L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Human Rights (172)

Roberto Fantini
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Conversazione con Silvia Cutrera*, su disabilità e diritti negati

 

   Sono senza dubbio innumerevoli gli aspetti della realtà di cui continuiamo a sapere sempre molto poco. E ciò riguarda soprattutto quegli aspetti in cui vive maggiormente il dolore, in cui più facilmente possiamo incontrare immagini non gradite, problemi troppo impegnativi e, pertanto, irritantemente scomodi.

Va a finire, così, che troppo spesso ci rifugiamo in rappresentazioni del mondo in cui ben poco spazio rimane per le questioni aperte, spinose e imbarazzanti … E che, di conseguenza, si preferisca adottare la strategia del non sapere, del non vedere, sfociante in quella del non pensare.

Ben vengano, quindi, tutte le opportunità in grado di aiutarci a non restare barricati nel nostro piccolo mondo, capaci di metterci in contatto con i vari volti dell’esistenza, senza censure ed edulcorazioni.

La mia storia ti appartiene, volume curato da Silvia Cutrera e Vittorio Pavoncello, è, proprio in tale prospettiva, uno strumento prezioso. Ci costringe, infatti, a ricordarci quanto il problema della disabilità non soltanto sia lontano dall’essere risolto, ma anche lontanissimo dall’essere onestamente affrontato.

Nonostante la Dichiarazione dell’ONU sui diritti dei portatori di handicap risalga oramai al 1975 (9 dicembre), ancora (a voler fare solo qualche esempio doloroso) il 50 % delle nostre scuole non è stato liberato dalle barriere architettoniche e ancora il tasso di disoccupazione delle persone con disabilità risulta 4 volte superiore a quello dei cosiddetti normodotati.

Eppure, gli enunciati del testo ONU del ’75 (indubbiamente uno dei documenti internazionali meno noti e meno rispettati) risultano di perentoria ineludibilità:

           Il portatore di handicap - si legge all’articolo 3 - ha un diritto connaturato al rispetto della sua dignità umana. Il portatore di handicap, quali che siano l’origine, la natura e la gravità delle sue difficoltà e deficienze, ha gli stessi diritti fondamentali dei suoi concittadini di pari età, il che comporta come primo e principale diritto quello di fruire , nella maggiore misura possibile, di un’esistenza dignitosa altrettanto ricca e normale.

E, in maniera più circostanziata, all’articolo 5 leggiamo che

            Il portatore di handicap ha diritto alle misure destinate a consentirgli la più ampia autonomia possibile.

Le espressioni   stessi diritti fondamentali e   esistenza dignitosa altrettanto ricca e normale, forniscono, infatti, direttive chiarissime e categoriche che ogni Stato desideroso di essere ritenuto veramente civile dovrebbe rispettare e prodigarsi a tradurre in realtà di fatto.

E ancora più esplicita e dettagliata risulta la Convenzione ONU per i diritti delle persone con disabilità del 2006, soprattutto quando, all’articolo 3, afferma che il rispetto dovuto all’intrinseca dignità, all’autonomia individuale e all’indipendenza delle persone dovrebbe concretamente esprimersi nella non discriminazione; nella piena ed effettiva partecipazione ed inclusione nella società; nel rispetto per la differenza e nell’accettazione delle persone con disabilità come parte della diversità umana e dell’umanità stessa; nelle concrete pari opportunità e nella completa accessibilità.

Ma la vita delle persone con disabilità è ancora particolarmente affollata da ostacoli( a volte insormontabili ), da umiliazioni di ogni tipo e da sofferenze piccole e grandi. E’ ancora, cioè, una vita in cui una dignitosa autonomia personale appare essere troppo spesso una meta inarrivabile .

La mia storia ti appartiene ci ricorda tutto questo, facendo ricorso proprio alla voce diretta degli individui reali chiamati quotidianamente ad affrontare i mille problemi del vivere all’interno di una società fastidiosamente inospitale.

Si tratta, perciò, di un libro da accogliere con gratitudine, da leggere e da meditare. In esso, possiamo incontrare tante voci diverse di tante persone diverse, con problemi diversi. Voci in grado di aiutarci a rendere più flessibili, più labili le categorie spesso troppo rigide a cui facciamo ricorso per dividere e classificare gli esseri umani in gruppi e sottogruppi, in normali e non normali, ecc …

   Come ha scritto Vincenzo Falabella**

         Questo non è un semplice libro, è uno strumento per conoscere da vicino l’ampiezza della natura umana e l’imprevedibilità della vita, restituisce visibilità a esperienze sommerse o dimenticate, propone riflessioni che potranno produrre cambiamenti nel pensare e trattare la persona con disabilità. (p.14)

 

             A Silvia Cutrera, uno dei due ideatori e curatori del libro, abbiamo rivolto qualche domanda al fine di meglio comprendere il senso e le finalità dell’opera.

 

-          Il libro da te curato è una sorta di coro polifonico, un'opera che si compone dell'apporto di più individui che ci offrono le proprie meditazioni, le proprie esperienze, le proprie problematiche.
Quando è nato questo bel progetto editoriale? E cosa ti aspetti dalla sua realizzazione?

 

-          Il progetto è nato il 5 maggio 2014 in occasione della prima giornata europea per la Vita Indipendente indetta da Enil Europa (www.enil.eu) per protestare contro i tagli alla Disabilitá.
Avi e Fish Lazio con Ecad hanno organizzato un convegno presso la Sala Tirreno della Regione Lazio, durante il quale, oltre ad avere affrontato tematiche politico-sociali, si è data voce alle persone con disabilità che per l'occasione avevano accettato di scrivere e condividere aspetti della propria vita. La lettura di questi racconti è stata affidata a due attori che hanno saputo interpretare in modo drammaturgico quelle storie di vita.
Visto l'interesse suscitato, si é pensato di ampliare l'invito a scrivere, rivolgendosi a più persone con disabilità, attraverso l'annuncio sul web lanciato alla fine di giugno 2014 con scadenza al 10 settembre, con l'obiettivo di farne un libro.
I racconti descrivono le diverse disabilitá: intellettive, fisiche e sensoriali. Sono per lo più storie autobiografiche provenienti da tutta Italia jghje riguardano adulti e bambini.
Ritengo utile il libro per far conoscere l'ordinarietá di una condizione umana che, a causa dei pregiudizi sulla disabilità e delle risorse insufficienti, rende diseguali negando pari opportunità e diritti umani.

-          Nel tempo presente, per quanto concerne la "questione disabilità" è impossibile non riscontrare la distanza stellare esistente rispetto alle convinzioni culturali e ai comportamenti di qualche secolo (ma anche di qualche decennio) fa. Eppure, i problemi irrisolti sono ancora tutt'altro che pochi e tutt'altro che irrilevanti. Quali, secondo te, i più urgenti?

 

-          Problemi irrisolti e più urgenti:

Innanzitutto un cambiamento culturale nei confronti della disabilita, definita oggi dalla Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità "un concetto in evoluzione". 

Abbiamo bisogno di uno sguardo diverso perché ogni persona con disabilità ha un proprio progetto di vita (ordinario o eccezionale, ottimo o mediocre, come tutti gli altri esseri umani) realizzabile in condizioni di pari opportunità e rispetto di diritti.

Dovrebbe essere garantita l'assistenza che rappresenta un livello essenziale delle prestazioni per ogni persona con disabilità.

Vanno poi maggiormente sviluppate politiche attive inclusive con l'obiettivo di favorire l'inclusione scolastica, l'occupazione, il poter abitare in autonomia ed esercitare il proprio diritto di cittadinanza.

Si desidera una società inclusiva, libera da barriere di ogni genere con un welfare di prossimità che contrasti forme di isolamento.

 

-          Simonetta, una delle autrici del libro, ha scritto che

             Si è disabili in rapporto a una funzione che si è in grado o non si è in grado di fare (non abilitati a, non messi in condizioni di). La disabilità è quindi relativa e può così essere intesa in un senso amplissimo. Siamo tutti in qualche maniera disabili perché nessuno sa e può fare tutto. Però tutti possiamo integrare le nostre disabilità se sommiamo le nostre abilità. (p.50)

Perché, a tuo avviso, parole di un rigore logico così lucido e, al contempo, tanto dense di saggezza, incontrano ancora tanta resistenza nell'essere accolte e condivise?

-          Chi ha una disabilitá è abituato a superare ostacoli. Quotidianamente ci si ritrova a cercare soluzioni a problemi di varia natura. Se le pcd fossero messe nella condizione di essere maggiormente ascoltate, tutti ne avrebbero beneficio. 


- Se potessi, almeno per un giorno, essere Sindaco di una città come Roma, quali urgentissimi provvedimenti prenderesti?

-          Se fossi il Sindaco di Roma? Aiuto!

Eviterei gli sprechi, toglierei sampietrini e buche, renderei più pulita e accessibile la cittá e includerei il tema disabilità in tutti gli assessorati. 

 

La mia storia ti appartiene. 50 persone con disabilità si raccontano
A cura di: Silvia Cutrera e Vittorio Pavoncello
Editore: Edizioni Progetto Cultura – dicembre 2014


*Presidente dell’Agenzia per la Vita Indipendente onlus di Roma.

**Presidente della Federazione Italiana Superamento Handicap e della Federazione delle persone con lesioni al midollo spinale.

 

 

 

 

   I VERSI DELLA POETESSA RADHIA CHEHAIBI DOPO LA STRAGE IN TUNISIA

di Viviana Isernia*

Originaria di Kairouan (Tunisia), vive nella città di Sousa. E' Membro delle Associazioni Educazione e famiglia e Madri in Tunisia. La sua poesia si volge alla ricerca di un Amore assoluto, nella esplorazione del sé e nell’analisi della condizione femminile. Parole preziose da custodire poiché sono segnali di un mondo ancora possibile.

Il suo stile è molto descrittivo, colmo di passione.  E' autrice di due raccolte, Città della Memoria e Caffè.

Nella raccolta Città della Memoria (in arabo  مُدُن  الذاكِرة  = Mùdun al-Dhakirah), il lettore può viaggiare con la fantasia, visitando città lontane o vicine e scoprire miti e leggende meravigliosi.

La raccolta dedicata al tema del caffè, invece, ripercorre la Primavera Araba scoppiata in Tunisia nel 2011.

Nel 2013 alcune sue poesie dedicate al caffè hanno vinto in Italia il primo premio dell'8° edizione del Premio Internazionale di Poesia Ali di Aliante - Edizioni Sparagna.

Scossa dall'ultimo episodio di terrorismo, ha voluto dedicare dei versi alla sua città.

                       Terrorismo

Insolitamente....

Il mattino è giunto scombussolato, senza luce

Al Diavolo non piace la luce

Approfittando delle tenebre / il mare ha sterminato

Poi, una pozza di sangue

Radhia Chehaibi.


 

* Viviana Isernia ha conseguito col massimo dei voti due lauree in Italia ( “Studi Arabo-Islamici e del Mediterraneo” e “Teoria e prassi della Traduzione Araba”) e una all'estero (“Lingua Araba Standard”).

Dal 2007 collabora come traduttrice di lingua araba presso case editrici, tribunali e agenzie di traduzione, dedicandosi anche alla divulgazione della letteratura (prosa e poesia) della Letteratura tunisina contemporanea arabofona.

 

  

L’Italia ha aderito a numerosi strumenti internazionali in cui il divieto di tortura risulta perentoriamente espresso: la Dichiarazione universale dei diritti umani, il Patto sui diritti civili e politici, laConvenzione dell'Onu contro la tortura, la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti fondamentali e la Convenzione europea per la prevenzione della tortura.

Fra tutti questi documenti, la condanna nei confronti della tortura è argomentata con particolare cura e categoricità dalla Convenzione dell'Onu contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti *, che l'Italia ha ratificato nell’oramai lontanissimo novembre del 1988 e che non si limita a mere enunciazioni di principio o a ottimistiche esortazioni, ma  impone agli stati l'obbligo di considerare la tortura in quanto reato.

In palese contraddizione con le direttive discendenti dal diritto internazionale, però, il nostro ordinamento continua a non possedere una norma che recepisca tale disposizione


Dal primo disegno di legge, infatti, presentato dal senatore Nereo Battello il 4 aprile del 1989 (subito dopo la ratifica della Convenzione) e da quello immediatamente successivo, presentato il 19 febbraio 1991 da Franco Corleone, numerosi sono stati i tentativi di introdurre il reato di tortura attraverso proposte di leggeche purtroppo, per diversi motivi, non sono mai giunte all'approvazione definitiva.


Nella XVI legislatura ci sono state addirittura ben 12 proposte di legge, senza che nessuna di esse riuscisse ad approdare neppure al dibattito in uno dei due rami del Parlamento.

L'attuale legislatura,la XVII, ha visto sin da subito interessanti proposte di legge in tema di reato di tortura. La discussione dei diversi testi è iniziata al Senato il 22 luglio 2013, per poi dar vita a un testo unificato presentato il 17 settembre alla relativa commissione Giustizia e approvato definitivamente in assemblea il 5 marzo 2014 con voto quasi unanime. **

Ma problemi su problemi sono continuati a sorgere e, ancora una volta, dopo alterne vicende e dopo tante speranze, tutto sembra destinato ad impantanarsi.

In merito alla situazione venutasi a delineare, ci siamo rivolti nuovamente a Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, associazione sempre in prima linea in questa civilissima battaglia.***


-          Patrizio, benché sia le Nazioni Unite che il Consiglio d’Europa abbiano definito la tortura “crimine contro l’umanità” e benché, solo in quest’ultimo anno, sia le Nazioni Unite, durante la Revisione Periodica Universale, sia la Corte europea dei diritti umani per il caso Diaz**** ci abbiano chiesto di colmare tale mancanza, questa legge, tanto attesa, e che, fino a poco fa, sembrava in "dirittura d’arrivo", appare ancora sospesa nella più grande incertezza.
Come ci dobbiamo spiegare questa nuova battuta d’arresto?

-          Oramai siamo abituati a un pericoloso ping pong parlamentare. Aspettiamo questa legge dal 1988. Siamo nel 2015. La melina è prodotta da un senso di paura da parte delle forze politiche di inimicarsi il “partito” della Polizia. Purtroppo vi è ancora un forte condizionamento o meglio un auto-condizionamento. Il Prefetto Pansa, capo della Polizia, non si è infatti opposto alla codificazione del reato. Esiste però chi vuole scavalcarlo nell'interpretare i desiderata dei poliziotti. Il reato di tortura consentirebbe di distinguere chi si muove nel solco della legalità da chi, invece, commette un crimine sanzionato dalla comunità internazionale.

-          E come giudicare le recenti affermazioni di Salvini (subito supportate da altri esponenti della destra nostrana), secondo cui le forze d polizia dovrebbero sempre godere di "libertà assoluta"?!

-          Si tratta di dichiarazioni espressione di un populismo penale ben noto. La teoria delle mani libere è quella che ha prodotto Abu Ghraib o Guantanamo. Non è deterrente rispetto alla commissione dei reati. La sperimentò Rudolph Giuliani. Divenuto nel 1993 sindaco di New York, Rudolph Giuliani, un passato da procuratore e poliziotto, è stata la nuova icona della amministrazione della sicurezza pubblica nelle città. Sindaci e ministri, di destra e di sinistra, americani ed europei si sono ispirati alla sua dottrina delle mani sporche, non diversa da quella anti-terroristica, post attentato alle Torri Gemelle.Rudolph Giuliani è il politico che ha fatto della “tolleranza zero” una filosofia di comportamento pubblico. Ha usato il linguaggio per rompere con la tradizione sociale e solidale liberal-democratica e cristiana. Un linguaggio che ha avuto una sua traduzione mondiale e che si è posto in discontinuità con un uso delle parole moderato, sobrio, dolce e soprattutto politically correct, tipico delle democrazie post-belliche. La sua politica “zero tolerance”  fu realizzata nel corso degli anni ‘90 insieme a William Bratton, promosso a capo della polizia newyorkese proprio dal sindaco Rudolph Giuliani. Essa si ispirava alla teoria dei “vetri rotti” (broken windows) messa a punto nei primi anni ’80 dal Manhattan Institute, secondo la quale era necessario ribattere colpo su colpo alla criminalità e alla devianza di strada. Veniva criminalizzato colui che per strada chiedeva l’elemosina, viveva o suonava all’aperto, lavava i vetri, si ubriacava o faceva graffiti sui muri. In sostanza, veniva criminalizzata la povertà al fine di rassicurare la classe media newyorchese e ridimensionare le sue paure. Furono allontanati i mendicanti e gli homeless dalle zone centrali e residenziali della città e furono deportati con la forza verso le aree più periferiche. Nei confronti di chi dava fastidio sociale non ci fu un contrasto di tipo giudiziario ma un contrasto fisico. I poliziotti erano addestrati a un corpo a corpo violento. La polizia si metteva al servizio della politica che in questo modo cercava facile consenso. Tra il 1993 e il 1997, le denunce di reato a New York calarono complessivamente del 45%. I sostenitori della “zero tolerance” gridarono al successo dell’azione di polizia. In realtà, nello stesso periodo la criminalità khudiminuiva anche là dove erano state adottate strategie di prevenzione della criminalità molto meno aggressive (Los Angeles) o finanche di tipo comunitario (Boston e San Diego). Si trattava di un trend generale. Solo a New York, invece, le denunce per violenze di polizia aumentarono del 75%. Violenze o, ancora più precisamente torture, visto che si trattava di reazioni di polizia sproporzionate rispetto ai fatti contestati, sganciate da ogni responsabilità penale ed esclusivamente finalizzate alla esaltazione del potere punitivo in nome della guerra alla paura e alla insicurezza. Non è un caso che, quando Rudolph Giuliani si candidò alle presidenziali nel 2008 contro John McCain, in riferimento alla legittimità della pratica del waterboarding, durante i lavori di un forum che si teneva nella città di Davenport, disse che lui, tutto sommato, apprezzava e condivideva la tecnica degli interrogatori aggressivi nei confronti delle persone sospette di terrorismo. La teoria delle mani libere, dunque, non previene i reati e tracima verso la tortura.

-          E cosa occorrerebbe rispondere alla tesi sostenuta dal SAP (Sindacato Autonomo di Polizia)*****,   secondo cui il fatto che la legge possa contemplare anche"sofferenze di natura psicologica", rappresenterebbe un colossale regalo ai delinquenti e a coloro che desiderano  "dare una lezione" alla polizia?!

-          Ma, allora, che dire di quelle sofisticate forme di tortura quali la deprivazione del sonno, la minaccia di morte ai familiari, l'isolamento sensoriale?

         Distinguere la sofferenza fisica da quella psichica è anti-   moderno, a-scientifico, scorretto.

RIFERIMENTI

*http://www.flipnews.org/flipnews/index.php?option=com_k2&view=item&id=6878:universalmente-bandita-universalmente-praticata-si-chiama-tortura-diamole-uno-%E2%80%9Cstop%E2%80%9D&Itemid=76

**http://www.flipnews.org/flipnews/index.php?option=com_k2&view=item&id=6620:legge-contro-la-tortura?-forse-ci-siamo&Itemid=76

***http://www.flipnews.org/flipnews/index.php?option=com_k2&view=item&id=5949:tre-leggi-per-la-giustizia-e-i-diritti-tortura-carceri-droghe&Itemid=76

****http://www.flipnews.org/flipnews/index.php?option=com_k2&view=item&id=7357:strasburgo-condanna-l%E2%80%99italia-torture-alla-diaz&Itemid=70

http://www.flipnews.org/flipnews/index.php?option=com_k2&view=item&id=5418:sentenza-diaz-l%E2%80%99analisi-disincantata-di-un-testimone-vittima&Itemid=76

http://www.flipnews.org/flipnews/index.php?option=com_k2&view=item&id=5411:sentenza-diaz-lacune-da-colmare&Itemid=76

http://www.flipnews.org/flipnews/index.php?option=com_k2&view=item&id=5403:sentenza-diaz-il-caso-e%E2%80%99-chius&Itemid=76

http://www.flipnews.org/flipnews/index.php?option=com_k2&view=item&id=6050:inferno-bolzaneto-confermate-dalla-cassazione-le-gravi-responsabilita%E2%80%99-per-le-violazioni-dei-diritti-umani&Itemid=76

*****http://www.sap-nazionale.org/flash_speciale.php

 

 

Andrey MironovAndrey Mironov
 

Condividevamo gli stessi sentimenti sulla questione dei diritti umani e sul rifiuto della guerra. Era  iscritto alla nostra associazione.

 

VIDEO IN RICORDO DI ANDREY MIRONOV

 

Non era giornalista, pur avendone tutti i requisiti, ma si era creato un ruolo ancora più importante. Era un associato della Free Lance International Press, la nostra associazione, dietro mia proposta: tessera n° 1001 del gennaio 2006. La sua vocazione era accompagnare i professionisti dell’informazione lì dove c’erano ingiustizie da denunciare e far capire al resto del mondo: la repressione contro i più deboli, l’arroganza del potere, il dramma della gente comune. Andrey Mironov, 60 anni, nato a Irkutsk, sul lago Baikal, era diventato il riferimento obbligato per comprendere il mondo sovietico dopo il Grande Crollo, per capirne le dinamiche e l’involuzione sempre più autoritaria del nuovo regime. Ai giornalisti occidentali offriva la chiave per aprire le porte più segrete dell’ex Impero: dalla Cecenia alla Georgia, dai giochi internazionali della Gazprom ai depositi di armi biologiche e chimiche sepolti nelle piane gelate della Siberia.

Andrey Mironov era un personaggio generoso, cercava di soddisfare tutte le richieste di chi sentiva dalla sua parte, senza tirarsi mai indietro e senza misurare troppo i rischi. È proprio questo, forse, che ha segnato il suo destino. Andrey è morto il 24 maggio scorso in Ucraina, ucciso in un’imboscata non lontano da Sloviansk, mentre accompagnava sulla prima linea degli insorti filorussi un giovane fotoreporter italiano, Andrea Rocchelli, pieno di entusiasmo e di passione.

 

Avevo conosciuto Andrey Mironov 12 anni fa a Mosca, in uno dei miei primi viaggi nella nuova Russia, appena dopo aver intervistato la giornalista Anna Politkvoskaja nella redazione della Novaya Gazeta. Anna si era esposta in particolare sulla questione cecena, denunciando i soprusi del Cremlino da una parte e dei guerriglieri ceceni dall’altra, ai danni della popolazione civile.

 

Lei stessa sarebbe stata, pochi anni dopo, nel 2006, la vittima più illustre di una guerra dichiarata alla libertà di stampa.

Ci eravamo incontrati in albergo e mentre parlavamo di tanti nuovi progetti di inchiesta, Andrey continuava a massaggiarsi il collo con aria dolorante.

Pochi giorni prima, mi confidò, aveva subito un’aggressione da parte di agenti del Kgb, che lo avevano bastonato duramente lungo la strada di casa. Con la polizia segreta Andrey aveva ormai un’esperienza quotidiana. Ancora in epoca socialista era stato rinchiuso in carcere e condannato a tre anni di gulag perché diceva “raccontavo la verità”. A tirarlo fuori era stato un intervento diretto di papa Woytyla, al quale aveva scritto una lettera insieme ad altri condannati.

Mi raccontava, scherzando, che gli agenti che lo pedinavano continuavano a lamentarsi che li faceva correre troppo

col suo passo veloce. Andrey era anche un uomo di cultura. Il suo riferimento ideale era l’amico Shakarov, il grande scienziato diventato il simbolo della battaglia per i diritti civili nella nuova Russia degli anni Novanta. Era stato membro attivo del Memorial di Mosca, l’associazione non governativa per il rispetto dei diritti umani. Stabilimmo da allora un rapporto diretto di amicizia, più ancora che di collaborazione giornalistica.

 

Con Andrey mi sono calato nella memoria più fosca dell’epoca dei gulag e ho incontrato nella sua dacia a 80 chilometri da Mosca, il testimone più importante di quella lontana epopea, Gregori Pomeranc, amico di Solgenitsin e di Shalamov. Con Andrey ho scoperto a Kolzovo, in Siberia, il centro per la produzione di armi biologiche più importante al mondo, dove sono stoccati 300 ceppi di virus tra i più letali: antrace, vaiolo, Marbourg-U.

Con Andrey ho visto i cinque depositi più segreti di micidiali armi chimiche rimasti in Russia, a qualche centinaio di chilometri da Mosca. Con Andrey ho denunciato il pericolo dei reattori nucleari abbandonati nel mare di Barents e a Vladivostok, all’interno di sommergibili abbandonati e ancora da smantellare.

 

Ricordo che da Vladivostok tornammo insieme viaggiando a bordo della mitica Transiberiana. Fu quella l’occasione nella quale approfondimmo di più la nostra amicizia. Passammo insieme in un piccolo scompartimento sei giorni, sei notti e quattro ore, viaggiando per migliaia di chilometri e nove diversi fusi orari, mentre Andrey tornava ai suoi ricordi di infanzia e citava le letture che suo padre gli faceva del Piccolo Principe e di Dersu Uzala. Fu proprio nella taiga di Dersu Uzala che comprammo insieme diversi vasi di miele di tiglio, dei quali andava ghiotto. Quando passammo da Irkutsk, la sua città natale, lo sentivo commosso, non solo per i ricordi ma anche perché sinceramente affascinato da quella gelida bellezza.

 

Andrey era attento e critico nei confronti della politica ma amava anche profondamente il suo paese e la sua gente. Viaggiavamo nel grande inverno russo, tra distese sterminate di foreste innevate e di laghi ghiacciati, attraversando la taiga deserta punteggiata di piccole capanne sperdute. “Parlano sempre della Transiberiana e di chi è stato capace di costruirla”, mi diceva Andrey. “Ma nessuno parla mai dei 70mila operai che hanno lavorato per anni, distrutti dalla fatica, e dei 15mila che sono morti, sepolti lungo i binari che andavano tracciando”.

Con Andrey, e con suo grande stupore di fronte a tanto sfarzo, sono entrato a Mosca nel grattacielo della Gazprom, la roccaforte del potere energetico russo.

 

Con Andrey sono tornato in Cecenia, tra le macerie della scuola di Beslan, teatro di uno dei più crudeli massacri di quella guerra maledetta, con più di 300 piccole vittime. “Le guerre svuotano l’anima”, mi disse allora. “Non solo quelle dei guerriglieri disposti a tutto ma anche quelle di chi ha dato l’ordine di usare i lanciafiamme per snidarli, incuranti della presenza di bambini innocenti”. Andrey faceva ormai di tutto per accontentarmi, nella mia voglia di raccontare storie e personaggi. Anche i più negativi, come quando mi accompagnò, a malincuore, a intervistare Ramzan Kadirov, il terribile e temibile presidente ceceno. Con tutt’altro spirito, pieno di affettuosa partecipazione, mi aveva accompagnato al Memorial di Grozny e a intervistare i tanti colleghi giornalisti russi sopravvissuti alla brutalità della censura di regime. E Andrey non aveva esitato a esporsi anche in prima persona quando denunciò apertamente gli “squadroni della morte” del regime, in una mia inchiesta per Report sulla pena capitale. “Dicono che c’è la moratoria”, aveva detto coraggiosamente davanti alla mia telecamera in un’intervista a sensazione. “Ma le esecuzioni avvengono nell’ombra, centinaia ogni anno, per via extragiudiziale”.

Ho lavorato insieme ad Andrey Mironov, per l’ultima volta, subito dopo l’insurrezione di piazza Maidan, a Kiev, e la secessione della Crimea. Dopo giorni passati tra macerie, fili spinati e ritratti dei caduti illuminati dalle candele e cosparsi di fiori, ci ritrovavamo in un ristorante georgiano a bere birra e mangiare khachapuri. Ci eravamo visti più volte anche in Italia, a casa mia, ad Ardesio. Condividevamo gli stessi sentimenti sulla questione dei diritti umani

e sul nostro rifiuto della guerra. Andrey, da sempre un attivista impegnato nella causa dei diritti civili, denunciava apertamente la posizione di Putin e il suo doppio gioco sulla questione dell’autodeterminazione.

“Se ci credesse veramente”, mi diceva, “lo avrebbe dimostrato anche in Cecenia o in Ossezia, non solo sulla Crimea”. Quello che più lo turbava, comunque, era che mironovtessl’intervento militare potesse provocare nuove vittime tra la popolazione civile.

 

Era con questo spirito, certamente, che Andrey aveva deciso di accompagnare un giovane fotoreporter italiano, Andrea Rocchelli, sulla prima linea degli scontri tra l’esercito ucraino e gli insorti filorussi, un ultimo azzardo che sarebbe stato fatale a entrambi.

Andrey era convinto che dietro gli insorti di Donesk e Sloviansk ci fossero manovre destabilizzanti dall’esterno. La loro macchina, a bordo della quale c’era anche un fotografo francese che ha poi raccontato la scena, era stata bersagliata da colpi di kalashnikov.

 

Mentre i due si lanciavano fuori e saltavano in una buca per ripararsi, Andrey Mironov e Andrea Rocchelli sono stati colpiti in pieno da una granata di mortaio.

“Ho capito che non basta denunciare l’ingiustizia”, scriveva Albert Camus. “Bisogna anche dare la vita per cambiarla”. Il mio amico e collega Andrey, questo lo ha fatto e sentiremo in tanti la sua mancanza.

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