima figura di Francesco d’Assisi, mette in luce in modo insistito come sia impossibile pretendere di costruire un futuro migliore “senza pensare alla crisi ambientale e alle sofferenze degli esclusi”. 1) E a tal fine rivolge a tutti noi, credenti e non, “un invito urgente a rinnovare il dialogo sul modo in cui stiamo costruendo il futuro del pianeta” 2), sottolineando la necessità di un confronto capace di coinvolgerci ed unirci in vista di una “nuova solidarietà universale”, superando tutti quegli “atteggiamenti che ostacolano le vie di soluzione”, ovvero: negazione del problema; indifferenza; comoda rassegnazione; fiducia cieca nelle soluzioni che potranno essere proposte dalla tecnologia. 3) In tutta l’opera, il papa si sofferma soprattutto su due temi: necessità di un impegno corale profondamente affratellante; necessità di un cambiamento radicale e sostanziale di “stili di vita, di produzione e di consumo” da parte dell’intera umanità. 4) Interessantissimo è il suo evidenziare con grande tenacia ( ben combinando insieme istanze umanistiche e illuministiche, per tanto tempo duramente combattute dalla Chiesa) l’inscindibile connessione sussistente fra micro e macro-cosmo, cogliendo un rapporto di indissolubile corrispondenza tra la felicità dell’essere umano e la salute dell’ambiente in cui esso si trova a vivere, sostenendo inoltre, come ineluttabile conseguenza, l’intima connessione fra “il degrado ambientale e il degrado umano ed etico” 5).

wwUn vero “approccio ecologico”, secondo il pontefice cattolico, è chiamato a farsi anche “approccio sociale”, integrando “la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri”, 6) di quegli esclusi, cioè, che costituiscono la maggioranza della popolazione mondiale. Di quegli esclusi che sono vittime di quei poteri economici, finanziari e politici che continuano follemente “a giustificare l’attuale sistema mondiale, in cui prevalgono una speculazione e una ricerca della rendita finanziaria che tendono ad ignorare ogni contesto e gli effetti sulla dignità umana e sull’ambiente.” 7)

Di eccezionale bellezza e importanza concettuale è quanto il papa asserisce nel primo paragrafo del secondo capitolo, intitolato La luce che la fede offre 8). Qui, dalla constatazione “della complessità della crisi ecologica e dalle sue molteplici cause” si ricava la convinzione che le possibili soluzioni non potranno provenire “da un unico modo di interpretare e trasformare la realtà” 9) e che, di conseguenza, sarà necessario fare riferimento “alle diverse ricchezze culturali dei popoli, all’arte e alla poesia, alla vita interiore e alla spiritualità” 10), non trascurando “nessun ramo delle scienze e nessuna forma di saggezza”, ivi inclusa quella religiosa 11).

Ci troviamo di fronte ad un atteggiamento di apertura davvero entusiasmante. Il papa, infatti, non si limita a mettere in discussione posizioni di stampo positivistico (cosa questa senz’altro prevedibile), ma arriva anche a conferire grande dignità (potremmo quasi dire “pari dignità”) alle varie esperienza culturali e alle varie forme di saggezza filosofiche e religiose che si sono potute esprimere all’interno dei vari cammini storici dei tanti popoli del mondo, rinunciando così a presentare il Credo cattolico come unica fonte di verità e come unica soluzione a tutti i problemi dell’esistenza umana.

E, dopo aver ribadita la piena disponibilità della Chiesa cattolica (attuale) al dialogo con il pensiero filosofico, sottolinea la doverosità di “un dialogo con tutti per cercare insieme cammini di liberazione”.

In parole come queste si riflette quanto di meglio hanno saputo esprimere la migliore cultura laica e la migliore cultura religiosa d’Occidente come d’Oriente. Si riflette il pensiero dei grandi maestri che hanno insegnato e praticato la tolleranza, il superamento delle chiusure e degli arroccamenti egocentrici e di ogni settarismo (palese e celato), da Socrate a Plotino, da Meister Eckhart a Erasmo da Rotterdam, da Spinoza a Voltaire, da Helena Petrovna Blavatsky a Krishnamurti, da Gandhi ad Aldo Capitini. Quelle due parole usate da papa Francesco, infatti, “cercare insieme” (aprendosi al dialogo), sembrano voler rinnegare i quasi 1.700 anni di Chiesa costantiniana, teodosiana e tridentina, caratterizzati da arrogante presunzione di superiorità assoluta (anzi di assoluta unicità), da superba pretesa all’infallibilità, al monopolio di verità rivelate, considerate come l’unica via meritevole di essere percorsa, in quanto indicata dalla stessa Sapienza divina ( come tale indiscutibile e irrinunciabile).

Parole rese ancora più forti ed eloquenti dalle successive altre due: “cammini di liberazione”. Qui sembrerebbe davvero chiara la volontà di questo papa “venuto da lontano” di far scendere il cattolicesimo in mezzo ai “tutti”, ponendosi al fianco dei “tutti”, a servizio dei “tutti”, senza più porsi come centro unico e assoluto della storia umana, chiamato a giudicare, anatemizzare, scomunicare, assolvere, condannare, convertire i “tutti” …

Trovo meraviglioso, in particolare, l’uso fatto del plurale: “cammini” e non “cammino”. Un plurale che si colloca lontano anni luce dalla rigida e autoritaria Chiesa di Pio XII, come da quella trionfalistica (e non certo meno autoritaria) di Giovanni Paolo II. Un plurale che sembrerebbe poter essere inteso come piena accettazione di valori tanto caparbiamente negati e disprezzati dalla Chiesa di ieri, valori come libertà di pensiero, libertà di coscienza, libertà di credo filosofico e religioso, ecc …

Cammini da ricercare, sperimentare, esaminare, discutere, integrare, correggere, confrontare, migliorare, sviluppare attraverso lo scambio, facendo tesoro degli sforzi altrui e della ricchezza morale e culturale di tutti. Aspirando ad una “liberazione” che è traguardo di tutti, di nessuno escluso, che riguarda gli esseri umani in quanto tali, al di là delle bandiere amate, degli altari venerati, dei dogmi abbracciati, dei rituali praticati.

E ancora più bello è forse quanto poi il papa aggiunge, dicendo che, benché l’Enciclica sia aperta al “dialogo con tutti per cercare insieme cammini di liberazione”, suo obiettivo sia mostrare come “le convinzioni di fede offrano ai cristiani, e in parte anche ad altri credenti, motivazioni alte per prendersi cura della natura e dei fratelli e sorelle più fragili.”

qIn pratica, si vuole far capire ai cristiani (ma anche ai non cristiani) che dalla giusta comprensione (che fino ad ora è evidentemente mancata!) e dalla coerente attuazione della dottrina cristiana non potrà che derivare “un bene per l’umanità e per il mondo” intero. 12)  E non si può certo sottovalutare che si parli di “motivazioni alte”, non delle uniche possibili e legittime, o, comunque, delle più alte. Simili, quindi, a quelle che potrebbero essere ravvisate e attinte altrove, in altre fedi e in altre religioni (in altri “cammini”).

Importanti perché tali da spronare a farsi carico responsabilmente dei problemi dell’intera realtà vivente, occupandosi e preoccupandosi, in particolar modo, “dei fratelli e sorelle più fragili”.

Difficile davvero, a questo punto, pensare che il mondo animale, vessato e torturato in mille modi dalla umana avidità e stoltezza, possa non meritare di essere anch’esso accolto nell’ambito di questa grande famiglia.

Come poter non includere, infatti, all’interno delle esistenze “più fragili” da difendere e tutelare anche le creature a cui il santo di Assisi amava predicare?

Ma come potranno, mi chiedo, i milioni di fedeli di Santa Madre Chiesa rispettare il fermo e inequivocabile invito della propria guida apostolica a prendersi cura della natura e delle sue creature, continuando a praticare spensieratamente la mattanza planetaria di masse sterminate di esseri (terribilmente fragili) destinati a finire sulle loro tavole?

Sapranno i cattolici accogliere questa esortazione? Sapranno rinnegare il carnivorismo come sono riusciti (seppur molto faticosamente e parzialmente) a rinnegare tanti altri crimini e misfatti del proprio passato?

 

NOTE

Papa Francesco, Laudato sì. Sulla cura della casa comune, San Paolo Edizioni, 2015, P.37

Ibidem

Ib

P.45

P.68

P.62

P.68

P.73

Ibidem

Ib

P. 73-4

P.74

 

 

 

,Con questa sua ultima fatica Roberto Fantini lancia un grido di allarme verso la mistificazione che i media svolgono sul fenomeno sempre più rilevante dei trapianti di organi, complice il silenzio-assenso della Chiesa Cattolica ed il pilatesco comportamento dello Stato, asservito agli interessi delle lobby. Accurata e ben documentata la ricerca del nostro che intervista gli addetti ai lavori.

 

Fino agli anni 70’ la tradizione giuridica e medica occidentale riteneva che l’accertamento della morte dovesse avvenire mediante il riscontro della definitiva cessazione delle funzioni vitali: la circolazione del sangue, la respirazione, l’attività del sistema nervoso. Al medico spettava “accertare” la morte avvenuta, non definirne l’esatto momento. Nell’agosto del 1968 un comitato ad hoc, istituito dalla Harvard Medical School, propose un nuovo criterio di accertamento della morte fondato su di un riscontro strettamente neurologico: la definitiva cessazione delle funzioni del cervello, definita “coma irreversibile”. In sintesi, i criteri di ridefinizione della morte del Comitato di Harvard rispondeva ad esigenze prettamente “utilitaristiche”. Nel suo rapporto finale il Comitato non partiva dal dato scientifico della morte dei malati, ma riteneva che essi, per un verso possano essere un “peso” per se stessi e per la società in quanto irreversibilmente lesi, e che, per altro verso, possano essere “utili” alla società in quanto potenziali donatori di organi per i trapianti.

Lo Stato italiano con la legge n.578 del 29 dicembre 1993 recepiva la risoluzione del Comitato di Harvard e all’art. 1 dichiarava: “ la morte si identifica con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo”.

L’assunto è completamente falso, sia rispetto ai principi religiosi cristiani che dal punto di vista scientifico. Non è assolutamente veritiera la morte del “donatore”. Dal punto di vista religioso lo stesso papa Giovanni Paolo II ebbe modo di sottolineare che i trapianti possono essere considerati leciti (anzi moralmente apprezzabili e auspicabili) ma solo a condizione di avere la certezza che il prelievo degli organi si verifichi “ex cadavere”, ovvero da individui indiscutibilmente morti. Il “morto cerebrale” è un soggetto “capace “ di anima e pertanto persona viva. Secondo la tradizione cattolica la morte è concepita come processo graduale,transito, cambiamento di stato, distacco, separazione dell’anima dal corpo, processo del quale non possiamo che ignorare i tempi e i modi.

In più circostanze, a partire dal concilio di Vienna (1311-12) la Chiesa cattolica romana ha sostenuto che l’unità di anima e corpo è così profonda che si deve considerare l’anima come forma del corpo e ha ribadito , a più riprese , che l’eliminazione dell’embrione umano, in ogni fase del suo sviluppo, è da ritenersi delitto d’aborto, come più volte si è ribadito che nessun dato sperimentale può essere di per sé sufficiente a far riconoscere un’anima spirituale. Nel caso degli espianti di organi invece si è deciso di ignorare il fatto che la cessazione della funzione cerebrale può essere (man non è necessariamente) uno stadio del processo del morire e che la linea che separa la vita e la morte è complessa e indefinita.

Sotto il punto di vista scientifico Mercedes Arzù Wilson, presidentessa della Fondazione per la famiglia delle Americhe e dell’Organizzazione mondiale della famiglia, ma anche membro della Pontificia accademia per la Vita, pone queste domande: 1)Se il il donatore è “cerebralmente morto” perché continuano ad alimentarlo con le flebo?

2) perché alle volte gli si fanno delle trasfusioni?

3) Perché si somministrano ormoni surrenali e tiroidei?

4) Perché c’è bisogno dell’anestesia per espiantare gli organi?

6) perché gli somministrano una sostanza paralizzante? Curioso notare che se anche il donatore è paralizzato , il battito del cuore e la pressione del sangue aumentano non appena il cuore inizia ad essere estratto.

7) Come può una donna incinta, cosi detta “cerebralmente morta”, continuare per mesi a mantenere in vita nel suo grembo un bambino ed essere definita cadavere?

8) come mai questi cosi detti cadaveri non si decompongono per giorni , alle volte per mesi?

9) come può una mamma cosi detta “cerebralmente morta” dopo aver dato alla luce un bambino vivo, produrre latte materno quando invece il chirurgo ha assicurato la sua famiglia che il suo cervello è morto? La società dei trapianti ignora forse che il latte materno è il risultato dell’attività della ghiandola pituitaria nel cervello che invia i segnali per la produzione della prolattina, i cui livelli aumentano in vista della produzione di latte per il bambino?

La fragilità di un essere umano , come è quello in cui è impegnato in una lotta estrema per la sopravvivenza, è del tutto trascurata. Costui subisce e percepisce l’abbandono, nel più atroce di modi, proprio da chi è preposto a prendersi cura di lui.

Ne consegue che lo Stato, e quindi i servizi sanitari nazionali, non possono avere la pretesa di influenzare le opinioni dei cittadini o imporre visioni etiche su temi molto delicati come quello della morte. Di conseguenza le leggi devono solo avere una funzione di garanzia di ordine esterno e di servizio della collettività. In una comunità democratica questo non può sostituirsi all’etica o alla morale.

Nel febbraio 2005 molti autorevoli filosofi e teologi, ma anche giuristi e scienziati, accolsero con grande entusiasmo l’invito del Pontefice, prendendo parte ad un convegno organizzato dalla Pontificia Accademia delle Scienze, nella stessa città del Vaticano. Tutti si trovarono sostanzialmente d’accordo nel ritenere che la sola morte cerebrale non andrebbe considerata come morte reale dell’essere umano e che il criterio della morte cerebrale, risultando privo di effettiva attendibilità scientifica, andrebbe pertanto abbandonato. I risultati emersi, invece che essere accolti non hanno goduto di un’adeguata attenzione. Prova ne è che dalle autorità vaticane non venne autorizzata neppure la pubblicazione degli atti e che una parte delle relazioni poté venire alla luce solo grazie all’intervento di Roberto De Mattei, all’epoca vicedirettore del Consiglio nazionale delle Ricerche, rivoltosi ad un editore esterno. Né è stato possibile riscontrare maggiore e migliore accoglienza per quanto concerne il celebre articolo di Lucetta Scaraffia, apparso sull’”Osservatore Romano” il 3 settembre 2008. Infatti, dopo la messa in discussione della studiosa delle certezze sulla morte cerebrale fondate sul rapporto di Harvard del 1968, si sono succeduti vari interventi di alti esponenti delle gerarchie ecclesiastiche che fecero in modo di sopire ogni volontà di ridiscutere la questione in maniera critica.

Di dubbi, di obiezioni, di perplessità, etc. non se ne è più parlato e, a prevalere in maniera schiacciante, è sempre più e senza alcun dubbio (sia dentro che fuori il mondo cattolico) una entusiastica ed emozionantissima esaltazione della così detta “cultura della donazione”, complici i media asserviti alle lobby. Molti ospedali dove si eseguono trapianti sono cattolici.

È nella natura della propaganda evitare di dare spazio a notizie “scomode”, come quelle sugli abusi commessi, con la complicità , o il silenzio-assenzo, anche di prestigiosi chirurghi, per procurare gli organi dei poveri ai ricchi malati. In questo modo l’integrità della persona, come propugnato dalla religione cattolica, viene ad incrinarsi.

Il traffico illegale di reni è stimato nell’ordine dei 15.000 casi ogni anno e si è venuto recentemente a sapere che una delle maniere in cui i migranti nel canale di Sicilia “pagano” il prezzo del tragitto alla mafia degli scafisti è con l’espianto dei propri organi.

In Italia il Comitato nazionale di bioetica nel 2010, sia pure non senza opposizione interna, ha espresso parere favorevole qualificando come “eticamente apprezzabile” la donazione da vivo di un rene a un perfetto sconosciuto destinato a rimanere tale.

La cosi detta “donazione” è in realtà un espianto da corpi ancora vivi. Prelevare organi da un cadavere sarebbe infatti del tutto inutile. Si tratta di una vera e propria macellazione, che induce medici compiacenti o ignoranti ad affrettare diagnosi e a mancate cure.

La morte cerebrale viene dichiarata sempre (rare sono le eccezioni) nelle prime 24/48 ore dal ricovero di un paziente comatoso, in genere traumatizzato cranico, in un reparto di rianimazione, durante le quali non si attua alcun tentativo serio ed efficace di terapia finalistica (cioè per salvarlo).

La terapia è finalistica solo quando si oppone tempestivamente al processo patologico in atto. Un’aspirazione di pochi cc. di liquido emorragico e del liquor ventricolare può essere sufficiente a decomprimere il cervello e così fare ricomparire la coscienza e permettere al paziente di uscire dal coma. Così, senza una terapia mirata, si instaura un progressivo deterioramento della corteccia cerebrale, rendendo difficile il recupero del paziente. Più il tempo passa più la sostanza grigia cerebrale, avida di ossigeno, perde la sua vitalità.

L’Intervento chirurgico elettivo andrebbe sempre e comunque eseguito d’urgenza allo scopo di decomprimere il cervello. Il tempo in questo caso è prezioso e quindi andrebbe ripristinato l’intervento decompressivo presso gli ospedali di prima accoglienza. In passato, il chirurgo degli ospedali minori aveva la preparazione per eseguire tali interventi decompressivi ed era tenuto ad effettuarli. Oggi, allo scopo di incrementare i trapianti, tali pazienti vengono avviati agli ospedali maggiori, più lontani, per cui sovente si superano i tempi ideali per il loro recupero. In questo modo però si salvano gli organi ad ogni costo. Negli ospedali maggiori deputati al trapianto, La terapia finalistica non viene quasi mai attuata poiché i neochirurghi, pressati dalla richiesta di organi, sono consapevoli che salvare il paziente ad ogni costo può significare anche perderlo con l’atto chirurgico o durante il decorso post-operatorio, perdendo così i suoi organi.

Si scrive espianti “da cadavere”, benché i medici siano i primi a sapere che dove c’è un cadavere non c’è più, per definizione, la possibilità di prelevare organi trapiantabili. Le manipolazioni di Big Pharma mietono milioni di vittime nel mondo. Da quando ci si è resi conto che la definizione di morte cerebrale non rappresentava un confine netto, bensì un rilievo scientifico del tutto opinabile, la macchina dei reparti, dei primariati, delle corsie e soprattutto quella dei farmaci antirigetto, era già partita e non si è più fermata. La ciclosporina, unico farmaco antirigetto, è un brevetto esclusivo della Novartis, un gigante dell’economia mondiale. Sarebbe bene che i potenziali donatori , o chi per loro, venissero meglio informati , meno fuorviati e maggiormente tutelati.

La vita vale ben poco rispetto agli interessi delle élites finanziarie internazionali, le stesse che decidono il destino dei nostri governi.

 

Roberto Fantini
“Vivi o morti? Morte cerebrale e trapianto di organi: certezze vere e false, dubbi e interrogativi”
Ed. Efesto

Quando la vita è solo un’opinione

 

Secondo la Commissione dell’Università di Harvard del 1968, un individuo èmorto quando il suo cervello smette di manifestare attività registrabili, anche se continua ad avere il cuore battente, polmoni respiranti, reni drenanti. Questa nuova definizione di morte, che da quel momento ha reso possibile il trapianto di organi, favorisce il commercio di organi che spesso vengono prelevati da persone disperate, povere, e soprattutto favorisce, in certi paesi, il rapimento di persone, specialmente bambini, spesso per curare le malattie dei ricchi. In sostanza i soggetti in morte cerebrale serviranno a rispondere alle domande dei trapianti d’organo, (che ormai è un vero business) o saranno utilizzati dalla sperimentazione medica.

E’ ormai ben documentata la vendita di reni in numerosi paesi d’Europa in un commercio che serve a procurare organi dai poveri per i ricchi malati.

Alcuni organi vengono venduti a somme considerevoli, un affare da milioni di dollari. Il traffico illegale di soli reni è stimato in 15.000 l’anno. Ci sono villaggi in Pakistan in cui a quasi tutti gli abitanti manca un rene.

Pare che l’espianto dei propri organi sia uno dei modi imposto dalla mafia ai migranti per pagarsi il tragitto nel canale di Sicilia.

Nessuno, compresi i trapiantisti avrebbe il coraggio di mettere in una bara una figlia che respiri, sia pure in modo assistito, che abbia il cuore ed il polso che battono, che abbia la cute rosea e calda e che magari possa condurre a termine una gravidanza, come si è verificato più volte.

Il genitore lascerebbe prolungare l’agonia del figlio per il vantaggio altrui? E’ consapevole che con la sua firma sta autorizzando ad asportare il cuore, il fegato, i reni di suo figlio morente con bisturi e sega elettrica, dissanguamento totale, evisceramento e sbudellamento? Che sarà somministrato un farmaco paralizzante per impedire le reazioni del corpo, movimenti degli arti e del tronco, mentre aumenta la frequenza del polso e della pressione arteriosa? I genitori che per spirito di altruismo e compassione verso il beneficiario decidono di donare gli organi dei propri figli sanno cosa sia l’espianto? Possono decidere per i propri figli senza poterli interpellare?

Anche nella consolazione che una parte del figlio vivrà in un altro , sono consapevoli, che stanno decidendo di donare ciò che non è di loro proprietà?

Centinaia di migliaia di persone in questi ultimi decenni sono state uccise con squartamento, e senza anestesia sulla base di un dogma che è risultato falso. Senza considerare se il paziente sarebbe stato o no consenziente.

Secondo le procedure in atto, un soggetto potrebbe essere dichiarato morto in alcuni paesi e in altri no. La stessa definizione di morte cerebrale può essere diversa da un paese ad un altro. Se una persona è ufficialmente morta i suoi organi non sono utilizzabili ai fini del trapianto; se invece sono

utilizzabili vuol dire che sono stati espiantati da una persona ancora in vita. Prelevare organi da un cadavere sarebbe del tutto inutile.

Anche quando viene dichiarata la cessazione irreversibile di ogni attività encefalica (cervello, cervelletto e tronco encefalico), la morte cerebrale non costituisce la morte dell’intero individuo: se una gamba va in cancrena non si decreta la morte dell’individuo, anche se il paragone ha le sue distanze. Non solo filosofi e teologi ma nemmeno la comunità scientifica internazionale è concorde nel definire il concetto di morte cerebrale.

Quindi nel dubbio è molto meglio trattare da vivo un morto che un morto da vivo.In sostanza, la morte cerebrale non è sempre verificabile, mentre la morte cardiaca può essere reversibile in quanto sono stati trapiantati con successo cuori prelevati da pazienti in morte cardiaca. Molti sono gli episodi riportati dalla cronaca in cui persone in arresto cardiaco per parecchi minuti, come il noto giocatore inglese Fabrice Muamba che nel 2012 a 24 anni è rimasto in arresto cardiaco per 78 minuti, è poi tornato a vivere.

Con l’espianto degli organi non solo i congiunti non possono avere la consolante possibilità di stare vicino alla persona amata negli ultimi istanti della sua esistenza, ma quale conforto possono avere nel recarsi sul luogo dove sono sepolti solo i resti di una persona espiantata?

Inoltre. In quale momento avviene il congiungimento o il distacco dell’anima dal corpo? E’ possibile definire il confine esatto tra la vita e la morte? In quale momento ognuno di noi inizia ad esistere, nel momento del concepimento? Lo spermatozoo con l’ovocita non sono forse potenzialmente portatori di vita? E l’individuo non inizia forse a morire dal momento stesso in cui nasce? L’anima pervade ogni parte del corpo; nella dimensione trascendente, quale sarà il destino di una persona alla quale sono stati estratti gli organi interni? Ogni individuo è unico nel suo genere, come unici sono i suoi organi, che in nessun caso sono spiritualmente compatibili con un altro individuo.

Non è nella nostra visione delle cose condividere l’espianto di organi, dal momento che tale pratica favorisce la cultura sintomatologica trascurando le cause che determinano le malattie che nella maggior parte dei casi sarebbero evitabili con un corretto stile di vita. Nei casi in cui invece è un incidente a causare il coma irreversibile, oppure una malattia genetica, allora è necessario che una persona stabilisca nel pieno delle sue facoltà mentali se consentire o no l’espianto dei suoi organi e solo dopo essere stato informato della pratica attuazione dell’espianto. In questi casi la domanda dovrebbe essere: sei disponibile a donare i tuoi organi se ti trovassi in coma irreversibile ma con circolazione in atto, respirazione e cuore battente?

(Spunti tratti dal libro di Roberto Fantini “Vivi o morti? Morte cerebrale e trapianto di organi: certezze vere e false, dubbi e interrogativi. Edizioni Efesto)

Conversazione con Patrizio Gonnella, presidente di Antigone

 

E’ mia convinzione che, all’interno di una comunità civile moralmente evoluta, l’evento tragico di un suicidio dovrebbe essere avvertito come una ferita profonda, come una mutilazione, come un collettivo fallimento etico e politico. Quando un membro della grande famiglia umana, cioè, sceglie di rifiutare la vita, dovremmo sempre sentirci tutti colpiti e tutti chiamati ad interrogarci sulla sofferenza, sulla solitudine, sulla disperazione che non abbiamo saputo o voluto scorgere e alleviare. Sofferenza, solitudine e disperazione che, probabilmente, per disattenzione, per pigrizia, per chiusura mentale, non abbiamo saputo percepire o, addirittura, direttamente o indirettamente, abbiamo contribuito a creare.

E questo sentimento di responsabilità dovrebbe essere avvertito ancora più spiccatamente quando, a strapparsi la vita di dosso, sono persone affidate alle istituzioni, persone sotto il pieno controllo dello Stato.

Ma le morti in carcere fanno, in genere, scarso clamore. Finiscono spesso per essere guardate con indifferenza, se non addirittura con un compiaciuto pizzico di sollievo e soddisfazione. Assai raramente, ci si sofferma a riflettere sull’entità e sulle responsabilità del fenomeno, nonché a riflettere sui numeri oltremodo inquietanti che ci provengono da dietro le sbarre: 44 suicidi nel 2014 e 22 fino al 20 luglio 2015; 6.919 detenuti coinvolti in atti di autolesionismo nello scorso anno e ben 933 che hanno tentato il suicidio e sono stati salvati dai poliziotti penitenziari. A Regina Coeli, carcere storico della capitale, in particolare, la situazione appare estremamente allarmante: si lamentano 250 agenti in meno rispetto all’organico previsto e 200 unità distaccate presso il Tribunale, la Corte di Cassazione, ecc … (fonte: Sappe). Al fine di tentare di delineare un corretto quadro della situazione abbiamo interpellato Patrizio Gonnella, presidente di Antigone.

 

Nelle nostre  carceri, si continua a morire. Ancora suicidi, ancora troppi suicidi. Eventi inevitabili, potremmo dire “fisiologici” del sistema carcerario in quanto tale o qualcosa da mettere in relazione alle ben precise condizioni del nostro attuale sistema carcerario?

- Il numero dei suicidi e delle morte naturali è in linea con il dato europeo. Non è questa una specificità italiana. Negli ultimi anni il dato è sempre stato costante e proporzionato al numero dei detenuti presenti. Tutto questo non ci impedisce di affermare che ogni suicidio, pur quello legato a scelte di disperazione personale, è anche una sconfitta per il sistema dell'accoglienza in carcere, incapace di far cambiare un'intenzione così tragica.

-          L’Unione  delle Camere Penali italiane (http://www.camerepenali.it/news/6318/IN-POCHE-ORE-DUE-SUICIDI-A-REGINA-COELI.html), a proposito degli ultimi casi, ha parlato di “morti annunciate”, mentre Santi Consolo, capo del DAP (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria), preferisce parlare di “triste coincidenza”. (Il Messaggero, 22 luglio 2015, p.13, intervista di Silvia Barocci)

 

Tu che ne pensi?

- Regina Coeli, carcere romano dove ci sono stati due suicidi in due giorni, è un istituto ben gestito dove la direzione sta sperimentando un'ipotesi di gestione più aperta in modo da assicurare maggiore socialità durante le giornate di detenzione. Purtroppo, questo modello avanzato non era applicato nel reparto dove erano ristretti i due detenuti suicidi. Quello è un “reparto nuovi giunti” dove i detenuti sono tendenzialmente chiusi tutto il giorno in cella. Speriamo che ora cambino le regole, rendendole più flessibili. Il detenuto deve essere sostenuto nelle prime giornate di carcerazione. Quelli sono i momenti più difficili, pieni di rimorso e vuoti di speranza.

 

-         L’ex garante per i detenuti Angiolo Marroni sostiene che la struttura del carcere di Regina Coeli sarebbe in sé e per sé inadeguata e che meriterebbe, pertanto, di essere chiusa. Giudizio realistico o esageratamente severo?

- Non sono d'accordo. Regina Coeli, pur essendo un carcere antico con tanti problemi logistici, è in pieno centro. La sua ubicazione consente maggiori contatti con difensori, parenti, amici. Un carcere periferico è spesso un carcere destinato all'isolamento sociale.

 

-         Una cosa che, molto spesso, non viene sufficientemente sottolineata è che, accanto ai suicidi attuati, ce ne sono moltissimi altri scongiurati grazie all’intervento del personale penitenziario. Non credi che questi servitori dello Stato meriterebbero una maggiore considerazione e che il loro impegno meriterebbe di essere meglio conosciuto ed apprezzato?

- Sono totalmente d'accordo. Lo staff penitenziario svolge un lavoro straordinario. Dalla loro gratificazione sociale ed economica dipende la qualità della vita in un carcere. Vanno prese misure in questa direzione. In particolare, i media devono assumersi questa responsabilità. Detto questo, i sindacati autonomi di polizia penitenziaria non devono costituire una resistenza a ipotesi di ammodernamento della vita in carcere e non devono difendere in modo corporativo chi fuoriesce dal solco della legge.

 

-         A che punto sono i progetti di miglioramento delle condizioni delle nostre carceri? Stiamo finalmente cercando di rispettare gli impegni e i richiami internazionali? E cosa rimane, soprattutto, da fare?

- Prima della condanna europea del gennaio 2013 i detenuti erano 68 mila. Oggi sono 53 mila. Di conseguenza, le condizioni di vita sono migliorate indubbiamente. Sono stati assunti provvedimenti tesi a ridurre l'impatto della custodia cautelare, a rilanciare le misure alternative alla detenzione. Non devono essere fatti passi indietro altrimenti è facile tornare nella melma e nell'ammasso di corpi.


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