L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

Publishing (147)

 

Andrea Signini
contatto
 
July 04, 2021
 
 Michele Giuttari

Ci sono scrittori che hanno la capacità di trasportarci in mondi, situazioni e condizioni tali da sentirci quasi partecipi e testimoni durante la lettura. Non è facile: ci vuole maestria, competenza, cognizione di ciò che vanno a raccontate rendendo l’immaginario perfettamente reale nella testa e nella sensazione del lettore attento.

L’autore che oggi ho l’onore di intervistare fa parte di questa élite ed è uno dei migliori scrittori che il nostro panorama italiano può vantarsi di annoverare. La sua esperienza in campo investigativo ha preceduto l’attività di scrittore legando l’esperienza lavorativa- professionale alle stesure dei  libri che ha scritto ricevendo le giuste gratificazioni del pubblico. Parliamo di Michele Giuttari.

Ha fatto parte della Squadra Mobile di Reggio Calabria, ha diretto la Squadra Mobile di Cosenza. Ha svolto le indagini di mafia nel 1993 quando Firenze subì la tremenda  strage di Via Georgofili. 

Dal 1995 al 2003 è stato Capo della Squadra Mobile di Firenze. Capo del pool investigativo GIDES (Gruppo Investigativo Delitti Seriali).

Di fondamentale importanza la sua attività investigativa sul Mostro di Firenze e sui “compagni di merende”così scaltro e attento nelle investigazioni da suscitare processi e ingiuste polemiche  su fatti  infondati  successivamente azzerati perché sterili e inutili oltre che inesistenti.

A volte la verità viene fatta tacere (n.d.r.).

 

·LIBRI DI MICHELE GIUTTARI

 

·Compagni di sangue- 1998 con la collaborazione di Carlo Lucarelli

·Assassini a Firenze- 2001

·Scarabeo - 2004

·La loggia degli innocenti- 2005

·Il Mostro. Anatomia di un'indagine- 2006

·Il basilisco - 2007

·La donna della ‘ndrangheta- 2009

·L’Ammiratore – 2009 Racconto in Tre metri sotto il cielo

·L'investigazione- 2010 (saggio)

·Le rose nere di Firenze- 2010

·I sogni cattivi di Firenze- 2012

·Il cuore oscuro di Firenze- 2013

·Confesso che ho indagato- 2015 (autobiografia)

 

Veniamo adesso a conoscere meglio il nostro autore:

 

Gentile dott.re Giuttari, intanto grazie per la sua gentile disponibilità.

 

 

D-La prima domanda che vorrei farle, è sapere quanto della sua Carriera in Polizia ha avuto importanza nella sua attività di scrittore

 

R- La mia esperienza investigativa, acquisita sul campo in oltre 30 anni in zone particolarmente impegnative (Sardegna – Sicilia - Calabria – Campania – Toscana), è stata importante nella mia seconda vita di scrittore nella costruzione delle storie e anche dei personaggi.

Il mio vissuto, però, non ha costituito la trama portante perché, in questo caso, non mi sarei divertito a raccontare fatti già conosciuti da molti, ma ha fornito diversi spunti.

Mi riferisco alle procedure d’indagine, al linguaggio dei poliziotti, all’atmosfera che si respira negli uffici di polizia, alle tecniche d’indagine (interrogatori, perquisizioni, intercettazioni telefoniche e ambientali). In pratica agli strumenti reali di un investigatore. Un patrimonio inestimabile diventato fonte di ispirazione trasferito sulle pagine di un thriller che per definizione, come ogni romanzo, è finzione e la fedele realtà cambia per ubbidire alle leggi dell’efficacia della trama. Ecco allora che in un gioco enigmistico i tempi necessariamente si abbreviano, come pure gli ostacoli di varia natura , quali quelli burocratici o delle piste false che nella scrittura scompaiono o sono solo accennati per non appesantire i lettori mentre nella realtà rivestono un peso talvolta notevole. Conta, dunque, molto l’abilità per conseguire un esito piacevole quanto credibile in grado di soddisfare i lettori.

 

D- Cosa la infastidisce di più come uomo di giustizia?

R- Come uomo di giustizia non tollererei certe situazioni come quando i superiori dovessero disapprovare il lavoro o i magistrati dimostrare di non crederci ovvero ancora  quando si potrebbe intuire che altri personaggi di ambienti diversi dovessero cercare di mettersi di mezzo rimanendo nell’ombra.

Questa sarebbe una giustizia malata destinata a lasciare certi casi insoluti e forse addirittura avvolti da un’aureola di mistero. E credo che di questi casi se ne siano registrati diversi nel nostro Paese anche durante il fenomeno del terrorismo.

Certo la vita di un investigatore può essere segnata anche da episodi di questo tipo, ma è importante non farsi condizionare e proseguire dritto nel cammino intrapreso con la coscienza a posto fiducioso che col tempo la serietà del lavoro sarà dimostrata e ti verrà riconosciuta venendo ripagato degli eventuali colpi bassi che hai incassato.

 

D- Quanto di Michele Giuttari uomo e investigatore trasferisce nelle sue storie?

R-In realtà le mie attività di uomo e investigatore e di scrittore si sono complementate in maniera del tutto spontanea anche perché non ho avuto bisogno di ispirarmi a nessun vero investigatore per il protagonista delle storie avendo preso a modello me stesso.

In Michele Ferrara, infatti, c’é molto di me. Mi somiglia perfino fisicamente e ha il mio stesso carattere un pò chiuso, il mio senso del dovere, la stessa fedeltà alla propria donna, e anche la stessa determinazione a raggiungere la verità a tutti i costi, anche scontrandosi con le istituzioni. Può darsi che nel descrivermi mi veda un pò meglio di quanto in effetti non lo sia. Non sta, però,  a me giudicare.

Non saprei proprio a quale degli investigatori di carta potrei paragonarlo. Forse un po’ a Maigret, un po’ a Dupin…ma non riesco a trovare un modello preciso perché forse assomiglia davvero parecchio a me stesso.

 

D- Nella sua produzione libraria si sente molto l’autorevolezza e la grande esperienza investigativa. Come nascono le storie dei suoi libri?

 

R- La scrittura è nata come un hobby, che mi faceva prendere le distanze dalla quotidianità del mio lavoro aiutandomi a rilassarmi dagli impegni delle indagini reali. Ho iniziato ispirandomi a temi veri (serial killer, pedofilia, massoneria deviata…) con riferimenti di vita vissuta rielaborati dalla fantasia contestualizzandoli in altra epoca ed in altro luogo. Ho cercato di curare in particolare la trama che deve essere avvincente per tenere incollato il lettore a ogni pagina. Forse in un thriller è proprio la creazione di una trama che funzioni la parte più difficile del lavoro. Inoltre cerco di far capire la realtà di tutti i giorni esplorata in diverse delle sue pieghe convinto che anche con un romanzo poliziesco, comunque possa definirsi, può parlarsi del nostro mondo reale, dei problemi presenti (criminalità, droga, mafia…).

E’ importante poi la cura dei personaggi che devono essere dalla vita interessante, ben definiti e credibili anche nel linguaggio, con i quali potremmo interagire per vari motivi nella quotidianità.

Una volta delineata la traccia, anche solo generica, della trama è poi la scrittura che man mano che avanza mi porta a svilupparla definendola sempre meglio anche con l’inserimento delle mie esperienze lavorative.

 

D- So che ci sono grandi novità editoriali in arrivo. Sappiamo che prima di un’uscita vige una specie di “silenzio stampa” ed è giusto così. Ma in confidenza e sottovoce, può dirci qualcosa in merito? Giusto due parole...

R- Ormai è prossima la pubblicazione del nuovo thriller edito da Fratelli Frilli Editori.

E’ una nuova avventura del commissario Michele Ferrara alle prese con una complessa indagine che si svolge non solo a Firenze e che fa capire come il mondo non è tutto nero o bianco perché è sufficiente chiudere un attimo gli occhi per vederlo grigio.

Come gli altri, ha il tipico taglio anglosassone e alla fine ritorna l’ordine, sconvolto dai delitti, in maniera del tutto normale senza alcuna forzatura grazie alle tecniche investigative.

D- Il titolo del suo ultimo romanzo è “Sangue sul Chianti” Uscirà il 15 luglio 2021. Ha già qualche data di presentazione? Quando e dove?

 

R- Sono già diverse le richieste di presentazione a partire dai primi giorni di agosto (Pontremoli al Salotto d’Europa, Salsomaggiore, Orzinuovi…) e spero di aderire alla maggior parte ove possibile per incontrare i miei lettori anche in Toscana e a Firenze come per i precedenti libri. Sono occasioni a cui cerco sempre di non mancare anche all’estero partecipando, come in passato, alle  più importanti manifestazioni Crime ad Harrogate, Unna, Dortmund, Monaco, Usa….

 

D- Lascio sempre ai nostri autori una domanda “bianca” dove liberamente ci piacerebbe che scrivessero di propria iniziativa quel “qualcosa” che amano rendere pubblica. Non importa quale argomento, non importa se è il classico sassolino nella scarpa o il desiderio di comunicare una sensazione, una notizia o semplicemente raccontare di sé.

 

R- Mi piace concludere spiegando agli amanti delle indagini di polizia quali sono per me le qualità e le doti di un vero investigatore. In fondo anche di quello di carta.

Pazienza, sagacia, esperienza possibilmente di casi simili, intuizione, particolare capacità di analisi dei fatti dando il valore giusto a quanto si va raccogliendo e osservando, anche a quei dettagli che in quel momento potrebbero apparire insignificanti. E soprattutto essere propositivo rappresentando al pubblico ministero, titolare dell’inchiesta, non solo i fatti, nudi e crudi, ma anche la prospettiva tecnica-operativa ritenuta utile per lo sviluppo dell’inchiesta.

E’ questo il vero investigatore. E Michele Ferrara credo che presenti queste caratteristiche.

La ringrazio per le interessanti domande.

 

Ed è con questa strana ultima domanda che la voglio salutare in attesa di essere presente alla presentazione del suo nuovo parto letterario dove sarò onorata di stringerle la mano- L’aspetto a Firenze!

 

 

 

 

 

 

June 22, 2021

La trasformazione digitale della società e della economia è, insieme alla transizione ecologica, la principale scommessa per il futuro del pianeta. Vincerla significa affrontare sfide organizzative, tecnologiche, gestionali che comportamentali ed etiche che coinvolgeranno le imprese e anche le persone, visto che le aziende potranno ottenere in grado di colmare deficit di abilità digitale che comporta la rivoluzione culturale.

Il volume VOLARE DIGITALE (sottotitolo. e competenze per una trasformazione senza confini) da Maria Grazia De Angelis per NeP ci guida alla elaborazione ed analisi delle esigenze che impongono imprese e persone tale vincerla. Un libro che, come scrive prefazione Maurizio Quarta, ricorda già nel titolo come “ il digitale vada veloce ” e come “ il percorso vada veloce da parte di persone ed aziende deve anch'esso essere veloceper “ introdurre e accelerare ” il cambiamento necessario ..

Una esigenza ancora più forte dopo che la pandemia ha innescato una crisi inedita e sovvertito i principali paradigmi e parametri che hanno caratterizzato società ed economia. Lo conferma la esperienza delle imprese che, grazie a investimenti in digitalizzazione, hanno meglio fronteggiato la situazione emergenziale nell'anno segnato dalla pandemia, reingegnerizzando rapidamente relazioni e processi e garantendo significa continuità di business e concorrenza.

La tecnologia digitale infatti, attraverso lo sviluppo di processi collaborativi e un utilizzo virtuoso dei dati, si è dimostrata essenziale per la ridefinizione di tutto ciò che, a partire dalle relazioni con stakeholder, clienti e fornitori, è legato al servizio o ne determina il successore . Nei tradizionali settori così per quelli più innovativi, nelle piccole così come nelle grandi imprese, la digitalizzazione rappresenta la principale leva del cambiamento non solo per le attività commerciali e distributive ma anche per l'automazione dei processi produttivi, per la ricerca e sviluppo e per monitorare la filiera

Partendo dall'importanza , nell'era della servitizzazione, dell'innovazione tecnologica per ottenere i divari di produttività, del digitale una leva per guadagnare guadagnando e rinnovare i modelli di business, la tesi di fondo sostenuta dalla Deangelis è la necessità di accelerare il processo di trasformazione digitale per le persone e per le imprese italiane, anche piccole e medie imprese, per superare le barriere che ostacolano il percorso di trasformazione digitale. A condizione che si lavori con una visione integrata di lungo termine in cui gli investimenti non siano solo la risposta all'emergenza magari agevolata da sostegni pubblici di varia natura, o siano circoscritti a singole attività.Per coglierne a pieno i benefici, la trasformazione digitale richiede infatti tempo e una revisione profonda e sistemica dei sistemi aziendali e delle competenze delle persone.

Un messaggio forte che arriva più volte al lettore, quasi in modalità carica, durante la lettura di un libro che, pur ponderoso, si legge agimente grazie ad una struttura organica chiara e una modalità espressiva piana che ne fanno una guida “ hands on ” in grado di far comprendere i passi necessari a rispondere alle domande sulle sfide che la digitalizzazione ad aziende e individui.

“Volare digitale” è dunque un libro che, anche per i concreti riferimenti a recenti esperienze di digital trasformation, rappresenta una preziosa guida   per orientare anche il percorso professionale sia per chi, imprenditori e manager che si trovano a dovere gestire ed affrontare con metodo la complessità del cambiamento digitale , già svolge attività lavorative sia per i giovani alle prime esperienze . A tal proposito molto utili sono le conclusioni (in cui sono richiamati e sintetizzati i passi necessari per affrontare la complessa sfida della digitalizzazione) la sitografia e bibliografia in calce.

La riflessione della De Angelis si sviluppa in due parti principali. La prima (" i motori del Cambiamento ") si muove dall'analisi del contesto attuale, in continua Evoluzione, per descrivere i driver delle   Importanti Trasformazioni Che Stanno pervadendo le Organizzazioni e le Azioni necessarie per Vincere Diversità e Resistenze al Cambiamento, sviluppare le capacità di adattamento al nuovo e gestire le nuove complessità del mondo globalizzato e connesso. Particolarmente interessante, sulla base della considerazione che non c'è innovazione senza adeguate competenze,   sono le pagine dedicate alle competenze, alla centralità della formazione continua e alla comunicazione. Per l'offerta, infatti, perchè questa transizione possa avverarsi, occorre investire in modo massiccio nello sviluppo di competenze digitali, a partire dal sistema educativo e agendo sia dal lato dell'offerta che dal lato dello sviluppo alla domanda di competenze digitali.

Nella seconda parte (“ noi e il digitale ”), il volume descrive riflessi che la trasformazione digitale ha sulle persone, analizzando il valore delle soft skill e descrivendo profili professionali innovativi, come l'E leader, un mix tra leadership tradizionale e digitale, e il responsabile temporaneo. Figura il cui ruolo è centrale per portare in azienda, non solo la progettualità digitale, ma anche le competenze necessarie in condivisione, responsabilizzazione e fiducia nel cambiamento.

Oltre la persona e l'impresa c'è perciò una terza dimensione ed è il “sistema Italia”, il cui coinvolgimento è imprescindibile se davvero di vuole scommettere sulla transizione digitale per sostenere il rilancio anche delle PMI dopo le restrizioni della pandemia. Per generare innovazione e benessere, sia sociale che economico, il cambiamento deve interessare, osserva infatti la De Angelis, anche il Sistema Paese. Per consentire la trasformazione digitale del tessuto produttivo è fondamentale costituire un ecosistema favorevole al processo di digitalizzazione delle imprese. I benefici della digitalizzazionesi cioè a condizione di coinvolgere, insieme a grandi imprese e PMI, le pubbliche amministrazioni che giocano un ruolo centrale nell'ecosistema.

Oggetto della riflessione della De Angelis sono così anche le esigenze e gli interventi che occorre mettere in cantiere a livello Paese se si vuole giocare la partita della trasformazione digitale. L'autrice ribadisce a tal proposito che la trasformazione digitale potrà essere realizzata a pieno solo se si riuscirà ad ottenere la diffusione di cultura, competenze e servizi digitali tra i cittadini italiani. L'Italia è infatti ultima in Europa nell'area Capitale Umano dell' indice DESI  (Digital Economy and Society Index), con i cittadini che accusano importanti criticità in termini di competenze digitali. (Secondo i dati Eurostat sul 2019, solo il 42% degli italiani possiede competenze digitali almeno di base e l'Italia fa peggio della media europea e degli altri Paesi UE praticamente in ogni categoria, persino tra i giovani tra i 16 ei 24 anni , tra gli individui più istruiti e tra gli abitanti delle città). Una condizione che si riflette sulla difficoltà a reperire a reperire le professionalità sul mercato da parte del mondo imprenditoriale.

Alla prospettiva dell'economia fondata su talenti individuali e imprese innovative l'Italia deve guardare con particolare attenzione e interesse se vuole giocare la partita dell'innovazione ” afferma perciò Maria Grazia De Angelis che considera quella italiana “ una realtà socio-economica povera di risorse materiali, ma ricca di un potenziale tecnico e scientifico che deve essere capitalizzato” . Ribadendo la necessità per l'Italia di cogliere le opportunità offerte dai Fondi europei per promuovere i processi di trasformazione digitale delle imprese con una politica industriale attenta al rilancio degli investimenti e alla creazione di un sistema dell'innovazione in grado di rafforzare anche il collegamento tra Ricerca e Industria.

Considerazioni che investono anche i giovani perché è necessario, come osserva ancora la De Angelis “ dare fiducia e sostegno alla crescita all'autorealizzazione personale che sempre più anche in Italia porta i giovani a creare nuove imprese. L'orientamento d'assumere è simile a quello che ha ispirato la cultura del “miracolo economico”, cioè la fase di intenso sviluppo con cui l'Italia ha compiuto un decisivo passo in avanti nel processo di industrializzazione, proprio in virtù del peculiare modello di imprenditorialità dal basso che ne è stato alla base.Per questo è cruciale la presenza di istituzioni economiche e politiche capaci di stimolare, attraverso una struttura di incentivi e semplificazioni burocratiche, lo sviluppo dei settori innovativi e delle nuove a base tecnologica e l'interesse degli investitori di venture capital .

Parole in linea con quanto nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza la cui prima è propria volta alla “ Digitalizzazione, Innovazione, Competitività, Cultura ” e missione prevede interventi che hanno l'obiettivo di compensare l'incertezza del contesto le imprese che investono nell' innovazione e digitalizzazione dei propri processi produttivi. In particolare le PMI alle quali viene riconosciuto un ruolo chiave per la ripresa e lo sviluppo del paese.

 
 Maria Grazia De Angelis

Maurizio Quarta nella prefazione, che l'uomo nasce analogico e poi diventa digitale e che la sfida sarà vinta solo con “ una interazione virtuosa tra le due componenti ” in modo da accrescere le abilità digitali degli analogici ma anche far ritrovare ai nativi digitali le radici analogiche del pensiero e dell'agire. Perché, osserva la De Angelis, se si conserva a credere negli effetti miracolistici della tecnologia, si dimentica ancora una volta l'uomo, si corre il rischio di perpetuare uno dei più grandi e si preferisce equivoci del nostro tempo. Un libro con un obiettivo ambizioso dunque. far comprendere che per catturare i benefici della digitalizzazione occorre una realestrategia per l'ammodernamento del Paese e un importante cambiamento socio-culturale . Precondizioni senza le quali la trasformazione digitale non potrà diventare così il motore per la ripartenza post pandemia del Paese che avrà perso l'ennesima occasione di un nuovo miracolo economico e ricostruire un futuro competitivo .

April 26, 2021
April 15, 2021

Gli anni dei manicomi del dolore e della solitudine

ADALGISA CONTI

Il diario di una donna reclusa:

Saggio sulla vita di Adalgisa Conti malata psichiatrica e rinchiusa in manicomio dal 1913 al 1978

Ho conosciuto personalmente la malata che venne internata all'Ospedale Psichiatrico di Arezzo nel 1914, all'età di ventisei anni, struttura nella quale lavorava come infermiera mia madre. Adalgisa Conti fu rinchiusa e ricoverata con violenza in manicomio, dove trascorse tutto il resto della sua vita. La diagnosi medica dell'epoca fu "delirio di persecuzione tendente al suicidio", ma in realtà i maltrattamenti, i tradimenti e la violenza psicologica di suo marito l'avevano resa semplicemente depressa, male che in quei tempi non era riconosciuto come malattia. libro nasce da alcune lettere che la stessa Adalgisa scriveva nello studio del suo psichiatra dove veniva accompagnato sempre da un'infermiera di turno per poi vivere il resto della sua vita in un lungo e doloroso mutismo.

Il dr Luciano Della Mea curò un volume con la storia della malata / degente all'Ospedale Psichiatrico Arezzo:

Manicomio 1914

"Gentilissimo sig.re Dottore, questa è la mia vita"

storia di Adalgisa Conti

_______________________

Adalgisa Conti nacque il 28 maggio 1887 e venne ricoverata nell'ospedale psichiatrico di Arezzo il 17 novembre 1913 a soli 26 anni. Ella morirà a 95 anni nello stesso ospedale psichiatrico. Un'intera vita.

Il libro Manicomio 1914 “Gentilissimo dottore, questa è la mia vita” contiene la stessa autobiografia della Conti, una ricostruzione cronologica della degenza della malata dal 1913 al 1977 e cartelle cliniche della stessa Adalgisa Conti. Il libro contiene anche le testimonianze delle varie infermiere che l'hanno avuta in cura, fra le quali mia madre Alda Fabbrini entrata come infermiera professionale nel 1960 e andata in pensione nel 1992.

Adalgisa è entrata in manicomio due anni dopo essersi sposata, donna a detta di chi l'aveva conosciuta prima della degenza, (anche dal sindaco stesso del paese di Anghiari) molto estroversa, comunicativa intelligente ed estrosa. Fu ricoverata dallo stesso marito Probo Palombini (tipografo), la diagnosi fu: "personalità affetta da delirio di persecuzione con tendenza al suicidio".

All’interno dell’ospedale psichiatrico Adalgisa venne chiamata dal medico dell’epoca, il dottor Viviani, in parlatorio, ovviamente accompagnata da un’infermiera per scrivere la propria vita come forse terapia o semplicemente esperimento o intenzione di pubblicare un libro. Scriverà varie pagine e ne verrà fuori una donna sensibile, con una sessualità chiara, ma repressa che per pregiudizi culturali e ignoranza del proprio corpo, sacrificherà alle esigenze di un marito burbero e padrone. Scriverà diverse lettere; nell’ultima, indirizzata al proprio medico curante, racconterà della storia dei 26 anni trascorsi ad Anghiari, prima del ricovero ospedaliero, e dopo quello scritto, tacque per sempre e iniziò il suo viaggio manicomiale fino alla morte.

Un libro denuncia, un caso letterario dove la piaga diventa l’istituzione manicomiale che solo attraverso le terapie a volte non mirate verso alcuni malati, non tenevano conto di quei disturbi che non rasentavano minimamente la pazzia, ma solo problemi a carico di ansie e depressioni oggi curate per fortuna con altri sistemi. Uno strumento letterario, che denuncia ogni tipo di segregazione e violenza psicologica e sociale sulle donne. Un caso umano, una cultura sbagliata, una mentalità chiusa che condannò una donna che aveva solo la colpa di sentirsi in primis sbagliata o contorta per avere pensieri sessuali normali mai accettati.

Nell’introduzione del libro scritta dal giornalista Luciano Della Mea, si legge: «Questo non è il caso di Adalgisa Conti, è la storia di una donna prima della sua vita, raccontata da lei stessa, poi dalla sua “morte” nella regressione istituzionale: anzi si potrebbe dire c’è una storia, poi per 64 anni non c’è più niente se non un tempo vuoto, scandito da annotazioni sempre uguali, da aggettivi stereotipati, gli stessi che si ritrovano in tante cartelle cliniche di lungodegenti che non sono più storia».[1]

Dalla cartella clinica originale* di Adalgisa Conti:

Ha 26 anni, padre bevitore avvelenato per errore di un farmacista, madre vivente e sana.

Ha avuto 17 tra fratelli e sorelle, ma solo 7 viventi: lei è la secondogenita. Dei 5 fratelli e delle tre sorelle, nessuno è sofferente per malattie nervose. La madre ha avuto tre aborti: cinque sono morti piccini ma dopo paralisi. Ha avuto a dodici anni un’emorragia dalla bocca che fu interpretata come un mestruo vicariante e un’enterorragia rilevante. Carattere sensibile, impressionabile: è nipote della Conti Rosa nei Corsi già ricoverata. Ha cominciato ad amoreggiare a 16 anni ed ha sposato a 24 anni. E’ sempre stata gelosissima e molto affezionata verso il marito. Era affetta da anemia fin da giovanissima i mestrui erano irregolari ed appena accennati. Da circa tre mesi ha cominciato ad accusare dolori al capo, soffriva di insonnia, si è fatta melanconica, ha enunciato idee di persecuzione (non voleva uscire fuori perché tutti la deridevano e la guardavano male). Aveva accessi di pianto frequenti. Tre giorni fa, tornato il marito da caccia alla sera, trovò che già la suocera l’aveva fatta trasportare in casa propria avendo dato segni di alienazione mentale e di avere detto di tentare il suicidio ecc

* Dalla cartella clinica di Adalgisa Conti:ricostruzione a cura di Luciano Della Mea

All’interno della cartella clinica vi è una lettera scritta dalla stessa Conti al medico, lettera scritta all’inizio della degenza (1913)[2]

* Gentilissimo e carissimo dottore,

stamani avevo principiato a scrivere, ma poi presa da un momento di eccitazione nervosa, l’ho strappata. Oggi di bel nuovo, mi ha preso il capriccio di rimettermici.

Sono di carattere un po’ volubile e abbastanza sudicia, faccio come una banderuola messa in cima a un campanile o un faro che si volge verso il vento che tira. Lei tanto buono vorrà compatirmi e perdonarmi se vengo a disturbarlo e a domandargli se in un modo o nell’altro vuole accondiscendere e approvare quanto le chiedo. Se la mia vita dovesse trascorrere sempre fra pene e guai, preferisco benché ancor giovane morire che continuarla. Lei che tutto può, io a lei mi affido perché mi faccia andare a casa o a lavorare perché le assicuro che non mi sarebbe di alcun sacrificio. Le ripeto nuovamente che mi do pienamente nelle sue mani, mi uccida o mi renda felice. Sento attrazione per lei, per il Nenci, e per l’Aretoni come se fossi di vita spensierata. Una donna onesta veramente non dovrebbe fare come faccio io, che a dire il vero mi par d’essere prostituta o mantenuta che è la medesima cosa, senza indovinare da chi e a quale scopo…

Numerose sono le lettere che Adalgisa Conti scrisse al medico, lettere che denotano una continua coerenza di pensiero, ma dove il senso di colpa è sempre presente.

Il dottor Viviani, curante dell’epoca, scrive: «Ebbi ad esaminarla, ella ripeteva di essere convinta che non era una donna come le altre, che era maledetta, che era condannata alla dannazione, che doveva scontare grossi peccati, incapace di fare figli perché non ha mai avuto mestrui, che era insensibile durante il coito con il marito ma che praticava, contro la religione, manovre masturbatorie per avere soddisfazione sessuale, non essendo lei una donna normalmente costituita. Non si è ribellata all’idea di entrare in manicomio. Durante il viaggio però ha tentato di gettarsi sotto al treno e all’Albergo di buttarsi dalla finestra».[3] *

Nella cronologia degli anni passati al manicomio, vi è spesso la voce che sottolinea il desiderio di Adalgisa del perdono da parte del marito Probo. La parte del libro che è la cronologia degli anni comprensivi fra il 1913 al 1977, anno prima della chiusura dei manicomi, sottolinea poi i vari processi della malattia che mai cambiano o sviluppano. I giudizi medici anno per anno, la danno come: Conti laboriosa ma disordinata, Conti sudicia, elemento che   ama ornarsi di ciondoli e di trine, Conti Adalgisa che si fa sui capelli meches con i propri escrementi, condizione invariata della malata, personalità inaffettiva, di natura incantata.

Dal 1958 si legge che ha imparato a essere più ordinata, gentile, socievole e che aiuta le altre malate, intontita, e sempre fissata che qualcuno le butti una polverina sulla testa. Adesso ama mettersi carte di caramelle fra i capelli e anellini fatti con fili colorati. Timidamente pronuncia piccoli passi di danza.

La parte finale del libro contiene le varie testimonianze delle infermiere che giustificano la Conti e che parlano di lei come le migliori conoscitrici dell’internata stessa. Le infermiere che hanno visto in lei la donna e non solo la malata, la reclusa, la creduta pazza solo perché in un periodo d’ignoranza e impreparazione anche medica verso la malattia mentale, si credeva di ogni problema psicologico una forma di alienazione da curare con il trattamento carcerario/ospedaliero e una farmacologia inadeguata.

Personalmente condivido quanto espresso da Luciano Della Mea nella sua prefazione e alle sue considerazioni mi piace aggiungere il mio ricordo di Adalgisa Conti quando andavo a fare visita a mia madre infermiera, ricordo Adalgisa Conti a sedere nelle panche del grande manicomio di Arezzo, Adalgisa magrissima con un grande grembiulone e con candidi capelli bianchi. Adalgisa che alla fine, molto anziana, dormiva dentro un lettino a cancelli perché fragile, anziana, e prossima alla morte, Adalgisa che poteva cadere, farsi male e restare inerme nei suoi lunghi silenzi.

Negli anni ’70 Franco Basaglia s’impegnò nella battaglia per la chiusura dei manicomi diventando testo di legge il 13 maggio del 1978 con la famosa legge 180 una legge dalle basi certamente legittime sui principi generali, ma anche teoricamente estremizzata e elargita ad ogni forma psichiatrica, anche nei casi di forti e irriducibili manie. Ciò creò molte associazioni pro e a sfavore di tale legge, questo perché , si dovevano prima creare strutture e organizzazioni tali da sopperire i bisogni che poi i malati hanno necessitato in seguito. TSO (Terapie Speciali Ospedaliere), centri di ricovero di cura ed altro. Spesso le famiglie con parenti di gravi patologie hanno dovuto sostenere, presso la propria abitazione, i parenti come meglio potevano. Ci sono stati gravi incidenti, situazioni scomode, vere e proprie difficoltà a carico di chi non aveva certamente le facoltà e le possibilità a sopperire e gestire certi gravi disagi. In seguito furono costruite quelle che vennero chiamate “case famiglia” dove i malati con patologie curabili con terapie farmacologiche, hanno con il tempo imparato una certa autogestione sotto una sorveglianza infermieristica. Con gli anni si sono creati all’interno di vari ospedali civili, reparti psichiatrici dove s’interviene (in genere con T.S.O.) sul degente con farmaci e incontri psichiatrici.

La malattia mentale un tempo era estesa anche a chi soffriva di gravi depressioni, demenze, persone abuliche, elementi apatici, a chi soffriva di manie, di autismo, molti i casi di sindrome di down, omosessuali ecc. Negli anni, dopo esperimenti sugli umani, fra i quali farmacologie errate, elettrochoc, camicie di forza, terapie invalidanti , coercizioni varie, siamo arrivati finalmente a comprendere molto di più su questo mondo di follia dove spesso l’essere umano è solamente un uomo da curare . La psichiatria ha notevolmente raggiunto una preparazione maggiore e un’attenzione importante ai fabbisogni del malato che è seguito fin dai primi disturbi e curato in modalità diverse da caso a caso. E’ fondamentale che all’interno di ogni famiglia vengano notati i vari atteggiamenti inusuali di figli, parenti e altri componenti e non sottovalutare mai le depressioni, le eccessive fobie e manie di chi abbiamo intorno. Non esiste vergogna e non deve esserci alcun tabù per chiedere aiuto, prima che i danni siano irreparabili e irreversibili. Adalgisa Conti sarebbe forse guarita dalla sua depressione e insicurezza se chi la prese in cura avesse cercato di guardare oltre . Adalgisa che entrata in manicomio a soli 26 anni, quando ancora aveva la voglia di dialogare, di raccontare della propria vita, di esprimersi e di confessarsi. Adalgisa che parlava del suo amore al medico, della propria sessualità che credeva anormale, dei suoi giorni trascorsi con il marito.

Adalgisa che dopo avere scritto lettere / confessioni al proprio psichiatra, credendo di essere ascoltata e forse compresa, si accorse forse che tutto era inutile, smise così di parlare per sempre ed entrò in quel mutismo che l'accompagnò fino alla morte all'età di 90 anni passati interamente tra le mura della follia.

* IL presente saggio fu inserito nell'occasione di un evento “disagio e letteratura e pubblicato in seguito da TPLM nell'antologia omonima nell'anno 2014

  

Marzia Carocci

[2] * Da una lettera scritta da Adalgisa Conti nello studio del dottore curante.

[3] * Appunti del dottor Viviani (psichiatra), sul comportamento della malata Adalgisa Conti

March 24, 2021

E 'da poche settimane in libreria l'ultimo lavoro di Gabriella Gagliardi, Coronavirus. La paura il coraggio l'impegno. Frammenti di emozioni e pensieri (Armando Editore), un libro, nonostante la sua tematica, dalle tinte delicate, suggestivamente emozionante e capace di suggerire riflessioni sottili. Un libro che, senza pretendere di spiegarci tutti i perché della tragedia in cui stiamo vivendo, si offre di guidarci, con passo cadenzato e lieve alimentato da saggezza antica, a scrutare il nostro mondo interiore denso di fragilità e paure, ma anche di tanta voglia di coraggiosa reazione e serietà di impegno.

Un libro che, mentre ci troviamo immersi in una campagna vaccinale ipnotizzante e sottoposti, ancora una volta, a durissime  misure di libertà individuali e collettive, divisi e contrapposti tra coloro che invocano e apprezzano tali misure, considerandole necessarie e doverose per la tutela pubblica, e coloro che, invece, le intendono come le ulteriori mosse di un piano volto a seminare paura e povertà per un vantaggio esclusivo di una mega cupola mondiale, ci può aiutare a metterci con onestà e fiducia di fronte a noi stessi, favorendo uno sguardo più penetrante e consapevole sulle nostre dinamiche psicologiche e favorendo, altresì, una meditata capacità di fronteggiare le nostre ansie dinnanzi agli interrogativi presenti e futuri delle nostre vite.
Con Gabriella, collega di tempi lontani ed amica ritrovata, è nata la conversazione che segue.

* Hai dedicato il tuo libro agli anziani e ai giovani. Perché?
Forse perché sono quelli che più si sono trovati a vivere in una condizione di forte cambiamento, di grandi rinunce, di lacerante deprivazione socio-affettiva?

- La dedica è una cosa importante che sorge dal profondo.
Sì, mi sembrano loro i più esposti e, soprattutto gli anziani, i più inermi. Ma c'è, nella mia dedica, anche un motivo autobiografico.
Io ho avuto il privilegio di poter vivere accanto a mia madre la sua vecchiaia, provando una tenerezza infinita. Lei era talmente delicata e gentile che, se appena le rispondevo con un tono di voce leggermente più alto, lei diceva: “scusa!”. A me quello “scusa” mi risuona sempre, non senza un sentimento quasi di colpa o di dispiacere. A tutti raccomando  quindi di non sminuire mai il proprio amore per i nostri vecchi.
Anche i giovani sembrano particolarmente esposti a mancanze e privazioni. Essi sono stati definiti la generazione "senza padri e senza maestri". Ma hanno però un vantaggio, una forza inalienabile: la vita! E quindi il futuro e il coraggio. Sono perciò i protagonisti della storia a venire.
Ne parlo in conclusione del libro.
Per questo motivo ho la speranza viva per loro. Ne ho conosciuti molti veramente degni, seri e valorosi.
E 'per questa ragione che ho dedicato a entrambi il mio lavoro.
Agli anziani per la loro silenziosa saggezza.
Ai giovani per la loro fragorosa potenza di azione.

* Nella fase conclusiva del tuo libro, ci esorti a non essere risucchiati né dall'ottimismo “degli sciocchi”, né dal pessimismo “degli stolti”, a non lasciarci, cioè, ingabbiare e paralizzare all'interno dell'antinomia del “tutto andrà bene ”e del“ tutto andrà sempre peggio ”.
Ora, a distanza di diversi mesi, con uno scenario angosciante di enorme impoverimento di larghe fasce di popolazione, con attività scolastiche, culturali, artistiche e sportive quasi totalmente azzerate e, soprattutto, con una immensa difficoltà ad intravedere concreta possibilità di vera ripresa e di prospettive lavorative per i nostri giovani, quanto, mi chiedo e ti chiedo, è e ancora sarà possibile mantenere desta una realistica fiducia nel prossimo futuro?

- Anch'io oggi vacillo un po '. I problemi sono tanti e di grossa entità, e certo non si può pretendere di risolverli dall'oggi al domani; in più, proprio mentre scrivo, ci troviamo nel mezzo di una difficile crisi politica. Sembra un paradosso: una crisi nella crisi! Una vera alienazione della ragione.
Tutt'intorno c'è silenzio. Gli intellettuali tacciono. Sento solo le voci del Papa e del Presidente Mattarella (a vuoto!) ...
Di fronte a questo scenario, io stessa resto perplessa e provo momenti di scoraggiamento ...
Ma, tuttavia, la vita scorre e ci richiama a sé con la sua forza. A me bastano poche cose per riprendermi dallo smarrimento.Le poche cose sono piccole cose: una giornata di sole, il volto di un bambino, un affetto, la lettura di un libro con la scoperta di nuove verità, e tante altre occasioni di gioia. Ed è per esse che mi soffermo sempre su una riflessione, anche nei momenti estremi. La riflessione è semplice: è un avvertimento di me a me stessa. E 'come se io mi dicessi: so bene che certi princìpi alcune persone non li capiranno mai e che, pertanto, la lotta fra Eros e Thanatos per l'affermazione del Bene non avrà mai fine. Come dico nel libro, non ho certezze al riguardo. Ma io non posso, solo per questo, cedere all'inerzia del nichilismo. Se perdo l'impegno, perdo la speranza. E, se perdo entrambi, perdo la vita.
Che significato avrebbe la vita senza un senso da dare ad essa! La lezione di Camus ne La Peste risulterebbe vana e neanche io (e non solo certi politici) l'avrei appresa, allora!
Quindi, la mia risposta è SI '... è ancora possibile. Deve esserlo.
E, se non sarà una fiducia del tutto salda e realistica, sarà almeno una calma e impegnata attesa rispetto al futuro e anche una speranza, un orizzonte utopico per aiutarci a camminare.

* Molto dense di filosofiche riflessioni sono le pagine centrali che tu hai dedicato al tema della paura, giudicata come "l'emozione più grande". Sfortunatamente, la paura continuiamo ad incontrarla quotidianamente per strada, negli occhi di chi cammina diffidente, barricato dentro una o più mascherine, magari anche in un parco semideserto o in riva al mare ... ma questa paura, considerando l'assillante martellamento praticato dalla grancassa mediatica 24 su 24, credo che assai difficilmente possa essere considerata casuale o “naturale” ...
Ricordi Antonio Albanese con il suo orrendo personaggio del Ministro della Paura?

“IO SONO IL MINISTRO DELLA PAURA, E, COME BEN SAPETE, SENZA LA PAURA NON SI VIVE! UNA SOCIETA 'SENZA PAURA E' COME UNA CASA SENZA FONDAMENTA: PER QUESTO IO CI SARO 'SEMPRE NEL MIO UFFICIO BIANCO, CON LA MIA SCRIVANIA BIANCA DI FRONTE AL MIO POSTER BIANCO ... AAH CHE PAURA! CI SARO 'SEMPRE CON I MIEI ATTREZZI DEL LAVORO, LA MIA PULSANTERIA, PULSANTE GIALLO, PULSANTE ARANCIONE, PULSANTE ROSSO RISPETTIVAMENTE POCA PAURA, ABBASTANZA PAURA, PAURISSIMA. "
Insomma, dietro alla paura dilagante, non credi sia possibile scorgere una vera e propria (efficientissima)" industria della paura "?


- Magari fosse!
Purtroppo la paura è reale e il pericolo anche: tutt'altro che fantasioso.
Paura di morire (da soli) e paura di ammalarsi (da soli). E Morte reale e malattia reale coincidono. Entrambe non mi sembrano fabbricate o prefabbricate.
Diversa, semmai, è la speculazione sulla paura. Sì, quella può esserci, come indicato simpaticamente dalle parole di Albanese. Ma questa, purtroppo, è sempre esistita. Basti pensare soltanto, per esempio, ai populisti di tutto il mondo, che soffiano sui timori della gente per interessi di altro tipo. Anche quelli sono “pandemici”.
Ma, allora, anche in questo caso, sia pur ammettendo tutto quello che tu sembri supporre, tanto più risulta valida la mia risposta precedente in merito all'impegno.
Tanto più si insidia il Bene, tanto più dobbiamo mobilitarci per esso. Tu, che da tempo ti occupi di difesa dei diritti umani, lo sai sicuramente meglio di tanti altri.

* Nel tuo libro, da ex docente di filosofia e, soprattutto, da eterna studentessa eternamente innamorata della filosofia, tendi a sottolineare l'importanza del fare filosofia, in particolare modo di fronte alle grandi domande e sfide che la vita ci presenta. Non pensi, però, che il fare non dovrebbe avere una finalità eminentemente di carattere quietivo o consolatorio, ma risultare, bensì (come i grandi maestri soprattutto dell'Ottocento ci hanno insegnato), fonte inesauribile e spregiudicata di coltivazione del dubbio, di esercizio del sospetto e di attività di smascheramento?
E non ti sembra che, salvo rare eccezioni, di tutto ciò, in questo doloroso periodo, ci sia stato ben poco?
Non ti sembra che ad occupare la scena siano altri soggetti (politica, scienza, tecnologia, ecc.) E che, nelle varie scelte sostenute ed attuate dai vari governi mondiali, si possa scorgere (soprattutto per come sono state drasticamente limitate le libertà di infanzia , adolescenza e senilità) un doloroso deficit di approccio filosofico, ma anche di sensibilità e competenze psicologiche e psicosomatiche?

 Gabriella Gagliardi


- Alla filosofia si attribuiscono tanti diversi significati, ruoli e definizione. Io, ispirandomi ad Aristotele, per il quale essa nasce dal dolore e dalla meraviglia, la definisco: “Curiosità e dolore”.
Perché la filosofia è l'uomo, quindi gioia e dolore, felicità e pianto; è l'uomo pensante.
Il pensiero è l'uomo stesso, l'elemento divino dell'uomo, come diceva Pico della Mirandola.
In quanto pensiero, dunque, è tutto quello che tu dici. Contiene dubbio, prima di tutto, consolazione, smascheramento e, perché no, come conseguenza, forse anche sospetto. Ma con le dovute differenze e distinzioni, a seconda delle circostanze.
Oggi, davanti alle grandissime difficoltà, è, più che altro, aiuto: ci soccorre e ci consola, come la preghiera.
Dubbio e sospetto li attribuirei ad altre situazioni. E, comunque, fra dubbio e sospetto, farei una distinzione. Il primo ha una connotazione più razionale ed è ermeneutico. E 'senz'altro positivo. Il secondo contiene un elemento emotivo, in quanto comporta la paura dell'inganno, ed è sì lecito, ma una condizione che non venga trasformata in certezza, perché, in questo caso, diventerebbe il contrario del dubbio.
Il dubbio è sempre aperto. Il sospetto esige la verifica. Se le prove non possono essere certificate, può finire per affermare certezze marmoree quanto quelle ufficiali.
Vorrei aggiungere, fuor di allusioni e fraintendimenti, che io, comunque, nel mio libro, non affronto il tema delle politiche mondiali messe in atto per fronteggiare il virus, ma mi limito ad analizzare gli stati d'animo, le emozioni, i pensieri e le diverse reazioni dell'essere umano rispetto a tutto ciò che lo minaccia. E lo faccio per un particolare interesse verso la profondità del nostro io. In definitiva, è un saggio (non triste) sull'uomo di fronte alle prove della vita.

* Fra le cose più belle presenti nel tuo lavoro, credo meriti una particolare menzione la poesia di una bimba sul tema dell'Infinito, definito come "il nostro più fidato amico e la nostra più temuta paura". Perché questa tua scelta?

- Quando scrivo di cose serie, mi piace intervallare e alleggerire il discorso con qualche notazione di altro genere. Così è capitato con la poesia della bambina che ha introdotto una nota di freschezza nella trattazione. L'ho fatto anche nelle pagine successive, con un'altra storiella molto speciale che riguarda due gatti, Mao e Dybala, ed un loro soccorritore. La poesia me l'ha inviata Sara, una bambina che ama leggere e comunicare, con cui mi diletto a dialogare.
Ho notato come una bimba, proprio in un clima di clausura, ha sentito la spinta a parlare di infinito. Trovando quindi, una evasione da momenti difficili. Ho avuto la conferma che l'infanzia è creativa per antonomasia, e ho fatto un paio di considerazioni:
* anche nelle situazioni più difficili può nascere un momento di gioia;
* la cultura è importante sempre e tutte le età, anche per i piccoli, perfettamente in grado di sorprenderci.
Quindi, vorrei offrire al lettore per chiudere la nostra chiacchierata, in anteprima e per intero, questo piccolo componimento.


L'infinito si estende tra di noi;
l'infinito non è paragonabile;
esso percorre le nostre vite
ed i nostri pensieri;
Lui è il nostro più fidato amico
E la nostra più temuta paura.
Non lo ha mai capito nessuno.
E 'l'incognita più grande e oscura
E finché la morte vivrà
Mai nessuno lo capirà.

Gabriella Gagliardi

Coronavirus. La paura il coraggio l'impegno. Frammenti di emozioni e pensieri
Editore: Armando Editore

Gabriella Gagliardi, nata a Salerno, laureata a Napoli in Filosofia Morale, vive da molti anni a Roma dove ha insegnato Filosofia, Pedagogia e Psicologia nell'indirizzo sperimentale pedagogico di un Istituto Magistrale. Fra i suoi libri, ricordiamo: Psicologia del malato oncologico. Non muore il desiderio, Armando Editore, Roma 2019
(https://www.flipnews.org/component/k2/psicologia-del-malato-oncologico-non-muore-il-desiderio.html)

March 21, 2021
Tre, sono i romanzi più difficili che ho incontrato, nel corso della mia vita di lettore e  che non sono riuscito a leggere fino in fondo (se non dopo vari tentativi), “per un recalcitrare dell'anima mia ”..
“Auto da Fè”, di Elias Canetti, “Storia di amore e di tenebre”, di Amos Oz, e “La vita breve” di  Juan Carlos Onetti.
Auto da Fè, un libro di mia madre, stampato anni fa ancora in una veste grafica e  tipografica ormai abbandonata, è “un testo a facile naufragio” ..
Trovo che il lettore dopo qualche centinaia di pagine si ritrovi parzialmente  demotivato a continuarlo, per via di una prosa troppo descrittiva, minuziosa, poco  avvincente in alcune parti e, allo stesso tempo, che pecca di un tipo di concettualismo  (non facilmente esplicabile) che è proprio più dei saggisti che dei romanzieri tout-court.
Canetti, a mio avviso, è stato molto più un saggista che un romanziere, nonostante  abbia ricevuto un nobel per la letteratura, nel 1981: ma si sa, il nobel è un po 'un premio politico ed ideologico, dato spesso a chi incarna meglio i valori dominanti della propria epoca. 
Certamente mi sbaglierò, ma si pensi al nobel / paradosso, per la Pace, dato ad un   recente presidente Usa che, a ben vedere è stato l'ennesimo guerrafondaio, arrivato alla Casa Bianca ..
Il testo di Oz, ha invece una prosa più moderna e scorrevole di quella di Canetti, ma  oscilla tra capitoli coinvolgenti che riguardano la sua vita, la sua famiglia e le   connessioni di essa con le vicende storiche del popolo ebraico, e altri, un po 'troppo  auto-biografici, in cui sistema un po' troppo al centro della storia l'ego di questo bambino, il protagonista (lui), determinando alla fine un calo mortale, nel  lettore, dell'interesse, e della necessità di giungere in fondo al libro.
La vita breve, di Onetti, è un testo quasi introvabile e, credo, ormai assente dagli  scaffali impolverati delle ultime “librerie analogiche”, destinate a non riaprire (si sappia).
Onetti, per chi non lo sapesse, viene considerato, da un certo numero di grandi  scrittori dell'america-latina il più grande, contemporaneo.
Sicuramente è stato uno dei più grandi, ossessionato dalle parole fino alla morte,  avvenuta nella sua stanza di casa, in cui s'era rintanato a scrivere, tra pile di libri e cataste di fogli scritti, da cui non usciva da settimane.
La vita breve è un romanzo straordinario, del quale è assolutamente indispensabile  leggere la premessa, pena l'incapacità del lettore di procedere nella storia, di capirla nella sua struttura e sviluppo.
Almeno: questo è quello che è accaduto a me, quelle quattro o cinque volte che l'ho approcciato  e che, dopo un centinaio di pagine me lo ha fatto abbandonare, sdegnato ..
 
 Elias Canetti
Sono sicuro però che ci siano dei lettori molto più scaltri del sottoscritto, che non  necessitano di questa guida iniziale (la premessa di cui parlavo) per affrontare e venire a capo della vita breve.
La vita breve è un po '(forse) - seguo qui le tracce della premessa - questo svettare  reiterato verso uno o più mondi irreali / onirici cui, chi più chi meno, verte, si sposta di tanto in tanto, per poter allontanarsi giusto un pochino da una realtà un tantino  affligente.
A tratti.
(Ora spesso, però)
February 25, 2021

Va assolutamente letto questo ultimo libro di Roberto Fantini, un insegnante di filosofia che ci presenta con regolarità libri attualissimi, e che uno non si aspetta. Non se li aspetta, perché distratto dall'inessenziale, dal contingente, dal marginale che gli viene proposto dai media, dai discorsi correnti, dalla propria mente che saltella di qua e di là, dall'idea folle che esiste vada riempita da quello che ci dicono essere importante.

Di che cosa allora abbiamo bisogno di oggi, in quest'epoca di smarrimento globale, di attesa messianica di un rimedio che ci tiri fuori dalla situazione che stiamo vivendo? Abbiamo bisogno - questo è il messaggio immortale di Maria Montessori - di recuperare una dimensione spirituale che nel bambino è connaturata. È il bambino, come letteralmente disse la Montessori in un suo discorso in India nel 1939 "  il Messia contadino, che smuove il suolo dell'anima dell'uomo, così che diventi pronto a ricevere i semi divini che vi potrà essere sparsi".

Che cosa vuole dire questo? Vuol dire, né più, né meno, che nulla di salvifico ci potrà mai arrivare dall'esterno. Abbiamo già tutto dentro di noi, ei bambini, se li sappiamo osservare, ce lo mostrano, fintantoché non hanno ancora perso la capacità di esprimerlo. L'idea che li dobbiamo modellare per renderli adatti alle esigenze della società in cui sianno a vivere - aveva intuito la grande pedagoga e non si sforzava di ripeterlo - è esiziale, perché ne uccide l'essenza interiore. Fantini cita il figlio della Montessori, Mario, che esprime con parole semplici e chiarissime il messaggio della madre:

Il bambino, indipendentemente dal luogo in cui è nato, non lotta per possedere cose materiali, la sua lotta è tesa ad arrivare al possesso delle facoltà umane che deve acquisire per portare una manifestazione i semi di divinità che si trovano in ogni bambino che nasce e che tanto spesso vengono ostacolati o distrutti se le sue forze, invece di essere ostacolatoe, fossero aiutate, se le sue facoltà fossero attentamente sviluppate con l'avidità con cui la società umana cerca l'oro - come sarebbe diverso il nostro mondo! "

Questa visione del bambino di Maria Montessori, sottolinea giustamente Fantini, va ben al di là di un semplice metodo pedagogico. Ne è la base, ne è l'essenza, e in quanto tale chi pretende di applicarne il metodo la deve interiorizzare. Ma non meno la deve interiorizzare chi vuole uscire dal groviglio in cui ci siamo cacciati, noi “poveri egoisti”, cresciuti come scolari cui è stato insegnato a non aiutarsi l'un l'altro, che poi si ritrovano nel mondo

“Come  granelli di sabbia nel deserto: ciascuno è isolato dall'altro, e tutti sono sterili; se si scatena un vento potente, questi pulviscoli umani, privi di una spiritualità che li vivifichi, verranno travolti e formeranno un turbine sterminatore "

scriveva Maria Montessori nel 1937, profetizzando la guerra imminente, ma anche la nostra condizione attuale nella pandemia - o vogliamo negarlo? E sempre nello stesso anno 1937:

“  Il vero pericolo dell'umanità è il vuoto delle anime: tutto il resto non ne è che una conseguenza”.

In questa frase è detto davvero tutto, e di nuovo viene indicato la strada: il recuperare la dimensione interiore gettata al vento, quando il bambino che eravamo è stato soppresso, per modellarlo ad uso di una società sterile.

Fantini ci informa poi che a 29 anni Maria Montessori aveva aderito alla Teosofia, un movimento spirituale poco conosciuto e molto inviso alla gerarchia cattolica. Di fatto l'insegnamento e la prassi della Montessori sono perfettamente in linea con i principi teosofici di fratellanza, che Fantini ricorda in più passaggi, desideroso di indicare una strada verso l'interiorità che reputa di grande apertura.

Questo è senz'altro uno dei contributi preziosi del libro, il recuperare, rivalutandola, una scuola di pensiero molto ai margini del discorso intellettuale e pedagogico corrente. Un altro pregio è l'indicare molte fonti di approfondimento, a partire naturalmente dalle opere originali di Maria Montessori, e includendo testi di vari autori, quasi tutti italiani, in un campionario peraltro enorme di contributi su questa pedagoga, addirittura più apprezzata all'estero che da noi.

Roberto Fantini,  Maria Montessori  . Teosofica maestra di Pace  , Roma 2020, Efesto.

February 03, 2021

"Pandemia Seconda ondata Rabbia e Confusione la sfida di Pulcinella" è l'ultima fatica letteraria dell'Ambasciatore del sorriso Angelo Iannelli che attraverso la maschera, provoca, sberleffa, si arrabbia ma poi riesce a donare a tutti un sorriso e una speranza per un pronto ritorno alla normalità senza dimenticare i tanti morti. Nel primo secolo della sua vita la maschera di Pulcinella prendeva in giro il re e la sua corte, oggi il moderno Pulcinella, magistralmente interpretato dall'instancabile Angelo Iannelli, riesce nelle pagine di questo libro a farci riflettere su quanto è accaduto nel 2020 e quanto sta ancora accadendo, affrontando con caparbietà pulcinellesca la seconda ondata della Pandemia pungendo e denunciando con la sua ironia in 140 pagine Albatros edizioni.Parlando della sua esperienza durante l'epidemia, della rabbia del popolo, dell'emergenza sanitaria e di quella economica, della scuola, del lutto della cultura, degli invisibili, della corsa al vaccino ma pure della solidarietà, ricordando che Pulcinella unisce il mondo lo rialza e lo cura con il suo sorriso e come dice Pulcinella la Pandemia sapite chere '? Perepe! Perepe! perepe! Prefazione e del Procuratore Generale di Napoli Catello Maresca testimonianze dello scrittore e giornalista Marco Perillo, il musicista e cantautore Lino Vairetti e l'attore Antonio Ciccone postfazione della giornalista e scrittrice Lucia de Cristofaro.ricordando che Pulcinella unisce il mondo lo rialza e lo cura con il suo sorriso e come dice Pulcinella la Pandemia sapite chere '? Perepe! Perepe! perepe! Prefazione e del Procuratore Generale di Napoli Catello Maresca testimonianze dello scrittore e giornalista Marco Perillo, il musicista e cantautore Lino Vairetti e l'attore Antonio Ciccone postfazione della giornalista e scrittrice Lucia de Cristofaro. ricordando che Pulcinella unisce il mondo lo rialza e lo cura con il suo sorriso e come dice Pulcinella la Pandemia sapite chere '? Perepe! Perepe! perepe!Prefazione e del Procuratore Generale di Napoli Catello Maresca testimonianze dello scrittore e giornalista Marco Perillo, il musicista e cantautore Lino Vairetti e l'attore Antonio Ciccone postfazione della giornalista e scrittrice Lucia de Cristofaro.

Un libro assolutamente da leggere, che racconta un momento storico particolare sicuramente sarà oggetto di studio nelle scuole.

January 01, 2021

Soprattutto nei periodi cupi, come quello in cui ci sta capitando di vivere, può svolgere una funzione preziosa lo spostamento dell'obiettivo della nostra coscienza verso livelli più alti di quelli in cui siamo quotidianamente intrappolati, fagocitati dalle paure dilaganti, in modo da entrare in contatto con le meditazioni dei grandi spiriti dell'umanità, in merito alle grandi questioni della vita. Immergerci in un interiore colloquio con i pensieri migliori delle menti migliori può rappresentare, cioè, una sorta di salutare "igiene mentale" capace di spazzare via (almeno in parte) le dense ombre che riempiono la nostra visione delle cose e che avvelenano le nostre aspettative e speranze per il futuro.in un momento in cui ci sentiamo particolarmente in pericolo e sempre più isolati e concentrati sul nostro incerto destino personale, può risultare di grande utilità provare a prendere il largo e recarci a respirare aria sottile in alto mare, lasciandoci guidare e sospingere dalla luce che discende dalle anime di coloro che hanno saputo parlarci di Verità e di Amore in maniera straordinaria bella ed efficace. Ed è per questo motivo che, ai lettori ed amici di flipnews, mi accingo a proporre, anche come buon auspicio per il nuovo anno, alcune riflessioni e considerazioni in merito alla concezione filosofica di Aldo Capitini, raro maestro di nonviolenza, di nonmenzogna e di noncollaborazione, in merito alle problematiche religiose, problematiche solo apparentemente astratte e fumose,

Sacro di esclusione e sacro di apertura


“La religione non può essere accettazione, ripetizione, consacrazione del mondo com'è, ma riforma del mondo, azione dal profondo a sommuoverlo, a trasformarlo, a prepararlo (...) all'imminente realtà liberata. "
Aldo Capitini

Nella religiosità di Aldo Capitini, sempre liberamente e laicamente al di fuori da qualsivoglia etichetta, è possibile riscontrare un continuo e dinamico processo dialettico che lo sospinge contemporaneamente sia nella direzione della pars destruens sia in quella della pars construens, ovverossia, verso una critica dura e tagliente nei confronti delle religioni tradizionali (Chiesa cattolica in primis), da una parte, e verso la definizione e la promozione mistico-profetica di un modo alternativo di “vita religiosa”, dall'altra.
Il tipo di religione che viene sottoposto a severa critica e che viene rifiutato con vigore è espressione di quello che viene denominato "sacro di esclusione, di chiusura", da lui contrapposto al "sacro di apertura" 1).
Il primo è caratterizzato dal "venire dall'alto, con autorità e con assolutismo", dalla negazione della ricerca e dello "sviluppo nella fondazione dei valori", dal ritenere indispensabile l'accettazione acritica dei dogmi, dall'imporre di "credere come vere tante cose discutibili e tante leggende ", dal volere" la parrocchia totalitaria, con tutti uniti nello stesso credo, negli stessi sacramenti, nella stessa sudditanza al sacerdote, il quale mette paura con la visione dell'inferno, e getta fuori del castello chiuso, protetto dagli arcangeli, i peccatori nelle mani dei diavoli. "
Il secondo, invece, non ha bisogno di istituzioni sacerdotali, conferisce la massima rilevanza alla "voce della ragione nella coscienza", rappresenta "libera aggiunta del proprio animo di unità amore con tutti, sentendoli presenti ed immortali, anche se lontani e morti", "è rispetto delle opinioni di tutti" e rifiuta l'organizzazione "in parrocchie con la dannazione di chi non ha la stessa fede". 2)

“Ci salviamo tutti”: la menzogna dell'inferno


“Il principio fondamentale della religione aperta - afferma Capitini in modo apodittico, tornandoci e ritornandoci innumerevoli volte - è che ci salviamo tutti. Noi non possiamo vivere con il privilegio che ci salveremo noi se crederemo ai dogmi e se seguiremo i sacramenti, mentre gli altri andranno all'inferno. "3)
Il tema dell'inaccettabilità logica ed etica della dottrina cattolica dell'eternità delle pene, affrontato con grande veemenza e con instancabile caparbietà, potrebbe facilmente apparirci alquanto inattuale, quasi un vezzo illuministicheggiante di scarso interesse.Ma occorre, al contrario, tenere ben presente che sarà soltanto in epoca postconciliare che il mondo cattolico comincerà ad impegnarsi alacremente (pur senza mai eliminarlo dall'apparato dottrinale) nel mettere il più possibile in soffitta il concetto di dannazione eterna, con tutte le sue implicazioni, nella chiara consapevolezza di quanto in esso ci sia di estremamente imbarazzante e di palesemente “impopolare”.
Per avere conferma di ciò, ci si potrebbe anche limitare a consultare opere monumentali come, prima fra tutte, l'Enciclopedia Cattolica, portata a termine proprio nel corso degli anni cinquanta.
Per cui, non bisogna commettere l'errore di ritenere la battaglia di pensiero e la civiltà morale condotta da Capitini contro la dottrina delle pene infernali come qualcosa di secondario o, peggio, come espressione di un astioso and anacronistico anticlericalismo. Essa merita, altresì, di venir considerata come un tassello centrale della sua concezione filosofico-religiosa, perché dimostra quanto egli avesse lucidamente compreso quanto detta dottrina rappresenti l'elemento di massima separazione possibile non solo fra i defunti, bensì anche e soprattutto tra i viventi .Perché, oltre ad umiliare e corrompere sensibilità etica e attitudine all 'onestà intellettuale, essa finisce per inculcare una visione del destino del genere umano in cui non esiste e non potrà mai esistere alcuno spazio per la dimensione dell'Unità amore e dell' Uno-Tutti.
Quello che, innanzitutto, il Nostro si rifiuta di accettare, apparendogli “residuo di religione arcaica” è che “polizie e tribunali siano anche nelle mani di Dio”, senza alcuna speranza di che si possa produrre un effetto positivo:
"Dar colpi in eterno - scrive - a chi non può migliorare, mi sembra tale da inorridire al solo pensarlo e attribuirlo a Dio, perché non esiste una bestemmia più grossa. "
“Vi sembra un Dio padre - aggiunge - quello che dà il dolore non per purificare (quindi soltanto per un periodo di tempo), ma per punire, per sempre, in eterno, nella dannazione dell'inferno? "4)
E come non inorridire di fronte a quanto asserito da Tommaso d'Aquino in merito al tripudio che, a suo avviso, proverebbero i beati all 'atroce spettacolo delle sofferenze dei dannati?  “ Vi sembra - incalza - un padre quello che faccia soffrire in eterno? Qual carnefice o torturatore, lo faccia anche per giustizia, è arrivato a questo? "
Simili credenze andrebbero intese come vere e proprie offese a Dio (un "Dio che fa paura senza amare" e "che può dare un dolore eterno non purificante i dannati") 5) e sarebbe necessario adoperarsi per renderne consapevoli i credenti sinceri.
Credere nell'inferno come giusta condizione per coloro che rifiutato l'amore di Dio concretizzatosi nel sacrificio del Calvario implica un legare "Dio stesso a un'impossibilità", significa legarlo al rifiuto del peccatore "fino al punto che Dio si abbassa a costruire un inferno per i ribelli, dove non scenderà mai prendendo un'iniziativa di liberazione, perché quelli lo hanno rifiutato ", non aprendo mai, così," una nuova epoca "per vedere se quelli riusciranno mai ad emendarsi. 7)
La concezione di "un Dio raffinatissimo punitore che dà una sofferenza massima e perpetua, senza che si possa pensare che, per la sua onnipotenza, riapra un ciclo di possibilità di pentimento e di purificazione del peccatore" comporta il non rendersi conto del fatto che quel "Il rifiuto" è essenzialmente un "dramma per l'individuo", ma non "una cosa definitiva che investe tutto l'individuo (perché l'individuo nell'intimo è persona unita a tutti)", il quale non merito mai di essere identificato totalmente con il suo peccato.
"Non condannarmi, aiutami", supplica l'uomo. "8) Tanto che arriverà a dire, con evidenti echi origeniani, che

 
 Aldo Capitini


"Ognuno di noi pur peccatori, se fosse al posto di Dio, scenderebbe all'inferno e riaprirebbe un ciclo di storia ed altri cicli ancora, finché non ci fosse più un dannato." 9)
E non meno ripugnante risulta la concezione di un paradiso da cui i dannati saranno eternamente esclusi, un paradiso che perentoriamente viene giudicato come una "lega chiusa" dove si godrebbe una gioia perversa a cui parte dell'umanità mai potrebbe pervenire.
Al contrario, se “so che Dio salva tutti (cioè si dà pienamente come amore nella compresenza), - dice, cogliendo ed evidenziando magnificamente l'indissolubile corrispondenza fra piano teologico e piano antropologico - sarò lietamente preso dal far come Lui e amare riverentemente tutti .Non ci sarà più la distinzione tra eletti e dannati, ma, internamente a me, tra aprirmi a Dio-tutti-liberazione, e il chiudermi. "10)

DISCUTO LA RELIGIONE DI PIO XII


Certamente, l'opera capitiniana che più esplicitamente e sistematicamente sottopone la Chiesa cattolica ad un severissimo esame critico è Discuto la religione di Pio XII (1957), opera che risponde, “con semplicità e chiarezza” 11), ma senza alcun meschino risentimento, alla campagna di demonizzazione portata avanti dalle gerarchie vaticane nei suoi confronti, soprattutto in seguito alla messa all'indice di Religione aperta (1955).
Il 12 febbraio del '56, sulla prima pagina dell'Osservatore Romano, infatti, oltre al decreto di condanna, era apparso anche un editoriale dal titolo Disorientamento in cui, attentamente (quanto disonestamente) di entrare nel merito dei contenuti, si proponeva una goffa stroncatura dell'opera, inanellante una fitta serie di accuse sprezzanti e dileggianti.Il libro veniva giudicato come un confuso "vagabondaggio personale senza preoccupazioni e senza scrupoli nei riguardi della storia, della logica, delle esigenze classiche dell'etica e della religione", totalmente privo di "consistenza", in cui, senza alcuna capacità costruttiva, si stavano manomettendo "Dio, Gesù Cristo, la Chiesa, Evangelo, mondo antico e mondo moderno, operando una demolizione radicale". Inoltre, si accusava l' autore di pretese profetiche prive di "afflato veramente religioso", nonché di essere sostenitore di "una specie di teosofismo umanistico, anzi cosmico", in cui confluiti "ibridamente gli elementi più diversi", producendo soltanto un preoccupante disorientamento .Accusa, quest'ultima, che, al contrario delle altre (perfide quanto stolte), si potrebbe considerare involontariamente quanto ironicamente più che fondata, risultando l'opera (come anche l'intera riflessione filosofica capitiniana), profondamente imbevuta di contenuti e, soprattutto , di valori e principi autenticamente teosofici!
Nell'Introduzione di Discuto la religione di Pio XII, incontriamo subito il j'accuse ricorrentemente rivolto alla Chiesa Cattolica, a proposito del Concordato mussoliniano.
“Noi che stavamo contrastando il fascismo, - scrive - vedemmo in quel Patto un grande aiuto dato al tiranno Mussolini per poter preparare le sue guerre, forte dell'aiuto ecclesiastico e della docilità del popolo delle campagne”.
Alla Chiesa viene attribuita l'enorme responsabilità di non aver saputo / voluto opporre all'avanzata del fascismo una chiara opposizione basata sulla "non collaborazione", dimostrando così "imprevidenza" e "insensibilità" "a ciò che concerne la libertà e la giustizia" , nonché "infedeltà allo sviluppo dello spirito cristiano". L'aberrante scelta della Chiesa finì per guarire “per sempre - scrive - anche ogni angolo di simpatia sentimentale che poteva esserci in qualcuno di noi: le affascinanti campane sonavano per cerimonie dove si inneggiava al tiranno, a un regime che straziava la libertà, la giustizia, la morale e la vera religione ”. E tale evento finì anche, quindi, per promuovere “un ' intima persuasione religiosa inconciliabile definitivamente con la Chiesa romana ”. 12)

Queste, in sintesi, le principali accuse rivolte alla Chiesa romana:

* rifiuto del dialogo in nome di una "religione fondata sul dividere le persone tra di loro" 13) e su una logica autoritaria e settaria ispirata alla "chiusura", che finisce per creare "una folla di fanciulli apolitici (bloccati, dunque, nel loro mirabile sviluppo), assistiti da politici docili agli ecclesiastici ”14);

* aver tollerato-giustificato-favorito una struttura socio-economica e socio-politica fonte di contrapposizione fra ricchi e poveri:
i Papi “pensano a un Dio che sia non creatore, ma imitatore della natura. Vedono la differenza tra ricchi e poveri, e la proiettano nella volontà di Dio! "15);

* aver promosso divisione e conflitto (posto "Cristo contro Buddha"):
“Non si può dire - scrive - che la pace si ha soltanto raggiungendo la“ coesistenza nella Verità ”, se per Verità si intenda un insieme di dogmi, concernenti una particolare concezione di Dio e della Rivelazione affidata a una gerarchia ecclesiastica. Questo divide fieramente le genti. Bisogna non porre Cristo contro Buddha o contro Gandhi, ma cogliere lo “spirito” del Dio unità amore, atto aperto a tutti ”16);

* aver teorizzato la "guerra giusta" e non aver praticato, ma anzi osteggiato l'obiezione di coscienza:
"Nei paesi cattolici decine e decine di giovani languono nelle prigioni militari per aver dichiarato il diritto della coscienza di non cooperare alla guerra e alla sua Preparazione. Se si Pensa alla forza che avrebbe, nell'attuale Tensione Tra I Due Blocchi politico-militari, la Presenza di Una folla di obiettori di coscienza per neutralizzare le possibilita di guerra, APRIRE le coscienze all'unità della Realtà di tutti, si vede l 'arretratezza, e soprattutto la lontananza dal Vangelo, del pensiero del Vaticano anche a questo proposito ”17);

* essere “parrocchia chiusa”, aspirando a governare su tutti ea sottomettere tutto, non ammettendo nulla di altro:
"La Chiesa romana ha installato il suo pesante ecclesiasticismo con la preminenza dei quattro elementi (" identica fede, comunione dei medesimi sacramenti, partecipazione allo stesso sacrificio, operosa osservanza delle identiche leggi ", che sono: dogmi, sacramenti, messa, autorità), al posto di quello che poteva essere uno svolgimento dell'atto di aggiunta soprannaturale rivolto a tutti, senza porre condizioni. E così il meglio è stato perduto Per ricuperarlo bisogna che il centro aperto prenda il posto della parrocchia chiusa ”18);

* aver preteso di esercitare potere “circa la terra e il cielo”, in quanto casta investita dall'alto e, come tale, indiscutibile:
“Non è il potere di andare sulla croce, aperto a Gesù ea tutti, ma quello di condannare come facevano gli inquisitori. Questo è il capovolgimento rispetto a Cristo. Si vorrebbe che la religione restasse quella che costituisce i centri di dedizione e sacrificio sino all'eventuale morte, e ci si trova, invece, una cosa politica come un impero con funzionari che hanno un potere di dividere e condannare. Non la libera aggiunta, ma la consegna al braccio secolare per l'esecuzione perfino dell'omicidio ”19);

* aver condannato (e, dove possibile, perseguitato) gli ex sacerdoti 20), nonché di aver rifiutato e ostacolato il fenomeno dei preti operai 21);

* non aver saputo cogliere ed apprezzare alcun valore “nell'immensa tradizione religiosa dell'oriente” 22);

* mancanza di attenzione verso: "indipendenza dei popoli, libertà culturale, sociale" (vari concordati finalizzati giustizia soltanto alla tutela dei propri privilegi)

* aver messo da parte la religione di Gesù in favore di una religione su Gesù: “Gesù non chiedeva la fede in dogmi, non imponeva un lungo credo, non diffondeva un catechismo; egli annunciava il Regno, e suggeriva il mutamento morale interiore più adatto per accoglierlo ”24);

* mitologismo e istituzionalismo: “la Chiesa scelse, e sceglie tenacemente - scomunicando, bandendo, togliendo la parola e, possibilmente, il pane a quelli che dicono altrimenti, assicurando che andranno alle pene eterne - lo sviluppo secondo l'istituzione. Intese la vittoria sul paganesimo come un incameramento di tanto di pagano e di antiquato, connettendolo semplicemente in modo mitologico con Gesù. Angeli, arcangeli, gli esseri della Corte di Dio? L'arcangelo Gabriele (dichiarato dalla Chiesa romana protettore dei postelegrafonici) portò l'annuncio di Dio a Maria, così come Mercurio portava quelli di Giove. Non credete voi nell'arcangelo Gabriele? E nemmeno nell'arcangelo Michele (protettore della Pubblica Sicurezza)? Vi metterete nei pasticci."

* aver sostenuto e continuare a sostenere l'esistenza dell'inferno:
“La rivelazione e il magistero della Chiesa - dichiara Pio XII in un discorso del 5 febbraio 1955 - stabiliscono fermamente che, dopo il termine della vita terrena, coloro che sono gravati da colpa grave subiranno dal supremo Signore un giudizio e una esecuzione di pena, dalla quale non vi è alcuna liberazione e condono. Iddio potrebbe anche nell'al di là rimettere una simile pena: tutto dipende dalla sua volontà; ma Egli non l'ha mai accordata, né mai l'accorderà ... Il fatto della immutabilità e dell'eternità di quel giudizio di riprovazione e del suo adempimento è fuori di discussione ... ”26)

PER CONCLUDERE

A conclusione di questo tentativo di gettare uno sguardo panoramico sullo sviluppo della riflessione filosofico-religiosa capitiniana, ritengo opportuno, al fine di mettere in risalto alcuni elementi centrali della cosiddetta pars construens, riferirmi ad uno scritto contenuto in Aggiunta religiosa all'Opposizione (1958) , dal titolo Collaborazione religiosa 27), particolarmente prezioso perché in grado di farci meglio comprendere come stimolante ricerca (spesso polemica) condotta in ambito teorico avrebbe dovuto, secondo Capitini, proiettarsi fattivamente nel mondo sociale contemporaneo, promuovendo la trasformazione dell'elemento religioso da fattore di stagnazione, di separazione e di scontro un fattore di progressiva unione affratellante.
Pur riconoscendo la positività dei passi avanti realizzati sul piano della tolleranza religiosa, il filosofo li ritiene insufficienti e non in grado di rispondere con successo al crescente "presentarsi di situazioni urgenti che sollecitano la collaborazione".
“Non si tratta più - scrive, infatti - di convivere pacificamente, di rispettarsi e salutarsi amichevolmente, di fare alleanze in vista di momentanei fini comuni, ma di più. Cioè di dover alcuni punti di lavoro teorico e pratico, intimo e sociale, che pongano i vari religiosi in movimento, sia nel loro animo, sia nell'influire sulla situazione circostante. "Un lavoro capace di scuotere l '” immobilismo religioso ”, restituendo alla religione un ruolo guida e di avanguardia.
Un lavoro che avrebbe dovuto essere incentrato sui seguenti 4 punti, principi “vivi e organici” di una massimamente costruttiva “religione aperta”:


1) “Valore fondamentale dell'apertura a tutti gli esseri”, senza escludere nessuno dalla dimensione-amore, percependoli come “compresenti nel nostro intimo” e costituenti “la realtà di tutti”; indipendentemente dal proprio credo teologico, "tenere per fondamentale questa apertura all'esistenza, alla presenza, alla speranza, rivolta ad ogni singolo essere."

2) “Apertura alla liberazione dal male (peccato, dolore, morte)”, allargando l'apertura stessa alla “trasformazione e rinnovamento”, non soltanto a livello sociale, ma coinvolgendo “la nostra umanità biologica, e la realtà tutta, dove domina la potenza ”:“ La religione è annuncio, preparazione, servizio dell'impossibile. "

3) "Intendere la propria vita religiosa come formazione continua", perennemente bisognosa di promuovere sentimento di responsabilità, autentica "libertà per sé e per tutti" e disponibilità all'ascolto e al pentimento, nella pratica rispettosa e arricchente della "libera aggiunta".
4) “Lavorare intensamente nella società. Realtà e propria umanità con il metodo della nonviolenza, della noncollaborazione con il male e dell'amore per le persone ", creando, nello" spirito della realtà di tutti "strumenti di lotta in grado di combattere le grandi mostruosità del mondo contemporaneo:
imperialismo,
assolutismo statale,
capitalismo.


NOTA

1. A. Capitini, Religione aperta , Laterza, Bari 2011, p. 19.
2. Ibidem.
3. Ivi, p. 20.
4. Ivi, p. 55.
5. Ivi, p. 81.
6. Ivi, pagg. 55-6.
7. Ivi, pagg. 58-9.
8. Ivi, p. 60.
9. Ivi, p. 68.
10. Ivi, p. 77.
11. A. Capitini, Discuto la religione di Pio XII , Edizioni dell'Asino, Roma 2013, p. 18.
12. Ivi, pagg. 20-22.
13. Ivi, p. 23.
14. Ivi, p. 24.
15. Ivi, p. 44.
16. Ivi, p. 53.
17. Ivi, p.56.
18. Ivi, pagg. 64-5.
19. Ivi, p. 76.
20. Ivi, p. 77.
21. Ivi, p. 81.
22. Ivi, p. 84.
23. Ivi, p. 83.
24. Ivi, p. 99.
25. Ivi, pp. 132-3.
26. Ivi, p. 143.
27. A. Capitini, Aggiunta religiosa , Parenti editore, Firenze 1958, pp. 156-160.

December 08, 2020

In questi ultimi decenni, l’attenzione verso le filosofie e le religioni orientali è andato continuamente crescendo, con una particolare cura rivolta a quell’insieme composito e variopinto di teorie e di pratiche che va sotto il nome di “yoga”.

E, come sempre, anche in questa forma di innamoramento verso altre esperienze culturali, è possibile incontrare sia tanta egocentrica curiosità, sia tanto sincero e genuino interesse.

Cesare Maramici rappresenta, senza alcun dubbio, un chiaro esempio di come sia possibile procedere dall’uno all’altro livello, in modo decisamente felice.

Dopo essersi avvicinato, infatti, al mondo dello yoga sospinto soprattutto dalla speranza di trovarvi preziose risposte di ordine pratico per i suoi malanni fisici, ha finito per intraprendere un percorso di ricerca interiore, di studio filosofico e di esercizio quotidiano tale da arricchire e ampliare notevolmente i suoi orizzonti culturali e da conferire anche, alla sua intera esistenza, nuove e più significative valenze. E tanto la sua vita ha finito per aprirsi allo yoga, che lo yoga ha finito per occupare sempre più prepotentemente il cuore stesso non soltanto delle sue attività culturali, ma anche del suo intero modus vivendi, spingendolo anche a farsi entusiastico divulgatore e sostenitore del valore e dell’importanza di esso. Ed è proprio da questo bisogno di condivisione dei buoni frutti delle personali scoperte e conquiste che sono nati alcuni libri *, l’ultimo dei quali dal titolo particolarmente promettente e accattivante:

Lo yoga spiegato a mia figlia. Tutto quello che dovreste sapere per fare yoga consapevolmente (Editore Simple).

Con Cesare, vecchio amico e compagno di escursioni alpine e di impegno civile, è nata la conversazione che segue.

  • CERTAMENTE  LO YOGA PER TE RAPPRESENTA QUALCOSA DI VERAMENTE CENTRALE NELLA TUA ESISTENZA, UNA SORTA DI VERO E IRRINUNCIABILE CENTRO GRAVITAZIONALE.

Sì per me lo yoga è molto importante, è un' arte di vivere, rappresenta la nota di colore della mia giornata, quando ho un po' di spleen faccio yoga e riparto.

Comunque, tengo a precisare che lo yoga non è solo una pratica per il benessere o antistress. Lo yoga è il cammino spirituale che conduce il praticante al ricongiungimento del sé con il Sè cosmico, a percepire questa energia cosmica eterna, divina che compone l'universo, di cui tutti gli individui che esistono - inclusi gli essere umani - sono una estensione; Un percorso che porta all'eliminazione della sofferenza e al raggiungimento della beatitudine.

  • QUINDI, TU VIVI E PROPONI LA SCELTA DELLO YOGA IN UNA PROSPETTIVA MISTICO-ASCETICA?

Mi considero un praticante ateo che fa yoga classico tutti i giorni da 25 anni, senza aspettarsi niente.

Non sono, cioè, alla pressante ricerca dell'illuminazione (quello stato in cui ti senti di far parte del Tutto) o altro. Secondo me, non esiste un percorso o una tecnica ben precisa per arrivarci. Talvolta accade, e accade sia se hai iniziato yoga il giorno prima oppure 30 anni prima, o la vita precedente.

Comunque, con lo yoga è possibile ottenere indubbi benefici dal punto di vista fisico e mentale, riuscendo a migliorare l' approccio con la realtà esterna, e riuscendo a prendere le distanze da questo mondo sempre più complicato col quale interagiamo.

Recentemente uno dei miei Maestri yoga di riferimento mi ha detto “Non devi provare a cambiare gli altri e il mondo, gli eventi della vita ai quali parteciperai devi viverli completamente distaccato e vivere la tua vita come semplice testimone. La tua vita scorrerà come un fiume e se ti lascerai andare la vedrai come una spiaggia che vede scorrere il fiume, la natura starà semplicemente realizzando ogni cosa. Tu accetterai semplicemente quello che accade.

  • COME E QUANDO È COMINCIATO QUESTO FELICE CONNUBIO FRA LA TUA ESISTENZA E LO YOGA?

 Come ti dicevo, ho iniziato a praticare yoga 25 anni fa. Per me rappresentava l'ultima spiaggia per risolvere un atroce mal di schiena. L'aspetto esoterico e spirituale non mi interessava affatto. Dopo un mese di pratica quotidiana il mal di schiena era passato, ed ho continuato senza aspettative.

Poi, col passare del tempo, succede che lo yoga ti prende, ti cattura, e tu cambi senza accorgertene: più mantieni le posizioni, più riesci a prendere le distanze, più cambia la tua personalità. Lo yoga è una sorta di psico-terapia junghiana.

Lo yoga, a differenza dello sport o altre attività fisiche come trekking, ecc., agisce nel tuo subconscio, e scioglie nodi ancestrali. Questo è l'aspetto dello yoga che ha spinto gli occidentali ad interessarsi di questa disciplina qualche decennio fa.

  • D'ACCORDO, MA E' INNEGABILE, PERO', CHE NEL MONDO OCCIDENTALE LO YOGA ABBIA FINITO PER ESSERE FAGOCITATO ALL'INTERNO DI UNA DIMENSIONE FORTEMENTE IMPREGNATA DI CONSUMISMO.

Oggi, purtroppo, gli interessi prevalenti degli occidentali per lo yoga sono altri: lo yoga è diventato "borghese" e alla moda, è diventato un oggetto di consumo come un altro. Lo yoga come si pratica oggi è veramente lontano dallo yoga praticato alle origini!

Non dimentichiamo poi, che lo yoga è anche un percorso spirituale e morale, in quanto propugna la nonviolenza, l'onestà, il non attaccamento, il rispetto per l’altro, ecc., producendo benessere e tranquillità, ma senza che ci si debba estraniare dal mondo.

Bisogna trovare, secondo il Maestro Antonio Nuzzo, “l’equilibrio tra immanenza e trascendenza”, visto che oggi è difficile isolarci nella nostra caverna.

- Immanenza significa svolgere il nostro ruolo attivo (docente, genitore, coniuge, ecc) in questa società in modo etico ed onesto.

- Trascendenza significa riuscire a trovare attimi di eternità sul tappetino, durante la pratica.

André Van Lisebeth, la persona che ha portato lo yoga in occidente, sul tappetino riusciva a trovare una serenità assoluta, ma era un instancabile fucina di idee e attività nella vita quotidiana.

  • IL TUO ULTIMO LAVORO È STRUTTURATO, IN LARGA PARTE ALMENO, IN MANIERA DIALOGATA.  COSA TI HA SPINTO AD OPTARE PER QUESTA MODALITÅ? LE CHIACCHIERATE CON TUA FIGLIA SONO REALMENTE ACCADUTE O SI TRATTA SOLTANTO DI UN EFFICACE ESPEDIENTE LETTERARIO?

Considerando che esistono già migliaia di trattati sullo yoga, scritti da grandi maestri, mi è sembrato del tutto inutile aggiungere un altro trattato o un catalogo di posizioni con i relativi vantaggi e svantaggi. Per cui ho preferito limitarmi a riportare la mia esperienza personale, sottolineando le riflessioni scaturite dall'incontro con questa nobile disciplina e con grandi personaggi con cui mi sono confrontato nel mio individuale percorso.

L'idea della forma di dialogo è nata proprio parlando con mia figlia di yoga quando ci siamo incontrati in Toscana un anno prima della pubblicazione del libro. Credo che sia una forma più semplice e sobria per far passare un messaggio.

  • TU SCRIVI CHE “LO YOGA È UN TENTATIVO CHE FA L’UOMO DI TROVARE DENTRO DI SÉ UN FONDAMENTO, UN QUALCOSA CHE LO RASSICURI”. SI TRATTA, QUINDI, SEMPLICEMENTE DI UNA SORTA DI ALTERNATIVA ALLE RELIGIONI TRADIZIONALI, PROBABILMENTE PIÙ ATTRAENTE E QUINDI PIÙ FACILE DA ACCETTARE DA PARTE DI PERSONE DELUSE, DISORIENTATE E DISINCANTATE ?

Sì confermo,questa è certamente una delle motivazioni che spingono gli occidentali allo yoga, inteso come alternativa al vuoto spirituale della religione tradizionale: poi, però, lo yoga può diventare un percorso individuale. Devi trovare il maestro che c'è in te.

E devi anche stare attento a non ritrovarti prigioniero di una comunità o di un ashram.

Mi ha colpito molto una frase di una persona della comunità di Ananda che ha detto “Quando le energie negative che ti circondano nella vita quotidiana sono troppo forti e tu non sei in grado di affrontarle, è meglio che abbracci una comunità per ritemprarti e rafforzarti, per poi, in seguito, riaffrontare la vita”.

Però poi, spesso, la persona rimane nel conforto della comunità.

  • PENSI VERAMENTE CHE “TUTTI” DOVREBBERO  PRATICARE LO YOGA? MA SE ANCHE COSÌ FOSSE, COME FARE A SCEGLIERE IL “PROPRIO” YOGA, ALL’INTERNO DELLO SCONFINATO PANORAMA DI SCUOLE ED ESPERIENZE DA TE STESSO DELINEATO?TU STESSO, FRA L’ALTRO, DICHIARI DI OSCILLARE TRA IL “SEGUIRE UN MAESTRO O INTRAPRENDERE UN PERCORSO AUTONOMO”.

Non penso che tutti dovrebbero praticare yoga. Ma, ad una certa età, quando cominci a guardarti indietro, può essere uno strumento utilissimo per prepararti ad affrontare il dolore e la morte.

Lo yoga poliedrico che vediamo oggi in occidente è il prodotto della storia e della mondializzazione, che lo hanno modificato nel corso dei secoli, uno yoga molto lontano dalle sue origini indiane, che, passando per gli Stati Uniti è stato deprivato da tutti i riferimenti spirituali e religiosi.

L’ultima tappa di questa mondializzazione è stata l’istituzione della “Giornata mondiale dello yoga” nel 2015 dall’ONU sull’iniziativa del Premier indiano M. Modi.

Modi ha fatto dello yoga uno strumento di “Soft power”, proiettando l’immagine di un Paese in armonia con la natura, che contribuisce alla pace e al benessere degli abitanti del pianeta. Ma in effetti associa lo yoga ad una pratica religiosa ed utilizza lo yoga come un progetto per determinare l’egemonia degli indù in India.

Oggi, in Occidente, ci troviamo di fronte a realtà variegate che mettono in scena il folclore della saggezza orientale, unendo forme di ginnastica tonica, canti di mantra, massaggi, ecc. ed il rapporto tra Maestro e discepolo è stato sostituito dal rapporto Insegnante – allievo.

La globalizzazione dello yoga ha portato a vari eccessi: mercificazione eccessiva, proletarizzazione degli insegnanti, turismo di massa …

Oggi la pratica yoga unisce destinazioni soleggiate, hotel a cinque stelle e attività varie: escursionismo, iniziazione alla meditazione, cucina vegetariana, massaggi, ecc…

L'immagine del guru indiano si è quindi dissolta ed è stata sostituita dalla giovane donna tonica che si contorce indossando una tuta alla moda, sul bordo di una piscina.

C'è chi, purista come me, resta fedele agli ashram aperti negli anni '70 e trova difficile accettare questa follia che si è sviluppata intorno allo yoga.

Durante la formazione che ho ricevuto in vari ashram, sono stato formato all’umiltà, alla soppressione dell’ego, all’etica, al silenzio, al percorso individuale e all'azione disinteressata, e sono sempre più sorpreso di scoprire quando, dopo un breve anno di formazione, ci sono persone che cominciano ad atteggiarsi come un guru e a chiedere parcelle astronomiche. Questo rischia di provocare molta disillusione.

Inoltre, è odiosa questa attuale competizione tra insegnanti, sempre più numerosi e sempre più giovani (la maggior parte ha tra i 25 e i 40 anni)!

Scegliere fra tante proposte potrebbe non essere, tutto sommato, così difficile. Basterebbe applicare due semplici criteri (il primo dei quali indicato da Antonio Nuzzo uno dei pochi Maestri che si trovano a Roma):

- “Lo yoga oltre la forma”.

Il che significa che lo yoga non è il pilates o mero esercizio fisico, quello che conta è l'intenzione del perché si fa yoga: se siamo proiettati alla ricerca del Sé superiore siamo nello yoga, altrimenti siamo nel pilates. Fondamentale è esserne consapevoli.

-   “Denaro e spiritualità sono inconciliabili”.

Il che significa che il praticante che frequenta lezioni a 35 euro in ambienti eleganti non è pronto per la rinuncia e il ‘ritiro dei sensi’ a cui lo yoga ci invita.

 

  • TU DICHIARI DI VEDERE NELLA  “LIBERAZIONE” LA REALIZZAZIONE PRATICA DELLA CONSAPEVOLEZZA DI FAR PARTE DI UN UNICO PRINCIPIO, CONSAPEVOLEZZA CHE  DOVREBBE CONSEGUENTEMENTE TRADURSI NEL “METTERSI A SERVIZIO DEGLI ALTRI IN MANIERA ALTRUISTICA E DISINTERESSATA”.

MA UN SIMILE RISULTATO NON POTREBBE ESSERE CONSEGUITO CON SUCCESSO ANCHE PRESCINDENDO TOTALMENTE DALLO YOGA, SIA SEGUENDO FEDELMENTE UNA QUALCHE RELIGIONE O, PIÙ SEMPLICEMENTE, SULLA BASE DI UNA LAICISSIMA VOLONTÀ DI IMPEGNO SOCIALE?

Tengo a precisare che lo yoga non è solo una filosofia, né una religione, è una scienza e un percorso spirituale, il suo successo è, d’altronde, parallelo alla messa in discussione della religione.

Uno dei sentieri importanti dello yoga è il karma yoga, l’azione disinteressata al servizio degli altri, il più alto grado dello yoga espresso dal canto VI della Bhagvad Gita.

La meditazione e lo yoga ci permettono di acquisire una forza e una libertà interiore sempre più grandi: le nostre angosce e paure saranno ammorbidite e la fiducia e la gioia di vivere sostituirà l'insicurezza, mentre l'altruismo appassionato andrà a sostituire l'individualismo cronico. Le persone equilibrate e felici sono anche naturalmente persone altruiste.

Per rispondere alla tua domanda, sì, certo, si può' benissimo intraprendere un impegno sociale prescindendo dallo yoga, ma spesso si finisce per usare l’attività di volontariato per trarne un beneficio personale, per aumentare la propria autostima, ridurre un sentimento di disagio, ecc …

Mentre un volontario che pratica yoga svolgerà con maggiore facilità un'attività totalmente disinteressata.

Praticando yoga, ci sarà possibile preservare una certa forza interiore, gentilezza, e pace interiore, mantenendo una certa distanza dall'esterno.

Più siamo lucidi circa il mondo, più accettiamo di vedere come realmente è, più è facile accettare che non possiamo fare fronte a tutte le sofferenze che incontriamo nella nostra vita.

Al di là delle differenze tra Oriente e Occidente, religione, spiritualità, ateismo e laicità, si dovrebbe cercare di riformulare una nuova etica per ottenere un mondo migliore alla quale, credo fortemente che lo yoga possa dare un contributo significativo.

 

 

*In uno dei suoi lavori, nati sempre da grande entusiasmo, ho finito anche per essere trascinato in qualità di coautore:

Esperienze di Meditazione. 54 praticanti si raccontano, Edizioni Efesto, Roma 2016. 

 
 Cesare Maramici

Nota bio-bibliografica

 

Cesare Maramici ha insegnato informatica dal 1984 al 2020 e ha ricoperto il ruolo di consulente (dal 2003 al 2012) nell'ambito del progetto internazionale

"Education for rural people" gestito da FAO ed UNESCO. 

In questi ultimi anni ha svolto l’attività di facilitatore in corsi di yoga e quella di volontario con Amnesty International, il VIS ( Volontariato Internazionale per lo sviluppo)   e la ONLUS Ostia per l'Africa. Attualmente è volontario della Croce Rossa Italiana.

Principali pubblicazioni:

2019

Libro: Lo yoga spiegato a mia figlia, Ed. Simple,

2016

Libro: Esperienze di meditazione. 54 praticanti si raccontano, Editore: Efesto, coautore Roberto Fantini

2016  

E-book: I rischi della rete, Editore: Società Dante Aligheri

2015  

Libro: Educazione Interculturale attraverso le nuove tecnologie, Editore:EAI

2014

Libro: La meditazione in azione,  Edizioni Simple

© 2022 FlipNews All Rights Reserved