L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Human Rights (198)

Roberto Fantini
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L’Italia ha aderito a numerosi strumenti internazionali in cui il divieto di tortura risulta perentoriamente espresso: la Dichiarazione universale dei diritti umani, il Patto sui diritti civili e politici, laConvenzione dell'Onu contro la tortura, la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti fondamentali e la Convenzione europea per la prevenzione della tortura.

Fra tutti questi documenti, la condanna nei confronti della tortura è argomentata con particolare cura e categoricità dalla Convenzione dell'Onu contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti *, che l'Italia ha ratificato nell’oramai lontanissimo novembre del 1988 e che non si limita a mere enunciazioni di principio o a ottimistiche esortazioni, ma  impone agli stati l'obbligo di considerare la tortura in quanto reato.

In palese contraddizione con le direttive discendenti dal diritto internazionale, però, il nostro ordinamento continua a non possedere una norma che recepisca tale disposizione


Dal primo disegno di legge, infatti, presentato dal senatore Nereo Battello il 4 aprile del 1989 (subito dopo la ratifica della Convenzione) e da quello immediatamente successivo, presentato il 19 febbraio 1991 da Franco Corleone, numerosi sono stati i tentativi di introdurre il reato di tortura attraverso proposte di leggeche purtroppo, per diversi motivi, non sono mai giunte all'approvazione definitiva.


Nella XVI legislatura ci sono state addirittura ben 12 proposte di legge, senza che nessuna di esse riuscisse ad approdare neppure al dibattito in uno dei due rami del Parlamento.

L'attuale legislatura,la XVII, ha visto sin da subito interessanti proposte di legge in tema di reato di tortura. La discussione dei diversi testi è iniziata al Senato il 22 luglio 2013, per poi dar vita a un testo unificato presentato il 17 settembre alla relativa commissione Giustizia e approvato definitivamente in assemblea il 5 marzo 2014 con voto quasi unanime. **

Ma problemi su problemi sono continuati a sorgere e, ancora una volta, dopo alterne vicende e dopo tante speranze, tutto sembra destinato ad impantanarsi.

In merito alla situazione venutasi a delineare, ci siamo rivolti nuovamente a Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, associazione sempre in prima linea in questa civilissima battaglia.***


-          Patrizio, benché sia le Nazioni Unite che il Consiglio d’Europa abbiano definito la tortura “crimine contro l’umanità” e benché, solo in quest’ultimo anno, sia le Nazioni Unite, durante la Revisione Periodica Universale, sia la Corte europea dei diritti umani per il caso Diaz**** ci abbiano chiesto di colmare tale mancanza, questa legge, tanto attesa, e che, fino a poco fa, sembrava in "dirittura d’arrivo", appare ancora sospesa nella più grande incertezza.
Come ci dobbiamo spiegare questa nuova battuta d’arresto?

-          Oramai siamo abituati a un pericoloso ping pong parlamentare. Aspettiamo questa legge dal 1988. Siamo nel 2015. La melina è prodotta da un senso di paura da parte delle forze politiche di inimicarsi il “partito” della Polizia. Purtroppo vi è ancora un forte condizionamento o meglio un auto-condizionamento. Il Prefetto Pansa, capo della Polizia, non si è infatti opposto alla codificazione del reato. Esiste però chi vuole scavalcarlo nell'interpretare i desiderata dei poliziotti. Il reato di tortura consentirebbe di distinguere chi si muove nel solco della legalità da chi, invece, commette un crimine sanzionato dalla comunità internazionale.

-          E come giudicare le recenti affermazioni di Salvini (subito supportate da altri esponenti della destra nostrana), secondo cui le forze d polizia dovrebbero sempre godere di "libertà assoluta"?!

-          Si tratta di dichiarazioni espressione di un populismo penale ben noto. La teoria delle mani libere è quella che ha prodotto Abu Ghraib o Guantanamo. Non è deterrente rispetto alla commissione dei reati. La sperimentò Rudolph Giuliani. Divenuto nel 1993 sindaco di New York, Rudolph Giuliani, un passato da procuratore e poliziotto, è stata la nuova icona della amministrazione della sicurezza pubblica nelle città. Sindaci e ministri, di destra e di sinistra, americani ed europei si sono ispirati alla sua dottrina delle mani sporche, non diversa da quella anti-terroristica, post attentato alle Torri Gemelle.Rudolph Giuliani è il politico che ha fatto della “tolleranza zero” una filosofia di comportamento pubblico. Ha usato il linguaggio per rompere con la tradizione sociale e solidale liberal-democratica e cristiana. Un linguaggio che ha avuto una sua traduzione mondiale e che si è posto in discontinuità con un uso delle parole moderato, sobrio, dolce e soprattutto politically correct, tipico delle democrazie post-belliche. La sua politica “zero tolerance”  fu realizzata nel corso degli anni ‘90 insieme a William Bratton, promosso a capo della polizia newyorkese proprio dal sindaco Rudolph Giuliani. Essa si ispirava alla teoria dei “vetri rotti” (broken windows) messa a punto nei primi anni ’80 dal Manhattan Institute, secondo la quale era necessario ribattere colpo su colpo alla criminalità e alla devianza di strada. Veniva criminalizzato colui che per strada chiedeva l’elemosina, viveva o suonava all’aperto, lavava i vetri, si ubriacava o faceva graffiti sui muri. In sostanza, veniva criminalizzata la povertà al fine di rassicurare la classe media newyorchese e ridimensionare le sue paure. Furono allontanati i mendicanti e gli homeless dalle zone centrali e residenziali della città e furono deportati con la forza verso le aree più periferiche. Nei confronti di chi dava fastidio sociale non ci fu un contrasto di tipo giudiziario ma un contrasto fisico. I poliziotti erano addestrati a un corpo a corpo violento. La polizia si metteva al servizio della politica che in questo modo cercava facile consenso. Tra il 1993 e il 1997, le denunce di reato a New York calarono complessivamente del 45%. I sostenitori della “zero tolerance” gridarono al successo dell’azione di polizia. In realtà, nello stesso periodo la criminalità khudiminuiva anche là dove erano state adottate strategie di prevenzione della criminalità molto meno aggressive (Los Angeles) o finanche di tipo comunitario (Boston e San Diego). Si trattava di un trend generale. Solo a New York, invece, le denunce per violenze di polizia aumentarono del 75%. Violenze o, ancora più precisamente torture, visto che si trattava di reazioni di polizia sproporzionate rispetto ai fatti contestati, sganciate da ogni responsabilità penale ed esclusivamente finalizzate alla esaltazione del potere punitivo in nome della guerra alla paura e alla insicurezza. Non è un caso che, quando Rudolph Giuliani si candidò alle presidenziali nel 2008 contro John McCain, in riferimento alla legittimità della pratica del waterboarding, durante i lavori di un forum che si teneva nella città di Davenport, disse che lui, tutto sommato, apprezzava e condivideva la tecnica degli interrogatori aggressivi nei confronti delle persone sospette di terrorismo. La teoria delle mani libere, dunque, non previene i reati e tracima verso la tortura.

-          E cosa occorrerebbe rispondere alla tesi sostenuta dal SAP (Sindacato Autonomo di Polizia)*****,   secondo cui il fatto che la legge possa contemplare anche"sofferenze di natura psicologica", rappresenterebbe un colossale regalo ai delinquenti e a coloro che desiderano  "dare una lezione" alla polizia?!

-          Ma, allora, che dire di quelle sofisticate forme di tortura quali la deprivazione del sonno, la minaccia di morte ai familiari, l'isolamento sensoriale?

         Distinguere la sofferenza fisica da quella psichica è anti-   moderno, a-scientifico, scorretto.

RIFERIMENTI

*http://www.flipnews.org/flipnews/index.php?option=com_k2&view=item&id=6878:universalmente-bandita-universalmente-praticata-si-chiama-tortura-diamole-uno-%E2%80%9Cstop%E2%80%9D&Itemid=76

**http://www.flipnews.org/flipnews/index.php?option=com_k2&view=item&id=6620:legge-contro-la-tortura?-forse-ci-siamo&Itemid=76

***http://www.flipnews.org/flipnews/index.php?option=com_k2&view=item&id=5949:tre-leggi-per-la-giustizia-e-i-diritti-tortura-carceri-droghe&Itemid=76

****http://www.flipnews.org/flipnews/index.php?option=com_k2&view=item&id=7357:strasburgo-condanna-l%E2%80%99italia-torture-alla-diaz&Itemid=70

http://www.flipnews.org/flipnews/index.php?option=com_k2&view=item&id=5418:sentenza-diaz-l%E2%80%99analisi-disincantata-di-un-testimone-vittima&Itemid=76

http://www.flipnews.org/flipnews/index.php?option=com_k2&view=item&id=5411:sentenza-diaz-lacune-da-colmare&Itemid=76

http://www.flipnews.org/flipnews/index.php?option=com_k2&view=item&id=5403:sentenza-diaz-il-caso-e%E2%80%99-chius&Itemid=76

http://www.flipnews.org/flipnews/index.php?option=com_k2&view=item&id=6050:inferno-bolzaneto-confermate-dalla-cassazione-le-gravi-responsabilita%E2%80%99-per-le-violazioni-dei-diritti-umani&Itemid=76

*****http://www.sap-nazionale.org/flash_speciale.php

 

 

Andrey MironovAndrey Mironov
 

Condividevamo gli stessi sentimenti sulla questione dei diritti umani e sul rifiuto della guerra. Era  iscritto alla nostra associazione.

 

VIDEO IN RICORDO DI ANDREY MIRONOV

 

Non era giornalista, pur avendone tutti i requisiti, ma si era creato un ruolo ancora più importante. Era un associato della Free Lance International Press, la nostra associazione, dietro mia proposta: tessera n° 1001 del gennaio 2006. La sua vocazione era accompagnare i professionisti dell’informazione lì dove c’erano ingiustizie da denunciare e far capire al resto del mondo: la repressione contro i più deboli, l’arroganza del potere, il dramma della gente comune. Andrey Mironov, 60 anni, nato a Irkutsk, sul lago Baikal, era diventato il riferimento obbligato per comprendere il mondo sovietico dopo il Grande Crollo, per capirne le dinamiche e l’involuzione sempre più autoritaria del nuovo regime. Ai giornalisti occidentali offriva la chiave per aprire le porte più segrete dell’ex Impero: dalla Cecenia alla Georgia, dai giochi internazionali della Gazprom ai depositi di armi biologiche e chimiche sepolti nelle piane gelate della Siberia.

Andrey Mironov era un personaggio generoso, cercava di soddisfare tutte le richieste di chi sentiva dalla sua parte, senza tirarsi mai indietro e senza misurare troppo i rischi. È proprio questo, forse, che ha segnato il suo destino. Andrey è morto il 24 maggio scorso in Ucraina, ucciso in un’imboscata non lontano da Sloviansk, mentre accompagnava sulla prima linea degli insorti filorussi un giovane fotoreporter italiano, Andrea Rocchelli, pieno di entusiasmo e di passione.

 

Avevo conosciuto Andrey Mironov 12 anni fa a Mosca, in uno dei miei primi viaggi nella nuova Russia, appena dopo aver intervistato la giornalista Anna Politkvoskaja nella redazione della Novaya Gazeta. Anna si era esposta in particolare sulla questione cecena, denunciando i soprusi del Cremlino da una parte e dei guerriglieri ceceni dall’altra, ai danni della popolazione civile.

 

Lei stessa sarebbe stata, pochi anni dopo, nel 2006, la vittima più illustre di una guerra dichiarata alla libertà di stampa.

Ci eravamo incontrati in albergo e mentre parlavamo di tanti nuovi progetti di inchiesta, Andrey continuava a massaggiarsi il collo con aria dolorante.

Pochi giorni prima, mi confidò, aveva subito un’aggressione da parte di agenti del Kgb, che lo avevano bastonato duramente lungo la strada di casa. Con la polizia segreta Andrey aveva ormai un’esperienza quotidiana. Ancora in epoca socialista era stato rinchiuso in carcere e condannato a tre anni di gulag perché diceva “raccontavo la verità”. A tirarlo fuori era stato un intervento diretto di papa Woytyla, al quale aveva scritto una lettera insieme ad altri condannati.

Mi raccontava, scherzando, che gli agenti che lo pedinavano continuavano a lamentarsi che li faceva correre troppo

col suo passo veloce. Andrey era anche un uomo di cultura. Il suo riferimento ideale era l’amico Shakarov, il grande scienziato diventato il simbolo della battaglia per i diritti civili nella nuova Russia degli anni Novanta. Era stato membro attivo del Memorial di Mosca, l’associazione non governativa per il rispetto dei diritti umani. Stabilimmo da allora un rapporto diretto di amicizia, più ancora che di collaborazione giornalistica.

 

Con Andrey mi sono calato nella memoria più fosca dell’epoca dei gulag e ho incontrato nella sua dacia a 80 chilometri da Mosca, il testimone più importante di quella lontana epopea, Gregori Pomeranc, amico di Solgenitsin e di Shalamov. Con Andrey ho scoperto a Kolzovo, in Siberia, il centro per la produzione di armi biologiche più importante al mondo, dove sono stoccati 300 ceppi di virus tra i più letali: antrace, vaiolo, Marbourg-U.

Con Andrey ho visto i cinque depositi più segreti di micidiali armi chimiche rimasti in Russia, a qualche centinaio di chilometri da Mosca. Con Andrey ho denunciato il pericolo dei reattori nucleari abbandonati nel mare di Barents e a Vladivostok, all’interno di sommergibili abbandonati e ancora da smantellare.

 

Ricordo che da Vladivostok tornammo insieme viaggiando a bordo della mitica Transiberiana. Fu quella l’occasione nella quale approfondimmo di più la nostra amicizia. Passammo insieme in un piccolo scompartimento sei giorni, sei notti e quattro ore, viaggiando per migliaia di chilometri e nove diversi fusi orari, mentre Andrey tornava ai suoi ricordi di infanzia e citava le letture che suo padre gli faceva del Piccolo Principe e di Dersu Uzala. Fu proprio nella taiga di Dersu Uzala che comprammo insieme diversi vasi di miele di tiglio, dei quali andava ghiotto. Quando passammo da Irkutsk, la sua città natale, lo sentivo commosso, non solo per i ricordi ma anche perché sinceramente affascinato da quella gelida bellezza.

 

Andrey era attento e critico nei confronti della politica ma amava anche profondamente il suo paese e la sua gente. Viaggiavamo nel grande inverno russo, tra distese sterminate di foreste innevate e di laghi ghiacciati, attraversando la taiga deserta punteggiata di piccole capanne sperdute. “Parlano sempre della Transiberiana e di chi è stato capace di costruirla”, mi diceva Andrey. “Ma nessuno parla mai dei 70mila operai che hanno lavorato per anni, distrutti dalla fatica, e dei 15mila che sono morti, sepolti lungo i binari che andavano tracciando”.

Con Andrey, e con suo grande stupore di fronte a tanto sfarzo, sono entrato a Mosca nel grattacielo della Gazprom, la roccaforte del potere energetico russo.

 

Con Andrey sono tornato in Cecenia, tra le macerie della scuola di Beslan, teatro di uno dei più crudeli massacri di quella guerra maledetta, con più di 300 piccole vittime. “Le guerre svuotano l’anima”, mi disse allora. “Non solo quelle dei guerriglieri disposti a tutto ma anche quelle di chi ha dato l’ordine di usare i lanciafiamme per snidarli, incuranti della presenza di bambini innocenti”. Andrey faceva ormai di tutto per accontentarmi, nella mia voglia di raccontare storie e personaggi. Anche i più negativi, come quando mi accompagnò, a malincuore, a intervistare Ramzan Kadirov, il terribile e temibile presidente ceceno. Con tutt’altro spirito, pieno di affettuosa partecipazione, mi aveva accompagnato al Memorial di Grozny e a intervistare i tanti colleghi giornalisti russi sopravvissuti alla brutalità della censura di regime. E Andrey non aveva esitato a esporsi anche in prima persona quando denunciò apertamente gli “squadroni della morte” del regime, in una mia inchiesta per Report sulla pena capitale. “Dicono che c’è la moratoria”, aveva detto coraggiosamente davanti alla mia telecamera in un’intervista a sensazione. “Ma le esecuzioni avvengono nell’ombra, centinaia ogni anno, per via extragiudiziale”.

Ho lavorato insieme ad Andrey Mironov, per l’ultima volta, subito dopo l’insurrezione di piazza Maidan, a Kiev, e la secessione della Crimea. Dopo giorni passati tra macerie, fili spinati e ritratti dei caduti illuminati dalle candele e cosparsi di fiori, ci ritrovavamo in un ristorante georgiano a bere birra e mangiare khachapuri. Ci eravamo visti più volte anche in Italia, a casa mia, ad Ardesio. Condividevamo gli stessi sentimenti sulla questione dei diritti umani

e sul nostro rifiuto della guerra. Andrey, da sempre un attivista impegnato nella causa dei diritti civili, denunciava apertamente la posizione di Putin e il suo doppio gioco sulla questione dell’autodeterminazione.

“Se ci credesse veramente”, mi diceva, “lo avrebbe dimostrato anche in Cecenia o in Ossezia, non solo sulla Crimea”. Quello che più lo turbava, comunque, era che mironovtessl’intervento militare potesse provocare nuove vittime tra la popolazione civile.

 

Era con questo spirito, certamente, che Andrey aveva deciso di accompagnare un giovane fotoreporter italiano, Andrea Rocchelli, sulla prima linea degli scontri tra l’esercito ucraino e gli insorti filorussi, un ultimo azzardo che sarebbe stato fatale a entrambi.

Andrey era convinto che dietro gli insorti di Donesk e Sloviansk ci fossero manovre destabilizzanti dall’esterno. La loro macchina, a bordo della quale c’era anche un fotografo francese che ha poi raccontato la scena, era stata bersagliata da colpi di kalashnikov.

 

Mentre i due si lanciavano fuori e saltavano in una buca per ripararsi, Andrey Mironov e Andrea Rocchelli sono stati colpiti in pieno da una granata di mortaio.

“Ho capito che non basta denunciare l’ingiustizia”, scriveva Albert Camus. “Bisogna anche dare la vita per cambiarla”. Il mio amico e collega Andrey, questo lo ha fatto e sentiremo in tanti la sua mancanza.

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