L'informazione non è un optional, ma è una delle condizioni essenziali dell'esistenza dell'umanità. La lotta per la sopravvivenza, biologica e sociale, è una lotta per ottenere informazioni.

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Andrea Signini
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April 23, 2019
 
   Alessandra Giordano ( a destra)  e Luciana Bertinato

Questo è il racconto di un fine settimana prezioso, che ha visto asini, umani, libri e poesia uniti a esprimere i nostri sogni e i più importanti impegni per un mondo che vorremmo autentico, limpido, onesto, dialogante e di scambio anche delle più profonde emozioni, nel rispetto tuttavia dei silenzi e delle nostre individuali intimità. Questo, che appare come utopia, è avvenuto in questi giorni, e ne riferisco in prima persona, nella fortuna di avervi partecipato insieme a gente straordinaria.

Do un veloce sguardo indietro, ai giorni subito precedenti il magico scenario di Soave (nomen omen, per questo borgo in provincia di Verona), per un prologo che solo apparentemente sembra riferire d’altro, ma che conferisce alla poesia il giusto ruolo trainante che avrà anche successivamente, in questi complessivi tre giorni che sembrano una mezza vita, tanto son stati intensi. Vi chiedo di seguirmi, ripercorrendo questo viaggio insieme a me. Tutto inizia da Roma, dove una mia poesia sugli ultimi del mondo guadagna una menzione di merito al Premio Don Luigi Di Liegro. Là, nelle ore della cerimonia in Campidoglio, faccio scorta di parole alte, ascolto chi esprime in versi la vicenda umana, in quella forma letteraria che le parole ti costringe a sceglierle bene, perché sono poche, devono andare al dunque, e fermare il nostro sguardo mentre il cervello lavora, insieme al cuore. Non posso non vedere l’asino, già lì. L’asino nella sua soavità ferma, di riflessione. Ha inizio in quel momento la costruzione di un ponte, che attraverserò subito dopo, già con la mia borsa piena di emozioni e pensieri nuovi. E mentre in treno mi sposto verso Verona succedono due cose.

La prima: una ragazza sale a Bologna, fa avanti e indietro per un po’ lungo il corridoio, poi si siede accanto a me. Inizia subito a piangere, si chiede “E ora come faccio?”. La invito a dirmi. Ha sbagliato treno, doveva andare a Milano, alla Scala. Per la prima volta, lei che danza, avrebbe voluto incontrare Alessandra Ferri, aveva comprato un biglietto costoso sì, ma un po’ meno del solito per una promozione colta al volo. Aveva scelto gli abiti migliori, per l’occasione, aveva studiato il tragitto dalla stazione al teatro, aveva pianificato tutto e poi… Una distrazione, forse data dall’emozione, e il primo treno rosso le era parso quello giusto, e invece no. Inconsolabile, spaventata, non riusciva a capire come fare. La aiuto nelle questioni pratiche, ma il sorriso vero le tornerà quando le mostro il muso d’asino che campeggia sull’adesivo di Asiniùs, che le offro invitandola a scoprire gli asini. Finalmente respira, si calma, ora ride: perderò il primo tempo del balletto, ma avrò conosciuto l’asino, mi dice.

La seconda: guardo i messaggi sul cellulare; Davide Giovannini, poeta che ho avuto l’onore di premiare lo scorso anno a La Spezia al Premio Altre Maternità, mi dice che sta viaggiando verso Soave. La poesia mi segue, gli incontri si annunciano felici. Saranno questo, e molto di più.

E dunque inizia SoaveCultura.

Grazie alla sensibilità della Maestra Luciana Bertinato, e alle cento persone che con lei hanno anche quest’anno organizzato il festival, nel borgo arrivano gli asini a far la parte dei maestri protagonisti: mentre dialogo con un caloroso pubblico dell’”Asino sulla mia strada”, Massimo Montanari sta girando per le vie antiche con Greta, Giuseppa e Libera (quest’ultima, un’asinella nata il 25 aprile…). Il paese accoglie gli asini, gioca, ride, ragiona con loro. Gli asini incorniciano i pensieri di tutti, ogni cosa sembra riportare oggi a loro, al loro insegnamento per tutti noi. Monica chiede un adesivo di Asiniùs: vuole subito attaccarlo alla porta del suo bar. Per strada, tra le orecchie lunghe, vengo fermata più volte (neanche fossi Fabio Volo!): lo scambio di riflessione asinina cammina nelle vie, calpesta i ciottoli, avanza. Mai così la presenza dell’asino aveva permeato un incontro di cultura, quella fatta di pensieri e atti concreti, tra immagini, parole, laboratori di costruzione, in un mix di età e visi con sguardi destati dal desiderio della conoscenza. Orecchie d’asino spuntano sulle teste di tutti, e il loro messaggio passa, si insinua, scuote.

Qui sotto, per gli amici che me l’hanno chiesta, la poesia letta a Roma. E per chi non era a Soave una videointervista con qualche raglio.

Dunque cosa posso fare io ora, che ho solo un grazie? Aggiungere questo: torno a casa con le tasche piene di zecchini d’oro; ogni zecchino un incontro, ogni incontro immensa gratitudine e

smisurata possibilità. Occasione. Ponte. Grazie alle voci raglianti. Grazie a donne e uomini di Soave che hanno accolto, ascoltato e fatto proprio il dirompente pensiero asinino.

Qualche grazie speciale: a Stefania, per quell’abbraccio; a Michele, per il suo splendore dappertutto, a Davide, per la poesia che porta nelle scuole, a Simonetta che lo ama e che è bellissima, a Luciano il mio editore: abbiamo venduto tutte le copie! Con la cultura si mangia! A Rita che era in Umbria ma era lì.

Luciana Bertinato, la Maestra che sussurra ai bambini e Giovanna Zago, che donna: anima di tutto ciò, per me.

Agli asini.

Videointervista qui: https://www.facebook.com/593685177666007/videos/274700333254366/

E la poesia:

“SENZA POESIA”

E cosa possiamo dire

noi ora qui

Padre,

di questo vecchio.

Che senza dimora

asciuga la sua giacca

sulla grata del metrò.

Lungo e nero e sottile

è il suo consunto abito

e il suo viso

e lui

che sembra già disteso

mentre in piedi guarda giù.

Gli alberi del parco,

dietro,

gocciolano immoti e stanchi

pensieri sempre uguali

dei loro cento anni.

La giacca intanto vola

tenuta per due lembi

da braccia come rami

e a noi di qua ora sembra

che il vento porti via

da lei tutti gli affanni.

Ah ingannevole e falsa

Poesia.

Chi t’ha portato?

Mentre drogata respiro e vedo luce

nell’immagine che da te rischiara

il vecchio sta soffocando un’altra sera.

March 11, 2019

Dopo la caduta dell'impero romano d'occidente i romani cercarono di arrestare in qualche modo l'ingresso delle orde barbariche dai confini del nord Italia costruendo sbarramenti difensivi detti castrum. Castelseprio, località in provincia di Varese ne è un magnifico esempio. La torre di guardia posta sulle mura dell'avamposto, con l'andar degli anni perse la propria funzione e, convertendosi al cristianesimo i longobardi insediatisi nella zona, divenne sede di una piccola comunità di monache benedettine. Questa l'origine del famoso monastero di Torba (oggi del F.A.I.). Le vicende qui raccontate si svolgono prevalentemente fra le sue mura. Assistiamo così all'avventura del longobardo Wilfredo che, coadiuvato da tre monaci che dopo aver perduto il proprio monastero in territorio svizzero dato alle fiamme dai Geti, altra stirpe barbara, si fermarono in queste lande. Il periodo è quello dell'anno 1.000 d.C. e dell'attesa della fine del mondo preannunciata dalle sacre scritture. Il popolo si prepara all'infausto evento ed il terrore regna nel contado detto del Seprio. (dal nome romano Siprium, il centurione che difese il castrum.) I popolani si disfano dei loro beni materiali e la notte del 31 dicembre si radunano nella spianata che si apre ai piedi della torre in attesa dell'evento.

Solamente i tre monaci e la badessa del monastero vicino, quello di Santa Maria Assunta di Cairate dubitano che il Signore abbia veramente in cuore di distruggere ciò che aveva creato. Quando spunta l'alba del nuovo millennio e tutto è rimasto come era prima la vita del contado riprende con maggior entusiasmo e fiducia nel futuro. Una delle monache, Brenda è posseduta da un demone che da tempo immemorabile regna su queste terre. La monaca, ovviamente su comando del suo signore, si adopera in tutti i modi per diffondere il male fra le sue consorelle e fra la povera gente del contado riuscendovi egregiamente. Dopo molti misfatti giungerà persino ad insinuare nelle menti delle monache quanto sia normale e divertente offrire oltre all'ospitalità ai mercanti ed ai viaggiatori che si fermano al monastero, anche il piacere della carne. Scoperte dalla badessa Geltrude, succeduta alla precedente mitica Aliberga (Il ritratto di costei è ancora ben visibile in un affresco all'interno della torre) per timore di venire denunciate all'arcivescovo di Pavia, cui faceva capo il contado, non trovano di meglio che assassinarla gettandola dalla finestra della torre. La donna morente scaglierà su di loro una tremenda maledizione: il loro volti ritratti nel piccolo oratorio svaniranno dalla parete ove sono stati dipinti assieme a quelli delle altre consorelle e solo dopo che avranno espiato la loro millenaria pena per l'omicidio essi riappariranno. Le monache assassine fuggono poi dal monastero e cadono preda di una banda di malfattori che le violentano e le uccidono. Solamente Brenda, l'indemoniata sarà salva proprio grazie al suo diabolico protettore che la farà tornare in vita circa 120 anni più tardi proprio nell'altro monastero di Cairate prima della battaglia di Legnano fra il Barbarossa ed il carroccio ove seguiterà nella propria infame opera demoniaca.

 

Il monastero delle monache senza volto  - Silvio Foini
2019  Giallo storico (alto medioevo)
Newton Compton

March 01, 2019

Il libro “La tenda rossa”, pubblicato per la prima volta nel 1997, in Italia è stato tradotto nel 2001 ma è poi uscito dal catalogo ed ora è stato finalmente ristampato dalle edizioni Tlon: è la storia di Dinah, unica figlia femmina di Giacobbe, della quale appena si accenna nella Genesi, ed è un affascinante punto di vista femminile su una storia biblica molto conosciuta.

“Forse potreste immaginare che sono stata qualcosa di più che una sigla senza voce nel testo. Forse lo avrete captato nella musica del mio nome: la prima sillaba alta e limpida, come quando una madre chiama la figlia al tramonto; la seconda sommessa, per scambiarsi sottovoce dei segreti sul cuscino”.

È Dinah a raccontarci un'altra storia, rispetto a quella canonica, nella quale ben si delinea il rapporto tra una visione religiosa maschile in contrapposizione ad una visione religiosa e mistica femminile che trova il suo spazio sacro nella tenda rossa, antica pratica, diffusa in numerose etnie, che vedeva le donne di una stessa famiglia o clan raccogliersi in un luogo intimo e protetto, per scandire e onorare il ritmo ciclico del proprio corpo, aderente a quello della Luna e delle stagioni, oltre che per celebrare importanti riti di passaggio (nascita, menarca, menopausa, matrimonio, morte ecc.).

Questo libro che è stato propulsore di un vero e proprio movimento, poiché le donne, su ispirazione di questa storia, hanno iniziato ad organizzarsi per ricreare l'atmosfera della tenda rossa, luogo cronologico e fisico di condivisione e narrazione.

Un rito che era appannaggio anche dei nativi americani, dove la tenda rossa era chiamata la tenda della luna, nella quale le donne erano dispensate dai lavori familiari per onorare la Madre creatrice di vita. Nelle donne che vivono a stretto contatto il ciclo mestruale tende a sincronizzarsi, e viene spesso a coincidere con alcuni momenti lunari, in particolare con la luna nuova, o luna nera. Luna nera, luna di sangue, un sangue che è premessa di vita e dunque di per sé sacro. L'aspetto più affascinante nel libro è il rapporto tra il culto del Dio degli uomini, celebrato alla luce del sole, e quelli delle Dee delle donne, Dee della civiltà sumera, accadica e babilonese, che vengono celebrate nella morbida luce della tenda rossa.

“Rachele era fedele a Gula, la guaritrice. Le offerte di grano di Bila erano tutte per Uttu, la tessitrice, Lia aveva un attaccamento speciale per Ninkasi, la dea della birra, che preparava usando un tino fatto di lapislazzuli chiari e un mestolo d'argento e d'oro”.

Alle donna della stirpe di Giacobbe è richiesto di adempiere soprattutto ad una funzione generatrice, da qui il contrasto e l'invidia tra Lia, che ha avuto molti figli, (inclusa la protagonista) e Rachele, che dopo molti aborti riuscirà a generare Giuseppe, il prescelto per continuare la genealogia del Dio di Israele e Beniamino, che la porterà alla morte durante il parto.

Interessante è la figura di Rebecca, la matriarca, la nonna di Dinah, famosa veggente e devota ad Inanna, che vive da sola con le sue schiave, mentre il marito, Isacco, ormai cieco, passa i suoi ultimi anni distante dalla moglie.

A colpire l'attenzione è la descrizione del rito del primo menarca, quando la bambina diventa donna. Durante quella cerimonia Dinah viene abbracciata, baciata e massaggiata dalle donne della tribù, beve il vino rosso e viene accompagnata nel cuore del campo coltivato a frumento, dove Rachele porta i terafim (idoli delle Dee protettrici) e ne sceglie uno, la Dea-rana in questo caso; Dinah viene invitata ad abbracciata la terra e a donare a lei il primo sangue, non solo quello mestruale, ma anche quello della verginità: l'imene viene così donato alla Grande Madre Inanna insieme al primo menarca. “Quando gridai, non fu tanto per il dolore quanto per la sorpresa, e forse anche per il piacere, perché mi sembrava che la regina giacesse sopra di me, con il consorte Dumuzi al di sotto”.

Ma il patriarcato inizia ad incombere e quel rito così segreto e sacro non è accettato dalle future mogli dei fratelli di Dinah che confidano a Giacobbe e ai loro mariti le segrete cerimonie, provocando l'ira degli uomini, perché la verginità, nel patriarcato, era un requisito dovuto alla sposa, da mostrare attraverso il lenzuolo macchiato di sangue della prima notte di nozze.

La storia offre sviluppi inattesi che svelano la sottesa guerra contro le donne libere e indipendenti come Dinah, una storia che soppianta il calice a favore della spada (citando l'importante libro di Riane Eisler “Il calice e la spada”), una guerra che il monoteismo cristiano tenderà a giustificare con mitologie sempre più delineate.

Il libro, finalmente ristampato, è una pietra miliare della storia femminile e anche nella veste romanzata offre uno spaccato di realtà su una storia mai raccontata.

Il mio nome non significa niente per voi. Il ricordo di me è diventato polvere. Non è colpa vostra, né mia. La catena che univa madre e figlia si è spezzata e la parola è passata sotto la tutela degli uomini che non avevano modo di capire. Ecco perché sono diventata una nota a piè di pagina e la mia storia è solo una breve digressione inserita tra la storia ben conosciuta di mio padre, Giacobbe, e la saga gloriosa di Giuseppe, mio fratello”.

 

Il libro verrà presentato da Silvia Pietrovanni a Roma alla libreria teatro Tlon, a via Nansen 14 giovedì 21 marzo alle ore 18.30, ingresso libero. Letture drammatizzate a cura di Cristiana Saporito, ingresso libero.

 

LA TENDA ROSSA
ANITA DIAMANT
TLON 2019

February 22, 2019

Sallustio nel IV secolo d.C. aveva scritto che il mito riguarda storie che non accaddero mai ma che sono sempre. Questo libro di Bettini ben incarna l'enunciazione di Sallustio perché in questo viaggio nella mitologia classica l'autore trova sempre un collegamento con l'attualità.

“Il mito ci mette di fronte ad eventi incredibili, che, però, inseriti nel racconto mitologico, diventano credibili, non perché ci si creda davvero ma perché, li si ascolta, li si legge o li si osserva pronti a diventare più saggi”.

Tutto comincia dal Caos, questo abisso nero e smisurato da cui nascono Urano, Gea ma anche Eros, e la narrazione si fa da subito poliedrica, ed è attraverso un incastro di storie che l'autore conduce il lettore in un universo di simboli interiori, proprio come sapevano fare gli antichi cantastorie che riunivano le genti intorno a dei racconti comuni.

“Se vogliamo riscoprire la natura più autentica del mito greco, dobbiamo immaginarlo non come qualcosa di scritto, ma come una parola che viaggia, che comunica dei racconti, degli intrecci, delle verità, e poi si perde nel vento”.

La particolarità di Bettini è quella di focalizzarsi spesso su personaggi minori e meno conosciuti della mitologia greca come Ascalafo, che viene trasformato in allocco, o sulla fine che fecero le ancelle che non tennero d'occhio Persefone quando fu rapita da Ade, sul primo apicoltore Aristeo etc.   La parola si fa lente per ingrandire un dettaglio, un oggetto o un animale, per poter cominciare una narrazione alternativa che si incastra come un puzzle su fili narrativi precedentemente dipanati.

L' attualità che l'autore inserisce nella narrazione tende ad indagare alcune anche mitologie di oggetti comuni come l'anello, simbolo della catena di Prometeo o sull'origine mitica di alcuni uccelli come l'usignolo, il gabbiano, l'aquila marina...Siamo circondati da simboli, e dietro o dentro ognuno di essi si cela una storia capace di farci evolvere, e di portarci a nuovi libelli di comprensione della realtà.

Interessanti sono gli scorci che l'autore apre su alcuni topoi mitologici come la discesa nel mare che accomuna Dioniso, Aristeo, Teseo, Efesto, una profondità che è sempre una ricerca interiore di nuovi significati da dare alla vita quotidiana

"Il mito anche un modo per dare un senso un significato profondo alla natura che ci circonda: ecco perché per il canto di un uccello può essere capace di resuscitare il ricordo di un evento mitico".

Per ogni racconto il testo presenta una stupenda collezione iconografica che spazia dalla scultura antica passando per i mosaici fino ad arrivare alla contemporaneità cinematografica.

Un libro adatto sia per chi ha approfondito i miti e vuole leggerli secondo altri punti di vista, sia per chi si approccia per la prima volta a queste misteriose e affascinanti narrazioni.

Maurizio Bettini
Il grande racconto dei miti classici
Il Mulino 2018

February 14, 2019

Con questa sua ultima fatica Giuseppe Catapano esce dal campo delle sue abituali competenze professionali che pur gli hanno fruttato numerosi riconoscimenti editoriali, sia nel campo dell’economia, che in quello della finanza, del marketing no profit e in materia fiscale, per donare a cuore aperto quelle pillole di saggezza delle quali l’intera umanità ne bisogna. Dona dei consigli di vita preziosi perché torni a tutti noi la voglia di sorridere. Lo fa sottolineando che” il futuro è nostro e non dobbiamo farcelo rubare...”, l’antica sagezza dei cinesi contempla 5 punti cardinali, nord, sud, est, ovest e centro, il che vuol dire che dobbiamo volgere l’attenzione non all’esteriorità bensì al nostro centro, alla padronanza di noi stessi, la “grande meta della vita non è la conoscenza, bensì l’azione”, la parola diavolo, dal greco espresso in caratteri latini “Dia-ballo” sta a significare la dualità, ovverosia il dubbio nell’agire che attanaglia la persona preda della paura e la rende oggetto di infelicità, in casi estremi di patologie che possono diventare sempre più significative, ed ecco che soccorre la pillola di saggezza dell’autore che consiglia decisamente l’azione. “l’uomo non è figlio delle circostanze, bensì sono le circostanze le creature dell’uomo...”. Altra massima da non sottovalutare: c’è un detto popolare: ”cuor allegro il Cielo l’aiuta” che conferma la giustezza di questo assunto: il positivo richiama il positivo e… se riusciamo a liberarci dai pensieri negativi il positivo che esiste ci soccorrerà, in tutti i sensi.

A ben scandagliare le argomentazioni che il nostro adduce non si può far altro che concordare, il libro dona la possibilità al cercatore di ritrovare la “via che è smarrita” e affrontare le tortuosità della vita con più serenità.

 

 

 

 

 

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February 13, 2019
 
 Lino Patruno, Marilù S. Manzini e Mita Medici

Sarà presto Film il quinto romanzo “la cura della vergogna” della scrittrice Marilù S. Manzini presentato a Roma presso l’hotel Époque di via Nomentana.

 

Tra gli invitati all’evento numerosi partecipanti del mondo dello spettacolo e la cultura.

Si legge tutto di un fiato, arriva dentro, ti fa piangere, ti fa ridere come fossi tu il protagonista, un libro di circa 170 pagine edito da Bietti, tridimensionale,come fossi al buio a vedere un film nella sala di un cinema: “La cura della vergogna”. Un saggio psicologico sulla timidezza, denso di strategie per come superarla, presentato i primi di febbraio presso l’hotel Époque. “questa opera è pronta – chiosa la scrittrice Manzini – per un film” . Le parole del libro ti accarezzano, sono sincere, una chiamata ad indagare sul tema della timidezza. A chi non è capitato una volta nella vita di imbattersi nell’ impaccio. Non riuscire a parlare, magari davanti ad un pubblico, sentire un pugno nello stomaco e il sudore trasudare dal corpo. In quei momenti vorresti scomparire. Come nasce il peso di non riuscire a comunicare con gli altri? A sentirsi inadeguato o nel posto sbagliato?


Aver sopportato nell’età della tenerezza un peso troppo grande sulle proprie spalle racconta il libro (la


 
 Marilù S. Manzini e Nadia Bengala

sofferenza genera altra sofferenza ndr). Gli eventi drammatici della vita possono creare un prigione da cui non è facile evadere. Succede al protagonista strappato alla madre da piccolo. Nasce quel senso di orfanezza, di separazione, di vuoto che non si riesce a gestire. La separazione non è contemplata e se non superata nasce un disagio, la prigione. E allora qual è la cura? Come si può guarire, come riprendere la strada per godere dell’esistenza?. La vita è un dono va vissuta bene. Nell‘epistolare tra il nonno e il nipote vi è tracciato un percorso da seguire per guarire: esercizi e saggezza. Come Pollicino, il l’anziano lascia le molliche di pane sul sentiero e permette così al nipote di ritrovare la strada di casa. Ma l’insegnamento più grande è il perdono. Perdonare se stessi e gli altri per evadere dal carcere della vergogna. Amare è donarsi incondizionatamente anche se può succedere di soffrire. Mi dono comunque , con coraggio. Vivere è audacia. Il messaggio arriva: trasformare i propri errori in punti di forza. Il nipote DJ allora decide di raccontare agli ascoltatori della sua radio dei buffi episodi

 
 Giovanni Brusatori,Lino Patruno, Mita Medici, Marilù S. Manzini e Deborah Bettega,
sotto Gianni Franco

accaduti (infondo qualsiasi cosa facciamo siamo ridicoli) raccogliendo uno share inaspettato.


Questo è superare le colonne di Ercole. Accorgersi che al di là del confine c’è altro da scoprire. Così si diventa Eroi, valicando le difficoltà e costruendo un armatura invincibile. Un libro-psicologico da rubare

 
 Giovanni Pocaterra, Marilù S. Manzini e Maria Monsè

per conoscere se stessi con esercizi pratici. Certo ci vuole coraggio per sostenerli. Ma il compito dell’uomo non è quello di scendere dall’albero dove stanno le scimmie e diventare un uomo eretto, un uomo armonico, con un intelletto e un sentimento sviluppati? Nelle vistose sale di Versailles e Borghese stile époque la serata si è conclusa, con brindisi e un ricco buffet. Numerosi gli invitati tra cui la sociologa Deborah Bettega, il noto musicista Lino Patruno con Giovanni Brusatori, attrici e attori come Mita Medici, Valentina Chico, Franco Gianni, Steffan Jinny, Domenico Fortunato, Alex Partexano, Gianfranco Phino, Gaetano Russo, Roberto Calabrese, Giovanni Visentin, Emilia Verginelli, Fabio Ciani, Rita Carlini, Andrea Menaglia, Mirella Pamphili, Elena Presti, Sabrina Crocco, Marika Pace e volti televisivi come Maria Monsè. Presenti i produttori Roberto Bessi e Massimo Spano, l’ex calciatore della Lazio Renato Miele, il notaio Rai Giovanni Pocaterra, la nota ex Miss Italia Nadia Bengala, la giornalista televisiva Antonietta Di Vizia, il principe Fulvio Rocco De Marinis.

 
January 30, 2019

Domenico Fiormonte è ricercatore in Sociologia della comunicazione presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Roma Tre. Dal 2008 collabora a progetti formativi e culturali fra India e Nepal con la Onlus Centro Studi Platone . Nel 2014 si è diplomato insegnante yoga della tradizione viniyoga di TKV Desikachar con Antonio Olivieri.

Fra i suoi libri: Manuale di scrittura (con F. Cremascoli), Bollati Boringhieri, 1998; Scrittura e filologia nell’era digitale, Bollati Boringhieri, 2003; e con Teresa Numerico e Francesca Tomasi, L’umanista digitale, Il Mulino, 2010. Un’edizione aggiornata e ampliata di questo volume è apparsa in inglese nel 2015 con il titolo The Digital Humanist. A Critical Inquiry.

Come nasce questo libro? E quale è l'obiettivo di questa ricerca?

L’origine di questo libro è una sfida culturale, professionale e personale iniziata più di dieci anni fa. Tra il 2005 e il 2006, constatando l’impossibilità di poter incidere in modo positivo sul corpo agonizzante dell’università (non solo quella italiana), iniziai a interessarmi di pensiero orientale. Grazie a un’amica e collega spagnola, per la quale conservo un’immensa gratitudine, conobbi un personaggio straordinario: Wayne Liquorman. A mio parere Wayne è il massimo rappresentante della tradizione Advaita-Vedanta (il pensiero non-dualista che trae origine dalle Upanishad). Da quel momento la mia vita cambiò. Iniziai un percorso che mi portò non solo ad allargare la frattura con i saperi accademici, ma a tentare di costruire, fra margini e interstizi del sistema, delle “alternative”: punti di fuga, esperimenti ed esplorazioni che riportassero un po’ di speranza e immaginazione nelle mie attività di ricerca. In questo lungo viaggio ho incontrato tantissime persone (oltre agli autori del volume, naturalmente!) che mi hanno ispirato e aiutato a costruire ponti. Senza di loro non avrei mai tentato l’impresa: mettere insieme yoga, fisica quantistica, filosofie orientali, scienze cognitive…

Ma l’occasione per rendere visibile questo percorso venne con la creazione all’Università Roma Tre del gruppo di ricerca interdisciplinare New Humanities. Fu in questo contesto che organizzammo insieme ai colleghi il convegno del settembre 2013 intitolato Il contributo della fisica quantistica all’idea di coscienza: un’ipotesi a cavallo fra le culture. L’obiettivo di New Humanities era ed è tuttora quello di far dialogare insieme scienze umanistiche e scienze naturali su tematiche specifiche: in questo caso la coscienza.

Mi preme infine aggiungere che il libro non nasce solo da uno sforzo intellettuale e di ricerca, ma anche da articolate esperienze “formative” avvenute fuori del contesto universitario. Prima con lo yoga e poi a partire dal 2011 attraverso una collaborazione con un’associazione culturale e azienda agricola biologica nel cuore della Sardegna.

La fisica quantistica sembra essere una disciplina che ultimamente viene citata spesso, anche a sproposito. Da dove viene secondo te questo rinnovato interesse?

Credo che le ragioni di questa riscoperta siano molto complesse e difficili da decifrare senza sconfinare nella superficialità o, al contrario, in un atteggiamento condiscendente nei confronti di sperimentazioni non “canoniche”. Ma non voglio eludere la tua domanda: penso semplicemente che molti si rivolgano alla fisica quantistica perché, in un certo senso, essa è in grado di sostenere

 
 Domenico Fiormonte

punti di vista non incompatibili con la ricerca spirituale e con visioni metafisiche della realtà. Consapevole dei rischi di entrambi gli approcci abbiamo tentato un’operazione prudente, innanzitutto costruendo un dialogo “dal vivo” . La parte centrale di questo incontro fu l’interazione fra due talenti della divulgazione, un fisico quantistico e grande affabulatore come Emilio Del Giudice e un orientalista e psicologo come Mauro Bergonzi. Nel suo saggio ha ampliato e notevolmente approfondito l’intervento orale del 2013, donandoci un lungo e articolato testo che costituisce, oltre che il nucleo portante del volume, anche uno dei primi contributi organici al rapporto fra fisica quantistica e pensiero non-dualista.

Tuttavia chi si aspetta convergenze fra pensiero mistico e fisica leggendo il testo rimarrà deluso. Anche se in modo spesso provocatorio, Emilio del Giudice si dichiarava ateo e razionalista, ma allo stesso tempo sosteneva che “il posto del razionalista è al centro dell’irrazionale”, perché irrazionale non è sinonimo di impossibile, ma è qualcosa che non capiamo con la ragione corrente… e che dunque è compito dello scienziato studiare e spiegare con gli strumenti della razionalità. Questo ragionamento non è per nulla comune negli scienziati e in generale negli intellettuali, perché presuppone un atteggiamento di umiltà nei confronti della realtà che ci circonda. Esattamente il contrario di ciò che fanno oggi la scienza e le accademie, anche quando trattano fenomeni “di moda”, come la fisica quantistica.

Il libro è dedicato ad Emilio Del Giudice e Paolo De Santis. Chi erano?

Emilio è scomparso poco meno di un anno dopo il nostro convegno, privandoci di un sostegno fondamentale. Come Antonella De Ninno, che ha firmato la prefazione, apparteneva alla scuola di Giuliano Preparata che nei primi anni Novanta replicarono nei laboratori dell’Enea di Frascati gli esperimenti sulla cosiddetta “fusione fredda” di Martin Fleischmann e Stanley Pons. Ricordo ancora la gioia incontenibile quando accettò di far parte del nostro gruppo di ricerca. Grazie a lui il progetto New Humanities prese il volo, perché non era solo un grande scienziato e intellettuale, ma cosa estremamente rara nel nostro paese, un pensatore libero. Emilio adottava un metodo di indagine contrario al senso comune perché partiva quasi sempre con un atteggiamento di curiosità nei confronti di ciò che non capiva o che gli era estraneo. Aveva cioè sostituito lo scetticismo con l’ascolto. E sentirsi parte di questo scambio era qualcosa di straordinario. Con  la sua consueta e provocatoria ironia, scrive Antonella De Ninno nella prefazione, Emilio “descrive il percorso della scienza moderna come una serie di inciampi”, di incongruenze che costringono la scienza a mettere in discussione i propri principi. Ed “è proprio con la nascita della meccanica quantistica che la fisica perde il suo principale connotato di ‘misura del mondo’ per confluire (di nuovo direi) nell’ambito della filosofia, ovvero dell’amore per la conoscenza.” Questo era Emilio: amore per la conoscenza. Mentre Paolo… Bè Paolo De Santis era dietro a tutto questo. Era l’eminenza grigia, l’uomo invisibile delle connessioni. Se la scomparsa di Emilio fu un grande dolore, la sua, avvenuta nel novembre 2017, è stata una catastrofe. Paolo De Santis non era solo il collega fisico di Roma Tre che rispettava e ascoltava noi umanisti (cosa che di per sé ci sembrava già un miracolo…), ma ci guidò nei meandri della fisica, presentandoci Emilio, Antonella e più avanti Peppino Vitiello. Paolo non era interessato a mettere la sua intelligenza al servizio dell’ego, ma la travasava, con una virtù quasi magica, negli altri. Era un costruttore di ponti che mediava, connetteva, univa le persone, le idee, i contesti. Mentre tutti salivano sul palco (e non è che lui non ne avesse le capacità, tutt’altro), Paolo era lì, dietro le quinte, che sorrideva silenzioso e pensava, studiava e lavorava al suo prossimo matrimonio fra persone e saperi. Dopo la sua morte ho capito che è solo grazie a uomini come lui se nella nostra vita alcuni dei nostri sogni riescono, con grande sforzo, a diventare realtà.

Uno dei capitoli è sul rapporto il vuoto nella fisica quantistica e nello yoga, disciplina che ha preso molto piede in Occidente e di cui probabilmente c’è un gran bisogno proprio per fermarci e prendere coscienza delle meccaniche interiori ed esteriori. Di che cosa parla la tua ricerca?

Innanzitutto vorrei dire che il mio non è un contributo accademico, ma una riflessione che nasce da una esperienza concreta (la malattia e il recupero) e successivamente dallo studio dello yoga che intrapresi a partire dal 2009 con Antonio Olivieri, insegnante della tradizione Viniyoga di T.K.V. Desikachar. Il vuoto nello yoga è una sorta di interfaccia, un confine dove avviene un passaggio di energie. Collegata alla parte teorica di questo testo vi era originariamente anche una pratica yoga che avevo ideato proprio a partire dalle pause del respiro, cioè le ritenute (a pieno o a vuoto, appunto) che possiamo inserire fra inspiro ed espiro. La ritenuta a vuoto è anche un canalizzatore dell’attenzione, uno spazio dove si attutisce l’attività mentale e si avvia un processo di purificazione energetica. Descrivere che cosa avvenga è molto complesso, forse impossibile. Eppure come ricordiamo nell’introduzione, anche un grande filosofo occidentale come Michel Foucault, alla sua prima esperienza di meditazione, dirà di aver fatto esperienza di “qualcosa”. Foucault non parla di coscienza (una parola che in Occidente si presta a molti fraintendimenti) ma dice: “penso si tratti della possibilità di far esistere dei nuovi rapporti tra lo spirito e il corpo e, oltre a ciò, dei nuovi rapporti tra il corpo e il mondo esteriore.” Bingo! Per lo yoga l’esperienza del corpo è il punto di partenza per arrivare allo spirito, ma soprattutto è il supporto di qualsiasi cambiamento, che deve avvenire necessariamente attraverso la materia. Chissà tale consapevolezza dove avrebbe condotto Foucault, se solo fosse vissuto più a lungo.

Tornando al vuoto, l’ipotesi che faccio nella mia ricerca è che vi sia un legame fra l’emergere della coscienza – intesa nel senso orientale del termine – e il vuoto. Ma che cosa è questo vuoto? Leggendo gli scritti di Del Giudice rimasi colpito proprio dalla sua definizione; in particolare quando scrive che il vuoto quantistico è il luogo dove avverrebbe una sorta di “contrabbando energetico”. Antonella De Ninno nella sua prefazione ha riassunto meglio di me la correlazione che ho tentato di stabilire: “Il nuovo, grande soggetto della meccanica quantistica è proprio il vuoto che viene rivestito di qualità e dinamica (…). È un vuoto creatore molto simile, concettualmente, alla Coscienza divina del prāṇa.”

 

 

La coscienza. Un dialogo interdisciplinare e interculturale
a cura di Domenico Fiormonte

Istituto Italiano di Studi Germanici, Roma, 2019

Disponibile su http://www.liberdomus.it/

 Silvia Pietrovanni

November 27, 2018

Emancipatore di coscienze, il pensiero di Aldo Capitini si può definire con 3 aggettivi: libero, puro e spontaneo. Un punto di vista, il suo, che è anche una presa di posizione più che mai attuale, per ricominciare a ripensare l'uomo prima come singolo e poi come “Noi”, una pluralità oggi più che mai modellabile dai poteri palesi o occulti, siano essi economici, politici o religiosi.

Come ricorda Bobbio, “la ragione per cui, in Capitini, la battaglia contro la chiesa e la battaglia contro lo Stato si confondono, si sovrappongono, è che il nemico è sempre lo stesso: il potere che viene dall’alto, anche se viene esercitato là con la coercizione spirituale, qua con la coazione fisica".

Attraverso l' “atto di unita’ amore”, cellula primaria del suo pensiero, Capitini si fa portavoce di una dimensione sociale non contaminata da aggressione e violenza, un atto d'amore che fa dell'uomo una creatura in connessione non solo con i suoi simili ma anche con il creato.

Nella sua messa in atto di un antifascismo non violento Capitini elenca i suoi 12 “No” più che mai attuali:

NO:

  1. 1.al nazionalismo;
  2. 2.all’imperialismo;
  3. 3.al centralismo assolutistico e burocratico;
  4. 4.al totalitarismo;
  5. 5.al prepotere poliziesco;
  6. 6.all’esaltazione della violenza;
  7. 7.al finto rivoluzionarismo attivista;
  8. 8.all’alleanza con il conservatorismo della chiesa;
  9. 9.al corporativismo;
  10. 10.al rilievo forzato e malsano di un solo tipo di cultura e di educazione;
  11. 11.all’ostentazione delle poche cose fatte, dilapilando immensi capitali, invece di affrontare il rinnovamento del Mezzogiorno;
  12. all’onnipotenza di un uomo, di cui era facile vedere quotidianameute la grossolanità, la mutevolezza, l’egotismo, l’iniziativa brigantesca, la leggerezza nell’affrontare cose serie, gli errori e la irragionevolezza impersuadibile, mentre ero convinto che il governo di un paese deve il piú possibile lasciare operare le altre forze e trarne consigli e collaborazione, ed essere anonimo, grigio anche, perché lo splendore stia nei valori puri della libertà, della giustizia, dell’onestà, della produzione culturale e religiosa, non nelle persone, che in uniforme o no, nel governo o a capo dello Stato, sono semplicemente al servizio di quei valori.

Con questo libro su Aldo Capitini, Roberto Fantini riscopre l'attualità e la necessità del suo pensiero, un sistema filosofico (di prassi filosofica) che è luce nell'oscurità moderna, è bellezza che trasforma.

 

Come hai scoperto Aldo Capitini e che ruolo ha svolto il suo pensiero nella tua formazione?

Sono arrivato a Capitini quasi per caso, quando un mio ex editore mi suggerì di dedicarmici, in vista del cinquantesimo anniversario della morte. Ne sapevo già qualcosa, ma soltanto indirettamente e in maniera frammentaria. Accostandomi alle sue opere, mi si sono aperti orizzonti meravigliosi. La sua produzione filosofica, pedagogica, politica e letteraria è vastissima e ruota intorno ad una ricca gamma di questioni. Ma la cosa più bella e ricorrente è percepire, in ogni sua pagina, uno slancio interiore autentico, una venatura di afflato mistico che ti fa respirare sempre aria fresca del mattino e immergerti in dirompente luce aurorale … Insomma, per me è stato come incontrarmi con un amico che attendeva da tempo che io stendessi una mano. Ed è stata (ed è tuttora) una gioia immensa sentirmi in piena armonia con il pensiero di un’anima così grande.

Critico del cattolicesimo Capitini e’ un “non cristiano” fautore di una religione aperta, capace davvero di cercare e incontrare l'essere vivente nelle sue forme, umana, animale, vegetale. Trovi che ci siano dei punti di contatto tra il pensiero di Aldo Capitini e il riformismo di Papa Francesco?

Il centro profondo del pensiero capitiniano è rappresentato dall’elaborazione di un’ originale religiosità, intesa da lui come un “nuovo modo di sentire”, come una visione della realtà imperniata su quello che viene chiamato Unità-amore, ovvero la consapevolezza del legame indissolubile che tutti ci lega al Tutto e ai Tutti. La sua è una religiosità libera, bruniano-spinoziana, o, ancor meglio, teosofico-gandhiana. Una religiosità che rinnega e combatte tutto ciò che chiude, isola e separa e che ci spinge a instaurare rapporti di collaborazione con tutto ciò che vive e ci circonda, compresi gli esseri non umani e le cose stesse (l’acqua, l’aria, la pietra …)

Sicuramente tanti possono essere i punti di contatto con quanto papa Francesco ci sta proponendo da qualche anno oramai. Ma, nonostante i notevoli e talvolta rivoluzionari passi compiuti da papa Francesco, la dottrina cattolica e l’istituzione ecclesiastica restano pur sempre espressione di quella che Capitini definiva la “parrocchia totalitaria”. Papa Francesco ha scritto cose bellissime sul rispetto che si deve alla natura, ma non mi sembra che stia portando avanti battaglie a favore del vegetarianesimo, del veganismo, o combattendo vivisezione, caccia e ogni tipo di sfruttamento e sofferenza nei confronti del regno animale.

Papa Francesco dice e ridice che Dio è infinitamente misericordioso, ma non ha ancora ripudiato la dottrina dell’eternità delle pene infernali. Dice tante cose - anche imbarazzanti e scabrose per molti credenti - contro il clericalismo e i privilegi della Curia vaticana, ma non mi sembra che abbia sposato le tesi del sacerdozio universale o, almeno, aperto al sacerdozio femminile.

Insomma, Bergoglio sta facendo passi titanici, in un certo senso capitinizzandosi sempre di più (no alla pena di morte, sì alla nonviolenza, condanna ferma della guerra, attenzione verso gli ultimi, ecc.), ma la strada è ancora lunga …

 

Nell'”Atto di educare” Capitini invita ad una pedagogia di ribellione tenedo ben saldi quei valori che dovranno liberare la realtà dalla violenza e dall’oppressione, che la trasformeranno nella “realtà di tutti”. Quali critiche potrebbe muovere il suo pensiero alla realtà scolastica italiana di oggi?

Tutto il pensiero e tutte le innumerevoli iniziative portate avanti da Aldo Capitini sono caratterizzati dalla convinzione viscerale che il mondo “così com’è” non meriti di esistere e che debba, quindi, essere radicalmente cambiato. Andrebbe rifiutata, innanzitutto, la cosiddetta legge del “pesce grande che mangia il pesce piccolo”, la logica, cioè, del dominio della forza, dei privilegi per pochi, delle gerarchie, delle esclusioni, delle disparità dei diritti. Il compito più importante dell’uomo, per lui, dovrebbe essere di rendere la realtà migliore, in tutti i suoi aspetti e in tutti i suoi ambiti, favorendo l’incontro pacifico e costruttivo e valorizzando massimamente le intime risorse che vivono in ciascuno di noi. Per cui, credo che alla nostra scuola molto probabilmente rimprovererebbe di adeguarsi troppo alla realtà contingente, di essere troppo conformista, chiusa ed ubbidiente, di fare troppo poco per affermare una visione del mondo pienamente e concretamente democratica e uno stile di vita alternativo, basato sulla nonviolenza, la nonmenzogna e la noncollaborazione.

 

Immigrazione e accoglienza: quale parte del pensiero politico di Capitini può essere di consiglio su queste tematiche importanti?

Senza alcun dubbio, Capitini può rappresentare una miniera inesauribile di insegnamenti utili ad affrontare le innumerevoli problematiche dei nostri tempi. Capitini ci invita continuamente e insistentemente ad aprirci al “tu”, sempre e in ogni caso, nessuno escluso. Anzi, imparando a scoprire, rispettare ed apprezzare proprio le vite di coloro che sono relegati ai margini della scena, oppressi dai vari poteri, considerati inutili, perdenti e ingombranti.

La strada da seguire è quella dell’”apertura”. Apertura della mente e del cuore. Apertura che ci conduce oltre le barricate ottuse e pavide delle nostre cittadelle psicologiche individuali e collettive, che ci spinge ad un incontro fondato sul sentimento della “compresenza”, del sentirci, cioè, elementi vivi di un’unica realtà vivente, operante e in continua crescita.

Bisogna - scrive - (…) muovere da ogni essere a cui possiamo dire un tu, dargli un’infinita importanza, un suo posto, una sua considerazione, un suo rispetto ed affetto. Finora non si è mai fatta veramente questa apertura ad ogni essere, un singolo essere e un altro singolo essere, con l’animo di non interrompere mai.” (Omnicrazia, ne Il potere di tutti, Guerra edizioni, 1969, p.86).

Questa apertura verso tutti - aggiunge - è un atto libero che nessuno può dare o togliere. Soprattutto è importante, nell’esperienza della vita, non dipendere in questo atto da nessuna istituzione, associazione, organizzazione, setta; che tutti gli Stati e Chiese e sette non contino proprio nulla, perché l’Atto è aperto alla compresenza, e nella compresenza sono tutti in quanto sono nati, in quel Natale che è sempre in atto nel mondo per ogni essere che nasce alla vita.” (ivi, p.88)

 

 

Roberto Fantini è professore di Filosofia e Storia al Liceo, da anni è attivista volontario, di Amnesty International, di cui è, attualmente, referente EDU per il Lazio.

Sui diritti umani ha curato le pubblicazioni: “Pena di morte: parliamone in classe”, EGA Editore, 2006, “Liberarsi dalla paura. Tutela dei diritti umani” e “guerra al terrore”,EGA Editore 2007; in collaborazione con Antonio Marchesi, “Una giornata particolare”, ed.Sinnos, settembre 2010; “Il cielo dentro di noi: conversazioni sui diritti umani (sul mondo che c’è e su quello che verrà)”, ed. Graphe.it 2012.

Pittore, autore e ricercatore poliedrico, ha scritto saggi di filosofia come “La Morte spiegata ai miei figli” (ed. Sensibili alle foglie), aprile 2010, saggi poetici e filsofici come “Odisseo e le onde dell’anima” (Graphe 2013).

Nel 2015, con le Edizioni Efesto, ha pubblicato “Vivi o morti? Morte cerebrale e trapianto di organi: certezze vere e false, dubbi e interrogativi”, “Aldo Capitini. La bellezza della luce. Invito a (ri)scoprire il pensiero di un profeta della nonviolenza, antifascista, eretico, vegetariano”, e, in collaborazione con Cesare Maramici, “Esperienze di Meditazione. 54 praticanti si raccontano.” É responsabile della sezione “Dirittti umani” per la Free Lance International Press.

 

 

Aldo Capitini
La bellezza della luce
Edizioni Efesto

November 06, 2018

La befana vien di notte con le scarpe tutte rotte...

Cosa si cela dietro l'immagine/archetipo contenuto nell'Epifania che tutte le feste porta via?

La Befana è una figura universale, presente pur con notevoli differenze, di forme e di tempi, anche in zone lontanissime rispetto alla cultura indoeuropea e al mondo Mediterraneo.

In questo saggio unico nel suo genere gli autori portano avanti una ricerca approfondita nel tempo e nello spazio, un libro importante per chi studia le origini dei culti antichi, o per chi vuole comprendere meglio quali riti vengono messi in atto, ogni anno, nei momenti di passaggio.

La funzione principale che la Befana svolge da secoli è quella di mediatrice culturale tra il mondo dei vivi e l'aldilà, tra la nostra vita quotidiana e il tempo degli antenati.

Ha una natura complessa e ambivalente, la vecchia sulla scopa, che ha ben poco di infantile e che pone in risalto la funzione protettiva dell'antenato che ritorna nella famiglia portando doni ai bambini.

Le feste antiche di Roma come i Divalia,   i Matronalia, i Compitalia, erano tutte feste dedicate agli antenati che si svolgevano nei momenti di passaggio dell'anno in modo da sottolineare sempre il contatto diretto ma definito nel tempo con lo spirito degli antenati.

Il nucleo originario della figura è antichissimo e va ricercato nel mondo dei cacciatori paleolitici nel quale avevo un ruolo essenziale la grande antenata del clan, che era signora degli animali e delle foreste ma anche la “nonna fuoco”.

Nel tempio di Vesta, a Roma, il fuoco era custodito dalle vergini vestali; il fuoco era un elemento essenziale per la vitalità della tribù antiche e non è un caso che il Dio che parteggia per gli uomini sia Prometeo che ha nascosto una scintilla di fuoco dentro un nartece per donarlo agli uomini.

Il fatto che la Befana esca fuori da un comignolo ricorda l'antico rito della profusio che nell'antica Roma consisteva nel versare cibo e bevande in un canale sotto la casa per nutrire gli antenati.

La figura della Bertha della Germania meridionale ha molte cose in comune con la Befana, a partire dalla scopa come emblema. Bertha ha le spalle coperte da una pelle di mucca, che poi sarà sostituita da rattoppi alla “Arlecchino”.

La mucca è un animale che ritroviamo in moltissime feste agrarie come quella di Bacugno che si svolge il 5 agosto, Festa della Madonna della Neve, nella quale si svolge il rito della genuflessione del bue aratore; con il nome di korovai si indica in Russia il pane natalizio, l'etimologia del nome significa “mucca”: nel Salento si chiama Vaccarella una pagnotta di pane per gli amici, in Calabria Vaccarella è una schiacciata di pane per i bambini.

La befana è la nostra “strega buona”, infatti Babayaga, la strega delle fiabe russe, vola sulla scopa, ha con sé un mortaio di ferro e incita il suo volo con un pestello e spazza via le sue tracce con la scopa.

La scopa è un elemento sciamanico poiché nelle antiche feste greche, come ad esempio nelle Tesmoforie, si usava alla fine della festa spazzare via i resti, implicando così la fuoriuscita delle impurutà.

Una scopa realizzata anticamente con rami di betulla o salice, due alberi legati alla Grande Madre nel suo aspetto di portatrice di vita e di morte.

La calza della befana si ricollega antico rito della tessitura: le tre Parche o Moire, infatti, detenevano il potere sulla vita e sulla morte, la tessitura è strettamente legata quindi sia all'incarnazione dell'anima che alla sua morte.

La vecchia sulla scopa richiama anche l'immagine di Diana – Erodiade, la dea delle streghe che, con il suo volo notturno, raggiungeva luoghi sacri, definiti dalla presenza di un albero come il noce, sotto le cui radici albergavano le tre keres, personificazioni delle Parche o Moire.

La Befana porta il carbone ai bambini che non sono stati diligenti: la cenere è un altro elemento antico presente alla fine di ogni festa agricola che si chiudeva con un falò collettivo, le cui ceneri venivano gettate nei campi per propiziare la fertilità futura.

“Il bambino non può più fare a meno di quel rapporto con la vita che continua anche oltre la morte, di riprendere quel legame con il mondo spirituale degli antenati, lasciando aperte quelle porte che sono in grado di mettere in contatto questi due mondi e lasciandosi ancora incantare dalle fiabe dal mito della befana, da quel millenario patrimonio di tradizioni e conoscenze che da sempre fanno parte della vita dell'uomo nella sua dimensione personale e sociale.”

Claudia e Luigi Manciocco: L'INCANTO E L'ARCANO.
Per una antropologia della Befana
Armando editore 2006

October 26, 2018

 Non è facile parlare della morte. Nessuno sembra volerne più parlare. Il nostro tempo appare sempre più come il tempo dell’avere avido, del continuo rincorrere sogni proibiti, del continuo darsi nuovi inarrivabili obiettivi, del perenne dilatarsi dell’esistenza terrena, del sistematico rinviare al domani ogni pensiero che riguardi il nostro (ineluttabile) andar via da questo mondo, ogni riflessione sul “dopo”, su quello che potrebbe essere la sorte che ci attende e che, magari, ci stiamo preparando. Forse dobbiamo ancora liberarci da secoli di terrori infernali e di visioni cupe e angoscianti dell’oltretomba … O forse siamo semplicemente succubi del dominio delle paranoie consumistiche e di un edonismo volgare e insaziabile …

Fortunatamente, ci sono ancora fra noi pensatori e ricercatori che continuano a ritenere assai utile, se non addirittura necessario, il continuare ad interrogarsi sull’evento della morte e su cosa siamo e saremo mai in grado di sapere o almeno di ipotizzare in merito al mare sconfinato dell’aldilà.

Paolo Ricca, teologo valdese di statura internazionale, dopo essersi cimentato su simili tematiche con un piccolo lavoro, una quarantina di anni fa (Il cristiano davanti alla morte), è tornato sull’argomento con un libro ben più corposo, apparso nella passata estate, sempre per i tipi della torinese Claudiana.

Scrive Paolo Ricca che oggi “il tema dell’aldilà e di un’ipotetica vita futura non interessa più nessuno, o quasi.” (p.9) E ciò perché la speranza sempre più diffusa e condivisa risulta essere quella del prolungamento massimo dell’esistenza terrena. E anche le chiese ne parlano sempre meno, “praticamente mai”, come se la stessa trascendenza fosse stata “autorevolmente declinata come ‘trascendenza nell’al di qua’” (p.15), come se la questione dell’aldilà fosse stata estromessa dagli orizzonti delle problematiche degne di attenzione.

Ricca ci invita, invece, con ragionamenti limpidi e un bell’argomentare privo di pregiudizi ideologici e confessionali, a sentire la questione della morte come uno dei compiti (o addirittura dei doveri) che non andrebbero mai elusi, perché parte sostanziale del nostro essere uomini nel mondo. Perché riflettere sul nostro comune destino mortale ci può permettere di acquisire una più robusta coscienza della nostra finitudine, obbligandoci, in un certo senso, a doverci fare i conti, senza scappatoie o sotterfugi.

La coscienza del limite può dunque svolgere un ruolo decisivo sul modo di impostare e vivere questa nostra vita unica, ma non infinita.” (p. 13)

Occuparci della morte dovrebbe, di conseguenza, indurci ad affrontare il problema della “preparazione alla buona morte”, costringendoci a porci prioritariamente, con la massima serietà e sincerità, il problema della “buona vita”.

In merito, poi, al problema del “dopo”, Paolo Ricca puntualizza che all’impossibilità di tutti noi di dimostrarne l’esistenza corrisponde in maniera antinomica l’impossibilità di dimostrarne la non esistenza. Navigando, pertanto, senza apriorismi di sorta e facendo anche a meno di “prove certe”, servendoci dell’umile ma intraprendente vascello della ragione, ci resterebbe sempre possibile condurre una stimolante opera di esplorazione nell’ambito del pensiero umano, esaminando e valutando con cura le tesi che, nella storia, sono state sostenute. Tesi che vengono ridotte a tre:

               “la prima è che con la morte tutto finisca definitivamente e di chi è morto non rimanga più nulla;

la seconda è che tutto finisca solo provvisoriamente, solo per un tempo più o meno lungo (…). Dopo di che chi è morto tornerà in qualche modo in vita – molto diversa dalla precedente, ma pur sempre ancora vita (…);

la terza è che con la morte non tutto finisca, perché c’è nell’uomo una componente immortale, qualcosa che non finisce con la fine del corpo, qualcosa che non muore perché non può morire.” (p. 17)

E sono proprio la presentazione e l’accurata analisi critica di dette tesi a costituire il vero cuore dell’opera.

L’ A., così procedendo, passa in rassegna una ricca gamma di posizioni filosofiche e teologiche, da Platone ai Padri della Chiesa, da Agostino a Tommaso d’Aquino, da M. Lutero a G. Calvino.

Di particolare interesse l’ampio capitolo dedicato all’ipotesi reincarnazione, in cui, fra l’altro, si affronta il problema della presenza o meno di credenze reincarnazionistiche sia nella Bibbia che nel cristianesimo storico. Capitolo questo particolarmente degno di attenzione perché il Ricca, senza rinunciare affatto alla propria identità culturale e dottrinale, nell’affrontare una teoria tanto convintamente rifiutata dalle varie teologie cristiane, e spesso combattuta con aspra durezza (stile Piolanti) o svilita con grossolana altezzosità (stile Messori), mette in luce grande serenità di giudizio e di chiarezza intellettuale. Della teoria reincarnazionistica, infatti, vengono colti (e anche apprezzati) alcuni aspetti fondamentali, quali la valenza pedagogica e quella emendatrice (la molteplicità delle vite implica molteplicità di occasioni per comprendere, maturare, crescere spiritualmente e liberarsi gradualmente dai propri limiti ed errori) immanente alla dottrina del karma, nonché il forte effetto eticamente responsabilizzante (impossibilità radicale di condoni, indulgenze, assoluzioni e salvazioni vicarie).

Si tratta dunque, - scrive il teologo valdese - sostanzialmente, di un processo di redenzione, di cui l’anima stessa è protagonista. E’ sua la presa di coscienza iniziale (il “risveglio”), è sua la fatica del progressivo apprendimento delle lezioni di vita, è sua la piena assunzione di responsabilità del proprio destino fino alla sua conclusione in Dio. Si tratta dunque di un processo di auto redenzione, nel senso alto e nobile del termine.” (p. 101)

Molto di più e di meglio, invece, si sarebbe potuto fare nel toccare il tema della presenza della teoria della reincarnazione nel moderno Occidente, non limitandosi ad un fugace cenno all’antroposofia steineriana, ma dedicando doverosa attenzione alla fondamentale opera di elaborazione concettuale e di appassionata divulgazione realizzata dalle grandi personalità della Società Teosofica delle origini, prime fra tutte Helena Petrovna Blavatsky e Annie Bésant.

Meritevoli di menzione, infine, sono le suggestive esperienze di pre-morte relative ad un amico e collega e al padre dello stesso autore (intese non come “prove” ma almeno come indizi e spiragli verso l’esistenza di un’altra vita), nonché le preziose appendici, con testi poco noti di Lutero, Calvino e Bonhoeffer.

In conclusione, non abbiamo esitazioni nel riscontrare con piacere come Paolo Ricca sia felicemente riuscito nel suo intento, riuscendo a costruire un libro che, pur approdando fideisticamente alle tesi cristiane incentrate sulla resurrezione di Gesù, sa trattare, esaminare e confrontare altre visioni dell’aldilà con intelligente rispetto e stimolante desiderio di conoscenza, suscitando nel lettore, di qualsiasi fede o di nessuna fede, interesse vivo e sincera voglia di approfondimento.

 

 

Dell’aldilà e dall’aldilà

sottotitolo

Che cosa accade quando si muore?

autore

Paolo Ricca

editore

Claudiana

Indice testuale


Introduzione

1. Che cosa succede quando si muore?
2. Immortalità dell’anima e teologia cristiana
2.1 Giustino Martire (ca 100-165 d.C.)
2.2 Tertulliano (ca 155-dopo il 220)
2.3 Agostino (354-430)
2.4 Tommaso d’Aquino (1225-1274)
2.5 Il Concilio Lateranense V (1512-1517)
2.6 Martin Lutero (1483-1546)
2.7 Giovanni Calvino (1509-1564)
2.8 Karl Barth (1886-1968)
2.9 La voce dell’Ortodossia

3. L’ipotesi «reincarnazione»
3.1 Reincarnazione e Bibbia
3.2 Reincarnazione e cristianesimo storico
3.3 Che cos’è la reincarnazione?

4. Concezioni cristiane
4.1 La risurrezione di Gesù
4.2 Che cos’è la risurrezione?
4.3 Le vie dell’aldilà

Conclusione
Appendici
Martin Lutero, Sermone sulla preparazione alla morte
Giovanni Calvino, Meditazione sulla vita futura
Dietrich Bonhoeffer, Due tipi di morte



Biografia dell'autore

Paolo Ricca
ha insegnato storia del cristianesimo presso la Facoltà valdese di Teologia di Roma.
Per Claudiana dirige la Collana «Opere scelte – Lutero», di cui ha curato alcuni volumi. Fra le molte pubblicazioni ricordiamo: Le dieci parole di Dio. Le tavole della libertà e dell’amore(Morcelliana, 1998), L’Ultima cena anzi la Prima. La volontà tradita di Gesù (Claudiana, 2014) e Dal battesimo allo “sbattezzo”. La tormentata storia del battesimo cristiano (Claudiana, 2015). 

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